Un sogno comune…?

Finirà anche questa pietosa stagione politica, e credo che in molti ci si aspetti, giunto quel momento, non un semplice “buon programma di governo” e “valide strategie elettorali”, per il futuro. Una società martoriata come la nostra – sullo sfondo di una questione morale quasi ogni giorno sotto i riflettori della stampa nazionale e straniera – dalla crescente povertà e precarizzazione, seppure globale, da leggi volte ad evitare al premier processi e possibili condanne penali, da leggi elettorali che hanno tolto al cittadino il diritto di scegliere direttamente i candidati, per attribuirlo alle segreterie dei partiti, da una serie di norme mirate ad imbrigliare la magistratura, a limitare il diritto di libera espressione, informazione e comunicazione attraverso la Rete e le tivù pubbliche, a imporre una fonte energetica, il nucleare, bocciato con un referendum vent’anni fa, a smantellare la pubblica amministrazione a cominciare dalla scuola pubblica, con licenziamenti, esternalizzazioni di servizi e trasferimenti massicci di risorse al settore privato – ha infatti bisogno di qualcosa di più.
Si sente forte il bisogno di un ribaltamento di destino – quello disegnato da pochi a svantaggio dei molti – attraverso un progetto coraggioso, chiaro nelle finalità e largamente condiviso; un progetto onesto e deciso che voli alto, che sappia unire le componenti sociali dentro nuovi equilibri che garantiscano, a tutti, un’esistenza dignitosa senza intollerabili sperequazioni e senza togliere, oltre misura, a chi molto possiede; un progetto a livello mondiale che dalle ceneri del liberismo e del capitalismo morenti sappia rigenerare speranze e almeno qualche sicurezza, nella vita: nel lavoro, nel soddisfacimento dei bisogni primari (sufficiente alimentazione, una casa che tutti dovrebbero avere senza essere strangolati dai mutui, un’istruzione fino al più alto grado) in una rinnovata etica dei consumi e nell’utilizzo delle risorse naturali e sociali; un progetto globale che sia di riferimento ai governi nazionali e locali; un progetto che ponga tra le priorità l’aiuto costante e massiccio ai singoli e alle popolazioni bisognose, mettendo in conto interventi internazionali per reprimere dittature e guerre sanguinarie.
Un progetto che non possiamo più considerare un sogno, ma un bisogno, urgente, indifferibile, che passa non attraverso il miraggio di un arricchimento materiale ma attraverso la consapevolezza di parziali e inevitabili rinunce a qualcosa, per l’effetto di una maggiore giustizia sociale; un progetto che troverebbe, inevitabilmente, molti nemici e, per contro, un numero vastissimo e crescente di sostenitori.
Non spetta a noi cittadini stabilire i termini esatti di un simile progetto, che richiederebbe conoscenze e competenze adeguate, e forze e gambe e sinergie per camminare e superare i molti ostacoli. A noi compete maturare e sviluppare questo sogno di radicale cambiamento, la sua urgenza, e, eventualmente, urlarlo, propagarlo, reiterarlo. Sorprende che non s’intraveda nulla di tutto questo, pur essendo da molti auspicato; che continui a imperversare solo una piccola politica chiusa e autoreferenziale, all’insegna del tirare a campare e del rimpallo di responsabilità, senza una propria forza ideativa e propulsiva; una politica che nulla azzarda. Quante legislature passeranno prima che la classe politica, ipertrofica e strapagata, rinasca e faccia propri lo sdegno e le aspettative di chi confida in loro? Quante legnate sulla schiena e sui denti gli elettori, allo stesso modo, dovranno ancora prendere perché voltino le spalle a chi alimenta in loro soltanto i peggiori istinti, perpetuando piccoli e grandi egoismi? Dal cuore o dalla ragione la certezza, ormai, che non può esserci serenità e benessere individuale in mezzo alla sofferenza e all’indigenza degli altri.

9 pensieri su “Un sogno comune…?

  1. Ciao, Giovanni, bentornato con le tue riflessioni.

    Forse qui:

    “credo che in molti ci si aspetti, giunto quel momento, NON un buon programma di governo”

    c’è un NON di troppo?

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  2. Grazie, Giovanni, adesso è più esplicito.

