L’ultimo inverno

di Alessandro Cartoni e Giuseppe D’Emilio

Il colpo di tosse arriva quando è ancora nel sonno. Parte dal petto ed esplode nella testa come una fucilata. Deve essere questo che lo sveglia. Apre gli occhi e li muove alla ricerca spasmodica di qualcosa di riconoscibile. Si tocca istintivamente la fronte e la sente umida di sudore. “Strano…” pensa, “con tutto il freddo che fa nella baracca”. Infatti comincia subito a tremare e guarda verso il braciere scuro e vuoto. S’è spento di nuovo. Ecco perché non riesce mai a dormire come si deve. E’ il freddo maledetto che c’è nella conca, che stagna nelle ossa, nei vestiti, dentro le coperte. Già, questi stracci in fibra derivata che si ostinano a chiamare coperte, pensa, pieni di fumo, umidità e odori nauseabondi. Prova a tirarne su una ma è pesante come una lastra di ferro e poi, toccandola, gli pare davvero di sentirci sopra uno strato d’acqua. “Queste schifezze… le danno anche gratis…” dice schiarendosi la voce. “Sai che fortuna..” aggiunge cercando di spostare la schiena. Gli capita sempre più spesso di parlare da solo. E del resto con chi dovrebbe parlare?

Le parole hanno riempito la baracca lasciando un alone di fiato sospeso. “L’inverno sta arrivando..”, pensa il vecchio, “magari sarà l’ultimo”. E’ quasi stanco, anche di resistere, di starsene a guardare le generazioni che passano una sull’altra.
Gli viene in mente la sentenza del vecchio Quoelet. “qui auget scientiam auget et dolorem”. Era latino quello. L’idea gli provoca un’immediata ilarità che riaccende la tosse. Perché quando cita qualcosa in quella lingua antica i miliziani dei Nuclei di Controllo saltano su e si guardano atterriti. Sono del tutto convinti che siano messaggi in codice per i nemici del Nord.
“Razza di bestioni…” pensa il vecchio.
Eppure, mentre cerca di sedersi sul letto con la tosse che gli scuote il corpo, ricorda che c’era qualcosa in quel sogno, prima che il freddo lo svegliasse. Qualcosa ma cosa?

L’età non è uno scherzo. E lui si sente inutile ogni giorno di più, con quel corpo simile a un relitto che qualcuno abbia lasciato a galleggiare sul mare.
Già anche il mare. Trent’anni prima. Se lo ricorda il mare e il viso di Anna scarmigliata e bellissima che usciva dalle onde. Quando c’era ancora lei tutto sembrava possibile.

* * *

E’ quasi sera adesso. Il vecchio si è avvicinato alla finestra e si è fermato a guardare fuori come fanno i vecchi che hanno tempo da sprecare.
Si incanta sempre volentieri a fissare la zona incolta coperta di detriti e macerie che hanno lasciato, come una ferita aperta, di fronte alla baracca. Osserva e spia quel vuoto strano.
La sottile ruga ironica, che gli solca la fronte, si accende quando stringe gli occhi miopi per osservare le cose e gli uomini. Ogni tanto là fuori gli pare ancora di vedere le facciate dei palazzi civici, che abbatterono, per primi, dopo la Contaminazione. Ma deve essere una specie di allucinazione. In verità, non c’è più niente, solo il vuoto polveroso dei cumuli.
La casa del vecchio sorge ai confini dell’antico centro, dove prima c’erano la piazza e i portici del mercato. Invece di tirarla giù come hanno fatto con le altre, gliel’hanno lasciata perché sanno che se ne andrà presto. E lui aspetta con loro.

* * *

In poltrona, alla luce della candela, stasera il vecchio ripensa alle Grandi Riforme, ai proclami giganteschi gridati dagli altoparlanti e dagli schermi, quarant’anni prima. Gli tornano in mente la Grande Contaminazione e la furia dei tempi che lo avevano offeso e ridotto al silenzio. Ripensando a tutto questo, la ruga sottile si accende ancora e per un attimo lo fa sembrare più giovane.

