Il Tatic Ruiz*- Don Samuel e l’insurrezione zapatista ( a cura di Roberto Bugliani)

di Giulio Girardi

Quando, il 1° gennaio 1994 esplose l’insurrezione zapatista, la prima preoccupazione del governo messicano e dei latifondisti del Chiapas fu di delegittimarla, rifiutando di riconoscerla come mobilitazione autonoma degli indigeni, e cercando invece “chi c’era dietro”. Questa lettura dei fatti doveva distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi reali della fame, dell’oppressione, dell’emarginazione, della morte, che erano all’origine dell’insurrezione, per ridurla invece a un’esplosione di violenza e di illegalità, provocata e diretta da agenti esterni.

Come agenti provocatori vennero di volta in volta segnalati marxisti ladini, guerriglieri stranieri, preti e catechisti. Ma l’interpretazione maggiormente diffusa era che dietro l‘insurrezione ci fosse la chiesa di San Cristóbal de Las Casas. Giornali e propaganda governativa denunciarono l’azione sovversiva del “vescovo rosso” don Samuel Ruiz, dei sacerdoti della diocesi, dei catechisti (accusati, questi ultimi, di essere direttamente impegnati nella guerriglia). Il retroterra ideologico della mobilitazione venne individuato nella teologia della liberazione, intesa come sottoprodotto del marxismo e come legittimazione della violenza rivoluzionaria.

A queste accuse la chiesa di San Cristóbal de Las Casas rispose riconoscendo e rivendicando da un lato il suo ruolo nella coscientizzazione dei popoli indigeni della regione, attraverso un’azione pastorale e un orientamento teologico fondati sulla “scelta dei poveri” come soggetti, e volti a creare le condizioni della loro presa di coscienza, della loro autonomia, della nascita delle loro organizzazioni civili. Ma dall’altro la diocesi negò con fermezza qualsiasi suo coinvolgimento nella lotta armata intrapresa dal’Ezln. Ai popoli indigeni essa riconosceva la maturità necessaria per assumere responsabilmente le loro decisioni strategiche. A differenza degli zapatisti che avevano proclamato: “non ci hanno lasciato altra strada”, don Samuel non riteneva che le vie pacifiche della lotta fossero tutte esaurite, ma il suo netto dissenso sulle fome e i modi dell’insurrezione non gli impedì di riconoscere la sostanziale legittimità delle rivendicazioni zapatiste, quindi la validità delle ragioni dell’insurrezione.

Ha scritto a questo proposito don Samuel: “Con grande scandalo giornalistico si è denunciato che già prima del conflitto il vescovo di San Cristóbal ne fosse al corrente. Chi passa gran parte del suo tempo in mezzo al popolo che gli apre il proprio cuore, certamente conosce ciò che questo popolo ha in mente di fare. Sarebbe stato immensamente grave, dal punto di vista pastorale e dell’impegno episcopale, che il vescovo non sapesse niente, perché ciò avrebbe significato la sua estraneità dal gregge. Io ho fatto presente, con tutta l’etica evangelica richiesta in un caso come questo, che il vescovo è un pastore e non un delatore, e che, in ogni caso, da più di 16 anni noi vescovi andiamo segnalando che nella regione è necessario attuare soluzioni audaci, profondamente innovatrici, senza rifiutare la stessa espropriazione, fatta nel debito modo”.

La storia di don Samuel Ruiz

Il Messico dov’egli nasce il 3 novembre 1925 è segnato da un anticlericalismo virulento, erede del liberalismo ottocentesco, che si è dato un fondamento legale nella costituzione rivoluzionaria del 1917. In tale contesto, non stupisce che la Chiesa viva in un clima di resistenza e di opposizione alla rivoluzione. Clima che Samuel Ruiz respira anche in famiglia, con un padre militante dell’azione cattolica e una mamma che in piena persecuzione insegna catechismo ai bambini del quartiere.

Dal 1947 al 1952 la sua preparazione teologica avviene in Vaticano, dove nell’aprile 1949 è ordinato sacerdote. In quel periodo il giovane don Samuel rimane profondamente impressionato dalla fortissima personalità di Pio XII, simbolo di una spiritualità ecclesiocentrica e di un anticomunismo combattivo.

Rientrato in Messico, dal 1952 al 1959 egli è professore di Sacra Scrittura al seminario di Nuevo León, di cui nel 1954 sarà nominato rettore. Il suo impegno pastorale dell’epoca è orientato di preferenza verso le élites, in base al principio allora prevalente nella Chiesa secondo cui la strada per influire sull’insieme della società passa attraverso la formazione dei futuri dirigenti, appartenenti alle classi medie e alte. Nel suo primo documento pastorale, del 2 novembre 1961, i cristiani sono chiamati a essere soldati di prima linea nella lotta contro il comunismo e nella difesa della dottrina sociale cristiana, ispiratrice di un’autentica giustizia sociale. Nel documento l’interesse per gli indigeni è già presente, ma gli indigeni sono visti come oggetti di attenzione e non come protagonisti. La promozione umana, considerata condizione essenziale dell’evangelizzazione, è ancora impostata in termini assistenziali.

