“Dottore… tanta angoscia…”, di Andrea Sartori

«Dottore… tanta angoscia… penso spesso ad un amico conosciuto a Venezia, che morì suicida alcuni anni fa, chiudendosi nella sua auto in una zona di campagna e inalando il gas di scarico nel chiuso dell’abitacolo da un tubo verde, una canna da giardino, collegata allo scappamento. Da tempo diceva che si sarebbe ammazzato, ma nessuno pensava, o forse ero io l’unico a non pensarlo, che si sarebbe ammazzato sul serio. Si era laureato con una tesi sul cinema di Ettore Scola… sosteneva che la sua generazione, aveva una decina d’anni in più di me, era stata rovinata dal boom economico degli anni ’50, sì, da quel boom che aveva fatto ricco industriale suo padre, permettendogli di aprire un’azienda da qualche parte sotto l’altopiano, dandogli di che crescere una famiglia di cui lui era il più grande, primo di tre fratelli e una sorella. Come primogenito sono stato mandato avanti e mi hanno inculato tutti, diceva, a partire da mio padre, a volte gridava pieno di rabbia… era lui la vittima della sua famiglia, pensava… lui voleva fare cinema, era stato per un po’ aiuto regista di qualcuno di importante a Roma, gli piaceva soprattutto scrivere, mica voleva fare l’attore, e suo padre mi pareva che facesse di tutto per permettergli di coltivare le sue aspirazioni. Al funerale, la bara aperta, teneva la rigida mano del figlio, che sembrava ancora contratta attorno al volante, e piangeva, scotendo il capo mentre gli diceva sommessamente più e più volte bravo… sei bravo… tanto bravo…, chissà se si sentiva colpevole… Fiorenzo nella bara aveva gli occhi chiusi e una macchia di putrefazione marrone sul volto, la cui maschera di dolore, come la mano contratta, non era stata distesa dai necrofori, per volontà della madre, chissà, il cadavere doveva essere rimasto in aperta campagna per diverse ore, prima che un contadino scorgesse l’auto, con la batteria ormai scarica. I fanali saranno stati accesi o spenti? Mah, credo spenti, diceva infatti, alcuni giorni prima di morire, che non voleva che si parlasse più di lui, voleva essere dimenticato, era stufo di trovarsi sulla bocca di tutti come il matto del paese, là, sotto l’altopiano. Desiderava il buio, quello vero. Al funerale ero stupito di vedere il padre piangere, voleva dire che amava il figlio, come d’altra parte lo amavano la madre e i fratelli, che non vollero che il corpo fosse nascosto da una coperta merlettata, a lui non sarebbe piaciuta, dissero… o forse questo era ciò che aveva detto solo la madre? Lei voleva che tutto fosse visibile, era come se lasciasse quel corpo e l’espressione deformata del volto alla vista di tutti, perché tutti vedessero, finalmente, dopo tanti anni di chiacchiere sottovoce sul suo conto, quel figlio diverso dagli altri nella torsione della morte violenta, scomposto ma quieto, raggelato in una figura che era monito e rimprovero un po’ per tutti… andava fiera della tragicità del cadavere del figlio, come se fosse divenuto un simbolo sacro, da lasciare esposto, nell’assolutezza della sua resa definitiva, lì per far ricordare eternamente… sa, mia madre dice sempre che per acquistare le medicine che mi servono bisogna andare di nascosto in una farmacia fuori da Sinise, perché da noi le notizie si diffondono in un baleno, e tutti sono sempre curiosi di sapere, dal farmacista, quali medicine prendono gli altri… – “Ah! Anche tu prendi questa? E che cosa hai esattamente?” – … si trastullano morbosi nel furto della malattia altrui, mentre qualcuno a fatica si rintana nella discrezione e seppellisce il dolore, la paura, facendo finta di essere sereno. In ogni caso, quando al cimitero calarono con una piattaforma meccanica la bara nel piccolo mausoleo di famiglia, la madre gridò il suo nome nel vento, appoggiò le mani sulla lapide che si chiudeva e gli urlò di non andarsene via, mentre mani pietose la ritraevano dall’oscurità della terra a cui s’era già troppo a lungo affacciata. Tra le tombe c’erano i fratelli e gli amici dei fratelli, alcuni di quelli che Fiorenzo considerava responsabili delle sue magagne, diceva sempre, infatti, d’essere stato in guerra, anche se lui in realtà era stato riformato… sono stato anche io in Vietnam, diceva, e noi il più delle volte lo guardavamo ridendo benevolmente, non capivamo mai fino in fondo quello che voleva dire. Una mattina, saranno state le otto e mezzo, doveva essere il giorno successivo all’incendio della Fenice, faceva un freddo cane, l’ho incontrato in Campo S. Barnaba, uscendo dalla calle di Ca’ Rezzonico… non ero mai stato in giro tanto presto, e fu proprio allora che lo vidi passare diretto all’Accademia. Lo fermai per un saluto, ma lui non mi parlò e i suoi occhi… quelli…, però, mi guardavano già dall’oltretomba, e io ancora non lo sapevo. Da lì a qualche settimana si sarebbe suicidato, doveva essere l’inizio della primavera, era salito da qualche tempo al governo Berlusconi… canticchiava ironico, quando veniva in università, il motivetto di Forza Italia, per lui quella vittoria era il sigillo della sua teoria sugli esiti nefasti della crescita economica che aveva dato benessere a suo padre, permettendogli di farne