Opalescenze

di Antonio Sparzani

nuvole-bianche1

Era prossimo il tramonto di uno slavato pomeriggio di maggio. Nel cortile del liceo artistico il preside, finito il lavoro durato inusitatamente a lungo, intratteneva un amico, un suo caro amico, che era andato a trovarlo, come spesso accadeva, e a confidargli i casi propri. Parlarono per un po’, come svagatamente, l’amico era turbato da tempo da certi suoi casi personali. Il preside guardava le mura del cortile, gli alberi, ma senza vedere.

Improvvisamente fu colpito da una sensazione di bellezza; aveva guardato distrattamente il cielo, mentre chiacchierava con il suo inimitabile accento senese – il preside veniva da quella terra di rari colori e sapori ed era stato restauratore prima di fare il preside – e aveva subito scoperto un colore raro. Il preside sapeva i colori uno ad uno. Il cielo era cosparso di nuvole di un colore perlaceo poco diverso da quello del cielo, un colore appena più intenso. Sai, disse il preside, improvvisamente animato, all’amico, sai che i migliori pittori diventano matti per rendere un colore così? L’amico, un po’ stupito, guardò in alto, sopra i tetti dell’isolato di fronte, e intuì, più che capire. Il cielo era di un azzurro così pallido che sfiorava il latte, e, a seconda dei giochi percorsi dagli ultimi raggi del Sole, ormai completamente nascosto dalle case, dava su una sfumatura a tratti più sullo zaffiro e a tratti più sull’opale. Era quest’ultima sfumatura che incantava il preside, che si perse beato a spiegare tante e tante cose sulla ricerca e sulla realizzazione dei colori più difficili e tenui.

L’amico, la cui vista, non tanto buona, neppure era stata educata da una specifica formazione artistica, rimase tuttavia incantato a guardare quel trascolorare, lento ma percettibile, e pensò che era l’ultima sfumatura, che chiamò in cuor suo opalescente, quella che lo affascinava di più, perché gli sembrava esprimere qualcosa di aderente al proprio stato d’animo del momento, e anche perché, con un leggero brivido, gli ricordava il romanzo che stava leggendo, nel quale si narrava di una strana malattia che offuscava gli occhi, impedendo tuttavia che questi vedessero il buio, ma al suo posto una brillante, lattea e uniforme lucentezza.

5 pensieri su “Opalescenze

  1. Tentare di emulare quelle sfumature così cangianti non sarà molto sensato ma è tuttavia lecito, e rappresenta un nostro modo di entrare in contatto con ciò che malgrado tutta la nostra scienza rimane un mistero.
    Un cielo del genere, una volta tanto, non scatena timor panico,
    e fa rimare “contemplazione” con “consolazione”.
    Grazie e un caro saluto,
    Roberto

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  2. è un racconto bellissimo che mi dice due cose grandi.
    1. che le parole possono tradurre un colore (che fa tremare il cuore ai pittori) con una potenza eccezionale, forse superiore alla bellezza del colore stesso, perché ce lo fa vedere evocandolo e spingendoci lontano e facendoci aderire all’evocazione con il nostro stato d’animo del momento: e questa è la poesia.
    2. il racconto è bellissimo perché parla di un altro racconto, è una di quelle situazioni a cornice, metaletterarie, che adoro: josé saramago sullo sfondo che, paradossalmente, con “cecità” mi ricorda che il po(i)eta vede quello che non si vede.
    sparz? SPARK, direi.
    merci.

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  3. Cosa imita cosa? Cosa l’imita? E se chi fissa il dipinto esclama: sembra vero. E chi fissa il vero esclama: sembra dipinto. Tutto vive nel dove NON si vede più. Nel dove l’istante intuitivo – tutto comprende. E [ ci ] agisce.

    Grazie

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  4. Ulteriore conferma (tra le tante altre che ho scoperto) per me, del perchè della scelta del mio nick. Scelta senza un perchè iniziale. Puro istinto che, analizzato sucessivamente in maniera razionale, me ne fa comprendere il motivo. Grande attinenza tra il mio modo di intendere la vita, me, le cose che intorno mi stanno, e quanto descritto qui sul significato dato alle opalescenze. Sempre asserito che i colori altro non sono che un insieme di sfumare…che forse, l’ultima è quella che regala la visione della bellezza e che, sta nella capacità (o dono) di “recepire” quell’ ultima sfumatura. E proprio dentro quell’ultima sfumatura, nei miei occhi, la visione del mondo. Grazie. Rita.

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