LA DEVOZIONE DI MAŠA Il bisogno del femminile cura il femminile? – di Nina Maroccolo

Masa

[da Il Gabbiano di Anton Čechov. Rivisitazione drammaterapica a cura dell’Atelier LiberaMente, oggi “Creative Drama & In-Out Theatre”, diretto da Ermanno Gioacchini]

Studio sul personaggio: Maša.

MEDVEDENKO Perché va sempre vestita di nero?
MAŠA È il lutto per la mia vita. Sono infelice.

Cara Maša, creatura dall’amore non corrisposto, canterei per te affinché un rovo di tenebra scordasse il suo pasto.

*

Maša rappresenta la Devozione e la Dedizione assoluti. L’amore per Kostja, che ama Nina, che ama Trigorin – inespressiva struggente passione. Nero reticolato che inganna qualunque solitudine.
Sconosciuto, il suo involucro di carne e sangue si fa principio nullo, mentre il diniego materno verso il figlio, “anonimo di senso”, risulta addirittura insopportabile. Anche in questo caso, sin dall’inizio dell’opera, un altro protagonista del dramma affronta la Devozione amorosa in frantumi. Ed è tale da elargire una colpa.
L’aspetto che Maša realmente teme è la propria forza; quel sentimento di indipendenza che vorrebbe impegnare l’acqua alla terra per renderla fertile e feconda. Maša realizza di sé un triste ex-voto che le rammemora ossessivamente il mancato avvento del miracolo-desiderio: intimo copyright di una desublimata bellezza d’arte, opera incompiuta e tantomeno riconosciuta: quella dell’oggetto amato, lontanissimo da lei quanto Kostja lo è da se stesso.
E credo infatti che Maša, quando potrebbe alleggerirsi dalla morsa del dolore, preferisca invece restarne ingabbiata. La mistura esplosiva tra sogno annichilito e l’immaginarsi donna libera da ogni culto, dalla bramosia folle che lo accompagna e lo custodisce, prolunga all’infinito il rito silente del suo fallimento.
Lei, l’amata Maša, potrebbe ritrarsi così: “Io – non riesco ad appartenere / eppure ogni gesto m’appartiene” ¹. Anche il peggiore, mi sento di aggiungere.
In Maša albergano colpa ed espiazione, assunti “negativi” che lei, Madre, impronterà alla figlia. E come amante, amata dall’uomo giusto che lei invece offende come sbagliato (Medvedenko) – ciononostante portato all’altare – è cardine-colpa, forma-dolore consapevolmente inflitti ad un uomo mai bastante affettivamente.
Tornando alla sua sfortunata passione per Kostja, ella non riuscirà a scardinarne gli avvitamenti morali, a ridurre – citando Roland Barthes – “l’ingombro esagerato della devozione” verso quell’anelito, o smania d’amore perduto.
Sono anche convinta, pensando a Nietzsche, che la sofferenza nell’amore raccolga in sé un’innocenza disvelata, un biancore di cui s’avvolge per atto difensivo: ed è nuovamente, sentenzierebbe Barthes, la “ripulsa della Colpa”.
Maša, dall’inizio alla fine del dramma, tenta affannosamente di padroneggiare infelicità e destino. Ma fallisce sempre, e questa è la sua doppia pena.

