Buon compleanno René Char

char

In poesia, non si abita che il luogo che si lascia, non si crea che l’opera da cui ci si distacca, non si ottiene la durata che distruggendo il tempo. Ma tutto ciò che si ottiene con rottura, distacco e negazione, non lo si ottiene che per gli altri. La prigione si richiude subito sull’evaso. Il liberatore è libero solo negli altri. Il poeta gioisce solo della libertà degli altri.
René Char

La macina emisferica:

Troppo sicuri dei nostri mezzi non dovremmo denigrare ma intuire il mondo, non brutalizzarlo né certificarlo, ma dimostrargli che siamo attenti, e non sollecitarlo insidiosamente. Custodiremmo all’interno una stella nana a margine del suo nido, come un bambino della foresta nella circonferenza del suo rifugio mentre i suoi genitori abbattono con l’ascia soltanto il legno necessario ai loro bisogni.
Uomini dai vecchi sguardi, vi preghiamo: al va e vieni del duro pendolo, lasciate fermentare. Senza troppa acredine né scosse, senza troppo odio né troppo ideale.
Mondo dagli azzurri sguardi, eccoti lavato, mentre sogni l’avvenire. E che scintillanti orecchie!
René Char

Mondo dagli azzurri sguardi, eccoti lavato, mentre sogni l’avvenire. E che scintillanti orecchie!
René Char

LA PAROLA FRAMMENTARIA
Di Maurice Blanchot

Parola frammentaria: ecco un termine a cui è difficile avvicinarsi. “Frammento”è un sostantivo, eppure ha la forza di un verbo, ma di un verbo assente: frantumazione, tracce senza resti, l’interruzione come parola quando la pausa dell’intermittenza non arresta il divenire, ma anzi lo provoca nella rottura che gli è propria. Chi dice frammento non deve dire soltanto frammentazione di una realtà preesistente o momento di un insieme ancora a venire. Ciò che rende difficile concepirlo è l’esigenza della comprensione in virtù della quale non è possibile conoscenza se non del tutto, come la vista è sempre vista d’insieme. Secondo questa comprensione, occorrerebbe che, quando c’è un frammento, ci sia una designazione sottintesa di qualcosa d’intero che è stato tale anteriormente o lo sarà in seguito – il dito tagliato rimanda alla mano, l’atomo primitivo contiene e prefigura l’universo. In questo modo il nostro pensiero è preso tra due limiti, l’immaginazione dell’integrità sostanziale e quella del divenire dialettico. Ma nella violenza del frammento, particolarmente in quella alla quale ci è dato accedere grazie a René Char, ci si offre tutt’altro rapporto, almeno come promessa e come compito. “Che cos’è la realtà senza l’energia della poesia che la scompagina?”.
Bisogna sforzarsi di identificare nell’ ”esplosione” o nello “scompaginamento” una valore non puramente negativo. E nemmeno privato o semplicemente positivo: è come se finalmente si fossero spezzati, ma in modo misterioso, l’alternativa e l’obbligo di affermare innanzitutto l’essere quando si vuole negarlo. Poème pulvérisé non è un titolo che sminuisca. Poème pulvérisé: per scrivere, per leggere questo poema, bisogna accettare di sottomettere l’intelligenza del linguaggio a ad una certa esperienza frazionante, ossia di separazione e di discontinuità: pensiamo alla condizione di chi è spaesato: essa non comporta solo la perdita del proprio paese, ma un modo più autentico di risiedere, di abitare senza abitudine; l’esilio è l’affermazione di una nuova relazione con il fuori. Così il poema frammentato è un poema non incompiuto, ma che apre un altro modo di compimento: quel modo che è in gioco nell’attesa, nell’interrogare o in una affermazione irriducibile all’unità.
La parola frammentaria non è mai unica, nemmeno quando lo è. Non è scritta sulla base dell’unità, né in previsione di essa. Presa per se stessa, appare, nella sua frantumazione, con gli spigoli vivi, come un blocco al quale nulla sembra potersi aggregare. Frammento di meteora staccatosi da un cielo ignoto e che è impossibile riattaccare a nulla che si possa conoscere.

La poesia è la solitudine senza distanza tra l’affaccendarsi
tra l’affaccendarsi di tutti.
René Char, 14 giugno 1907 – 19 febbraio 1988

(a cura di Loris Pattuelli)

8 pensieri su “Buon compleanno René Char

  1. “In poesia, non si abita che il luogo che si lascia, non si crea che l’opera da cui ci si distacca…”

    L’ho sempre pensato.
    Da meditare.

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  2. “Fare una poesia significa prendere possesso di un al di là nuziale, che si trova certamente in questa vita, molto connesso a essa, e tuttavia in prossimità delle urne della morte”.

