Vivalascuola. Bilancio di un anno

La scuola è finita e questa è l’ultima puntata di vivalascuola dell’anno scolastico 2008-2009. Un grazie di cuore ai lettori e ai collaboratori e tanti auguri di buone vacanze a tutti.

2008-2009: Cronistoria e bilancio di un anno scolastico “in movimento”
di Tullio Carapella

Quella che segue non è un’analisi esaustiva del movimento in difesa della scuola pubblica sviluppatosi in questi ultimi mesi, ma è semplicemente un punto di vista personale e parziale di alcuni suoi momenti “salienti”, per individuarne limiti e potenzialità, in vista di una sua probabile ripartenza nel prossimo autunno. Credo oggi possa risultare utile anche “raccontarci gli errori” per migliorarci perché io stesso, se ripenso alla mia piccola parte, so che non rifarei tutto allo stesso modo.

1. I contenuti (minimi) della riforma

L’anno scolastico che si sta concludendo è stato caratterizzato dal varo della cosiddetta “riforma Gelmini” e dal malcontento e la protesta che ne hanno accompagnato e ne accompagnano l’approvazione. Il movimento, che è cresciuto costantemente dal primo giorno di scuola almeno sino alla fine di ottobre, in particolare nelle “elementari”, nasceva dalla viva preoccupazione per i quasi 8 miliardi di euro di tagli contenuti nell’articolo 64 della legge 133, approvata il 6 agosto 2008. I timori, non solo dei docenti, ma anche degli alunni e delle loro famiglie, non venivano certo dissipati dalla bozza di Piano Programmatico presentata dal Ministero dell’Istruzione a fine settembre e dal decreto legge 137 del 1 settembre (dal 29 ottobre Legge 169). Appariva subito chiaro che “la riforma” nulla aveva a che vedere con i grembiulini, sui quali pure la stampa intelligente si andava interrogando. In estrema sintesi i testi di legge prevedevano:

–        Tagli economici (art. 64, L 133): “economie di spesa, non inferiori a 456 milioni di € per il 2009, a 1.650 milioni di € per il 2010, a 2.538 milioni di € per il 2011 e a 3.188 milioni di € dal 2012”.

–        Tagli per i lavoratori (Piano Programmatico, pag. 14): 44.500 non docenti e 87.341 docenti in meno nel triennio 2009-2012 (circa 30.000 per ognuno dei tre ordini di scuola). In totale 131.841 precari non vedrebbero riconfermato il proprio contratto.

–        Per tutti gli ordini di scuola: aumento degli alunni per classe: (c. 1, art. 64): “sono adottati interventi e misure volti ad incrementare, gradualmente, di un punto il rapporto alunni/docente”. Docenti più flessibili (c. 4, art. 64, L. 133): “accorpamento delle classi di concorso, per una maggiore flessibilità nell’impiego dei docenti”. Chiusura delle “piccole scuole”, (P.P. pag. 9): “un minimo del 15% e un massimo del 20%, non potrà funzionare come istituzione autonoma”.

La scuola d’infanzia (P.P. pag. 6) si svolge “… anche solamente nella fascia antimeridiana, impiegando una sola unità di personale docente per sezione”. Nella scuola primaria (P.P. pag. 6): “Classi affidate ad un unico docente per un orario di 24 ore settimanali”. Insegnerà l’Inglese il docente unico, grazie ad un corso di 150/200 ore (pag. 7). Dalla L. 169:“si tiene conto delle esigenze delle famiglie, di una più ampia articolazione del tempo-scuola… in ogni caso senza maggiori oneri per la finanza pubblica”. Nella scuola media (P.P. pag. 8): “L’orario obbligatorio delle lezioni è definito, in via ordinaria, nella misura di 29 ore settimanali”. Vengono cancellati i laboratori. Alle superiori (P.P. pag. 8): l’orario “nei licei classici, linguistici, scientifici e delle scienze umane sarà pari ad un massimo di 30 ore settimanali… per tecnici e professionali non superiore a 32 ore”.

La “riforma della scuola” appare poco più di un piano di soli tagli, di risparmi sulla cultura e sul futuro di bambini e ragazzi. Si accompagna all’aumento di spese per armamenti (14 miliardi per 131 nuovi cacciabombardieri, ad esempio), per finanziare quel ponte sullo stretto che non vedrà mai la luce o per regalare un’Alitalia senza debiti ai “soci italiani”. Per venire incontro ai malumori dei “lavoratori che votano Lega” si scarica sui bambini migranti la responsabilità dei limiti del nostro sistema scolastico. Parlamentari con scarsa familiarità con la cultura, senza consultare alcun docente, giurano che il lavoro di noi insegnanti sarebbe molto più facile se non fossimo ostacolati da un’invasione di zingari e piccoli neri. Ancora una volta si istiga all’odio razziale e, con la mozione Cota, del 14/10, si promuove una “discriminazione transitoria positiva”, [1] musica per le orecchie di tanta povera gente abituata a credere che i propri guai siano “importati” da chi è ancora più povero.

La crisi economica non c’entra, i tagli, infatti, erano scritti già nel DL 112 del giugno 2008 (la Lehman Brother fallisce il 9 settembre) e non c’entra neanche il rilancio della qualità di strutture scolastiche e didattica o il “premiare il merito”, perché non un solo euro, tra quelli tagliati, è destinato alla scuola (si fa solo un timido riferimento a quanto, forse, sarà possibile fare a partire dal 2013).

2. La propaganda

La campagna di disinformazione del governo non si limita alla fase iniziale del percorso descritto, ma continua in tutti questi mesi e non è un caso se ancora oggi la maggior parte dei cittadini, e forse anche dei docenti, non conosce i reali contenuti della riforma. Qui mi preme però sottolineare come la scure della “riforma Gelmini” possa abbattersi sulla Scuola pubblica anche grazie ad una adeguata “preparazione” dell’opinione pubblica.