La tristezza di Maša è la tristezza di tutti i personaggi all’interno della partitura quadrangolare dell’opera.
L’amore di Maša è autonutrito da un amore che si fa dolore, poi ancora amore. Forse, nessuno, come lei, porta avanti questa totalità al femminile: peccato che non vi sia una restituzione femminile al bisogno del femminile. Polina (Polina Andreevna, moglie di Šamraev, amministratore in casa Sorin) è decisamente negata… E lei, Maša, vuole la forza di un’Eumenide, non di un’astiosa Erinne vendicatrice – ed equivale, questa scelta, ad assecondare i bisogni d’una sorellanza riparatrice nella figura della donna, che purtroppo è inesistente; mentre la complicità, semmai, è tutta al maschile – per manifestare il suo occulto sentimento verso Kostja, la medesima elevazione che poteva dimostrare benevolenza e rispetto per sé: ma non ce la fa. La mortificazione la induce ad abbandonarsi a qualcosa che potremmo denominare depressione.
Kostja non comprende, è troppo preso dal suo Io divoratore. Kostja è una creatura che non vuole niente da nessuno: pure apprende e pretende con fare solerte. Kostja è viziato, a tratti antipatico, patetico; adora i vezzi dell’Arkadina, sua madre e attrice famosa, e tenta di suicidarsi per promuovere la sua univoca attenzione. Kostja ama-non ama, o meglio: “Del non-amore”: Maša poteva riesumarlo più di Nina.
Sappiamo, tuttavia, che il desiderio irraggiunto alimenta oltremodo altro desiderio – ciò vale sia per Kostja che per Maša –, come se la coscienza dell’uno cercasse una coscienza parallela cui unirsi, non condivisibile nel caso dei nostri due personaggi, tramite l’esperienza gioiosa, irripetibile, passionale, fisiologica, animale, cosmica, del Numinoso nell’Amore: la sua scoperta.
Evento unico del risveglio.

In Čechov, coscienza segue incoscienza.
Desiderio segue non-desiderio. Nulla collima nelle esistenze che animano di sventura la tenuta di Sorin. Anime che s’inerpicano tra rovi, presso un lago che li incornicia devotamente alla sofferenza. Ad una noia “mortale”!
È lo spleen assortito e alternato dell’Arkadina, di Trigorin, Nina, Medvedenko, nonché lo sniffo al tabacco di Maša: senza uso o abuso di laudano, oppio o assenzio.
C’è assenza. Malapresenza. Tremore.
Esiste, per caso, un po’ di sana consapevolezza? Le triangolazioni perfette mantengono l’utopia del dialogo – non dell’Arte! –, sull’orlo della voragine del nulla; dialoghi perforatori, sentimenti ed aspirazioni laceranti; catalizzatori mancanti che non avviano – anzi, privano di speranza – la primeva disponibilità nell’andare incontro a… un senso di “verità” acquisito.
Il valore dell’esistenza a cosa si riduce?

Più leggo l’opera di Čechov, più il mio individuale fondersi con Mr. Čechov si direziona nell’altrove. Un altrove ricco di previsioni non necessariamente negative, bensì trattenute dall’indifferenza degli occhi. Perché la vera opportunità che l’autore vuole consegnare alle sue creature di sangue, è seminata terragna poco più in là; volatile un poco più in sù; acquatile un poco oltre il terragno e il volatile; fuoco quaggiù, che tutto estirpa e poi emana lassù. L’essere umano contiene tutti gli Elementi necessari per evocare e vivere l’Amore.
Questo per me è il messaggio di Čechov.
Tale comprensione, circolatoria fra arterie umane ed alture cuoriformi alternate tra diastole/sistole, ha mostrato l’accezione redentoria nel contesto tragico, e molteplice di sfumature, del Gabbiano.

Se una volta sostenevo di processare il drammaturgo Čechov, adesso mi pare inutile.
La colpa di Čechov è di aver mostrato una realtà che ci appartiene: ora la scontiamo, nello stigma del vuoto.

Foto
Il gabbiano, regia di Mario Ferrero. Debutto al “Teatro della Cometa” di Roma, 14 gennaio 1960.
Valeria Moriconi interpreta Maša.

Note
¹ Francesca Matteoni: da “Brockwell Park”, Appunti dal parco, Licenze Poetiche 2008.

27 pensieri su “LA DEVOZIONE DI MAŠA Il bisogno del femminile cura il femminile? – di Nina Maroccolo

  1. Ringrazio Franz per avermi postato questo lunghissimo post. Prometto che la prossima voltà sarà più corto… Non ho proprio il senso della misura. Sic!

