“Un anno dal botto, 12 dicembre 1970” (estratto da SETTANTA, Marsilio editori)

settanta

[Le pagine che seguono sono state estratte dal romanzo Settanta di Simone Sarasso, in libreria da poche settimane, «secondo capitolo della “trilogia sporca”, un trittico noir sui misteri e le trame della Storia d’Italia dal dopoguerra a Tangentopoli». Ringrazio l’autore per aver gentilmente concesso la pubblicazione del testo su La poesia e lo spirito. f.s.]

di Simone Sarasso

“Mortacci…”, Nando schivò e si cacciò le mani in testa. Il cuore a palla: “Ma che ce so venuto a ffa a Milano?”

Nando aveva strizza, i fumogeni non li aveva mai visti.

Nando non sapeva che fare.

Era una vita che non sapeva che fare: a Milano c’era finito per sbaglio, sempre appresso alla fica e alla libertà.

Suo padre glielo diceva sempre: “Libertà è ‘na parolaccia per quelli come a te… Voialtri nun sapete un cazzo e ve credete i padroni der monno.”

Nando aveva annuito, per la centesima volta; è meglio abbassare la testa che pigliarsi gli schiaffi.

La mattina dopo era partito. Quattro stracci nel fagotto e due lire bucate in saccoccia.

Roma-Milano in autostop. E se ne andassero tutti in culo.

Da ragazzino adorava suo padre Saverio: mani grandi come benne, pesanti come la fatica che si portava addosso.

Lo ascoltava per ore, Nando. Saverio parlava sempre della guerra, di Mussolini. Quello che aveva fatto a Pretoria, che ora si chiamava Latina: una città tirata fuori dal fango. Sudore della fronte e turni da dodici ore.

E alla fine: casa e lavoro per tutti.

Saverio, di gamba, ne aveva una sola. Ma faceva il suo dovere. Col bastone e la protesi di ferro, non era mai arrivato tardi in fabbrica: “Trent’anni, Nando. Trent’anni puntuale. Altro che scioperi e tutte le stronzate dei comunisti: a casa mia chi non lavora nun magna…”

Pensionamento anticipato e liquidazione: Saverio era il re di Tor di Quinto.

La sera che lo mandarono a casa, Nando faceva vent’anni. Saverio pareva avesse vinto la lotteria.

Il padrone era d’accordo: “Il posto tuo da lunedì è cosa di Nando. Lui s’impara il mestiere e tu te ne stai a casa a goderti er meritato riposo…”

Saverio aveva i lucciconi.

Nando non resse lo sguardo: fu la fine di tutto.

In cinque minuti.

Nando Gatti non era tagliato per la fabbrica. Lo disse a suo padre, la voce tremava un po’.

Saverio si dovette sedere: “Che me stai a ddì? Che nun sei tajiato pe’ magnà? Che nun te servono li sordi pe’ campà?”

Lo sguardo duro, Nando avrebbe voluto dirgli tutto. Che vita era? Per cosa s’era fatto il mazzo? Trent’anni di pressa in bilico sulla gamba finta perché suo figlio prendesse il suo posto?

La casa a equo canone, magari la seicento nel box e una brava ragazza.

A Nando non bastava.

Gli pareva una vita in svendita, nessuno spazio per i sogni.

E senza sogni – Nando se lo ripeteva fino alla nausea – non sei nessuno.

Saverio continuava a fissarlo.

Nando non disse niente. Niente di significativo.

Disse di no. No, grazie.

Arrivò il primo ceffone. Ne seguirono altri.

L’umore di Saverio peggiorava, l’abisso tra padre e figlio si allargava giorno dopo giorno.

Anna, la madre, non faceva altro che piangere.

Gli amici, al bar, si davano arie. La fissa del teatro, i discorsi su Strehler e il Piccolo di Milano.

Nando ascoltava, capiva e non capiva. Ma quando Paola parlava di Brecht, il cuore se lo sentiva in bocca.

Si beveva rosso e si fumava l’afgano. Nando rifiutava sempre. Una volta aveva pure provato: a momenti ci si strozzava. Ma gli occhi di Paola erano pure peggio.

Lei partì un mercoledì, senza salutare nessuno. Lasciò detto che Roma le andava stretta, che a Milano c’era la  grande occasione.

Nando decise di pancia, abbracciò i compari e corse via.

Il viaggio impossibile durò ventiquattr’ore. Almeno una decina sul ciglio della strada, pollice in su e ripensamenti che spaccano lo stomaco.

Ma ormai era andata. Indietro non si torna.

Milano era fredda. Pure a settembre.

Nando al cappotto non ci aveva pensato.

E nemmeno a farsi dare l’indirizzo di Paola.

Davanti al Piccolo ci passò una settimana. Rischiò la polmonite e le mazzate: le pattuglie dei sanbabilini erano sempre a caccia.