Durante tutta la scorsa estate e la precedente primavera la stampa è sembrata impegnata in una campagna di diffamazione sistematica di chi opera negli edifici scolastici: i “ragazzi ultimi in Europa”, o forse nel mondo (in questi casi pare si sviluppi nella stampa la tendenza a fare a gara a raccontarle più grosse), le maestre che tagliano la lingua agli alunni e quelle che cuciono loro la bocca, la giovane insegnante molisana che corre in Lombardia per dare sfogo alla propria turpe voglia di violentare ragazzini in sala mensa, a gruppi di tre, i docenti meridionali ignoranti e quelli di ogni regione pavidi e fannulloni. Spontanea o meno che sia, questa campagna comincia in modo sospetto in era Fioroni [2], si alimenta di dicerie e di notizie di reato spesso integralmente inventate e contribuisce a creare quel clima di disprezzo per chi lavora nelle scuole, che farà accogliere con gioia o indifferenza, dalla maggioranza degli italiani, la notizia della punizione collettiva di 132.000 parassiti ignoranti.

Come se non bastasse si inaugura una campagna di disinformazione sulle spese della pubblica istruzione che ha i suoi punti di forza nelle affermazioni: “la spesa dell’istruzione è fuori controllo”, “l’Italia spende più di tutti gli altri paesi d’Europa” (anche in questo caso è facoltativa l’aggiunta “… e del mondo”), “gli stipendi dei docenti assorbono il 97% della spesa” e, per l’università, “succhia soldi grazie a 37 corsi di laurea con un solo iscritto e i 1.469 con meno di 15 iscritti”.

Sono dati inventati ad arte (“la propaganda è come l’arte: non ha bisogno di rispettare la realtà”, amava dire Joseph Goebbels) e ripetuti fino alla nausea per tener fede al vecchio adagio, tanto caro al ministro della propaganda nazista, secondo il quale una bugia, ripetuta all’infinito, diventa realtà.

In alcuni casi si tratta di “leggende metropolitane”: il sistema informatico del ministero, ad esempio, nel 2007 inseriva provvisoriamente il numero 1 ai 37 nuovi corsi per i quali ancora non si conosceva il numero effettivo degli iscritti, il dato veniva riportato nel libro La casta e nessuno si preoccupava di verificarlo, nemmeno il Ministero.

Spesso si fa riferimento a problemi reali, ma non certo per risolverli: in Italia esistono davvero molti corsi universitari inutili o quasi, inventati per far piovere denaro sulle baronie. Nella riforma universitaria si tagliano il 20% dei fondi, ma non si colpiscono i baroni e le piccole realtà. Non sorprenda, ad esempio, che proprio il ministro Gelmini si sia recato l’11 aprile 2009 ad Edolo (4.291 abitanti, nella sua provincia: Brescia) per inaugurare un nuovo, minuscolo centro universitario!

Quasi sempre si confrontano dati non omogenei: non si dice, ad esempio, che molte figure professionali, come quelle dei docenti di sostegno, non sono, fuori dall’Italia, alle dipendenze del Ministero dell’Istruzione e questo dà la sensazione che qui sia più alto il rapporto insegnanti/alunni. Si trascura che le spese per l’edilizia scolastica sono a carico delle amministrazioni locali e non del ministero, che spiega l’alta percentuale di spesa per stipendi (non 97% ma 80%, come in Francia).

Si capovolge la realtà: nel 2007 l’Italia destinava all’istruzione il 9,6% della spesa complessiva, contro il 10,5% della media europea (dati pubblicati dall’Istat il 23/2/2009), a seguito dei tagli descritti questa percentuale verrà ulteriormente ridotta. I dati ufficiali rintracciabili a settembre (per chi voleva cercarli) non parevano più confortanti: la spesa per l’istruzione non era affatto fuori controllo, anzi… dal 1997 al 2007, a fronte di un numero di alunni cresciuto del 2% (+152.246 alunni), il numero dei docenti diminuiva del 2,38% (-17.651 insegnanti) e la percentuale di spesa sul P.I.L., che nel 1992 era pari al 3,9%, nel 2008 era già scesa al 2,8%, cioè 42 a miliardi di euro, che la “riforma” intende ridurre ulteriormente  fino a 34 miliardi all’anno.

Ancora una volta la storia dà ragione ai Goebbels e le bugie del governo hanno avuto le gambe lunghe, malgrado sarebbe bastato per smontarle una opposizione appena decente e una stampa disposta a fare un po’ di lavoro d’inchiesta. A settembre, infatti, pochi si commuovono per i precari della scuola che perderanno il posto, anche se il loro numero è pari a 10 volte il tributo pagato dai lavoratori Alitalia e anche se per loro non è previsto alcun ammortizzatore sociale.

3. Una riforma “a treno in corsa”, che cambia volto continuamente

Ciò che in questi mesi più ha disorientato chi nelle scuole prova a studiare e a lavorare sul serio è che si è approvata e si resa operativa con effetti immediati, per l’ansia di apparire efficienti e inflessibili, la parte di manovra che si voleva pubblicamente visibile: una operazione di facciata che si può definire “per una scuola seria”, ottima dal punto propagandistico perché riassunta in slogan unanimemente condivisibili, e che non costa un euro! Si è affermato con grande enfasi di voler premiare il merito, anche se dietro la facciata non c’era assolutamente nulla. Si è affermato di voler promuovere una scuola più severa e in questo caso si dava sostanza all’affermazione approvando le nuove norme sull’ammissione all’Esame di Stato del prossimo 25 giugno. Ad inizio anno vigevano le “vecchie” norme (DM 42 del 2007), poi, il 13 marzo, il CdM stabiliva che, per l’ammissione, era necessario almeno il 6 in condotta ed in tutte le materie, in ultimo, l’8 aprile, il ministro ci ripensava emettendo la circolare n. 40: è ammesso all’esame di Stato chi ottiene la media del 6!