La svolta conciliare

Il Concilio Vaticano II (1962-65) rappresenta nella vita e nel processo di maturazione di don Samuel una svolta decisiva. Lì egli sviluppa una nuova percezione della Chiesa, che scopre essere portatrice di un messaggio non sovraspaziale e sovratemporale, ma strettamente vincolato ai tempi e ai luoghi. In questo clima assumono particolare rilievo per don Samuel alcune grandi intuizioni del Concilio, tra cui:

1) L’universalità della Chiesa non significa uniformità, ma esige il riconoscimento del diritto alla diversità: l’azione pastorale deve essere quindi ripensata in rapporto alle varie situazioni sociali e alle differenti culture.

2) Le religioni non cristiane e le culture originarie vanno rivalutate e considerate “semi del Verbo”.

3) L’affermazione della Chiesa come “popolo di Dio” impone una ridefinizione nella vita e nella gestione della Chiesa stessa, del rapporto tra clero e laicato.

Altra svolta decisiva nel pensiero di don Samuel fu la Seconda Assemblea generale episcolale latinoamericana di Medellín (1968). Per il vescovo del Chiapas quell’incontro fu alla base di una duplice scoperta. La prima: l’evangelizzazione è stata in larga misura la distruzione di ricchissime culture millenarie e dell’identità dei popoli che le avevano costruite. La seconda: in queste culture la religione occupava un posto centrale, era il collante di tutti gli altri fattori.

La rivalutazione delle culture indigene inciderà profondamente sull’orientamento pastorale del vescovo Ruiz. L’interazione tra chiesa locale e popoli indigeni farà della diocesi di San Cristóbal de Las Casas un fervido laboratorio politico, culturale e teologico, ispirato dalla scelta degli indigeni come soggetti. Ha scritto don Samuel: “tutto questo processo mi portò a passare da una pastorale indigenista, fatta da non indigeni a favore degli indigeni, alla pastorale indigena, fatta da indigeni per indigeni. In questa noi non indigeni siamo i loro servitori ecclesiali, con la finalità pastorale che gli stessi indigeni giungano a essere i soggetti principali della propria promozione integrale e della propria evangelizzazione”.

Più esplicità divenne quindi la scelta di campo al fianco delle comunità indigene nelle lotte sociali ed economiche, specialmente per il recupero delle loro terre, per la protesta contro i piani macro-economici del governo e delle multinazionali, per l’autodifesa contro la repressione. Tant’è che Samuel Ruiz ebbe a dichiarare anni dopo che fu convertito per la seconda volta dagli indigeni del Chiapas.

A causa di ciò, la diocesi di San Cristóbal si trovò da subito esposta alle minacce e alla persecuzione, sia da parte dei latifondisti locali che da parte delle autorità politiche statali e federali. Inoltre, l’identificazione della diocesi con i popoli indigeni provocò l’ostilità del Vaticano, istigato dal Nunzio apostolico di allora, mons. Girolamo Prigione. I motivi espliciti dell’intervento vaticano erano di ordine ecclesiale e teologico, quale ad esempio la “scelta dei poveri”, che per la chiesa ufficiale era scelta preferenziale ma non esclusiva, mentre per la diocesi di San Cristóbal era costitutiva dell’identità cristiana e criterio di autenticità evangelica, ma dietro tali motivi si indovinava facilmente la preoccupazione politica, che protrasse il contrasto tra la chiesa indigena e il Vaticano per oltre un decennio.

Dopo l’insurrezione zapatista, don Samuel ha avuto un ruolo insostituibile come mediatore nel conflitto. Nessuno, infatti, in tutto il Messico, avrebbe potuto contare come lui sulla fiducia dei popoli indigeni, condizione essenziale per una mediazione credibile. Così, le stesse autorità governative che in precedenza avevano chiesto al Vaticano il suo ritiro, furono costrette ad accettare la sua opera mediatrice, e il “comandante Samuel” della pasticciata propaganda conservatrice si rivelerà l’unico fattore di dialogo tra le autorità federali e la guerriglia dell’Ezln.

La sua non è stata una mediazione equidistante, bensì schierata dalla parte degli indigeni. Per don Samuel la mediazione non è dissociabile dal perseguimento della riconciliazione e della pace giusta e dignitosa. E la riconciliazione non può consistere semplicemente nell’occultamento del conflitto né nella cessazione della lotta armata, ma si fonda sulla soppressione delle cause del conflitto, quindi sulla instaurazione delle condizioni per la pace, la giustizia e l’autodeterminazione dei popoli indigeni.