    Nina

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  2. “Esiste, per caso, un po’ di sana consapevolezza?”

    bella domanda… con risposte a volte sconfortanti

    bel pezzo

    f&r

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  3. @ FABRIZIO: grazie per essere passato da qui. Ci contavo moltissimo, visto che questo è il mio “esordio” ufficiale su LPELS. Esordio dedicato al Teatro, ad un’opera come quella del Gabbiano: un classico che si può rivisitare con uno studio attento sulle “modulazioni” e le “frequenze” interpretative, e secondo approcci particolari come quello della “dramatherapy” e gli stati modificati di coscienza.
    Noi spesso ci identifichiamo in un personaggio, lo facciamo nostro; ma è il lungo percorso esplorativo, quel cammino che non ci rende immuni dal dolore (inevitabilmente nel processo avvengono anche elaborazioni di eventi personali), ciò che conta davvero. Perché esploriamo le ragioni stesse dell’ignoto, delle incognite, del linguaggio – elevate a SIMBOLO.
    Qui entra Grotowsky. Il dono, il sacrificio del sé per raggiungere l’autenticità più pura in noi allievi-“attori”; quel sé non più mistificato, da perseguire e porgere al pubblico. Quest’ultimo, mai disgiunto dall’intelaiatura della pièce.

    Un abbraccio a te, e grazie!

    che porterà alla pièce finale – che dobbiamo tornare a noi: noi che gli diamo gesto e parola.

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  4. [NB: le ultime due righe del commento precedente ho dimenticato di cancellarle… PARDON!]

    @ FIDES&RATIO: Mi fa molto piacere ricevere un apprezzamento da Fede&Ragione… E la domanda: “Esiste, per caso, un po’ di sana consapevolezza?” è certamente LA domanda-fulcro di tutto. Ne possiamo dare una concretezza confortante se, in primis, la rivolgiamo a noi stessi. Perché la Consapevolezza è soprattutto una conquista – e ci si arriva lentamente, con un percorso forte che vuole intessuti centralità : disciplina : coraggio : umiltà : approfondimento d’intime risorse, specie quelle creative.
    Discernere la FINZIONE dalla SPONTANEITA’, nella vita, per me è la vera sfida. Oserei dire che è la più alta forma di trasgressione che possa esistere. Ciò desta in noi un movimento interiore affatto soporifero, diretto a una forma di libertà che, raggiunta, nessuno può toglierti. Da qui la natura relazionale cambia, e la speranza d’una “contaminazione” positiva diventa anche sguardo dell’altro da sé…
    Ma quant’è difficile!!! Basta una vita intera?!

    Un caro saluto

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  5. Carissima Nina, conosco solo superficialmente la drammaturgia di Cechov, perciò il mio commento è necessariamente empirico. Mi pare tuttavia che il tuo “scavo” nel personaggio Masa sia centrato, soprattutto là dove affermi che la sua tristezza riassume la tristezza dei personaggi di tutta la partitura…
    Condivido anche pienamente la tua convinzione che la colpa di Cechov è quella di aver mostrato una realtà che ci appartiene…
    Perdona il commento troppo sommario, purtroppo non respiro, a differenza di te, aria di teatro…Come ben sai sono più a mio agio con violini e tavolozze 🙂
    Un abbraccio! Pier

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  6. @ PIERLUIGI: Carissimo, hai centrato elementi molto importanti, invece. Bisogna necessariamente respirare, ma non è detto che un’ottima ossigenazione – “aria di teatro” -sia impossibile per entrare dentro una storia, o più storie; laddove, in tali “storie”, ci ritroviamo improvvisamente catapultati dentro, nostro malgrado. Persino condividendole.
    Hai fatto tue due tematiche: la tristezza di Masa è rappresentativa di una tristezza più allargata, che investe tutti i personaggi del Gabbiano. Personaggi tragici, senza via d’uscita, senza ossigeno nei confronti propri e della vita. Destinati, purtroppo, ad essere morti a se stessi.
    -L’altro tema è quello autobiografico. Cechov in persona parla di Cechov: non potrebbe essere diverso. L’elemento biografico entra sempre nell’opera di un autore, e si nutre – forse – dei suoi personaggi medesimi.
    Tra tutte le opere di Cechov, Il Gabbiano esprime la condizione intima e psicologica di questo medico di famiglia. Anton Pavlovic si laurea, infatti, in medicina ed esercita il mestiere per un periodo non lungo, ma fondamentale. Entra, così, in contatto con famiglie bisognose, povere, prive di quel tanto da potersi permettere medicine per curarsi.
    Cechov, molto sensibile, affonda in questo umanità sommersa, ne riconosce ogni particolare. Egli stesso nasce povero, figlio di servi della gleba. Sì: i suoi genitori facevano parte della scala gerarchica sociale peggiore. E si parla della Russia del 1860!
    Porterà con sé questo bagaglio formativo per tutta la sua breve esistenza, e convoglierà nei panni dell’uomo e scrittore-drammaturgo la pietas verso gli “ultimi”, ma anche l’impossibilità di riscattarli…
    Come Maša tenta “affannosamente di padroneggiare infelicità e destino. Ma fallisce sempre, e questa è la sua doppia pena…”