Per comprendere come il ministero abbia poche idee, ma confuse, si pensi alla tanto propagandata bocciatura con il 5 in condotta. Viene sbandierata con grande clamore, approvata con la legge 169, di ottobre, e se ne specificano i contenuti con il DM 5 del gennaio 2009. Si dice che il 5 in condotta si attribuisce per “comportamenti di particolare gravità […] che comportino l’allontanamento temporaneo dello studente dalla scuola per periodi superiori a 15 giorni”. Lo schema di regolamento del 13 marzo, però, stabilisce che il 5 si applica nei casi di mancanze ai doveri di: “… frequentare regolarmente i corsi e assolvere assiduamente agli impegni… avere nei confronti degli altri lo stesso rispetto, anche formale, che si chiede per se stessi… utilizzare correttamente le strutture, i macchinari e i sussidi didattici e non arrecare danni”, ossia la casistica diventa vastissima ed enorme il potere discrezionale dei docenti, che in molti casi intravedono la possibilità di recuperare l’autorevolezza venuta meno negli ultimi anni. L’inasprimento degli strumenti repressivi, però, non è garanzia nell’ottenimento di una maggiore rispetto e ne è prova il modello scolastico anglosassone, che da anni si distingue per la grande severità, senza per questo ottenere migliori successi, anzi… [3]

In verità molte delle iniziative del ministero negli ultimi mesi sembrano volte semplicemente al rifiuto e respingimento dei soggetti più deboli. Ne è testimonianza l’ultima, delirante vicenda. In questi ultimi giorni la Gelmini chiede di cambiare i criteri per la promozione degli alunni delle scuole medie, ora che gli scrutini sono in corso o si sono addirittura già svolti. Con la nota 6051, dell’8/6/2009 e un comunicato stampa del 9, specifica che i Consigli di Classe possono promuovere gli alunni che hanno palesato solo delle lacune non gravi e recuperabili, a patto però che esplicitino le motivazioni, espresse a livello collegiale. Non sarebbe quindi consentita l’assegnazione di sufficienze “in rosso”, che rimandano al reale voto insufficiente, che è già stato espresso e registrato da diversi Consigli di Classe in questi giorni. Insomma molte promozioni e bocciature sono già state deliberate ed è probabile che alcuni Presidi si vedranno costretti a riconvocare gli scrutini.

Il problema è anche che queste norme, cambiate ad anno in corso, offriranno il fianco ai ricorsi dei genitori che riterranno i propri figli ingiustamente danneggiati, con ottime possibilità di successo, se potranno permettersi le spese legali. Si premierà così il censo, non certo il merito.

Anche per il futuro sono previste riforme che stravolgeranno i piani di studi degli studenti, a percorso già avviato. Il nuovo modello di Licei approvato dal CdM del 12 giugno, ad esempio, prevede a partire dall’anno scolastico 2010-2011 modifiche strutturali sostanziose per i piani di studi non più soltanto per le classi prime, ma anche per le seconde. È una truffa ai danni dei ragazzi: oggi ti faccio scegliere una scuola e domani ti ritrovi d’ufficio in un’altra, spesso completamente diversa. La stessa cosa, nelle intenzioni del governo, dovrebbe avvenire anche per gli istituti tecnici e professionali, dove gli stravolgimenti dei piani di studi sono ancora più radicali e sono numerosi i corsi interamente cancellati. In questo modo un alunno che si iscrive al primo anno di scuole superiori potrebbe non trovare più intere discipline: al Grafico o all’indirizzo Moda, ad esempio, studierebbe l’arte etrusca, ma non approderebbe mai a quella romana, perché la Storia dell’arte non è tra le discipline contemplate negli istituti tecnici del futuro. Ci sarà chi vedrà scomparire interamente il proprio indirizzo, come le migliaia di ragazzi che questo anno si sono iscritti agli indirizzi Erica, o Igea, o Mercurio… Anche chi oggi si iscrive al secondo e al terzo anno dei tecnici e dei professionali non potrà dormire sogni tranquilli: le ultime versioni in circolazione della “riforma” prevedono infatti la riduzione a 32 ore (mediamente oggi ne hanno 36) anche per le terze e le quarte classi del 2010-2011, pur permanendo il precedente ordinamento. In questo caso è demandato ad un futuro decreto la scelta delle discipline da “sacrificare” in nome del sacro principio del risparmio di spesa.

4. La risposte del movimento reale

Il rapporto dell’Onda con il quadro politico istituzionale, con sindacati e partiti, anche di quelli collocati più a sinistra, non è stato privo di difficoltà e spesso è sembrato che l’interesse delle formazioni politiche non sia stato all’altezza dei problemi legati alla “riforma Gelmini” e che la reazione dei sindacati, al di là del periodico ripetersi, quasi “rituale”, degli scioperi, sia stata blanda e spesso ambigua. Anche l’attenzione della stampa più vicina al mondo dell’opposizione si è riaccesa solo a corrente alternata, dopo lle settimane più calde dell’autunno. So benissimo che a manifestare, c’erano anche quelli che votano “comunista”, o “verdi”, così come c’erano quelli che votano Pd o IdV, o quelli che non votano. Non me la sentirei affatto di escludere di aver marciato spalla a spalla anche con qualche elettore del centro-destra.

Insomma il movimento della scuola si è trovato a “dover fare da solo”, soprattutto a fine ottobre, quando, con l’approvazione della 169, ha sentito che nemmeno manifestazioni enormi e lo sciopero più partecipato della storia della scuola sembrava scalfire la monoliticità del governo. In quel momento è come rimasto a metà del guado, non ha saputo o potuto fare il salto di qualità decisivo.

Malgrado ciò ha spesso sorpreso per la sua vivacità e longevità (sono già oggi in programma tante iniziative per il mese di luglio e di settembre).

Sorprende l’entusiasmo con il quale tanti studenti hanno saputo dare vita all’Onda. La riforma taglia tempo scuola, discipline e contenuti, dovrebbe quindi essere manna dal cielo per i peggiori allievi e invece… forse per la prima volta ci si trova di fronte ad un movimento studentesco che prova a difendere il suo diritto a crescere e maturare nella scuola. Studenti che rifiutano la comodità di una riforma che chiede che “lavorino meno” e cominciano a farsi domande su come sia possibile studiare non di meno o di più, ma meglio, in un ambiente scolastico più accogliente e disposto “ad ascoltare”.