    Auguri al grande Vivente, che ha penetrato nella morte più dei mortali
    “Non ti lamentare di vivere più vicino alla morte dei mortali”.
    E che si è fatto perciò strumento vocale di rigenerazione
    “Attraverso di me la terra cessò di morire”.

    Auguri al poeta che contribuì ad aprire la porta dell’ascolto
    “porta di tutte le allegrie, quella del Verbo dissigillato dai suoi resti mortali”.

    Grazie di questo ricordo che consola e conforta. Marco Guzzi

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  3. Quattro frammenti di René Char

    I mondi eloquenti sono andati perduti.

    Mi piacciono gli uomini incerti dei loro scopi come lo è l’albero in aprile.

    Sposa e non sposare la tua casa.

    Un poeta deve lasciare tracce del suo passaggio, non prove. Solo le tracce fanno sognare.

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  4. @ Bartabas
    La frase che apre questo post si trova in ALLEATI SOSTANZIALI E GRANDI “ASTREIGNANTS” O LA CONVERSAZIONE SOVRANA.
    Il testo è dei 1956 e si intitola ARTHUR RIMBAUD.
    L’editore è SAN MARCO DEI GIUSTINIANI di Genova.

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  5. tra i preferiti, lo leggo in continuazione e ogni volte, sulle tracce trovo nuove impronte che, subito, si fanno luoghi dentro i passi.
    Dedicare attenzione alla sua opera non è solo un gesto letterario ma una specie di preghiera intima,profonda. Grazie, ferni.

    (…) Tu sei per essenza costantemente poeta, costantemente allo zenit del tuo amore (…)
    Non sono solo perché sono abbandonato. Sono solo perché sono solo, mandorla tra le pareti del suo guscio. (…)
    La vitalità del poeta non è una vitalità dell’al di là ma una punta di diamante attuale di presenze trascendenti e di bufere peregrine.(…)
    Lo sciame, il lampo e l’anatema tre oblique di uno stesso vertice.(…)
    Com’è bello il tuo grido che mi dà il tuo silenzio. (…)
    Oggi ho vissuto l’istante del potere e dell’invulnerabilità assoluti. Ero un alveare che spiccava il volo verso le fonti dell’altitudine con tutto il suo miele e tutte le sue api. (…)
    La mia strada, io credo, è un bastone scoppiato. (…)
    Il nostro globo non sarebbe più, stasera, che la bolla di un grido immenso nella gola dell’infinito squartato(…)

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  6. Char è un autore essenzialmente “oscuro”, ed è appunto questa oscurità che può provocare nel lettore un senso di spaesamento. Ma l’oscurità chiariana, che ama esprimersi per contraddizioni di elementi primordiali, che ci parla del mystère antico di cose semplici, proviene dall'”altissimo gioco” della scrittiura eraclitea, in cui, ha osservato Blanchot (“L’infinito intrattenimento”), “ogni frase è un cosmo, un ordinamento minuziosamente calcolato all’interno del quale i termini sono in rapporto di estrema tensione”. Forse per sottrarre Char alla propria oscurità la critica ha cercato di definire la sua poesia come “stupenda raccolta di aforismi” (Bigongiari), “balenante aforistica” (Mengaldo), ecc., e in parte è vero in quanto l’aforisma è una delle espressioni stilistiche di derivazione del discorso metaforico, e sulla metafora si fonda la poesia di Char. Ma personalmente credo che la poesia di Char sfugga alla sintesi, e che resti testimonianza della dialettica dei contrari (“Sono nato e sono cresciuto tra contrari tangibili in ogni istante”).
    Poi, volendo, la poesia di Char è anche poesia del maquis, della lotta partigiana (Feuillets d’Hypnos).

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  7. ABOUT CHAR
    Questa poesia anti-elegiaca, anti-discorsiva, anti-narrativa, questa poesia d’illuminazione, ellittica, oracolare, trova le sue radici nell’istante. La brevità è una maniera di rompere, di spezzare il pane della storia come quello del tempo. Fuggendo la comodità dell’istallazione, il sequestro dell’istante sta a significare il paradosso del tempo: esserci, non nello ieri o nel domani, è fiancheggiare una presenza che si dà come tale, immagine di un’unità, non di una fusione ma di una coesistenza abbagliante: “Quell’istante in cui la bellezza, dopo essersi fatta attendere a lungo, sorge dalle cose comuni, attraversa il nostro campo radioso, lega tutto ciò che può essere legato, accende tutto ciò che può essere acceso del nostro germe di tenebre”.

    ALAIN MONTANDON – LE FORME BREVI – ARMANDO EDITORE

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