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  7. Contrariamente a quanto può apparire da una lettura superficiale, la Masha del “Gabbiano” di Cechov è uno dei personaggi principali, perfetta alter-ego uguale e contraria della Nina ben più alata e celebrata… Perché lei si pone, fin dalle prime battute come una perfetta “anima nera”… Beve, fuma, veste sempre di nero (“E’ il lutto per la mia vita”). Ricordo che quando lavorammo con Giancarlo Nanni per l’allestimento di una nuova versione (dove la Kustermann/Arkadina catalizzava attenzione e accentrava elogi), Nanni – regista “visivo”, nonché expittore quant’altri mai, nell’avanguardia nostrana – ebbe l’idea scenograficopoietica di far srotolare dagli attori tutti, allineati in parallelo per la larghezza intera del palcoscenico, una lunghissima pezza di velluto nero, su cui poi essi, uno ad uno, gettavano rose bianche (illusioni, ideali, rimpianti, baci avariati, scordati?)…
    Masha in nero, la Nina in bianco – l’Arkadina, attrice consumata, con le sue toilettes seriche e policrome.
    Sì, Cechov è anche una tavolozza d’umori che cambia continuamente, poi si ricompone – dal nero al nero, dal lutto al lutto: e dentro può starci tutto, tutto l’iride scomposto e scomponiile del cuore e della mente…
    Non so se il Femminile possa e riesca a curare il femminile: ma conrtrariamente alla bella, fragile Nina, cui spuntano fi dal primo atto le ali che perderò all’ultimo, Masha si cura da sola, omeopaticamente. Nero più nero.
    E’ innamorata non ricambiata, e finirà sposata, senza ricambiare l’Amore, o forse reinventandolo, riplasmando i ruoli, madre un po’ indifferente, cattiva coscienza di tutti, gli uomini in testa…
    Masha è la più maldestra, dell eroine di Cechv, ma forse anche la più moderna. Attraversa il dolore, e poi lo vince solo incarnandolo, concupendolo, fecondandoloalmeno di futuro… L’Arkadina invecchia come tutte le vecchie e grandi attrici, circondata da ammiratori sempre meno ammirevoli… Nina calca le tavole del palcoscenico senza talento e senza volo, sempre più giù, inghiottita in una palude di autodisistima… Masha – ignominiosamente – si sposa il più servizievole dei suoi corteggiatori, langue d’amore non corrisposto per Kostia: ma a un certo punto si tira fuori, si accasa, si sposa, figlia: ma quell’unico nero resta la sua casa… E beve e tira tabacco come una George Sand minore delle lontana provincia russa… “Un cuore arido”, avrebbe scritto Cassola, che fra queste eroine taciturne e tristi molceva la sua arte narrativa.
    Perché moderna? Perché lascia il romanticismo dove al romanticismo si erano impantanate nel fango della steppa le ruote della carrozza ottocentesca – e chiede al pubbico di amarla (lei inamabile) come una vera scomoda eroina novecentesca… “Tanto antichi dolori, non dovrebbero, ormai, / diventar più fecondi per noi? non è tempo che amando,” evoca Rilke nella prima delle struggenti Elegie di Duino “ci liberiamo dall’essere amato, lo reggiamo fremendo / come la freccia regge la corda, tutta raccolta nel balzo, / per superarsi? Ché non si può restare, in nessun dove”…
    Forse l’amore vero deve realmente liberarsi dell’essere amato, del rito sterile, narciso, di volere la sua esclusiva. Cechov naturalmente non lo dice, ma accorda i suoi accordi e la sua voce teatrale più sui bassi interiori di Masha che sugli acuti gorgheggianti e idealistici di Nina, o peggio sui queruli, leziosi svolazzi della suprema Arkadina… Del resto, tutta l’arte moderna ha poi scelto il nero(il nero metafisico quanto erotico, direbbe Ceronetti, chiosatore geniale di salmi biblici e lingerie francese stile realismo cinematografico tardi anni ’30 ): da Malevic a Sironi, da Hartung a Capogrossi, da Burri a Bacon, etc., per poter poi recuperare, salvare i colori…
    Quel teatro, e tanta narrativa che verrà (dagli splendidi racconti “tarati” di Katherine Mansfield a certi scorci narranti della Duras, per intenderci), allignano, originano da quel nero, che Cechov ha intriso, ha redento in Masha, e Nanni srotolava allora su quell’enorme velluto come un grande quadro animato post-pasoliniano…
    C’è una splendida canzone di Bob Dylan, “Ballata in semplice re”, che risento sempre in me come strana, inopinata colonna sonora di quella feste nera, quel palcoscenico nero, quella coscienza nera, quell’anima nera che però insegna e addita il Chiaro:”amai un tempo una fanculla / la sua pelle era di bronzo / con l’innocenza di un agnello / era gentile come una cerbiatta / la corteggiai con orgoglio / ma ora se ne è andata / andata come le stagioni / portata via”… Masha è tutto il nero che ogni giorno ci ferisce e ci eccita, ci umilia e ci placa… Il femminile si salva se non recita i vezzi illusori di Nina, o non ristruttura le rughette belle dell’Arkadina, ma rispetta la luna nera di Masha, quel darsi comunque un futuro anche senza crederci, reginetta di un nichilismo che crede ancora all’amore, ma ci piange solo non vista, e non affida le sue lacrime, i suoi sussurri e grida nemmeno a un’inquadratura di Bergman, a un cicaleccio adorabile del Fellini agro… da Dolce Vita (semmai una sua strana, impennata erede, fu la Masina, la Gelsomina de “La Strada”, l’Anouk Aimé “noir” che amoreggia con Marcello nella casupola della prostituta… Dolente gioco erotico, che sempre meno riesce ad ammazzare il Tempo.
    Brava Nina Maroccolo, i personaggi scomodi, i grandi temi politicamente scorretti, sono gli unici che valga davvero la pena di affrontare…
    Plinio Perilli