Senza imbastire nemmeno la parvenza di un dialogo, senza alcun riguardo per le istanze delle quali quei ragazzi si fanno portatori, il governo li ha bollati come una minoranza insignificante, ha minacciato rappresagli esemplari e ha costruito la finzione di un movimento simmetrico e contrario di disciplinati sostenitori della riforma. Sono stati questi studenti, spesso spalla a spalla con bidelli, docenti e in tanti casi con i loro stessi genitori, che hanno dato vita tra novembre e dicembre, quando pure l’attenzione sulla scuola era molto diminuita, a comitati e coordinamenti.

Sono stati i loro insegnanti, spesso precari, a promuovere delibere nei collegi docenti, con le quali hanno espresso preoccupazione e contrarietà nei confronti del programma di tagli Gelmini–Tremonti. Hanno animato seminari e le assemblee, per spiegare i veri contenuti della “riforma”, i presidi di piazza, le lezioni in strada insieme ai ricercatori universitari.

Credo pure si possa affermare che chi ha animato l’Onda ha avuto l’intelligenza di interpretare i differenti “momenti” e, alla fine del 2008, di rimodulare l’intervento, rispetto ad una manovra che stava avanzando, ma che in mancanza degli strumenti attuativi (un Piano Programmatico approvato) non si poteva dire ancora licenziata.

Abbiamo insieme continuato con pazienza a costruire comitati in ogni scuola, abbiamo intessuto più reti di contatti: quella animata dalle scuole elementari e quella delle superiori, quella dei precari e quelle finalizzate a costruire i contatti tra le diverse città. Da questo punto di vista non sempre è stato tutto facile, forse anche perché non potersi guardare negli occhi può dare più facilmente adito ad equivoci, perché comunicare soltanto in rete è difficile o perché qualcuno ha provato davvero a mettere il cappello ai “coordinamenti nazionali”. Non lo so, vedo la cosa dal mio punto d’osservazione particolare, qui in Brianza, e non ho elementi sufficienti per dirlo, so per certo che su questo aspetto dovremo fare miglio in futuro, così come dovremo capire come sia potuto succedere che le “scuole medie” siano rimaste estranee al movimento e abbiano finito per pagare il tributo più salato.

Interrogarsi sui limiti non è mai una perdita di tempo e non è utile nascondersi che il numero di “non docenti” (o operatori ATA, o personale ausiliario e di segreteria, a seconda delle preferenze) coinvolti attivamente nelle iniziative “di movimento” è stato davvero basso. Il dato è ancor più significativo se si pensa che sono destinati a pagare un tributo di “teste tagliate” percentualmente superiore a quello degli stessi docenti e se si considera che hanno aderito ai diversi scioperi in modo massiccio, come mai prima di questo anno. La riflessione che si rende necessaria ha anche a che vedere con la distanza, o “puzza al naso”, che alcuni tra gli insegnanti mostrano nei confronti dei non docenti o, in misura ancora maggiore con la diffidenza che nasce dall’aver assimilato anche noi professori alcuni dei luoghi comuni del tipo: i bidelli non fanno niente, il personale di segreteria è sempre maleducato e incompetente, nascosto dietro i monitor per fare i solitari o svolgere un secondo lavoro. Tra i bidelli, gli impiegati delle segreterie e i docenti, come tra tutte le categorie, c’è chi fa il proprio lavoro sul serio e nel rispetto degli altri e c’è chi pensa a risparmiare le energie: è paradossale, ma pure succede, che nello stesso ambiente di lavoro ci si possa far dividere dalle banalità e si posso cominciare a credere anche noi che “in fondo a quello ben gli sta se perde il posto!”

I nostri comitati, laddove sono nati, hanno provato a superare questa “distanza tra i ruoli” e a coinvolgere tutte le componenti di lavoratori della scuola e anche gli studenti, non  solo: hanno provato a ricercare un rapporto con le famiglie dei ragazzi. È stato importante, perché alcune decisioni, come il rifiuto a fare straordinari o ad accompagnare le classi in viaggio d’istruzione, sarebbero apparse impopolari e controproducenti se non si fosse spiegata l’effettiva volontà. Bisognava mostrare che già oggi la scuola ha risorse insufficienti a garantire il “normale funzionamento” e che si riesce a “sopravvivere” grazie a tanto spirito di sacrificio e volontariato gratuito e che, ancora, si possono sacrificare le gite, oggi, per lasciar intendere cosa non sarà mai più possibile fare domani.

Anche in questi giorni, con le scuole che “chiudono per ferie” i nostri comitati continuano a mostrarsi preziosi, come testimonia la delibera del 12 giugno, con la quale i docenti dell’IC Thouar-Gonzaga hanno espresso profonda indignazione per la mancata tutela dei diritti dei minori extracomunitari, ai quali il Comune di Milano chiede di esibire il permesso di soggiorno per consentire loro l’iscrizione ai centri estivi e ai centri vacanze per bambini dai 3 a 14 anni.

Abbiamo “lavorato”, a partire ognuno dalla propria realtà lavorativa o di studio, dovendo pure constatare che se gli organismi sindacali “centrali” non son sembrati “molto affidabili”, le loro rappresentanze nelle scuole si sono dimostrate spesso assolutamente inadeguate ad affrontare l’attacco feroce che il Ministero ha mosso alla scuola pubblica. Le RSU, non sempre, ma spesso, sembrano essersi specializzate negli anni, nella migliore delle ipotesi, nella consulenza del lavoro: sanno al più fornire suggerimenti sul calcolo dell’anzianità o sulla normativa relativa ai permessi non retribuiti, ma non sanno, o non ricordano più, come si scrive un volantino, si organizza un corteo e si prepara uno striscione. [4] Poco male: il movimento ha saputo darsi, nel corso di questi mesi, nuove figure di riferimento e, spesso, inaspettatamente, non saranno quelli che nelle scuole erano conosciuti da sempre come “veri duri”, ma studenti primi della classe, bidelli che non piegano la testa, i più taciturni tra i professori e insospettabili giovani insegnanti precarie (proprio quelle che Cossiga avrebbe voluto far massacrare), a volta iscritti e iscritte, per i casi della vita, alla UIL o alla CISL, o chissà a cosa.

