“Upupa, ilare uccello calunniato” – di Mauro Candiloro

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Upupa, ilare uccello calunniato
dai poeti, che roti la tua cresta
sopra l’aereo stollo del pollaio
e come un finto gallo giri al vento;
nunzio primaverile, upupa, come
per te il tempo s’arresta,
non muore più il Febbraio,
come tutto di fuori si protende
al muover del tuo capo,
aligero folletto, e tu lo ignori.

Lirica appartenente alla stagione miracolosa degli Ossi brevi, si situa quasi in chiusura di sezione, in posizione estremamente marcata, quasi il poeta volesse affidarcela come exemplum della presenza animale della raccolta in questione.
L’upupa montaliana è ascrivibile alla categoria che Derrida definisce degli “animots” , intraducibile neologismo della lingua francese composto dalle parole “animaux” e “mot” (parola), coniato dal filosofo algerino per superare la tradizione filosofica (da Aristotele a Heidegger) secondo la quale l’essenza dell’animale è ontologizzabile sotto il paracadute della categoria assoluta “Animale”; premettendo che ogni discorso sull’animalità sia inevitabilmente «dell’uomo, ma per l’uomo e nell’uomo» , Derrida prova a scavalcare l’aporia proprio tramite il neologismo animot, che sorge dalla volontà di «collegare in un unico corpo verbale tre parti eterogenee» :

«1. Vorrei far sentire nel singolare il plurale di animaux [=animali] : non esiste l’Animale al singolare generale.
[…]
2. Il suffisso mot, in animot, dovrebbe riportarci alla parola e a quella parola chiamata nome. Ci apre all’esperienza referenziale della cosa in quanto tale, come ciò che essa è nella sua essenza…
[…]
3. Non si tratta di «rendere la parola» agli animali, ma forse di accedere a un pensiero, per quanto chimerico e fantasioso, che pensa l’assenza del nome…» .

A questo punto si può notare come la lente poetica montaliana tenti di focalizzarsi sull’animale-oggetto “in quanto tale”, evitando, per quanto possibile al sentimento poetico che è soggettivo per natura, di farsi tramite di un qualsivoglia appello dell’animale. L’upupa è qui «una res […] per cui subito vien fatto di parlare, eliotianamente, del momento dell’upupa» : un momento di una coppia di forze, ovvero il prodotto dell’intensità dell’upupa per la sua distanza dal punto di osservazione, l’io poetico. Montale, quasi un derridiano ante litteram, non giunge a dar parola all’uccello, tuttavia ne sceglie un’osservazione neutra, seppur partecipe; «qui l’upupa canta senza cantare» ed oggetto del suo “non cantare” è l’eternità immobile di un istante, una pausa di infinitesima “felicità raggiunta”, capace addirittura di annullare l’egemonia di Cronos:

nunzio primaverile, upupa, come
per te il tempo s’arresta

Quello dell’”istante sospeso” , di fabbricazione della grazia, è un topos del Montale degli Ossi, impegnato nella sua lotta di re-esistenza al “male di vivere”, una lotta che non si fa mai addolorata elegia o leopardiana ribellione, sebbene si conceda qualche pausa letteraria, rinvenibile là dove l’atarassia montaliana affievolisce all’ombra del gioco della memoria, dell’abusata equazione infanzia=felicità (La farandola dei fanciulli sul greto…). Ma qui, come ne I limoni, non è il poeta a concedersi la grazia; è bensì una res che emerge «dall’indistinto, dall’amorfo» , l’agente di questo attimo di salvezza, riscontrabile semanticamente in quel “per” ad inizio di verso, che vale appunto “grazie a, attraverso di”:

La mia pena è durare oltre quest’attimo

E la durata della grazia è a tal punto effimera, volatile, da eclissarsi immediatamente nel momento successivo:

Chi si ricorda più del fuoco ch’arse
impetuoso
nelle vene del mondo

a tutto vantaggio di un re-imporsi dell’inerte materia:

Rivedrò domani le banchine
e la muraglia e l’usata strada
che occupa il paesaggio del futuro, fattosi eterno presente, dal forte sapore dechirichiano:

… – in un riposo
freddo le forme, opache, sono sparse

L’upupa è dunque “nunzio” dello “stupore metafisico” montaliano: non sarà banale allora rammentare la simbologia mistico-religiosa di questo piccolo volatile .
Nella tradizione persiana e islamica l’upupa detiene la funzione di “messaggera del divino”, attribuitale nella leggenda dal particolare ciuffo posto sul capo, che in genere porta «rivolto all’indietro in modo da formare una punta sola. Quando è irritata lo agita, quando invece è posata tranquillamente su qualche albero e manda il suo solito grido , lo allarga» ; questa simpatica corona di piume le è valsa appunto, nelle tradizioni sopracitate, l’assunzione a simbolo di regalità: l’upupa-sceicco o ancora “regina degli uccelli”. Traccia di questa simbologia passa nell’osso montaliano, dove l’uccello è immortalato mentre vola in cerchio

sopra l’aereo stollo del pollaio

o ancora quando, in chiusura di dettato lirico, il semplice “muover” della sua “corona di verità” provoca un’apertura in senso heidegerriano del “tutto”, una pro-tensione:

come tutto di fuori si protende
al muover del tuo capo
E qui tornano alla mente gli immortali versi dell’Ottava elegia rilkiana:

Con tutti gli occhi la creatura vede
l’aperto. Solo i nostri occhi sono
come volti all’indietro e attorno ad essa,
trappole, poste tutto intorno
al suo libero uscire. Ciò che fuori è,
noi lo sappiamo solamente dal volto
dell’animale; perché già l’infante
noi lo giriamo e lo forziamo a vedere
all’indietro costruzioni, non l’aperto,
così grave nel volto animale. Libero da morte.
La morte la vediamo noi soli. Il libero animale
ha sempre la sua fine dietro a sé,
e Dio davanti. E quando va, va in eterno
come le fonti.

Innanzitutto, una comparazione tra i versi rilkiani e quelli montaliani non può che sottolineare le affinità elettive che possono sussistere solo tra i grandi spiriti. L’upupa dunque come veicolo dell’aperto, dotato addirittura di poteri soteriologici:

non muore più il Febbraio

L’”aligero folletto” partecipa dunque di un sentimento del tempo che rievoca, oltre a quello che sarà il titolo della celebre raccolta ungarettiana, l’Infinito leopardiano, senza dimenticare la facoltà di elevazione congiunta all’immagine del vento.
Tuttavia l’”ilare uccello calunniato / dai poeti” – dove Montale fa riferimento alla pessima fama che accompagnava l’upupa, dovuta all’erronea credenza che fosse un rapace notturno , seguita tra gli altri dal Parini e dal Foscolo – ignora la propria dimensione divina:

… e tu lo ignori.

Posta in chiusura di lirica, l’ignoranza dell’uccello sembrerebbe smentire le presunte caratteristiche di animot derridiano, precedentemente attribuitele: sembrerebbe infatti l’ennesima intrusione umana, l’ennesima «personificazione teriomorfica» della condizione animale. Ma le cose non stanno così e in tal senso ci soccorre ancora l’Ottava elegia rilkiana:

Se vi fosse coscienza come la nostra
nell’animale sicuro che ci viene incontro
in direzione diversa,
ci forzerebbe al suo andare. Ma il suo
essere per lui è infinito, senza forma e senza
sguardo al suo stato, puro, come il suo
sguardo all’aperto. E dove noi vediamo
futuro l’animale vede tutto e sé in tutto
e per sempre sanato.

E allora l’ignoranza dell’upupa è a tutti gli effetti ignoranza, ma non in senso difettivo, bensì in senso assoluto, nobile, esente da ogni costruzione mondana, da ogni cognizione di finitezza: testimonia la sua superiorità di fronte allo scacco riservato all’uomo prometeico, a quella condanna tutta riservata all’uomo della percezione ontologica di sé. L’upupa ignora in quanto è «senza / sguardo al suo stato», condizione che si comprende forse meglio osservando l’originale tedesco: «ohne Blick / auf seinen Zustand», dove la particella zu associata al verbo standen dà l’idea della spazialità, richiamando alla mente l’heidegerriano Dasein, l’esser-ci.
L’animale vive, non esiste, non misura la propria Dimensione.