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  8. @ FABRIZIO: Caro Fabrizio, stavo giusto pensando la stessa cosa… In realtà, attraverso Masa e Cechov non plasmo solo l’eterea e argillosa “materia teatrale”.
    Dentro la matrice originaria del Post, affronto e argomento un’estensione di tematiche che vanno dalla psicologia ai tratti caratteristici di una società come quella russa di fine Ottocento; dal dolore individuale a quello collettivo: il più insospettabile, quello collettivo, perché nell’umano essere vi è la naturale tendenza a “salvaguardare-ripiegare-risolvere” il proprio. Ed esso, il dolore appunto, tende ad assumere una scala di valori. Scandalosa e oscena – direi.
    Poi c’è l’amore che non incontra l’amore o, se l’incontra, è soltanto muto dialogo tra perfetti loquaci estranei.

    Ma dove sta, dove si annuncia la solidarietà nel mondo, esattamente come nel microcosmo dei personaggi del Gabbiano?

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  9. @ PLINIO: Intanto ti ringrazio per il ricco contributo “saggistico” e di immersione nell’opera cechoviana. Tornerò, visto la complessità dell’impianto, a confrontarmi con le tue profonde intuizioni.
    A presto!

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  10. Cara Nina,

    ho letto con molta attenzione il tuo pezzo, più che molta in realtà, non avendo sottomano il mio Cechov in questa nuova casa (avrei voluto seguirti sul testo) devo dirti: immagino questa perlustrazione del dramma – magari ingenuamente – come partitura ‘per solo corpo’ , ebbene sì una partitura… partitura che è in genere una trasposizione in segni di un movimento del corpo (la musica è, come il teatro, prima di tutto un gestire il silenzio: le pause, il tempo; con il corpo).
    Partitura proprio perché il teatro (la fatica del corpo) in questo pezzo compare di squincio, e diventa, quasi, il teatro degli spazi morali nei personaggi – io, almeno, lo leggo in questo modo. E come una partitura, che disseziona il respiro con l’intelletto, tu hai fatto lo stesso con il movimento circolare e tuttavia incompleto del dramma. Se Stanislavski aveva razionalizzato l’immersione in questo testo, qui ci vedo una emersione dopo una lunga consustanziazione con il dramma.