Il movimento contro la “riforma” si è mosso per primo nel denunciare, già durante l’inverno, il fatto che già oggi  molte scuole sono “sofferenza economica” perché costrette ad anticipare le somme per il pagamento dell’ordinaria amministrazione, delle visite fiscali rese obbligatorie anche per un solo giorno d’assenza e delle supplenze. Questi Istituti vedono crescere a dismisura il credito vantato nei confronti di uno Stato che da mesi non eroga quanto dovuto e hanno dovuto rinunciare a corsi di recupero per studenti in difficoltà, risparmiare sulla carta igienica e lasciare “scoperte” le classi con docenti in malattia.

E ancora, in particolare il movimento delle superiori ha denunciato con forza i guasti che potrebbe causare l’aumento del rapporto alunni per classe. Le “norme per la riorganizzazione della rete scolastica”, approvate a febbraio, prevedono infatti un numero minimo per la costituzione delle classi prime pari a 27 alunni e un massimo di 30, con una possibile oscillazione del 10%. Ciò equivale a dire che dal prossimo anno dovranno esserci dai 25 ai 33 alunni per classe, con conseguenze immaginabili sulla didattica, perché chiunque abbia provato ad insegnare sa che non è possibile svolgere una lezione decente in una classe affollata. Inoltre un’aula gremita è un’aula potenzialmente pericolosa, perché nessuna o quasi delle nostre scuole può garantire la sicurezza con classi di 27 o 33 alunni. Non a caso negli anni una serie di norme hanno cercato di fissare criteri che non dovrebbero essere ignorati, per affrontare possibili incendi e calamità naturali. In particolare il punto 5 del decreto 26/8/1992 del Ministero dell’Interno: “Norme di prevenzione incendi per l’edilizia scolastica”, pone un limite massimo di 26 alunni per classe. Il D.M. 18/12/1975 indica inoltre “gli spazi minimi vitali per garantire la funzionalità dei locali scolastici”, pari a 1,96m2 per alunno. Molti moderni edifici scolastici hanno infatti aule di 52m2, perché contengano non oltre 26 persone. Di recente nel DLgs 81/08 (Testo unico della sicurezza sul lavoro) si è definita la scuola “luogo privilegiato per promuovere la cultura della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro”. Eppure in questo luogo “privilegiato” si vogliono inscatolare un numero tale di alunni che già il minimo (27 per classe) è superiore al massimo consentito dalle norme anti-incendio. I nostri comitati e i nostri coordinamenti territoriali si sono battuti, quindi, soprattutto nelle ultime settimane, per denunciare il rischio che possano ripetersi, anche e soprattutto a causa delle ultime novità legislative, nuove terribili tragedie. Non vogliamo che si arrivi fino a questo punto per poter aprire gli occhi o per dover sentire di nuovo le intollerabili parole di un governo che, colpevole, scarichi le proprie responsabilità  sull’onnipresente fatalità! Abbiamo chiesto ai Dirigenti, in quanto responsabili della sicurezza negli edifici scolastici, di non cedere ai ricatti del ministero [5] e di rispettare le norme suddette.

Il nostro movimento ha denunciato e sta provando a denunciare, ancora una volta senza poter contare su un significativo appoggio dei sindacati confederali, le possibili conseguenze della “Disegno di Legge Aprea”, che il governo intende approvare prima della fine di giugno. Abbiamo sottolineato che, come sempre senza consultare con il mondo della scuola, diversi suoi principi sono stati già introdotti e approvati all’interno di altri provvedimenti legislativi (come, ad esempio, la “riforma” dei Licei del 12 giugno) e che intende trasformare le nostre scuole in fondazioni (art. 2) con partner pubblici e privati. Queste saranno strutturate secondo un rigido modello piramidale (art. 3) con il dirigente al vertice e, più in basso, il suo vice, il “Consiglio di amministrazione” che sostituisce quello di Istituto (art. 5 e 6) e il Collegio dei docenti. Tra questi verrà stabilita una precisa gerarchia (art. 17) con docenti “esperti” (quei baroni che, lungi dall’essere cancellati dalle università, vengono proposti anche alle superiori), docenti “ordinari” e, buoni ultimi, quelli “iniziali”, sottopagati e continuamente ricattabili, perché soggetti a controlli periodici, come la caldaia.

5. I risultati ottenuti e il “Che fare”

Questo mio scritto non ha la pretesa di proporre ricette per il futuro, ma di dare un piccolo sguardo all’indietro, riflettere sulla strada fatta e capire “a che punto siamo”, interrogarci sui limiti nostri e sugli ostacoli che dovremo superare se, come sono convinto, ripartiremo con grande forza in autunno. Molti nodi da sciogliere e temi da trattare credo siano contenuti nell’analisi delle “risposte del movimento reale”. Sono convinto che potremo scioglierli se sapremo portare avanti, non disgiunte, l’analisi (i seminari, le assemblee) e l’attività pratica nelle scuole (le petizioni, le mozioni) e nelle piazze, senza cadere nel tranello, anche noi, della distinzione dei ruoli, senza dottrina calata dall’alto e massa che esegue. Dobbiamo continuare a fare informazione, in modo capillare. Non credo esistano scorciatoie e certo non avremo grandi partiti o sindacati a guidarci, come non li abbiamo avuti sino ad ora: dobbiamo fare da soli, “loro”, al più, seguiranno.

Se gente come noi ha potuto e saputo accompagnare anche chi non si arrendeva ai tagli, ma non avrebbe mai fatto il primo passo, se siamo arrivati in piedi fino a qui, fino alla fine dell’anno, è stato perché abbiamo avuto sino ad ora l’intelligenza di non farci dividere da rivalità che non ci riguardano, di non badare alla tessera di chi “vuole starci”, ma alla bontà delle sue idee e al fatto che siano sempre e soltanto finalizzate al raggiungimento del nostro obiettivo principale, che è la difesa dell’istruzione pubblica, e quindi, anche, quella delle nostre condizioni di vita e di lavoro.

