Guido Catalano e l’importanza della recitazione nella costruzione della poesia

di: Guido Tedoldi

Recensione di «I cani hanno sempre ragione 3.0», poesie di Guido Catalano, SEEd, 2007, pp. 137, € 10

Alcune delle poesie di questo libro le avevo lette mesi fa – d’altronde è facile quando si bazzica il web e l’autore ha un account in Facebook (le forme sempre più normali del marketing letterario contemporaneo). E non mi avevano impressionato.
Poi il 4 giugno sono andato all’Arci del quartiere Turro di Milano, dove Guido Catalano ha tenuto un recital delle sue poesie. E lì si è accesa la luce. Catalano riporta la poesia indietro di qualche secolo, e contemporaneamente la proietta avanti nel tempo garantendole un futuro. Indietro, quando la poesia era recitata e magari anche cantata su accompagnamenti musicali, e avanti, prendendo atto che il XXI secolo è quello della performance.

«I cani hanno sempre ragione», nella versione 3.0 è stato pubblicato dall’editore torinese SEEd nel 2007. Ma in realtà si tratta di un libro costruito pezzo per pezzo, cresciuto gradino per gradino. Il primo pezzo risale al 2000, ed era diviso in 3 capitoli: «Poesie non d’amore», «Poesie d’amore» e «Poesie del III tipo». Nel 2001 il testo si è arricchito di un nuovo capitolo: «Stanza 144». Nel 2007 si è aggiunto «Non ditelo ai bambini».
L’evoluzione del testo riguarda, all’apparenza, più le tematiche che le modalità espressive. Lo sguardo di Catalano, che in un primo tempo sembrava più concentrato sul privato e sulla proprie relazioni sentimentali, in seguito si rivolge all’esterno. Ma le parole che usa sono in pratica le stesse… il protagonista delle sue storie rimane il romantico erotomane che era, e anche i grandi temi della filosofia, della politica e della religione li tratta masturbandosi o sperando che la luce stupefacente del grande amore lo colga quasi inaspettata e lo riscaldi.

Questa caratteristica l’ho scoperta dopo la performance all’Arci Turro del 4 giugno. Prima di allora la mia consueta sordità alla poesia mi aveva impedito di cogliere altro che l’andare a capo un po’ strano, la lunghezza ineguale dei periodi ecc. ecc. Ma d’altronde io sono quello che ci ha messo anni a cogliere «L’infinito» di Giacomo Leopardi, per cui su questo aspetto della mia competenza non c’è molto da fidarsi.
Il 4 giugno però ho avuto Catalano davanti. E lì tutto filava. Nel momento in cui lui lo recitava, ciò che aveva scritto assumeva un senso perfetto. I tempi erano quelli, gli accenti ci stavano, l’andare a capo era quello che ci voleva, la lunghezza dei periodi era giustificata dall’importanza reciproca degli argomenti.
Anche l’intercalare caratteristico del suo parlato (quel «davvero è…» detto con accento torinese) aggiungeva atmosfera.

Catalano è il poeta che, sapendo tutto della sua opera, ne è anche il miglior interprete in pubblico.
Ciò non succede sempre, anzi, quasi mai. Si potrebbero fare numerosi esempi in questo senso, cominciando da Ungaretti chiamato dalla tv in bianco e nero degli anni ’60 a leggere le sue poesie… un’esperienza per me personalmente penosa, e decisiva nel produrre la mia personale sordità alla poesia.
Peraltro Catalano di questo è ben conscio. Dopo la sua performance a Turro, gli ho chiesto che importanza avesse per lui il recitare in pubblico le sue poesie, oltre a pubblicarle in libro e farle circolare secondo i normali canali editoriali. Mi ha risposto che in effetti stava quasi tutto lì, nella performance.

Così era in passato, quando la poesia era materia per le corti gentilizie – e bisognava leggerla con ritmo, perlomeno. O con musica, se il luogo e l’occasione erano abbastanza ricchi o attrezzati.
Così è in un certo presente, quello abitato dagli abitanti del web, soprattutto – e da un certo gusto che hanno di rendere spettacolare il loro esistere nel mondo reale. L’idea che un poeta del web, o uno scrittore, quando irrompono nella vita vera diventino personaggi da palcoscenico (intelligenti, culturali, illuminanti sulle questioni del mondo) sta entrando sempre di più nelle nostre abitudini.
Così sarà in futuro. Soprattutto se Catalano, come auspica più volte nel suo libro, riuscirà a diventare ricco e famoso grazie alle sue poesie – e quindi a essere il leader riconosciuto di un movimento attualmente in tumultuosa formazione.

3 pensieri su “Guido Catalano e l’importanza della recitazione nella costruzione della poesia

  1. Pensavo lo fosse già diventato, ricco, il piccolo grande Guido. Famoso lo è già.
    Guido Catalano mi ha cambiato la vita… In peggio, forse. Prima di conoscerlo non avevo una grande considerazione per la poesia recitata. E non immaginavo che la poesia potesse essere (anche) divertente. Si campa meglio, a scrivere soltanto, e non ci si illude che i carmina possano dare non solo il panem, ma anche… No, questa non la dico.
    Guido è un grande cabarettista, oltre che poeta. Subito dopo aver letto il suo libro, bisogna assolutamente assistere a una sua performance.

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