Del perduto senso – C’era una volta un indiano – di Natàlia Castaldi

la peinture à la maison

Se si fosse almeno un indiano, subito pronto e sul cavallo in corsa, torto nell’aria, si tremasse sempre un poco sul terreno tremante, sinché si lasciavano gli sproni, perché non c’erano sproni, si gettavano via le briglie, perché non c’erano briglie, e si vedeva la terra appena innanzi a sé come una brughiera falciata, ormai senza il collo e la testa del cavallo!

Franz Kafka, Desiderio di diventare un indiano

C’era un sogno,
una stella, sapeva
di mare, reti,
fabbriche e sudore.
E c’era un ragazzo
che voleva lottare
con pochi soldi
ed una chitarra di cartone.

Aveva una penna
cui affidare
l’ardore, come
una donna che
gli custodisse il dolore.
Esistevano i poeti,
i cantori, i profeti
e le sue mani erano
farfalle libere nel sole.

Sono passate le maree
senza lasciare conchiglie
tra le alghe ed il suo
cavallo ammansito
reclina il capo sul
fieno amargo
d’uno steccato.

Rimasticato nel cappello
ora abbassa la visiera:
la stella perduta nel
pentagramma confuso
del pensiero dentro i
suoi occhi si confonde al
soprabito di scena.

C’era una volta un indiano
adesso s’è impiegato.
Alla fiera delle cose perdute
tira somme come un ragioniere:
non scontentare nessuno
il suo mestiere.

[Immagine: Franz Krauspenhaar – La peinture à la maison.]

8 pensieri su “Del perduto senso – C’era una volta un indiano – di Natàlia Castaldi

  1. non la chiamerei “canzoncina” piuttosto un’ amara “ballata” (i versi finali sarebbero un ottimo ritornello).

    Sapendo di potermelo permettere con la Castaldi 🙂 incollo qui “qualcosina” che mi ritorna in mente leggendo i suoi “disingannati” versi:

    Un uomo onesto, un uomo probo,
    tralalalalla tralallaleru
    s’innamorò perdutamente
    d’una che non lo amava niente.

    Gli disse portami domani,
    tralalalalla tralallaleru
    gli disse portami domani
    il cuore di tua madre per i miei cani.

    Lui dalla madre andò e l’uccise,
    tralalalalla tralallaleru
    dal petto il cuore le strappò
    e dal suo amore ritornò.

    Non era il cuore, non era il cuore,
    tralalalalla tralallaleru
    non le bastava quell’orrore,
    voleva un’altra prova del suo cieco amore.

    Gli disse ancor se mi vuoi bene,
    tralalalalla tralallaleru
    gli disse ancor se mi vuoi bene,
    tagliati dei polsi le quattro vene.

    Le vene ai polsi lui si tagliò,
    tralalalalla tralallaleru
    e come il sangue ne sgorgò
    correndo come un pazzo da lei tornò.

    Gli disse lei ridendo forte,
    tralalalalla tralallaleru
    gli disse lei ridendo forte,
    l’ultima tua prova sarà la morte.

    E mentre il sangue lento usciva
    e ormai cambiava il suo colore,
    la vanità fredda gioiva,
    un uomo s’era ucciso per il suo amore.

    Fuori soffiava dolce il vento
    tralalalalla tralallaleru
    ma lei fu presa da sgomento
    quando lo vide morir contento.

    Morir contento e innamorato
    quando a lei nulla era restato
    non il suo amore non il suo bene
    ma solo il sangue secco delle sue vene.

    (F. De Andrè, La Ballata dell’amore cieco)

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  2. È inutile come il mattino dopo un sonno senza riposo
    rincorrere l’ombra d’un sentiero di cipressi lividi
    infilando perline ad una collana spezzata
    intorno al collo della negligenza
    succube di parole morte nella notte senza afa
    la fede spezzata in un crocicchio di quesiti
    senza attese si deforma allo specchio di mille maschere di zucchero e sale
    ***
    Se la luce è trasparenza a cosa serve questa patina dorata?
    ***
    In bianco e nero amo guardare il vero delle cose
    nel grigio smorto delle nebbie al camminare degli scarponi
    antinfortunio detratti a rate dallo stipendio aziendale.
    ***
    Alle cinque cantava la sirena il richiamo delle anime
    trascinanti corpi assonnati che evaporavano odori di letto e figli.
    Seduta a studiare diritto internazionale la osservavo passare in fretta
    e sognavo un avvenire che mi facesse ricordare il suo nome
    ma una mano scrisse una legge, poi perì nel sangue.
    ***
    Nessuna luce ancòra dal mio balcone è degna dei colori
    del reale
    ***
    Si mischiano le pelli dei sottopagati nel sudore appeso
    a mezz’aria dal suolo senza funi né ripari.
    Cartellini da timbrare con contratto interinale
    e domani un nuovo mestiere per bestiario
    di pretese, ma ubriachi marci al week-end affogheremo la frustrazione
    col jeans nuovo griffato come uno statale.
    ***
    Poi si scopa la prima venuta senza impegno
    che non vale la pena investire a rate su un futuro
    quotidiano, basta la macchina con lo stereo alto
    a soddisfare il preconfezionato orgasmo.
    ***
    La preghiera del padre si disegna agli angoli d’una bocca da sfamare
    nei crampi d’uno stomaco vuoto d’amore
    che brama leccornie da consumare in fretta
    per mondare gli interstizi dei denti dagli avanzi di fragole mature
    lievi come il mulinare del vento per un marinaio nato in camicia
    che mille lidi attraversa sempre appeso alla sua rammendata tela
    che perde il vento dalle toppe dei suoi miseri inganni.

    Buonanotte e grazie per l’accogliente ospitalità, Lucifero

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  3. il nesso sta nell’amicizia e nella stima che fa unire due diverse espressioni artistiche, e a proposito della “FranzArt” … mi ricorda tanto l’uso delle stoffe e delle toppe operato da Rauschenberg ed Oldenburg …

    p.s.: e poi in questo contesto fa tanto di Old America. 🙂 (sempre grazie Franz)

    lucifero.

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