Nell’illustrare la campagna per la sicurezza nelle scuole ho detto delle petizioni e dei documenti prodotti in diverse realtà per denunciare le carenze strutturali e richiedere il rispetto delle norme vigenti. Non possiamo nasconderci che siamo riusciti a farlo in un numero limitato di Istituti, perché mai come in questo caso abbiamo dovuto affrontare l’inaspettata resistenza di diversi colleghi e, soprattutto, delle loro rappresentanze sindacali.

Anche su questo dovremo interrogarci, o meglio dovremo chiederci se è opportuna la connivenza che dimostriamo tutte le volte che intendiamo proteggere il “nostro Istituto”, ad esempio dalla possibilità che si “sappia in giro” che nasconde carenze, strutturali o di altro tipo. Sappiamo che chi difende la “sua scuola” lo fa per evitare emorragie di iscritti verso altri istituti e a volte anche con l’obiettivo nobile di evitare che dei colleghi siano costretti a trasferirsi, ma è una politica che non paga affatto, anzi. Alla lunga siamo omertosi e complici dell’impoverimento della Scuola pubblica, protagonisti di una battaglia che difende il posto di lavoro mio o del mio collega affinché si tagli quello di chi lavora nell’Istituto del marciapiede di fronte… non è dignitoso, non è utile, non serve ai ragazzi, eppure succede.

E non serve affermare che mostrare i nostri difetti aiuta la scuola privata a guadagnare sempre più iscritti, perché a fare quello ci ha già pensato il ministro dell’istruzione pubblica e sempre più vorrà farlo domani se non alziamo la voce oggi, gridando e spiegando a tutti, con chiarezza, come si vive e si studia oggi tra le mura della scuola. Forse spetta a noi in prima persona il compito di spiegare ai cittadini cosa è molto spesso la scuola privata: un luogo dove non solo il rispetto delle garanzie sindacali è un optional, ma lo sono anche le norme sanitarie e di sicurezza, ancor più che in quelle pubbliche. È un luogo dove raramente si garantisce il rispetto delle differenze religiose e dove il sostegno ai disabili è condizionato alla possibilità delle famiglie di pagare, e profumatamente. È un luogo dove il primo obiettivo è il profitto, che porta al reclutamento di personale super-precario, di docenti raramente abilitati e che a volte non hanno nemmeno titolo ad insegnare la propria materia, come ha dimostrato il “libro bianco” pubblicato il 3 aprile, non ci si crederà, dalla UIL.

Rifiutare gli atteggiamenti omertosi è forse oggi più facile, vista l’enorme numero di lavoratori precari della scuola, ai quali non interessa “rubare iscritti” alla scuola di fronte, perché l’anno prossimo potrebbe essere proprio quella la “propria” scuola. Raccontare la scuola è necessario, perché forse il risultato più grande che ha ottenuto questo movimento è stato proprio quello di costringere tutti a parlare di scuola. Possiamo iniziare a farlo ribellandoci a chi ci vuole bersaglio di una retorica ignorante, rifiutando le banalità e i luoghi comuni dei benpensanti di ogni epoca e di ogni colore politico. Oggi, ad esempio, Giordano, direttore del Giornale di Berlusconi, presenta la sua opera: Cinque in condotta. Tutto quello che bisogna sapere sul disastro della scuola, è solo l’ultimo esempio di come si costruisce da sempre la corrente mitologia sulla scuola, senza curarsi di indagare la fatica quotidiana dei ragazzi per studiare e per crescere, per aprirsi agli altri, l’impegno e l’amore che ci mettono tanti docenti e tanti bidelli, per accompagnarli, per offrirgli un piccolo universo migliore del mondo “brutto” che vivono fuori. I grandi giornalisti preferiscono guardare dallo spioncino,  partendo da barzellette inventate o episodi piccoli, ingigantendoli, rendendoli verità universali, dipingere la scuola, come fa il triste direttore del Giornale, come il luogo dove si è convinti che ne I Promessi Sposi ci siano “tre preti: don Abbondio, don Cristoforo, don Rodrigo” e dove i ragazzi credono che l’ultimo libro della Bibbia sia “La pocalisse”. Molto originale, per chi come Giordano non ha mai letto Memorie di un vecchio professore di Michele Lessona, che narra di quel docente che chiede “cosa vuol dire nubile?” e che si sente rispondere “vuol dire che vuol piovere”. Non credo Giordano sappia che Lessona era amico di De Amicis e che raccontava queste banalità molto più di cento anni fa. Ignora probabilmente che tale Dino Provenzal nel suo Il manuale del perfetto professore si è già scagliato, come fa lui, contro il lassismo dei professori e “i giovani che non leggono più nulla”, ma non ha attribuito la colpa ai guasti del ’68, perché ha scritto i suo libro nel 1921. Potremmo continuare: tanti altri testi “sacri”, tutti ugualmente arguti, hanno bersagliato la scuola pubblica dall’unità d’Italia a oggi, ma a chi è servito?

Noi oggi, grazie alla Gelmini (!), abbiamo la fortuna di poter avvicinare più facilmente il “mondo esterno” alla scuola, cioè esattamente quei lavoratori che, in tanti, me compreso, dicono che sono fondamentali per costruire quell’unità che garantirà il successo delle nostre lotte.

Non dobbiamo inventarceli, sono lì, in carne ed ossa, sono, anche se ancora troppo di rado, nei nostri comitati scolastici, hanno affollato le assemblee, i presidi e i cortei che abbiamo costruito con i nostri coordinamenti territoriali. Sono in primo luogo i genitori dei nostri alunni e, con loro, ci sono gli stessi nostri alunni, che abbiamo la fortuna di poter incrociare quasi quotidianamente, con i quali dobbiamo imparare a confrontarci sul serio, senza cadere nella tentazione di etichettarli prima ancora di aver imparato ad ascoltarli. È una grande occasione, perché con loro, insieme, possiamo finalmente iniziare a parlare davvero di “autoriforma” della scuola, capire cosa si aspettano i ragazzi dalla scuola, e non cosa si aspetta da loro “la realtà produttiva territoriale”.