Paola non c’era. Nessuno l’aveva vista. Nessuno la conosceva.

Nando aveva voglia di morire.

Pensò che non se se ne sarebbe accorta anima viva. La mattina l’avrebbero trovato rigido e l’avrebbero rispedito a casa sua.

Chiuse gli occhi.

Se ne accorsero Pasquale e Mariolina. Grazie a Dio se ne accorsero in tempo.

Pasquale e Mariolina non ne sapevano niente di Strehler, di Brecht e del teatro, ma preparavano un pollo coi peperoni che levati.

Cuori d’oro, Pasquale e Mariolina. Operai e comunisti di ferro.

Levarono Nando dalla strada, se lo portarono a casa.

La casa non era diversa da quella che Saverio sognava per il suo primogenito: via Tibaldi, accanto alla ferrovia. Tre stanze, cesso e cucinino.

“Equo canone?”, furono le prime parole che Nando si fece uscire, dopo quasi cinque giorni a bocca chiusa.

Mariolina ninnava Camilla, sei mesi appena; Pasquale sorrise amaro: “Quasi…”

Pasquale e Mariolina occupavano. Dall’agosto del ’69.

Il comune prometteva e non manteneva. Le case popolari non bastavano mai.

Milano brulicava di sfitti, i padroni volevano “una certa rendita”.

Pasquale e i suoi compagni si erano rotti le palle: un piede di porco e quattro sampietrini ai vigili che erano venuti a reclamare.

Questa era casa loro, adesso.

Finì per diventare pure casa di Nando.

Nando insisteva a non combinare un cazzo dalla mattina alla sera, ma la piccolina la curava meglio di una baby sitter. La cambiava e la teneva asciutta. Pasquale e Mariolina lavoravano alla Breda. Facevano i turni. Alla fine andava bene così.

La mattina del 12 dicembre, Pasquale tirò giù Nando dal letto all’alba.

Nando ci provò a protestare: “Pascà, eccheccazzo! Nemmeno il sabbato si può riposare in questa casa?”

Pasquale neppure lo stette a sentire. Lo mise in piedi, lo fece vestire; alle sette meno venti già stavano in strada.

Pasquale ne parlava da giorni, non se la sarebbe persa per nulla al mondo.

Giravano voci che il Questore non l’avesse autorizzata, ma la manifestazione si sarebbe fatta uguale.

Fanculo i pulotti e gli assassini fascisti amici loro. Milano non avrebbe dimenticato i suoi morti.

Milano non avrebbe dimenticato Piazza Fontana.

settanta fumogeniQualche ora più tardi, Nando respirava fumogeni a cento metri dal Duomo. Pasquale sperso chissà dove.

La manifestazione dei compagni non era l’unica. I fascisti si erano radunati in Piazza San Carlo e avevano marciato verso di loro.

Al principio cose da poco: un sasso, una bottiglia, quattro sberle.

Il cordone di sicurezza cedette a manganellate; la polizia, spalle ai fasci, iniziò a caricare gli anarchici.

Pasquale era partito alla carica con un tondino del dodici pieno di sabbia.

Nando era rimasto impalato come un coglione.

Due spallate e un calcio in culo ancora non l’avevano fatto schiodare.

Ma il gas bruciava gli occhi e i tizi con lo scudo e il bastone venivano proprio verso di lui.

Era ora di muovere le chiappe.

****

 

Sterling c’era di nuovo in mezzo, ma la testa era altrove. Il peso alla bocca dello stomaco, le urla e i ferri corti. La mischia non gli bastava più, i pensieri pesavano.

Non sapeva nemmeno perché ci si era catapultato. Ciondolava in borghese dalle parti del Duomo: un anno esatto dal botto. Non pensava al corteo, alla manifestazione. In bocca brandelli di presente e nella testa il futuro: a Sterling rodeva.

L’umore peggiorava a vista d’occhio.

Da qualche tempo faceva brutti sogni.

Sogni così reali da levare il fiato.

Sognava gabbie, dottori e corrente a cinquemila Volt.

Si sentiva soffocare.

Sterling era in trappola. Il passato che tornava a galla, il futuro era un macigno sul petto.

Un anno.

Era passato un anno esatto.

E il paese era ancora in mano ai burocrati.

Il golpe annullato, l’Editore – il capo dei rossi – imboscato chissà dove.

E poi Cuba, Pete e Dead End: pensieri cattivi pugnalavano al fegato.

Trecentosessantacinque giorni pesanti.

All’indomani di Piazza Fontana tutto era pronto per un Nuovo Ordine. E invece dei carrarmati in piazza, era partita la caccia all’uomo. L’Editore, miliardario comunista con la fissa della rivoluzione dal basso, aveva previsto ogni cosa. Aveva previsto le bombe.

