Vomito di mezzanotte

ombra 

 

di Johanna Combi

 

Non potrei dire di non aver mai amato.

Sarebbe una bugia, o forse, non  voglio annunciare a me stessa un verdetto che ho sempre temuto, e che ho sempre cercato di scacciare il più lontano possibile.

Io ho amato.

Sarebbe triste ritrovarsi sul proprio letto una sera come questa, guardarsi indietro, e pensare che in tutta la propria vita non s’abbia mai amato.

Quando mi fu fatta questa domanda? Forse non mi è mai stata posta.

Forse vorrei solo tirare il bilancio dei miei anni, e pensare che in tutte le notti di ardente passione,  mai passate nello stesso letto, con lo stesso uomo, non abbia mai amato nessuno dei miei partner, pensare che solo la mia futile e animalesca voglia di incontrare l’amore mi abbia fatto trascorrere notti sensuali con degli sconosciuti, e questo sarebbe un peso insopportabile da portare con me.

Ti amo.

Ho detto tante, tante volte queste due parole, queste 5 lettere, una in fila all’altra, staccate da un solo spazio che, a volte lente, a volte travolgenti, si schiantavano contro la mia dentatura superiore, poi scendevano verso l’abisso della mia bocca che si apriva per scandire meglio, lettera per lettera, quelle parole ricche di significato. Poi la lingua risaliva e percuoteva un’ultima volta i miei denti per poi aprirsi in un sorriso, perché io ci credevo, perché io credevo di amare, perché io volevo essere amata e amare, amare di un amore insaziabile, un amore che divora, un amore che non lascia pensare ad altro che a se stesso, ti amo, ich liebe dich, je t’aime, te quiero, I love you,  parole che nel corso degli anni ho abusato, maltrattato, violentato con la mia furia, la mia incessante voglia di amare.

Amare,amare anche solo per un poco,quel poco che basta,  per poter dire di aver potuto intingere anche solo la punta della lingua, nel calice dell’amour.

Ebbene, io ho cercato l’amore, il vero amore, ma l’amore non ha voluto me, con me ha solo giocato a nascondino. Mi ha preso in giro, e seduto sulla sua poltrona si è fatto delle grosse risate sulla mia incessante ricerca, e sulla mia ingenua credenza.

Ogni volta che conoscevo qualcuno credevo di averlo trovato,di aver trovato lui, l’amore, di averlo tra le braccia, e stolta, ogni volta abbracciavo, baciavo, amavo l’amore, che invece, subito dopo un’unica serata, scappava di nuovo a nascondersi dietro qualche albero, per potersi di nuovo divertire a guardarmi, come anche dopo l’ultima sconfitta, ingenua, mi rimettevo alla sua ricerca.

Non ho mai perso la speranza,non ho mai voluto credere che l’amore non facesse per tutti, e tanto meno per me… che dopo tutti questi “ ti amo ” il velo di maya mi si lacerasse davanti e mi mostrasse la verità per quello che è ; sono una donna che è stata fedele per tutta la vita al suo cuore e ha amato, ha amato, ha amato l’amore, questo sentimento che avrebbe tanto voluto conoscere e provare, sapere nel suo docile petto. E’ stato un amore platonico, ma non per questo meno reale di tanti altri amori disgraziati che non si sono mai conosciuti.

Un amore che ha davvero lacerato la carne nella continua e ossessiva ricerca, mai conosciuto,e tanto ardentemente desiderato.

11 pensieri su “Vomito di mezzanotte

  1. Eh, cara mia… L’è andada inscì! Probabilmente le nubi si addensavano sin dall’infanzia. Psicoanalisi a manetta finché sei in tempo, un po’ di lucido ed eroico amor fati, e via col tango. Te lo dice una nella stessa barca. Sai scrivere.

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  2. Psicoanalisi? Mah… non crediamoci troppo. Qualcuno diceva che l’inconscio esiste da un certo reddito in su… E cmq, che almeno non sia lacaniana, por favor.
    (PS.: l’amore? cos’è, qualcosa che si mangia? ma forse non sono originale)

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  3. Scusate, ma prima di tutto è quell’idea dannosa chiamata “amore” che non andrebbe nominata invano!