    Saluti affettuosi,

    Daniele

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  11. “Ne possiamo dare una concretezza confortante se, in primis, la rivolgiamo a noi stessi.
    Perché la Consapevolezza è soprattutto una conquista – e ci si arriva lentamente, con un percorso forte che vuole intessuti centralità : disciplina : coraggio : umiltà…”

    sono perfettamente d’accordo

    purtroppo il mondo pullula di ego ipertrofici assolutamente incapaci di vedere qualcosa oltre il proprio ombelico, come sintetizzava bene la notte scorsa il post di fabry.

    ma come dice lui: mai disperare 🙂

    buona serata e buon lavoro qui su LPELS

    f&r

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  12. @ FIDES&RATIO: Caro amico, il problema dell’Io è un problema che nessuno è mai riuscito a risolvere, se non spaziando in ambiti assolutamente diversi da quelli creativo-narcisistici (e non solo). Comunque l’aspetto egoico è complessamente connaturato alla natura umana.
    Siamo spesso convinti che raggiungere le alte guglie della Sapienza, comporti evoluzione in noi [e sicuramente progresso esiste!], sebbene talvolta non collimi con l’evoluzione interiore.
    -Per me esiste il cammino, l’ostacolo, il sasso dentro la scarpa, la polvere. Esplorare la vita attraverso un progredire che sa di conquista vera. E la conquista non è la meta, bensì l’esplorazione che si rinnova passo dopo passo. Stella dopo stella. Sotto un unico cielo.

    Grazie Fede&Ragione per essere stato qui, ad accompagnare i miei primi passi su LPELS.
    Un caro abbraccio

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  13. @ DANIELE: Grazie anche a te, caro Daniele, per condividere insieme questo Post decisamente ostico.
    Come per Plinio, mi devo soffermare compiutamente con te. Mi hai spostato il discorso da un’altra parte – IL CORPO, LA PARTITURA – citandomi, tra l’altro, Stanislavski, che con il tipo di teatro che sono andata a presentare, attraverso l’analisi del personaggio di Masa – non ha compatibilità alcuna.
    Infatti, il mio riferimento di base è il “teatro povero” grotowskiano, che prevede un approccio assolutamente più ricco da un punto di vista “umano”, rispetto al “metodo” del geniale Stanislavski.
    E’ un teatro non rigido – non accademico – non attoriale-seriale.
    Torno da te, come da Plinio, domani – o nei prossimi giorni -per chiarire meglio alcuni punti che probabilmente ho avuto difficoltà ad esporre. Mea culpa.
    Dunque, ti invito a tornare. Ora sono stanchissima, incapace di scrivere ancora… Sic!
    Ti ringrazio di cuore, Daniele, augurandoti una dolce notte.

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  14. di nuovo parole condivisibili.

    Bisogna stare attenti a che il bel viaggio non sia che una passeggiata su un tapis-roulant e il viaggiatore uno con l’ atteggiamento dell’attore (Jung parla di maschere) che transita sul red carpet e scambia per stelle gli occhi stralunati dei fans.

    buona domenica

    f&r

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  15. Buongiorno Fides!
    No, non è così. Ti assicuro.
    Innanzitutto il “cammino” è METAFORA portata alla vita quotidiana. Il pellegrinaggio è tutto interiore.
    Molto poco “on the road”, senza travestimenti o sovrastrutture. Tra finzione e autenticità, scelgo l’autenticità.
    Portare stelle e cielo dentro di noi.

    Star System, tappeti rossi, ed altro, non fanno parte di un trascorso e di un presente personale.
    Buona domenica a te, mio nuovo amico!!!

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  16. Nina: rispetto a Stanislavski ci leggo il movimento contrario: “Se Stanislavski aveva razionalizzato l’immersione in questo testo, qui ci vedo una emersione dopo una lunga consustanziazione con il dramma.” Partitura perché è ‘altro da’, ‘traduzione di’, “(la fatica del corpo) in questo pezzo compare di squincio” .. ma comprendo che sono talmente astratte queste note da rendersi forse incomprensibili. Salutoni, ciao!