Sterling e un uomo della CIA l’avevano braccato in Austria; l’Editore aveva scantonato per il rotto della cuffia.

Poi era venuta Cuba, l’incursione insieme a Dead End e a quel bestione del suo amico, Pete Bondurant.

Dead End aveva smesso di lavorare per la CIA sulla riva di Playa Sucia: l’Editore l’aveva farcito di calibro 9.

Se non fosse stato per Pete, anche Sterling ci avrebbe lasciato le penne.

Quattro mesi di riabilitazione, troppe cicatrici addosso: Sterling si ritrovava al punto di partenza.

Niente Golpe nel ’69. Niente Golpe nel ’70.

In sella ancora i cazzi mosci.

Uomini da niente in vestiti costosi.

L’Editore ancora in piedi. Ancora in giro. Forse si preparava all’azione.

Sterling girava a vuoto.

Era sceso a piedi da Via Larga, abitava ancora nell’attico.

Trench stinto, barba di cinque giorni. Il ferro in tasca: un riflesso condizionato.

Anarchici e operai avevano trascinato in piazza persino i divorzisti. I rossi guadagnavano consensi di giorno in giorno. Facevano progetti, chiedevano vendetta. Nell’aria fredda c’era voglia di menare le mani.

I ragazzi dell’MSI confluivano da Piazza San Carlo. Lo scontro ci sarebbe stato.

Lo volevano tutti.

Sterling lo vide sbocciare da lontano. Spintoni, gli scudi degli sbirri, catene sotto i paltò da battaglia.

Aveva voglia di sentirsi vivo: alla periferia della mischia, un rosso l’aveva guardato male. Sterling gli aveva rotto il naso con una testata.

Stringeva il ferro, mise la sicura: nessuno spazio per le emozioni.

I rossi avevano qualche guerriero decente: ragazzoni in cappotto verde. Ray-Ban a lenti azzurrate: trofei. Scalpi fascisti da fine ventesimo secolo.

Lo notarono mentre mostrava il distintivo a un celerino.

Gli furono addosso in tre. Capelli lunghi, sguardo incazzato.

Sterling non era dell’umore: il primo finì col culo in terra. Il secondo lo bastonò nella pancia e poi al fianco.

Sterling sputò sangue. Sentì qualcosa, laggiù in basso.

Era ancora vivo, dopotutto.

Caricò di testa, il rosso non se l’aspettava. L’altro lo allacciò da dietro. Il primo si tirò in piedi e cominciò a legnarlo pesante.

Sterling smise di pensare. L’istinto disse la sua.

Scatto: la nuca all’indietro, sulle gengive dello stronzetto. Libero: di nuovo.

Schivò un destro veloce. Gomiti e ginocchia spedirono il comunistello pancia a terra.

L’altro si stava alzando, Sterling cacciò il ferro.

Impugnò dalla canna, colpì al naso. Tre volte almeno. Sentì la cartilagine in pezzi.

Il cuore pulsava.

Il biondino lo vide correre da lontano. Si sbracciava: “Che stai a ffa?! Che, lo voi ammazzà?”

Sterling vide rosso.

****

Nando non era uno sportivo. Asciutto era asciutto, ma le Stop senza filtro se le sentiva tutte addosso.

L’adrenalina compensava, ma il fiato l’aveva quasi finito.

Pasquale l’aveva cercato ovunque. Pure in mezzo al casino.

Niente di niente.

E dire che non era difficile da rintracciare, con quel cappotto verde da Armata Rossa e gli occhiali da frocio. “Bottino di guerra”, così diceva Pasquale

I Ray Ban erano roba da fascisti: almeno su questo, Nando non aveva dubbi.

Calci in culo ne aveva già presi parecchi.

Uno sbirro poco poco gli rompeva la zucca. Pasquale o non Pasquale era ora di levarsi dalle palle.

Nando stava uscendo dal casino: l’avrebbe aspettato a casa. In fondo alle scale, magari, che Mariolina sennò chi la sentiva?

E invece…

E invece eccolo, Pascà! Lui e un ragazzo che conosceva di vista si stavano dando da fare con bellimbusto di questurino.

Pasquale menava e il ragazzo teneva fermo lo sbirro in borghese.

Poi qualcosa andò storto.

Lo vide dagli occhi, Nando: lo sbirro s’era incazzato sul serio.

Il naso del ragazzo iniziò a sanguinare, Pasquale perse l’equilibrio a forza di ceffoni e ginocchiate nelle costole.

Lo sbirro tirò fuori la pistola, Nando perse un battito.

Le orecchie fischiavano.

settanta piazzaLo sbirro iniziò a picchiare forte. Il calcio del ferro sulla faccia del ragazzino. Pasquale non ce la faceva a rialzarsi. Non poteva lasciarli lì.

