Volgarità o schiettezza? Le parole per dire “quel coso lì”

Termini e avventure piccanti nei fabliaux medievali

Un nuovo libro di Alessandro Barbero mi riporta a un’antica passione, il Medioevo. Un Medioevo, come ha scritto egli stesso nella graditissima dedica (abbiamo studiato insieme all’università, mi è stato amichevole e si può immaginare quanto prezioso consulente mentre scrivevo “La via dei lupi”) “che il signore di Bardonecchia avrebbe riconosciuto benissimo”: è quello dei fabliaux, poemetti francesi duecenteschi quanto mai ricchi di termini, metafore e situazioni esplicite, recitati per il sollazzo della gente e chissà, forse anche delle corti.
Nel libro (del quale trascrivo con acconcio, debito e finto imbarazzo il titolo: “La voglia dei cazzi e altri fabliaux medievali”, Edizioni Mercurio) lo studioso e scrittore ha tradotto – impresa non da poco – una ventina di racconti, sottolineando il tema importante e controverso dei tabù linguistici: dobbiamo chiamare col loro nome – come avviene nei fabliaux – gli organi genitali maschili e femminili e alcune altre cose “imbarazzanti” che ci circondano, o usare sinonimi eleganti, parafrasi e tutto l’armamentario delle convenzioni sociali?
Il tema è attualissimo, stante la grande volgarità (non tanto e non solo lessicale) che ci circonda, stante che certi termini, in particolare la parola “coglioni”, sono stati pronunciati tempo fa – con risonanze elettorali – dallo stesso premier e trasmesse da tutte le tv.
Insomma, come nel Roman de la rose di Jean de Meung potremmo chiederci se sia conveniente chiamare per nome, il nome più diffuso e schietto, quel “coso lì” (il “pendaglio del diavolo”), o quella “cosa là” (mes prez, il mio prato, dice un autore).
Nel Roman, ricorda Barbero, ha luogo un memorabile dibattito fra Ragione (una giovane sicura di sé e tutt’altro che timida) e l’Amante, a proposito delle parole oscene: Ragione nel suo prolisso discorso ha usato la parola “coilles” (coglioni) e l’Amante s’è indignato: “Non vi ritengo cortese, che mi avete menzionato i coglioni: che non stanno per niente bene in bocca a una ragazza bene educata”.
Qualunque cosa buona in sé, ribatte Ragione, può essere chiamata col suo vero nome, non devo vergognarmi se chiamo col loro nome quelle nobili cose che il Padre mio in Paradiso fabbricò un tempo con le sue mani; perché volentieri, e non controvoglia, Dio ha messo nei coglioni e nel cazzo forza di generazione”.
L’Amante non demorde, spiega che Dio ha creato le cose e non le parole, ma Ragione non indietreggia: “Se io, quando ho messo nome alle cose che tu tanto disprezzi – dice – avessi chiamato reliquie i coglioni, e coglioni le reliquie, tu, che adesso mi rimproveri, avresti considerato brutta e volgare la parola reliquie”. Quanto ai coglioni, aggiunge, ti parrebbe una parola meravigliosa, e saresti pronto a baciarli nei loro scrigni d’oro e d’argento”. La vexata quaestio – assurdi nomignoli o gioiosa e rabelaisiana libertà di linguaggio? “ipocrisia” o “volgarità”? – prosegue. Noi possiamo passare alle venti esilaranti storie (alcune delle quali hanno avuto grande fortuna letteraria e culturale, non dimentichiamolo, da Boccaccio a Bandello, da La Fontaine alle Nozze di Figaro), piene di mogli impertinenti e mariti creduloni, di mugnai, di serve e stallieri, insomma, del colorito campionario medievale di buoni e cattivi, furbi e canaglie che rinverdiscono ad ogni generazione la mala pianta dell’umanità, mica solo medievale.
Il libro non è solo “divertente” (termine un po’ frusto) ma prima di tutto intelligente e anticonformista, e coraggioso, a cominciare dal suo editore vercellese Gian Mauro Scansetti per proseguire con i curatori della collana “Demenzialia tantum” Giovanni Tesio e Giuseppe Zaccaria.
Per arrivare – last but not least, ovviamente – ad Alessandro Barbero, che li ha tradotti e riportati alla “fruizione del pubblico” ( ecco un modo di esprimersi un po’ “volgare”) o meglio, li ha rivitalizzati, ha restituito il “piacere del testo”, come si dice oggi nelle scuole: i fabliaux erano scritti generalmente in ottonari, in rima baciata, forma di moda allora ma poco godibile oggi, specialmente per chi legge, a causa ad esempio delle frequenti ripetizioni.
Solo uno scrittore-studioso (o studioso-scrittore?, poco importa) poteva tradurli con assoluta fedeltà e arguzia, precisione, leggerezza calviniana, lasciando intatta la bellezza del parlato nella prosa. Un esempio per tutti: quello del celebre “Le sohait des vez” il primo fabliaux che dà il titolo al libro, storia di una moglie insoddisfatta che sogna di andare al mercato per comprare “quegli lì”: “Per trenta soldi ne prendevi uno buono/ e per venti uno bello e ben fatto./ E c’erano anche cazzi per la povera gente:/ era possibile procurarsene uno piccolo/ per dieci soldi, e per nove e per otto/ Si vendeva al dettaglio e all’ingrosso:/ i migliori erano i più grossi/ i più cari e i meglio conservati”, dicono i versi. Finché ne sceglie uno ma il venditore tira sul prezzo:  “Non è mica un cazzo da niente, è fabbricato in Lorena”, riporta Barbero…
Il libro, ripetiamo, non nasce dallo snobismo o dalla pruderie, né dalla voglia di épater les bourgeois o di fornire scuse alla volgarità, ma, al contrario, dall’intento di ossigenare gli spiriti –  con  l’aiuto del paradosso e della satira, dell’anticonformismo – in tempi piuttosto tartufeschi e ipocriti.
Nessuno meglio di un artista sa quanto ciò sia necessario: nulla di ciò che è umano mi è estraneo, ripeteva Montaigne, De André commiserava i “collezionisti di parole complicate”,  il giornalista della Stampa e scrittore Giorgio Calcagno, un maestro, diceva che quando leggeva una frase di questo genere: “Aspetta un attimino, cazzo”, si precipitava subito a eliminare l’oscenità, ovvero “un attimino”.
E un poeta uruguagio, Mario Benedetti,  scrive che la vera pornografia sta piuttosto in parole come “fame”, “povertà”, “guerra” e “tradimento”.