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  17. @ CARLA: Non potevo sapere che Fides è una donna. Sono entrata in LPELS da pochissimo tempo, e questo è il mio primo articolo. Grazie per avermelo fatto notare:-)

    Ma allora, DONNE che siete intervenute, il sottotitolo del post riporta questa dicitura “Il bisogno del femminile cura il femminile?” – perché non mi lasciate una traccia su questo argomento?
    Oggi la donna solidarizza poco con le altre donne. O mi sbaglio?
    Masa del Gabbiano non è stata aiutata/sostenuta da nessun’altra donna, all’interno del suo dramma.
    Lo creiamo un parallelo?
    Mi fate sentire le vostre VOCI?
    *
    @ FIDES: Scusami… Adesso ho appurato che sei femmina!!!
    So che la mia scrittura è complicata proprio perché interagisco spesso con metafore e simboli. Non lo faccio volontariamente: mi viene…
    Comunque, sai, bisogna davvero riscoprire l’importanza del SIMBOLO. Migliora la comprensione delle prismatiche sfaccettature della vita e di ciò che è “invisibile agli occhi”.
    *
    @ DANIELE: Solo un po’ di tempo per tornare a te e a Plinio.
    Le tue osservazioni sono pertinenti, non credere.
    La questione dell’astrazione non c’entra. Semmai è la forte componente psicologica e simbolica che destabilizza…
    Noi siamo fatti di carne e sangue, vene e arterie, diastole/sistole, razionalità.
    Eppure non siamo solo questo. Molto di più possediamo, molto di più: spesso non ce ne accorgiamo.
    Istinto e animalità, intuito e materia occulta; rappresentiamo il “dire” all’altezza del cuore. Che vetta magica!, esattamente come quella che sta all’opposto: il ventre. Il luogo della Mater.
    *
    Torno presto… Intanto vi saluto di cuore, ringraziandovi per la vostra presenza e gli importanti contributi.
    Buona giornata, amici cari.

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  18. nessuna difficoltà per me a comprendere le tue metafore, nina

    parlavo di altri fraintendimenti

    buona serata

    f&r

    ps

    fides & ratio sono sono di genere femminile anche in latino 🙂

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  19. @ FIDES: Una capatina veloce… Quali sono gli altri fraintendimenti, se vuoi scriverne?
    Sì, Fides&Ratio, in italiano come in latino, sono di origine femminile. Tuttavia, non so per quale motivo, ti percepivo “al maschile”.
    Dovrei interrogare il mio inconscio:-)))

    Baci, mia cara!

