I contadini non amano i fiori (sulla passione per l’antiquariato)

Non ha finestre, quasi non ha porta
il ripostiglio, la grotta
nel recesso più buio, più segreto
della casa dove sono nato.
La muffa nera alle pareti
è soffice come muschio e ha un odore
di salnitro e ammoniaca.
Da nere travi pendono corde secche,
qualche paniere sfondato e ragnatele
disabitate. Neanche più gli insetti
vivono in questa tomba.
La chiave viene perduta
e ritrovata ogni sette anni.
M’invitano a indossare abiti vecchi,
tute scafandri caschi,
se voglio entrarvi a cercare con la candela
cose che altri dicono preziose
senza conoscerne i nomi francesi o arabi.
Appena trent’anni fa erano vive,
ancora in uso. Niente di speciale:
contenitori per olio e conserve,
attrezzi per lavorare la terra.
Cose che non hanno ancora un nome
nella straniera lingua in cui scrivo.
E non vorrei, del resto, per rispetto,
scriverne i nomi in corsivo,
evocarle in dialetto.

Sopravvivono i nomi – e gli scheletri.
Durano poco, oggigiorno, le cose.
Le parole, un po’ più durature,
non sono pietra, sono creta, o rame,
che quando è nuovo sembra oro.
Ma questa è l’epoca della resurrezione,
della vita eterna sulle mensole
di vetro, nei paradisi antiquariali.

Dovrei svuotare questo intestino cieco,
tradurre tutto nella mia nuova casa,
quando ne avrò una: panieri ceste
lumi a petrolio crivelli caldani
stoviglie pentole giare
cordame aratri falci rugginose
e ragnatele spesse come terra.
Ma basterà lavare, restaurare?
E quali piante dovrò coltivare
nel mio giardino?

O cara infanzia, amate cose, vecchie
e non antiche, Itaca
è mai esisistita? E vi ho davvero amate?
Ci eravamo disaffezionati
a voi, alle vostre ombre, come ai malati
che non guariranno più,
e non li guardiamo neppure,
quando siedono a tavola
pallidi e silenziosi.
Trent’anni dopo, di sé non lasciano
che ossidi, gusci vuoti e contraffazioni
persino nella memoria. No, non somigliano
alle patacche in vendita presso gli scavi,
né alle reliquie dubbie degli antiquari
che mostrano gromme e patine “originali”.

Dovrei lodarvi, venerarvi, o lari,
comporre odi per voi e peana.
Invece mi fate pena, come a mio padre.
Nascondetela, quella padella
annerita al fuoco di legna.
Perchè le avete inflitto
il ludibrio di stare lì esposta,
appesa, tra rampicanti e bougainville,
al muro di cinta di un villino,
in compagnia di un’erma di cemento
e di ortensie negli scaldini?
O almeno allontanatela del tutto,
truccatela, mummificatela
come le sue sorelle,
la cui crosta di fumo fu lavata
con l’acido per il water,
e il cui rame splendente, ritrovato,
venne di nuovo cancellato
con nitrato d’argento e ammoniaca
che le insignirono di un verde antico,
da bronzo greco o patella
trovata alla Villa Romana.

I miei ricordi non sono ancora
memorie. E vorrei cancellarli
con plasticoni e vernici. Non posso
tenere i cadaveri dei miei morti
in mostra sul canterano.
Tornato da Milano, del resto, non ho trovato
il lume a petrolio nel granaio,
il fuso e l’arcolaio nel sottoscala.
I miei cugini li hanno razziati
e venduti ai mercanti di Catania.
Puzza di morchia la giara superstite
ancora dopo trent’anni.
Dovrei riempirla di terra, come fan tutti,
e piantarci una palma, o dei gerani.
Ma mio padre e mio nonno a Leano
non piantarono palme, mai, né oleandri,
né rose né gerani. Gli unici orpelli
erano le decorazioni sulle stoviglie,
le ceramiche di Caltagirone.
Ma quelle erano fiori dei padroni,
regali del barone palermitano,
del cavaliere gerosolomitano.
I miei avi piantavano peri e meli
e pomodori, non laurocerasi.
E mandorli e noccioli, altro che ficus.
Seminavano grano, non prati inglesi.
Cipolle, non bulbi di crocus.
Le palme e i fiori stavano ai giardini pubblici,
non in casa e in campagna.