[Nota: Costituitasi nell’ottobre del 1994, la Commissione nazionale di intermediazione presieduta da Samuel Ruiz si sciolse nel giugno 1998, allorché don Samuel si dimise dalla carica di presidente in quanto, a seguito della mancata volontà del parlamento messicano di ratificare i primi punti degli accordi intercorsi tra l’Ezln e la commissione governatrice preposta al dialogo, ritenne che erano venute meno le condizioni essenziali per proseguire nell’opera di mediazione. E a tutt’oggi il dialogo tra governo messicano e indigeni dell’Ezln è interrotto.]

Il congedo (Carlos Fazio)

Chiapas, 10 febbraio 2000. Scendono dalle montagne ed entrano in lunghe file a San Cristóbal de Las Casas provenienti dai quattro punti cardinali. Sono migliaia. Sono arrivati nell’ex capitale del Chiapas, la città dei bianchi, per congedarsi dal loro vescovo, Samuel Ruiz, che nel gennaio scorso ha compiuto 40 anni di servizio episcopale. Sono venuti a esprimergli la loro solidarietà e il loro affetto.

Un paio di mesi prima, il 3 novembre, giorno del suo settantacinquesimo compleanno, il Tatic Samuel Ruiz aveva presentato la sua rinuncia scritta al papa Giovanni Paolo II, come richiede la normativa del diritto canonico. La Santa Sede non aveva ancora designato un successore, dopo la scandalosa rimozione di colui che era stato destinato a succedergli, monsignor Raúl Vera López. Per questo il saluto al vescovo di San Cristóbal possedeva un significato particolare, più politico che religioso. Lo aveva a tal punto che la vigilia il nuovo Nunzio apostolico in Messico, Justo Mullor, aveva concluso in modo frettoloso il suo viaggio in questa città coloniale degli Altos del Chiapas, rifiutandosi di assistere alla cerimonia.

L’assenza del Nunzio non offusca la bellezza e il calore dei festeggiamenti. La gente nemmeno si accorge dell’assenza dell’ambasciatore del Papa, abituata com’è a venire abbandonata dai potenti.

Non è ancora mezzogiorno quando la figura del Tatic appare sulla soglia della cattedrale portando la bandiera verde di Jcanan Lum (guida e protettore del popolo) che gli hanno consegnato gli indigeni della vicina città di Amatenango. Lo accompagnano tredici anziani “principali”, come gli indigeni chiamano i loro saggi, giunti dalle sette regioni pastorali della Diocesi. Dietro di loro vengono dieci vescovi – tra questi monsignor Vera – e un gruppo di indigeni che recano le 52 bandiere simbolizzanti il secolo maya.

Una piazza tutta occhi e orecchi segue l’emozionante cerimonia sotto un sole plumbeo davanti alla cattedrale, la cui facciata pare un grande huipil (blusa indigena ricamata) dai colori gialli e rossi che le piogge di cinque secoli non sono riuscite a offuscare, dove il festeggiato don Samuel riceve le offerte dei suoi parrocchiani: il pane e il vino, i documenti del Sinodo diocesano, pannocchie di mais, fagioli e spighe di grano che simbolizzano la “raccolta” dei suoi quarant’anni da vescovo.

Migliaia di indigeni tzeltales, tzotziles, tojolabales, zoques e choles con sulla testa i loro cappelli e infoderati nei loro tipici costumi multicolori gremiscono la piazza intonando l’Alleluia. Tutto intorno risuonano le note allegre della marimba, lo xilofono di origine africana diffuso tra i popoli indigeni.

Accanto a loro c’è un pugno di sacerdoti che hanno sostituito i candidi collari bianchi e inamidati con camicie sbiadite dal sole e dalla pioggia dei sentieri. Preti e suore con huaraches, i sandali dei contadini, e bisacce sulle spalle, sudati, che mangiano lo stesso cibo degli indigeni, che dormono là dove li coglie la notte e che condividono le fragili capanne impastate con il fango. E che, come gli indigeni del Chiapas, subiscono anch’essi la repressione, il carcere, la persecuzione, l’esilio.

(Collage di brani tratti dal libro Il Tatic Ruiz, a c. di Aldo Zanchetta e Roberto Bug

3 pensieri su “Il Tatic Ruiz*- Don Samuel e l’insurrezione zapatista ( a cura di Roberto Bugliani)

  1. quello che mi ha impressionato è stata più che altro l’identificazione della diocesi coi gruppi indigeni, cosa che ha scatenato la reazione vaticana. se questi indigeni sono poche migliaia, come possono rappresentare un potenziale eversivo? inoltre, non vedo come si possa dimenticare l’apporto di bartoloemo las casas, se non sbaglio risalente a 5 secoli fa: nessuno teologo romano ne ha tenuto conto? non vorrei sbagliarmi ma ci dev’essere stato anche un papa, oltre a bartolomeo, a pronunciarsi a favore degli indios.

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