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  20. Come sempre mi accade quando leggo qual si sia scritto di nina, sia esso articolo, o commento, o lettera, è un’immersione totale nel totalmente altro e nel totalmente lo stesso: è un profluvio di sensazioni personali, e di pensieri che seguono a queste sensazioni e che si perdono di tra i ricordi di quel che sono stato senza essere, la constatazione di quel che sono ancora senza essere e l’incertezza di quel che sarò cercando di. Intanto devo dire grazie a lei, per avermi donato la possibilità di rileggere ‘il gabbiano’, si sa che ci “sono libri che vogliono la rilettura” e questo di cechov è appunto uno di quelli. Ne avevo, come le dicevo, non più d’un ricordo evanescente, come d’altronde sono sempre i miei ricordi, ma poi man mano che procedevo nella rilettura, ecco riaffiorare, dalla superficialità del mio profondo, non dico i personaggi, né i loro nomi, per una difficoltà atavica mia, che ha forse del patologico, di districarmi tra gradi di parentele, o tra chi è la madre o il padre di chi, e chi è l’amante disamato di chi altri ama, ecco riaffiorare le loro voci, e la voce dell’autore in ognuna delle loro voci, certo diverse, certo le stesse. Leggo che alla richiesta di stanislavskij di spiegare il testo cechov si mostrava riluttante, e come potrebbe un autore spiegare un proprio testo, se non intessendolo di nuove pieghe? Restava dunque di “scavare sotto la superficie”, divangare la terra terragna e tracciare solchi, nei quali seminare quel che era stato disseminato: una “nuova forma” per il teatro – e alla prima rappresentazione ‘il gabbiano’ venne oltraggiato da fischi e contestazioni, sia nelle persone degli attori sia nella persona stesso autore che, rifugiandosi dietro le quinte, meditò da subito d’abbandonare per sempre il teatro, cosa che poi non avvenne. – Ma è da chiedersi se ogni “nuova forma” sia realmente tale e dunque un ex novo, o non sia piuttosto un continuum dall’antiqua qual era? Nel caso in questione, de ‘il gabbiano’, sorta di teatro nel teatro, e dunque di metateatro, è da dire che la metamorfosi non è stata appunto un ex novo, e d’altro canto i richiami amletici, testo nel quale l’espediente del metatesto è ben evidente, sono fortissimi; e dunque ecco che ad ogni nuova forma ne segue un’altra. Il tentativo di nina va ben oltre lo scavo interiore della terra terragna, lei feconda quest’infeconda terra che noi si è, questa terra desolata che abitiamo e che ci abita, lei va nella direzione del ‘teatro povero’ arricchendoci d’una vera ‘nuova forma’ che travalichi la stessa, che vada oltre se stessa, verso l’informe forma de l’amore, questa “nova qualità” che “move sospiri, e vol ch’om miri – ‘n non formato loco”, verso un luogo senza luogo che è tutti i luoghi, verso un teatro senza teatro che è tutti i teatri in cui si è attori e spettatori insieme, insieme, umani al di là della disumanità che ci circonda e c’accerchia e ci cattura, in cui l’essere con, al di là dei generi, non dico abbia ma al meno tenda ad aver cura.

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  21. Nel 1996, il 6 agosto, ore 21,30 , al teatro Italia di Gallipoli, ho messo in scena “Il Gabbiano” , con riduzione ( da me medesimo operata) del dramma di Cechov in due atti, il tutto contenuto in circa centocinque minuti, senza intervalli. Gli attori erano dei dilettanti che però avevano maturato qualche esperienza nell’ambito del teatro parrocchiale Anspi. Il ruolo di Masha lo affidai ad una ragazza che somigliava abbastanza alla Moriconi che avevo visto nella versione televisiva di molti anni prima, quando ero appena un ragazzo ( Trigorin era Santuccio, l’Arkadina la Ferrati, Kostia Pierfederici, Nina la Lazzarini , o forse la Guarneri). Insomma, ripeto, le caratteristiche fisiognomiche erano quelle della Moriconi, e dal punto di vista psicologico era un tipo che soffriva di complessi di invidia e gelosia nei confronti della sorella maggiore ( che faceva la parte di Nina) . Capitò che la ragazza , la sera prima di andare in scena , andasse in discoteca e si prese una infreddatura tale da rimanere completamente afona. Non avevo con chi sostituirla. Trovai un espediente, la feci recitare con il microfono a gelato ( la pulce non sarebbe bastata), previo avvertimento al pubblico dell’inconveniente che le era capitato. Ebbene, quel filo di voce che sembrava venisse dal profondo dell’animo, da un altrove che forse è il nulla cechoviano a cui accenni tu, Nina, fece un effetto incredibile. Di botto, Masha divenne interessante in ogni battuta ( a partire da quella formidabile dell’inizio, “porto il lutto per la mia esistenza”) e quasi mise in ombra i veri protagonisti del dramma, Kostia, Nina, l’Arkadina e Trigorin che – se vogliamo – riflettevano tutti e quattro la molteplicità e insieme le dicotomie del fare arte e letteratura , che appartenevano all’autore. Masha no, è fuori dagli schemi e dai simbolismi sottesi, è proprio l’essere umano visto nella sua nuda infelicità, con le sue piccole cattiveria , i piccoli vizi, e le sue continue inevitabili diuturne sconfitte, quella nobiltà , se vogliamo, eroica della sconfitta dell’esistenza cosciente , a petto aperto , che è come un’onda di risacca che porta con sè asterie alghe ossi di seppia e quell’ombra di tristezza malinconia nostalgia di non si sa bene che cosa…

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