Ce n’erano anche là, fiori, cipressi,
dietro il muro di glicine e spine
che ci vietava la cerca dei nidi,
nella casa che apriva il suo cancello
solo a settembre, quando l’autunno
con l’esattore veniva
a esigere il raccolto dell’annata.
Ed allora cessava
il silenzio solenne in quei giardini.
Gli uccelli vi potevano cantare,
il signorino giocava
con una palla d’oro,
il fiero campiere s’inginocchiava
e baciava la mano.
Narrano che a dodici anni
il signorino morì
per una puntura di vespa,
o forse perì avvelenato
da un bicchiere di vino di Serradape.
E il barone, che aveva celebrato
l’aria salubre dei colli armerini,
non vi tornò mai più.

Ci sono entrato mai in quella casa?
Grande, più grande d’ogni casa umana.
Ero bambino e l’orgia dei tritoni,
là, fra gli spruzzi e i salici di babilonia,
mi parve cosa che forse ho sognato.
Dagli archi un po’ normanni e un po’ moreschi,
dalle mensole e dalle balconate
ghignavano e ringhiavano mascheroni,
un po’ draghi e un po’ grugni satireschi.
E dentro, quanti marmi e princisbecchi!
nuvole a forma d’angeli e madonne
volavano fra stucchi e lampadari.
Le cornici barocche dei ritratti
di Paladino, gli specchi, i doppieri,
le dormeuse le agrippine i luigi dodici
e altre meraviglie che anche adesso
non saprei come chiamare:
roba che certo non potrei trovare
alla Zineffa, rivendita
di vernici e cornici fatte a mano,
barocche anch’esse e di poliuretano.

Il corniciaio vende anche le pecore
di gesso, e putti e piccoli gazebo
per i giardini con bossi e panchine,
cose che tutti possono comprare.
Mi racconta che il padre era un pastore.
E io ripenso agli ovili di Muliano
e al pastorello di quattordici anni
che ammazzò col bastone una ninfa
chiamandola puttana.

Lu iornu pasciva li pecuri
la sira faciva sipali… (1)

Degli ovili come dei terreni
facevano recinzioni con muri a secco.
Le pietre nel ragusano
sono merda del diavolo,
altro che suiseki e giardini zen:
per ogni chicco da seminare
bisognava togliere una pietra.
A Enna, che si chiamava Castrojanni,
le case dei pastori erano grotte,
come nel presepe, e di pietra vera.
I figli di quei trogloditi sono pingui
come tutti gli ex emigrati
e bilingui: ennese e tedesco.
Fanno sopraelevazioni e seconde case
con blocchi di cemento.
Folcloristi antropologi professori
li vogliono specie antica da salvare,
ma quelli non lo sanno: troppi innesti
allignano sull’ignobile nobile ceppo.
Nel campo avito piantano un pesco
e due pini di aleppo.

(1)Da una canzone popolare: di giorno pascolava le pecore/di sera costruiva muri a secco.

5 pensieri su “I contadini non amano i fiori (sulla passione per l’antiquariato)

  1. Ho letto questo poemetto per la prima volta almeno dieci anni fa. A distanza di anni lo apprezzo ancora di più.
    Il discorso sulla mutazione antropologica e sul cuore contadiono che resiste al mutamento è difficilissimo, e averlo svolto con tanta apparente facilità, in un linguaggio intensamente poetico eppure piano e accessibile, è quasi un miracolo. Poi c’è un discorso più nascosto, quasi segreto, che mi spiegasti a suo tempo. I contadini non dovrebbero scrivere poesie, dicevi, ma fare cose utili. Niente è più utile di una poesia come questa, che racconta, argomenta e commuove.
    Non dirmi che sono di parte in quanto tuo amico, lo sai che ti ho anche stroncato a volte…… volendo esagerare.