Come lavoratori della scuola, precari o meno, non possiamo pretendere di portare avanti una battaglia che guardi solo alle nostre tasche e alla nostra stabilità e chiedere che tutto il mondo attorno, chissà perché, si mostri solidale e pronto alla sollevazione popolare.

La nostra iniziativa non deve mai essere autoreferenziale: noi ci battiamo per la difesa dei nostri diritti e del nostro posto di lavoro, ma noi ci battiamo anche e soprattutto perché i bambini e i ragazzi, tutti a prescindere dal censo, possano avere accesso allo stesso modo ad un sapere quanto più possibile libero. Noi ci battiamo perché ai bambini si possa dare la possibilità di esprimere ognuno i propri bisogni, costruire e rivelare la propria personalità, in un ambiente che possa prestare attenzione ad ognuno di loro singolarmente, e quindi in una classe non affollata e dove la maestra può avvicinarsi a te, perché sa che ce n’è un’altra a seguire gli altri.

Noi vogliamo che le “medie” diventino davvero la scuola dell’orientamento, e non dell’esclusione dei più deboli, che non si cancellino i laboratori pomeridiani, che si possano sviluppare quelle abilità pratiche che gratificano anche coloro i quali non amano lo studio, o non hanno avuto la possibilità di poterlo amare.

Noi ci battiamo perché le aule delle superiori non contengano 33 alunni e, in generale, perché la scuola sia un luogo sicuro. Noi ci battiamo per una scuola che non escluda gli ultimi e non emargini i “diversi”. Noi ci battiamo perché, al contrario, sia un modello di “inclusione” e di confronto e perché chi ha maggiori difficoltà possa trovare grazie alla scuola la sua strada, diversa per ognuno e parimente dignitosa.

Noi dovremmo affermare che la prima missione della scuola non è la “costruzione” di un futuro lavoratore e che quindi non è prioritario che l’alunno/a si formi sulla base delle momentanee esigenze “delle realtà produttive locali”, anche perché queste stesse si dimostrano mutevoli e faranno di quelle ragazze e quei ragazzi degli uomini e delle donne ormai inutili, inservibili, frustrati.

Noi dovremmo, per quanto sappiamo e possiamo, lavorare per far nascere nei ragazzi quello spirito critico, quella capacità di interpretazione e quella curiosità per la conoscenza, per tutto ciò che li circonda, che forse non li farà diventare ricchi, ma appena un po’ più liberi. Noi ci battiamo anche per affermare che la ricchezza, e tutti i suoi simboli, non sono un valore.

Senza per questo voler indottrinare nessuno, sorretti dalla presunzione di ritenere che se sapremo insegnare un metodo, questi ragazzi impareranno da soli a distinguere il giusto dal falso.


[1] Le classi ponte, con il pretesto di favorirne l’inserimento, renderanno gli immigrati ancora più emarginati. Non servono menti eccelse per capire che i bambini imparano giocando con gli altri bambini e che tenere cinesi insieme a rumeni e marocchini non aiuterà nessuno di loro ad imparare l’italiano.

[2] La grande montatura mediatica relativa ad abusi sessuali su minori da parte di maestre e bidelli, nell’istituto a tutti noto come “scuola degli orrori” di Rignano Flaminio, risale al maggio 2007. Il Ministero dell’Istruzione non ritiene di dover intervenire a difesa della presunzione di innocenza dei propri dipendenti fino alla conclusione del processo.

[3] I nostri alunni sono, forse, meno bravi dei loro coetanei d’oltralpe nel compilare un questionario prestampato, ma mai ad oggi sono entrati in una scuola con un fucile, sono significativamente meno inclini al suicidio e raramente aggrediscono i loro docenti con pugni o armi. La difesa del “prestigio” della figura del docente dovrebbe cominciare dall’opposizione di quella campagna di diffamazione, orchestrata dalla stampa e dagli stessi governi.

[4] Non pare per nulla casuale la decisione di Brunetta, del 4 giugno del 2009, di presentare un decreto che congeli le attuali rappresentanze sindacali della scuola per il prossimo triennio, annullando di autorità le elezioni fissate per il prossimo dicembre. Le RSU non contano poi tantissimo, ma per il governo è sempre meglio evitare che siano rappresentative di una realtà in lotta.

[5] Il c. 5 dell’art. 64 della legge 133 contiene uno “strano avvertimento” ai Presidi: “i dirigenti scolastici, coinvolti nel processo di razionalizzazione di cui al presente articolo, ne assicurano la compiuta e puntuale realizzazione. Il mancato raggiungimento degli obiettivi prefissati, verificato e valutato sulla base delle vigenti disposizioni anche contrattuali, comporta l’applicazione delle misure connesse alla responsabilità dirigenziale previste dalla predetta normativa”. È un modo, nemmeno tanto velato, per dire loro che se non si adeguano verranno licenziati

* * *

Per approfondire
Schema di regolamento dei Licei qui.

Schema di regolamento dei Tecnici qui.

Schema di regolamento dei Professionali qui.

* * *

Per discutere

Riforma Gelmini, rimane l’incognita dell’applicabilità, qui.

Riforma Gelmini, riforma epocale? Qui.

Che fine ha fatto l’obbligo di istruzione? Qui.

Alunni stranieri: il ritorno nell’ombra, qui.

A proposito delle norme su scrutini ed esami, qui.

* * *

Appello contro la legge Aprea.

Una sintesi dei provvedimenti del Governo sulla scuola qui.

Spazi in rete sulla scuola qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi qui e qui.