la vittima della famiglia, l’uomo inutile e incapace di vivere che aveva studiato filosofia e che si dilettava di arte, in mezzo a industriali, banchieri, venditori, immobiliaristi, che invece svolgevano il lavoro serio. Quel governo, credeva, era stato la controprova che non viveva in un tempo a lui adatto… altre preoccupazioni emergevano, altre priorità venivano in primo piano, e non erano le sue, non si sentiva in alcun modo riconosciuto… spesso s’abbandonava a qualche sogno felice, ad esempio quando raccontava che si sarebbe trasferito in una grande casa e Roma, vicino a Cinecittà, e lì avrebbe invitato gli amici a fermarsi anche per lunghi soggiorni… la casa che non ebbe doveva essere aperta come un porto di mare, ci assicurava. Lei dottore pensa che altre persone si siano suicidate quando Berlusconi è andato al governo? Magari per alcuni quello è stato il colpo definitivo, come per me il servizio civile, in un altro senso. Le racconto tutto questo perché mi pare di ricordare, ma non ne sono sicuro, di aver ricevuto la settimana scorsa una telefonata dalla madre di Fiorenzo che mi implorava di lasciare in pace la memoria del figlio… io non ho mai parlato con quella donna prima, non so come mai mi abbia chiamato, se mi ha chiamato, dopo tanti anni. A volte sembra che mi giungano i segnali di un comportamento tenuto in stato di incoscienza… delle reazioni, da parte della gente, a parole che magari ho detto ma che non ricordo affatto… come se diffamassi qualcuno, ne oltraggiassi la memoria e poi venissi punito. Crede sia possibile? Magari ci sono alcuni contesti in cui non sono più io, come quando una mosca impazzisce dentro ad un bicchiere capovolto… qual è il mio bicchiere, la mia scatola chiusa, dottore? Dov’è che la mia testa viene inscatolata ed inizio a vaneggiare? In quale retrobottega della mia mente accade tutto questo? Quando Fiorenzo morì, sulla pagina dei necrologi comparve la foto che gli era stata scattata il giorno della laurea… l’ultima volta che sono stato felice, diceva guardandosi in quella stessa foto da vivo, mi sentivo proprio bene, con mia mamma e i miei fratelli vicini… lasciava fuori il padre, anche allora, ma forse gli voleva ancora bene… in effetti nella foto sorrideva, da dietro quelle lenti spesse come fondi di bottiglia, raramente l’ho visto sorridere così. Diceva continuamente di aver perso il treno, che quando andava in stazione era inseguito dai demoni… una volta a Santa Lucia incontrò Cacciari e gli chiese qualche cosa sull’angelo necessario… Cacciari fu gentile e si fermò a parlargli, ma poi disse che doveva andare a casa, forse a togliere la carta d’imballaggio dal frigorifero, malignava divertito Fiorenzo… anche Cacciari secondo lui era pedinato dai demoni, erano demoni i suoi angeli, ne era convinto. A me diceva che non dovevo aggrapparmi alla maniglia sbagliata, cioè a lui, intendeva…negli ultimi tempi lo vedevo sempre meno, mi evitava, ma ricordo ancora i racconti dei suoi amori… da come li narrava, però, sembravano tutti incontri fugaci, che gli lasciavano solo tanta malinconia. Cercava allora di scacciarla anche con i massaggi shiatsu, con l’agopuntura, con la riflessologia plantare e cose del genere, le provò tutte prima di farla finita… un inverno partì per il Canada, verso Vancouver, per raggiungere la ragazza che aveva incontrato l’estate prima a Parigi. Michelle, si chiamava… Michelle I love you! gridava di notte al telefono, al centro del suo monolocale, appoggiato al tavolo ricoperto da centinaia di libri accatastati. Credo fosse andato in aereo fino a Portland e poi avesse preso un autobus, per fare un giro sulla costa pacifica, verso nord, … il giorno di Natale era al confine con il Canada, faceva un freddo polare e non riuscì a trovare un mezzo pubblico che lo portasse fino a Vancouver, o giù di lì… poco prima di mezzanotte passò un furgoncino carico di figuranti con il costume da Babbo Natale che avevano lavorato nei centri commerciali della zona… lo caricarono con loro e lo portarono in Canada… passò la notte di Natale brindando con quegli uomini sul furgoncino, in autostrada, ma sperava ancora di passare il capodanno con Michelle… una volta arrivato in qualche modo a Vancouver, però, riprese l’aereo per tornare in Europa, e quindi a casa. S’era reso conto che non era valsa la pena di fare tutta quella strada, a quel modo. Non vide mai più Michelle, ma era stato innamorato di lei, sicuramente della sua idea, per diversi anni… quel 25 dicembre sul furgone dei Babbi Natale divenne leggendario tra di noi, suoi amici. Negli ultimi tempi, tuttavia, non ne parlava più tanto… diceva di ricevere telefonate nel cuore della notte da oltreoceano, poi riteneva di essere responsabile della caduta di due aerei a Vancouver e a Montreal, di cui aveva letto sul giornale, non so, non lo seguivo bene… Ricordo che leggeva avidamente l’ultima pagina del Corriere, quella con le previsioni meteorologiche internazionali e le temperature del mondo… pensava ancora a Michelle, guardando la cartina del nord America, anche se diceva di aver smesso di fumare e di aver iniziato a frequentare una palestra per cominciare una nuova vita.»