    Giuseppe

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  2. ricordo che firovano muffe sui muri a nord della casa, dove c’era lo “sbrattacucina”, il secchiaio di pietra, largo, ampio per contenere le grosse pentole, i calderoni,le padelle e tutti gli altri attrezzi per il burro o il formaggio che si facevano in casa.
    Ricordo che quello era compito della nonna, la nonna materna, l’augusta di casa, anche se aveva nome Angela. Iniziava prestissimo il mattino e si coricava non proprio prestissimo la sera. Amava guardare il tramonto, in qualsiasi stagione e gustare, col bel tempo, tutti i profumi dei campi, delle erbe, degli alberi, delle colture. Aveva un nome ogni cosa ed aveva un suo spazio preciso dentro di lei e noi. Seminava pomodori e fiori, servivono per i morti al camposanto e per rallegrare lo sguardo oltre che l’olfatto.
    Gli uomini, sì gli uomini non avevano un pronunciato senso dell’estetica, ma pur se contadini non erano propriamente bestie,anche se si caricavano la soma di lavori pesanti e spesso umilissimi.
    Sono cresciuta in quel contado di erbe, animali e stelle, poichè nessuno, la notte, dimenticava di guardare in alto e cercare i segni,non tanto per il domani, ma per un futuro, anche se prossimo, che arrivasse fino all’autunno. Si osservava e si ascoltava la terra e i cicli del cielo, per capire i movimenti delle stagioni, c’era relazione tra l’uno e il tutto e compassione, non pietà, riservata ai morti.La parola veniva semi-nata e aveva lo stesso peso di una spiga di grano, la si ripuliva dalle erbacce a mano, correndo il rischio di rimanerne segnati. Diari di preghiere erano i gesti, le innumerevoli rinunce, mai ricordate, solo vissute, fino all’ultimo passaggio.
    Un testo che percorre memorie che sono architetture rurali, flora e fauna, che non hanno cementazione a trattenerle, piuttosto una sedimentazione tipica di quei muretti a secco che segnavano i terreni, bassi,eliminati dal campo per meglio lavorarlo, oltre cui la vista e solo con un salto si era oltre,sempre a contatto con la terra e la vita.
    Quando ogni nazione dimentica la relazione con la terra per farne intensiva industria, speculazione in cui moltissimo è il superfluo e dimentica che c’è molta, troppa gente che crepa di fame,allora tutto ciò che chiamiamo civiltà è solamente una falsa illusoria visione. Grazie,ferni
    ferni

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  3. Lo posso chiamare Poemetto?
    E’ decisamente, fortemente sentito
    e mi ha toccato, anche tanto, con le immagini/parole che hanno colore, peso, senso e odore.

    E’ un sentire melanconico che sei riuscito a trasferire su vibrazioni più acute, drammatiche, e che mi ricordano esperienze, esplorazioni lontane e vicine di cantine, sottarchi, magazzini dell’abbandono, ragnatela, muffa.
    Al paese, quando entrai in una nuova casa, ma molto vecchia, in cantina un odore familiare, dell’infanzia, mi afferrò, quasi mi fece barcollare, quasi svenire, tanto forte che mi attaccai ad un battente di porta.
    Era profumo di botti, legni un po’ marci, terra tufacea, vinacce.
    Conservo padelle in rame, stagnate, di mia nonna; molte volte mi servì pietanze da quei metalli:
    son pronte lì per cucinarci, ma ti giuro che lo farò!
    Non oserei mai usarle da sottovasi!

    Bravissimo Giovanni!

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  4. Giupà, ti perdono l'”intensamente poetico” e qualche altra iperbole. Ma almeno non dire che siamo amici, ci faccio una più bella figura.

    Ferni, il tuo bel “commento” ha un’aria familiare (ci conosciamo?). E io sono molto contento che dai miei rovistamenti in un ripostiglio, e poi in un cassetto che da anni non aprivo, saltino fuori preziose scritture altrui, suscitate, ispirate dalla mia o ritrovate. Scritture che intersecano il mio poemetto, lo interrogano e ne dilatano i significati.
    “Sono cresciuta in quel contado di erbe, animali e stelle, poichè nessuno, la notte, dimenticava di guardare in alto e cercare i segni,non tanto per il domani, ma per un futuro, anche se prossimo, che arrivasse fino all’autunno.” Questa devo proprio trascrivermela.

    Mario, devo confessare che un soprammobile antico ce l’ho: un macinino. Ma non so se ne faccio un uso proprio: è un diffusore di profumo (è lì su una mensola, accanto a un diffusore indiana line quasi altrettanto antico). Lo chiamavano majinaspézi, macinapepe, e profuma ancora di pepe, dopo cinquant’anni: un profumo che i spèzi non hanno più, neppure se te le strofini nelle narici.
    L’esplorazione prosegue, Mario. Ed è una seconda, una terza esplorazione. Le parole hanno narici sensibili, oltre ad essere l’unica possibilità che abbiamo di far durare le cose. A patto che non le trattiamo come “giare da giardino”.

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