    Le domande che poni sul finire del tuo testo mi fanno venire in mente alcune affermazioni di Etienne de La Boétie in “Sulla servitù volontaria”:

    “astuzia dei tiranni consiste nell’istupidire i propri sudditi…

    la tendenza naturale del popolo… è di mostrarsi sospettoso verso chi lo ama, fiducioso verso chi lo inganna…

    i tiranni, prima di commettere i loro efferati delitti, li fanno sempre precedere da bei discorsi sul bene pubblico e il soccorso agli sventurati

    il teatro, i giochi, le farse, gli spettacoli… esca della servitù

    a causa dei vantaggi e dei favori strappati ai tiranni, si arriva a un punto ove quelli che traggono vantaggio dalla tirannia sono quasi numerosi come quelli che aspirano alla libertà”

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  3. Quante legislature passeranno prima che la classe politica, ipertrofica e strapagata, rinasca e faccia propri lo sdegno e le aspettative di chi confida in loro?

    Prendo in prestito la tua frase, vorrei poter sperare, ma ho paura che la politica sia solo una serva in mano al potere.

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  4. Qualcuno che molti hanno conosciuto e che, alla fine, ha insegnato, a quanto pare, più del grande Socrate, o di Cristo, o di molti altri maestri, ha lasciato scritto nel suo quaderno di appunti:- “La Grande Bugia è una bugia così enorme da far credere alla gente che nessuno potrebbe avere l’impudenza di distorcere la verità in modo così infame” – (Adolf Hitler, “Mein Kampf”)- Pare così contemporanea questa orrenda “dettatura”,da far rabbrividire.
    Quanto alla riflessione di Nuscis, condivido pienamente, e sollevo l’attenzione sul fattore primario, per me, un’agricoltura abbandonata, una salvaguardia non delle proprietà, ma di un uso adeguato e partecipato delle terre (mi torna in mente la Partecipanza Agraria di Pieve di Cento, un allevamento del bestiame, di ogni tipo, che tenga conto non dei consumi (e soprattutto del superfluo, quanti capi abbattuti e buttati, quanto spreco!),una ridistribuzone capillare e non gestita da grossi centri, garantirebbe una minor manomissione dei beni e un minor inquinamento a livelli diversi, con aumenti di relazione che, oggi, sono ridotti a niente. ferni

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  5. Purtroppo c’è nel nostro paese una mancanza di dignità generale che permette ai politici di essere e fare quel che tocchiamo con mano. C’è il disprezzo per chi fatica e la risata oscena non è appannaggio di chi comanda, è stata fatta propria da troppi.

    “Quante legnate sulla schiena e sui denti gli elettori, allo stesso modo, dovranno ancora prendere perché voltino le spalle a chi alimenta in loro soltanto i peggiori istinti, perpetuando piccoli e grandi egoismi? Dal cuore o dalla ragione la certezza, ormai, che non può esserci serenità e benessere individuale in mezzo alla sofferenza e all’indigenza degli altri.”

    A me capita sempre più spesso di constatare che di questi “altri” si ride e si attende vengano allontanati: licenziati o messi a tacere, denigrati e umiliati col mobbing o in tanti modi e se sono altri più altri di noi rimandati in luoghi dove nemmeno una sorte di torture e violenza fa si che nasca un barlume di coscienza.

    Anche se sembro pessimista, non lo sono però.
    Niente è definitivo, nessuno vince per sempre, ma è il momento che è duro e amaro. Accolgo condividendo parte della tua rifessione Giovanni e spero che l’attesa non sia troppo lunga perchè un pò di cose cambino, ma il rinnovamneto vero dovrà avvenire proprio nell’opposizione.

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  6. concordo e ritengo che ognuno debba fare la sua parte, Giovanni:
    coniugare la verità con l’azione nella storia, perchè il progetto non sia un’utopia.
    costa, ma vale la pena.
    un abbraccio
    fabrizio

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  7. Ringrazio ancora Giorgio, e Gena, Ferny, Nadia, Lucy e Fabrizio.

    Giorgio richiama Etienne de La Boétie: “quelli che traggono vantaggio dalla tirannia sono quasi numerosi come quelli che aspirano alla libertà”; si ama anche definirla “capacità di adattamento”. Se le cose stessero davvero così ci sarebbe poco da sperare, nell’antagonismo silente tra classi sociali e, prima ancora, forse, tra due categorie antropologiche non sempre così nette: i furbi che vogliono prendere o conservare anche ciò che non gli spetta, e quelli che faticano ad avere il giusto, e che spesso non lo ottengono. In questo starebbe la difficoltà di un possibile cambiamento: nel non voler rinunciare ad alcunché, una parte consistente dell’elettorato. Ma, come dice Nadia, “Niente è definitivo, nessuno vince per sempre”; “soprattutto i furbi” aggiunge Lucy, “non possono essere i più furbi per sempre”.
    …Ma, intanto, ognuno faccia “la sua parte” (Fabrizio)

    Giovanni

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