Cfr. J. Derrida, L’animale che dunque sono, tr. it. di M. Zannini, Jaca Book, Milano, 2006 ed in particolare si vedano le pagine 77-92.
«L’affabulazione, ne è nota la storia, è ancora un addomesticamento antropomorfico, un assoggettamento moralizzante, una sottomissione. Resta sempre un discorso dell’uomo; sull’uomo; addirittura sull’animalità dell’uomo, ma per l’uomo e nell’uomo», ibidem, p. 77.
Ibidem, p. 89.
È bene ricordare, come d’altronde fa il curatore dell’edizione italiana del testo in oggetto, che la pronuncia francese delle parole animot e animaux è identica.
Ibidem, pp. 89-90.
G. Orelli, “L’«upupa» e altro”, cit., p. 251. Corsivo nostro. Si rinvia a questo saggio anche per l’esemplare analisi a livello lessicale, sintattico, fonosimbolico ivi condotta.
Ibidem, p. 253.
Cfr. ibidem, p. 254.
Ibidem, p. 254.
M. Luzi, Aprile-amore, v. 33, in Tutte le poesie, Garzanti, Milano, 2001, p. 206.
Sul muro grafito…, vv. 5-7, p. 50.
Ibidem, vv. 9-10 (corsivo mio).
Ibidem, vv. 7-8.
G. Orelli, “L’«upupa» e altro”, cit., p. 254.
Cfr. A. Cattabiani, Volario, op. cit., pp. 268-274.
Da cui deriva, per via onomatopeica, il nome stesso dell’uccello.
A. Cattabiani, Volario, op. cit., p. 270.
R.M. Rilke, “Ottava elegia”, in Elegie duinesi, a c. di M. Ranchetti, trad. di M. Ranchetti e J. Leskien, Feltrinelli, Milano, 2007, vv. 1-14, p. 55.
La simbologia negativa dell’upupa ha a sua volta un’ampia letteratura: Foscolo la definì addirittura immonda nei suoi Sepolcri, una fama che le derivava dalla tradizione biblica dove «è considerata uno degli uccelli impuri che non si possono mangiare. Il suo fetore [che l’uccello emana a scopo difensivo soprattutto durante la stagione della cova] e la classificazione tra i cibi immondi nell’Antico Testamento ispireranno nella cristianità anche il simbolo del peccatore» (Cfr. Cattabiani, cit.); nella mitologia greca inoltre era simbolo di “vendetta”.
Cfr. S. Lanuzza, Bestiario del nichilismo, Book ed., Castel Bolognese (BO), 1993, in particolare p. 17.
R. M. Rilke, “Ottava elegia”, in Elegie duinesi, op. cit., vv. 37-45, p. 57.

2 pensieri su ““Upupa, ilare uccello calunniato” – di Mauro Candiloro

  1. Notavo, in questa poesia montaliana, l’impossibilità di dar conto (di spiegare, di interpretare) la “cosa in sé”, ossia l’upupa stessa, e che l’unico modo per rifervisi sia la contrapposizione, che viene data in positivo: “ilare uccello”, di contro alla sua simbolizzazione negativa (per le ragioni esposte mell’articolo), oppure il paragone (“come un finto gallo”), che però attraverso l’aggettivo “finto” denuncia, nel momento stesso della similitudine, la sua impossibilità di dar conto della natura dell’animale stesso.
    Insomma, di un uccello indomesticabile dalla parola poetica si tratta, Che l’upupa di Montale sfugga anch’essa al logocentrismo contro cui tanto si accanì Derrida?

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  2. bellissimo pezzo. Aggiungerei che Parini e Foscolo probabilmente dipendono dal mito di Tereo, ricordato nelle Metamorfosi di Ovidio (vv. 671-74), secondo il quale egli, per il dolore derivante dall’essergli state servite le carni del figlio ad opera di Progne e Filomela, si trasforma in upupa (che viene descritta come di nemico aspetto).

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