    Macondo: com’è che ti viene in mente il freddo giochino intellettuale francese chiamato psicoanalisi lacaniana?

    Lucy: “Laggiù nell’Arizona… terra di sogno e di chiamere… se una chitarra suona… cantano mille capinere… Il bandolero stanco…” (e poi non la so più!)

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  4. ALB, per rinfrescar la memoria:

    Laggiù nell’Arizona
    terra di sogni e di chimere
    se una chitarra suona
    cantano mille capinere
    hanno la chioma bruna
    hanno la febbre in cuor
    chi va cercar fortuna
    li troverà L’amor.

    A mezzanotte va
    la ronda del piacere
    e nell’oscurità
    ognuno vuol godere
    son baci di passion
    L’amor non sa tacere
    e questa è la canzon
    di mille capinere.

    Il bandolero stanco
    scende la sierra misteriosa
    sul suo cavallo bianco
    spicca la vampa di una rosa
    quel fior di primavera
    vuol dire fedeltà
    e alla sua capinera
    egli lo porterà.

    A mezzanotte va
    la ronda del piacere
    e chi ritornerà
    lasciando le miniere
    forse riporterà
    dell’oro in un forziere,
    ma il cuore lascerà
    fra mille capinere!

    Mi è venuto in mente Lacan perché la sua psicoanalisi ha sempre avuto dei problemi con la corporalità

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  5. 1
    Lacreme d’ammore perduto.

    …ho il cuore gonfio,
    e,
    stupide lacrime,
    agli occhi:
    fanno pena
    e per di più fanno ridere:
    guardale,
    si rifiutano di uscire,
    ciliegie appese
    che nessuno coglierà
    a causa del prezzo alto
    per l’esoso raccoglitore,
    a quanto rivenderle,
    se ci rimetto,
    dice il fruttivendolo;

    queste lacrime
    in agguato…

    le ho viste,
    stanno lì nelle torri
    nelle cripte,
    nelle Tv
    si svestono.
    Tra porno casto e porno
    Con la tassa.

    no, no,
    adesso però,
    non confondete le cose,
    adesso.
    no, no,
    perché or ora
    non ci riferiamo più
    (dal singolare al plurale)
    alle lacrime…
    bugiarde,
    vere e abbondanti
    di cui
    abbiamo parlato
    appena un secolo fa.

    quando parlavamo di lacrime,
    ci riferivamo a prima…
    adesso no,
    no, adesso;
    adesso, invece, parliamo di loro…
    sono tutte bellissime e,
    anche dovrei dire anche mostruose,
    osserva il alto oscuro
    alzando il tappeto, dove solitamente
    si butta la polvere del pavimento,
    ma di cui(scommetteteci pure:
    parola mio d’onore)
    la terra tutta, con loro,
    si è abbellita e abbruttita
    molto ma molto
    e se esse non ci fossero mai state
    che vita sarebbe la nostra?
    Come avremmo fatto per esempio
    Per nascere e dire di essere nati?
    E baciati e amati e, maledetti?
    ma la terra sa poi come porvi rimedio
    parlo degli eccessi
    di bellezza e bruttezza;
    della bellezza e della bruttezza.

    loro,
    stanno lì,
    in questo ruolo immane,
    e anche equivoco…
    di bellezza e bruttezza,
    a tutti i costi e,
    coraggiosamente,
    ad ogni costo.
    eppure
    a volte svolazzano,
    con tutte quelle schiavitù addosso,
    o stanno ferme per secoli con i loro
    ambigui straordinari sorrisi di Gioconda,
    o come imperituri pali elettrici.
    mi hanno preso…
    stavolta ho pianto per loro,
    ma anche per qualcuna,
    con cui mi son soffermato
    nei giorni e negli anni,
    nei minuti negli attimi disperati e,
    d’amore e di morte.
    Ho pianto, non me ne vergogne:
    mi hanno dato molto,
    ma spesso non le ho capite e molte
    le ho trascurate.
    Poi…ricompaiono con forza
    facendo leva sull’amore usato
    del tempo che fu…e, le guardo,
    le tocco di nuovo e ancora,
    e accussì,
    ‘a pucundria(la malinconia)
    se piglia ‘o core.
    Sarebbe a dicere ‘o core mio.
    Ma, in verità, nun sulo ‘o mio.
    Dopo scompaiono di nuovo,
    poiché hanno visto i nuovi usi
    dei nuovi amori…
    e,
    riemergono,
    quando sono andate via,
    per altre strade di cieli,
    di montagne,
    di pianure,
    di colline e di mare…

