L’arrampicatore di specchi – di Paolo Alessandrini

gene curvante

Sono un arrampicatore di specchi. Non un dilettante, intendiamoci, e nemmeno un allievo all’inizio del corso di addestramento. No, io sono un maestro arrampicatore, e posso dire con certezza di essere tra i primi dieci al mondo nella mia specialità.
Quando iniziai a praticare questo sport estremo ero molto giovane: un ragazzino. Gli allenamenti dei primi anni non si svolgono ancora sulle pareti di vetro: gli istruttori insistono molto sullo sviluppo della sensibilità delle mani e dei piedi, sul miglioramento della capacità di riconoscere, in ciò che si tocca, ogni minima irregolarità, ogni imperfezione che possa risultare utile come appiglio.
Si fanno i primi esercizi con materiali scabri, rugosi: le mani vengono educate a tastare le nervature del legno, a classificare le rugosità della carta vetrata, a maneggiare le cortecce degli alberi, le spine dei rovi, le punte aguzze delle pietre e le diverse asperità dei terreni.
Gradualmente si passa a superfici più levigate, e si impara a scoprire ogni difetto presente in un foglio di carta, o ad apprezzare la perfezione del marmo che risulta invariabilmente rotta da microscopiche grinze e da solchi appena distinguibili.
Soltanto i pochi che riescono a superare questa dura gavetta di anni vengono ammessi alla soddisfazione di posare, un bel giorno, le dita sul vetro, e tendere i propri muscoli nella prima vera arrampicata.

Uno dei miei primi allenatori mi disse un giorno: “Si vede subito che tu hai tatto, con le cose.”
E lo diceva sia riferendosi alla mia abilità con i materiali lucidi, sia in un senso più figurato, alludendo alle mie doti di persona che sa stare nel mondo.
Ma non si fraintenda: non sono due cose distinte, perché la nostra specialità non è soltanto uno sport, ma un’arte. Inerpicarsi sulle nude superfici vetrose con la nuda forza delle mani non è che una metafora della vita: è il lato pratico dell’attitudine sociale a destreggiarsi negli ostacoli scivolosi che la vita ci presenta.

Ricordo la notte della mia prima arrampicata. Lo specchio, splendente e perfettamente verticale, si ergeva altissimo, come una montagna possente, o un misterioso totem. Nel fare aderire mani e piedi sul gelido vetro percepii un brivido, il primo e l’ultimo della mia vita: un buon arrampicatore sa sempre controllare le proprie emozioni, tanto da imbrigliarle nella propria concentrazione.
Poi mi diedi lo slancio necessario a salire, mentre le dita trovavano, metro dopo metro, i minuscoli appigli, invisibili ai profani, che potevo sfruttare per sostenere il mio peso nella salita. Da allora la mia vita fu soltanto un’ascensione.
Le luci della città facevano brillare il grande specchio: per il pubblico numeroso che mi osservava da laggiù doveva essere uno spettacolo indimenticabile, ma io non me ne curavo. Restavo assorto nella mia personale ascesi: contemplavo il vetro, ne percepivo la superficie fredda, ma i miei polpastrelli individuavano di tanto in tanto piccole zone calde, come microscopici geyser.
Era un vetro straordinariamente puro, ma io vi scoprii infiniti difetti, piccole increspature, impensabili ondulazioni.
Arrivai in vetta nel giubilo del pubblico pagante. Il vetro rifletteva le luci della notte. Io non provavo nient’altro al di fuori delle innumerevoli fredde sensazioni del mio tatto.

Oggi ho deciso di ritirarmi. Al termine di una carriera fatta di viscide scalate e della luccicante gloria del successo, penso sia venuto il momento di dire basta. Mi allontanerò dal mio elemento, il vetro puro, ingenuo, del quale ho saputo cogliere ogni esitazione per sopraffarlo, per vincere, per imporre, in ogni scalata, il mio ritmo incessante. Lascerò che altri proseguano questa nobile arte, e che la portino ad altezze ancora più vertiginose. Io mi accontenterò di passare il resto dei miei giorni sulla cima di questa splendida parete: e questa volta non scenderò.

[Paolo Alessandrini è nato a Verona nel 1971, ed è da sempre un avido lettore e appassionato di scrittura.
Nel 2006 la rivista “Inchiostro” ha pubblicato il suo racconto “Il risveglio”.
Ha partecipato al corso di scrittura creativa di Spresiano tenuto da Paolo Ruffilli.
E’ co-fondatore e presidente dell’Associazione Culturale “Luna di pomeriggio”, con la quale organizza eventi di carattere letterario, artistico e scientifico in diversi luoghi del Veneto.
Si interesso anche di lettura espressiva e di teatro.]

[Immagine: Franz Krauspenhaar – Gene curvante.]

2 pensieri su “L’arrampicatore di specchi – di Paolo Alessandrini

  1. Scritto bene. Però non riesco ad afferrare del tutto questa liscia metafora.
    La scrittura a volte è liscia, a volte è una sfilza di pioli faticosamente piantati sulla parete (meglio: sul muro). Poi, non è detto che ci si debba arrampicare.

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  2. Non voglio pensare ad una banale metafora…ma ad una visione. L’immagine scelta dal sapiente krauspenhaar molto si avvicina, nella forma, a ciò che ho sognato in questa lettura. Uno specchio convesso, di quelli che deformano le figure, trasformandole in longilinee e scarne. Una superficie fredda grigiastra, desolante al tatto. Virtuosismi vani di un minuscolo nero mirror-climber in uno scenario grottesco, che accosto di istinto al Processo di Welles.

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