6 pensieri su “Volgarità o schiettezza? Le parole per dire “quel coso lì”

  1. Roberto Plevano

    E va bè, aggiungo io, Barbero è uno storico riconosciuto dal pubblico, presente alla radio, simpatico quel che basta, e per quello che funziona nell’industria culturale.
    Ma il titolo, dico, il titolo, non è forse un titolo accalappiasprovveduti? A parlare di cazzi e di potte, non si fa molta strada a leggere letteratura romanza e novelle del Boccaccio.
    Il punto è questo. Ciò che che la parola “cazzo” oggi dice, praticamente l’interiezione nella bocca della maggior parte degli italiani nella maggior parte del tempo, non ha molto a che vedere con le licenze degli scrittori medievali. Là il cazzo era organo di un corpo vivente, e viveva nella società. Oggi, è parola disincarnata, recisa dal resto del corpo, che annuncia l’afasia di chi parla.
    Ecco, torniamo al titolo. Assai infelice. Il provenzale, Boccaccio, la letteratura medievale, attendono divulgazioni, non volgarizzazioni. Quindi, per favore, evitiamo di commentare “ossigenare gli spiriti”, il titolo parla di voglia di cazzi (che poi lo spirito non si esprima che con il corpo, è altra faccenda).
    E la frase humani nihil a me alienum puto è ascrivibile a Terenzio.

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  2. lucy

    roberto plevano! un uomo, una garanzia. sottoscrivo in toto.

    questi sono tempi tartufeschi e ipocriti che si nascondono dietro il c…. perché non hanno niente di meglio da dire. riempiendosene la bocca certuni (e certune, ahimè, en vivo, col plauso della nazione tutta riunita attorno all’altarino dei lari e PENATI, nuestra senora televisiòn, a riceverne notizia: questo qui mica è un c…. qualunque, lo fanno in brianza!) mascherano il nulla che dilaga. coprono il nulla col nulla (un casso! so’ de venessia, e a venessia un casso xe niente).
    non so se un libro così è necessario: quanti libri non lo sono. mi turba la liason dangereuse tra “piccante” e medievale: lo ritengo un ammiccamento. più che altro nel ME le cose avevano il nome che avevano, il piano letterale era garantito in pieno, per salvarsi dallo straripamento dell’allegoria. più che altro nel ME il sesso, il cibo e la cacca erano una rivendicazione di modi e spazi altrimenti invasi dalla chiesa e dal potere, cioè, tout court: dal potere.

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  3. macondo

    @ lucy (ultimi righi), sarebbe interessante analizzare (ops, mi rendo conto della sconvenienza qui di questa radice verbale…) la posizione del potere verso la “cacca” (in ogni caso quella raffigurata è stata spesso censurata, ricordi la provocazione del pittore Manzoni e la sua “merda d’autore”?),ma, al di là di ciò, il potere, in questo caso religioso, sul cibo è intervenuto non poco, con prescrizioni dietetiche (mangiare di magro in occasione certe ricorrenze, niente carne il venerdì ecc.), sul sesso, poi, ancor di più, occupando col suo discorso anche quei “modi e spazi”.

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  4. Giuseppe Panella

    il titolo è legittimo perché il termine è presente nel testo… dubito poi
    che un libro simile finirà mai in mano a degli sprovveduti

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