17 pensieri su “Vivalascuola. Bilancio di un anno

  1. grazie, giorgio, per l’esaustivo articolo proposto che ha il pregio di sottolineare con forza e pacatezza tutte le tematiche sin qui affrontate che spesso hanno suscitato reazioni per gli operatori della scuola spiacevoli e perfettamente in linea con la disinformatija.
    esperienza di questi giorni, solo una verifica di quanto già si sapeva, a meno di non saper contare da uno a dieci: il voto in condotta, il vessillo della scuola *finalmente seria* di un governo che di serio, anche in termini di morale in senso stretto, ha molto poco. il voto in condotta incluso nella media è a volte il coefficiente che fa della pagella del furbetto mediocre che non studia una pagella sufficiente a tutto danno dello studente buono e studioso, ma in difficoltà vere, cui uno 0,9 non risolve la situazione. intanto includere il voto nella media significa mescolare il “profitto” con il comportamento: e questo non mi piace, poi è evidente che vengono premiati i furbi (ma va’?), poi ancora un sei corrisponde a momenti all’aver messo a ferro e fuoco la scuola, il cinque…non oso immaginare. uno studente discolo col sette si portava un tempo tutte le materie a settembre, col sei veniva bocciato.
    il sette a chi lo diamo? ad un mezzo teppista. a uno con dieci materie in cui campeggiano due cinque in mezzo a tutti sei (per quanto riguarda la materia significherà, oltrettutto, “aiuto” e non sospensione del giudizio nella maggior parte dei casi) il sette va a coprire le due insufficienze. la media, cioè il credito scolastico, al triennio è salva e di “riparare” non si parla. perché, per chi non lo sapesse, il cinque che significa sulla carta insufficiente è passato, grazie anche ai dirigenti scolastici, ad essere ignorato: deve esserci minimo un quattro perché si inizi a discutere dello studente. naturalmente nel frattempo s’è formata l’opinione che lo studente che non fa un c…. non ci ha colpa: sono gli insegnanti che sono ignoranti e non sanno insegnare (un berpardeciuffoli). e mica tutti hanno palle, non fa parte del contratto: volete la promozione facile? ve la dò. io non ci rimetto, la gelmini e co. mi autorizzano, le famiglie ringraziano. adesso sfoderino le statistiche e la disinformatija gli aficionados-contro di questa rubrica che tanto i discorsi son sempre quelli.
    grazie ancora a giorgio per la costanza nel fornire i vari contributi, grazie ai singoli preziosi collaboratori. arrivederci in prima linea, o in corsia, o al cimitero: la scuola alternativamente mi pare una di queste tre cose. io sono quella che imbraccia il fucile.

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  2. Per chi è fuori dalla scuola e per chi ci lavora, questo anno scolastico con Viva la scuola vederlo raccolto in un bel libro non sarebbe male.

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  3. Grazie a Lucy per i resoconti in diretta sempre efficaci! E grazie a Nadia per l’apprezzamento di vivalascuola.

    L’idea iniziale di vivalascuola era nata durante lo scorso anno scolastico, pensando di dare informazioni sulla scuola, visto che della scuola tutti parlano ma non sempre con conoscenza; e si pensava soprattutto di dare spazio a esperienze didattiche significative.

    Invece da settembre siamo stati travolti dalla maggiore azione di demolizione della scuola pubblica che la storia italiana ricordi e questo è diventato l’argomento principale.

    Comunque l’informazione e la conoscenza, anche attraverso internet, sono state importanti per attivare azioni di resistenza, e spero che così continui a essere, che si riesca a contrastare il tentativo di mettere il bavaglio alla rete.

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  4. Pingback: La scuola è finita » fioriecannoni

  5. Bella sintesi di quello che è successo e succede. Rimane un solo grande dilemma, amplificato da questo articolo documentatissimo: ma a cosa servono i sindacati se dobbiamo fare sempre tutto da noi?

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  6. Grazie Giorgio per il tuo lavoro con “Viva la scuola”, è stato molto interessante e ricco di preziose informazioni.

    G.

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  7. Grazie, Alex e Gena, e colgo l’occasione dalle vostre osservazioni per ringraziare Tullio Carapella per questo articolo veramente utile per avere un quadro sintetico ma preciso e documentato di quanto succede nella scuola.

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  8. Invero mi ero sempre domandato perché le malefatte (vere o presunte) degli insegnanti avessero una risonanza mediatica ben maggiore a paragone di quelle (ancor più frequenti, e assai più devastanti) dei medici (a tacere dei magistrati che lasciano gl innocenti in carcere per mesi in attesa di processo e, viceversa, fanno scarcerare i mafiosi perché dimenticano di depositare le motivazioni della sentenza).

    Questo bellissimo e inoppugnabile articolo ne dà la più logica (e più desolante) spiegazione.

    Come, poi, se la categoria, già di per sé sottopagata e di conseguenza priva di prestigio, avesse bisogno di essere ulteriormente screditata per esigenze di bilancio.

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  9. grazie matteo! penso che in tutte le fasi di crisi: economica, sociale, delle idee bisogna costruirsi un pòlemon contro cui scagliarsi per indirizzare le tensioni del corpo sociale. non si tratta di pogrom, nemmeno ci penso a paragonare la situazione degli insegnanti alle reiterate tragedie che hanno afflitto in tutte le epoche l’intero mondo, ma vi vedo in piccolo – microscopico – le stesse modalità. certe narrazioni fantastiche su comportamenti deliranti, non solo sul fronte professionale, professori-mostro, alcolizzati, fumatori in classe, entreneuse, squillo, e chi più ne ha…, alcune di queste costruite a tavolino. in questo paese è tutto vero anche se c’è del falso, così, per la reciproca, sarà sempre tutto falso anche quando ci sono prove sonore e visive di atti sconcertanti. o tempora?

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  10. Pingback: 2008-2009: Cronistoria e bilancio di un anno scolastico “in movimento” di Tullio Carapella « BellaCiao Grecia

  11. Grazie per l’articolo “quadro” di Tullio Carapella: bisognerebbe stamparlo e farlo girare per informare sulla situazione scuola.
    Il guaio grande é: se anche girasse, in quanti spenderebbero un’ora del proprio tempo per leggerlo?
    In questo scorcio di inizio millennio i lettori sono in via d’estinzione…

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  12. Pingback: Vivalascuola. A.s. 2012-2013: l’anno del gioco delle tre carte | Poeme Sur Le Web Blog

  13. Pingback: Vivalascuola. L’insegnamento della Fisica: una bella gatta da pelare | Poeme Sur Le Web Blog

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