La voce se ne uscì da sola: “Che stai a ffa?! Che, lo voi ammazzà?”

Lo sbirro smise di dare addosso al ragazzo.

Tolse la sicura al ferro, lo spianò in faccia a Nando.

Adesso erano tutti cazzi suoi.

****

Sterling asciugò il sangue con la manica del trench. Due rossi a terra, un piglianculo in arrivo.

Il biondino pareva sconvolto. Nemmeno troppo secco, ma non costituiva un problema.

I riflessi di Sterling parlarono per lui. L’addestramento in circolo con l’adrenalina.

Quello col naso rotto se ne stava a cuccia. L’altro tizio continuava a sputare sangue: c’era tutto il tempo per dare il benvenuto al nuovo arrivato.

Sterling armò il cane, puntò la nove millimetri sul biondino.

Silenzio. Dieci secondi.

E poi, tutto a doppia velocità. Uno sbaglio, una cazzata da principiante.

Il genere di cosa che può mandare tutto a puttane.

Il tizio col naso rotto si tirò in piedi. Farfugliò qualcosa senza senso.

Il biondino girò lo sguardo. Sterling continuava a tenerlo sotto tiro.

D’improvviso il colpo.

Tonfo sordo.

Fumo.

****

Nando si stava cacando sotto. Non l’aveva mai visto un ferro così da vicino.

Non aveva nemmeno fatto il militare.

Lo sbirro fece scattare il cane. Nando si sentiva svenire.

L’amico di Pasquale di cui non sapeva nemmeno il nome si rialzò a fatica. La faccia messa male. Parecchio male.

In piedi, verso lo sbirro, tentò di dire qualcosa.

Poi la botta lo investì in pieno petto. Lo sdraiò sull’asfalto.

Fumo denso e spesso. Il candelotto era ancora accanto a lui.

Nando lumò oltre le spalle dello sbirro: celerini sparavano fumogeni e indietreggiavano. Una fila dopo l’altra.

Chi aveva sparato nemmeno s’era accorto d’aver beccato qualcosa.

Lo sbirro con la pistola teneva ancora Nando sotto tiro. Guardava il ragazzo in terra.

Si coprì la bocca con la manica del trench, diede un calcio al fumogeno. Lo spedì lontano.

Un’occhiata al ragazzo e scappò via.

La testa di Nando stava per scoppiare.

****

Il frocetto era in terra. Si muoveva a scatti.

Trenta secondi. Poi non si mosse più.

Sterling voleva girarsi, guardare negli occhi chi aveva lanciato il fumogeno.

Non c’era tempo. Il biondino ce l’aveva ancora sotto tiro.

Abbassò l’arma, diede un’occhiata al povero stronzo a terra.

Il lacrimogeno gli aveva fracassato lo sterno. Aveva la bocca piena di sangue.

Non respirava più.

Sarebbe stata dura da giustificare.

Il gas iniziava a fare effetto. Diede un calcio al candelotto.

Un’ultima occhiata ai tre sfigati.

Si levò di mezzo.

Di corsa.

****

Due ore dopo. Tutto finito.

Saverio. Il ragazzo si chiamava Saverio.

A Nando lo disse Pasquale, sull’ambulanza.

Nando pensò a suo padre: si chiamava Saverio pure lui.

Saverio all’ospedale ci arrivò cadavere.

Aveva solo ventitré anni.

Ma se po’ murì accussì?”, furono le ultime parole che uscirono dalla bocca di Pasquale.

Per una settimana non disse nient’altro. (*)

(*)  Testo estratto da Settanta di Simone Sarasso, pag.46-54.

***

Simone Sarasso, classe ’78, scrive storie nere per la narrativa, i fumetti, il cinema e la TV. Vive a Novara, e nel (poco) tempo libero fa l’educatore in una scuola elementare. Ha pubblicato racconti in diverse antologie e collabora con alcune riviste («Carmilla», «Milano Nera Web Press», «Satisfiction», «Hot»). Settanta è il secondo capitolo di una trilogia noir sui misteri e le trame della Storia d’Italia dal dopoguerra a Tangentopoli. Il primo volume, Confine di Stato (2007, finalista al Premio Scerbanenco-La Stampa 2007), è edito da Marsilio. Nell’autunno 2009, sempre per Marsilio, uscirà la graphic novel United We Stand (www.unitedwestand.it), realizzata con Daniele Rudoni.
Il suo blog è http://confinedistato.blogspot.com

***

[Simone Sarasso, Settanta, Marsilio editori, 2009, pag.693]

[fonte delle immagini:

(1°)

http://download.kataweb.it/mediaweb/image/brand_repmilano/2009/03/18/1237399665521_001.jpg

(2°)

http://associazioni.monet.modena.it/iststor/files/images/doc-529.jpg ]

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