    hanno visi che conoscevo
    si rifanno al nostro misero
    bagaglio…
    in cui rovistiamo
    quando perdiamo il filo.
    Qualcuno crede in una somiglianza,
    tipo: si, già l’ho vista,
    ma anche frequentata.
    Tutte le altre son messe in fila.
    Ma ci riportano al punto di partenza,
    forse, di un più vasto…orizzonte…
    ho dimenticato
    la parola che volevo usare…
    son’io
    o son lor
    con i sottili fili
    che le leggono e a tirare,
    a nascondere,
    a far emergere,
    a confondere, occultare,
    deviare, depistando non solo
    la nostra attenzione:

    ignoranza
    che mandano bolle
    in superficie

    legami
    dimenticanze
    dimenticare
    di un datario perduto

    eccole,
    sono loro,

    le parole dei morti
    che ci portiamo dentro
    e,
    sono loro
    a presentarci il conto
    di quello che siamo,
    anche quando bariamo e,
    occultiamo: le parole.
    Le mie ignoranze…
    sono gli ignoranti morti
    che costituiscono il mio passato,
    perciò,
    il presente e il futuro.
    e,
    non ho nessuna intenzione
    di buttare fango su di loro.

    Le mie ignoranze,
    hanno radici profonde,
    tenaci,
    e d’imbrogli,
    di giocate qualsiasi,
    di vite buttate al macero,
    come le parole
    sotto le ruote della Storia.

    e rispuntano come funghi
    dopo la pioggia,
    qua e là,
    quel che affonda
    in un volgare lapsus
    nella terra,
    e,
    di cui dispone il tempo.
    e,
    alla mia morte,
    non scompariranno
    che metallo d’amor umano,
    preziosissimo,
    con me porterò.

    ‘A parola ca ogni essere umano
    scetato o addurmuto
    dice:
    è sta mise
    pure chella e chestata songo state mise
    dint’a casciaforte d’o tiempo.
    E’ accussì ca ‘o munno
    È turnata ‘a primma mela.
    ‘A mela d’o peccato,
    chillo ‘e fa dicere:
    E’ ‘a civiltà d’e pparole.
    L’unica parla che testarda
    Resiste,
    la conoscete bene:
    si chiamma e si dice: ammore;

    ammore muorto cu ‘a stessa civiltà:
    l’età moderna, l’età d’e machine.

    Scarpantibus.

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  6. 2
    Tu vulesse

    Te vulesse chiammà ammore,
    ammore mio carnale;
    pecchè,
    ll’ammore,
    e vuje ‘o ssapite bbuono,
    fa suffrì, gioì e murì;
    ma pe’ ‘na fata o ‘na janara,
    a siconda ‘e comme jesce ‘o sole,
    me mettono mocca sti pparole:
    ma tu chi sii,
    ca me fa pappulià
    comme ‘a carne dint’o rraù,
    cu ‘o ddoce d’e parole,
    ca me staie a straccià ‘o core ‘n pietto,
    eppure è mmele ‘a vocca toja.

    No, ‘a verità è ca songo asciuto scemo
    Ca me sonno(sogno)ancora ll’ammore
    Comme fosse ‘nu guaglinciello
    Sempe ‘nammurate
    Ca corre addereto a ‘na canella
    E spera ‘e nun s’addurmì
    Ncopp’a ll’acqua d’e ricorde
    E d’a memoria.
    C’aggia fa,
    more cuntento,
    si ‘a morte
    me fa stu rialo,
    ‘e me fa risciatà ll’urdemo suspiro,
    dicenno: Ammore mio carnale.
    Me ne so gghiuto mentre tu
    Ancora durmive
    ‘E strade erano deserte e sulagne
    E forse aggio capito ll’ammore.

    Scarpantibus.

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  7. … adesso, rileggendolo qui a roma in un lurido internet-point, lo leggo di nuovo, come se fosse la prima volta e mi sembra davvero un bellissimo testo….

    s.

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