4 pensieri su ““Dottore… tanta angoscia…”, di Andrea Sartori

  1. Un bel ricordo (struggente, verrebbe da dire, se la parola non fosse inflazionata).
    Certo che la fine del modello economico del nordest ha rovinato nell’anima un sacco di gente.
    E quel tubo di gomma… maledetto!

    "Mi piace"

  2. mi fa un effetto terribile questo racconto. sentire i nomi di luoghi a me tanto cari, così periferici rispetto alla debordante presenza delle diverse capitali italiane, politiche od economiche, associati ad una tragedia che, per molti versi, ha delle caratteristiche “geografiche” peculiari, mi dà “tanta angoscia”. riconosco un male di vivere tutto veneto – e veneziano – di chi non si è mai riconosciuto nel “nordest che tira”. ho sempre pensato che, non solo si trattasse economicamente di un vasto orizzonte dietro le spalle, ma che fosse anche qualcosa di eticamente putrido. è ormai una vita che mi arrabatto in questo malessere, circondata da stili di vita che non condivido, anzi mi fanno orrore, e di cui si comprende perfettamente la pochezza intellettuale e morale, senza attribuirvi qualità di fenomeno cospicuo, come invece sociologi ed economisti si ostinarono negli anni d’oro – ora latta – a vedervi.
    io sto con meneghello su tutta la linea, il carissimo gigi – di cui è ricorso il secondo anniversario della morte tre giorni fa – profeta malinconico e ironico dello sviluppo micidiale del veneto subalpino.
    😦

    "Mi piace"

  3. Cara Lucy… condivido le tue parole e i sentimenti che vi affiorano, grazie della lettura per così dire “simpatetica”.

    Andrea.

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.