Poi torna alla finestra e nel crepuscolo rossastro osserva in fondo alla conca tre nuovi villaggi di mattoni sorti da poco sulle rovine dei capannoni industriali. Sorride anche all’ironia del tempo, perché molte cose di oggi gli sembrano più vecchie di quelle di ieri. Già, ieri: quando le case si facevano di cemento e i crepuscoli li rischiaravano i lampioni, quando bastava girare una manopola per avere l’acqua dentro casa. Ha scosso la testa, pensando al tempo che scorre insensato.
Poi improvviso un colpo alla porta lo fa sussultare.

Entrano cinque bambini scarmigliati, vestiti di pelli e vecchi maglioni. Si guardano intorno spaesati. Poi si avvicinano al vecchio che li osserva curioso.
Il più grande di loro domanda, con la voce incrinata: “Senti, nonno, papà ha trovato questo libro nel buco di un muro; mi ha detto che parla degli angeli e del mondo che c’è dopo la morte, mi ha detto di venire da te… tu lo sai chi l’ha scritto?”
Gli occhi del vecchio si illuminano mentre accarezza il volume lacero e sporco. Da quanto non ne toccava uno!
«Dante Alighieri… molto tempo fa…»
«E chi era?»
Il secondo bambino, incoraggiato dal primo, gli porge una vecchia cartolina sbiadita.
«Che cosa sono queste costruzioni con le torri e le statue?»
«Be’ queste sono le piazze e le città di De Chirico. Hai visto che qui c’è una bimba che gioca col cerchio?»
“Che cosa sono le piazze? E dov’erano queste città?” ha chiesto il più piccolo con la faccia scura d’olio.
“C’era una piazza anche qua davanti, lo sapevate? Dove la gente parlava e si incontrava la sera”
Gli altri due bambini fissano il vecchio come se aspettassero anche loro una risposta definitiva.
Lui, invece, li guarda ad uno ad uno un po’ commosso. Poi a passi malfermi raggiunge il fornello a legna. Da lì con mano tremante solleva la teiera. Prima di voltarsi, prende dal mobile a muro quattro tazze sbeccate.
«Sedetevi, forza…»

Sospira un attimo per l’affanno. Ha ancora un colpo di tosse. E in quell’attimo, gli tornano in mente i visi dei suoi primi alunni, molti anni prima. La biblioteca di classe, le uscite al museo, la lettura del Paradiso, le stelle fisse e il Motore Immobile. La bellezza effimera dell’arte e degli uomini.
Sente uno strano, antico impeto che gli rimescola il sangue.
Poi si volge ai cinque bambini che si guardano timidi con le mani sulla tavola.
Le tazze fumano ancora e bisogna aspettare.
Il vecchio sorride e dice «Allora, ricominciamo: prendete questo, si chiama quaderno…»

15 pensieri su “L’ultimo inverno

  1. Grazie per l’ospitalità sempre nobile e generosa di Giorgio. Mentre pensavo al raccontino scritto qualche anno fa con Pino (un piccolo seme cresciuto per strati) mi è venuto in mente che oggi gli insegnanti (di ogni genere e grado)potrebbero essere fatti rientrare nelle seguenti tre categorie: 1) collaborazionisti: quelli che crederebbero a tutto pur di rimanere “visibili” e in alto (i salvati di Levi); 2) gli irrilevanti come i deputati della Palude della Convenzione che aspettano il voto della maggioranza per scegliere dove buttarsi (sono a migliaia…); 3) i marginali: resistono o soccombono a seconda della loro forza o debolezza (non sono titani), preda spesso di pessimismo e depressione, tuttavia mantengono in luce il carattere inassimilabile, “inutile” e sovrano della cultura. Il libro va amato perché è un pezzo di spirito umano e “non serve”. Voglio pensare al vecchio prof del racconto come a uno di loro. Nota bene: tali individui non cercano affatto il martirio, vorrebbero vivere bene e felici nonostante i tempi. Tuttavia…

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  2. beh, hai presente, alex, quei temacci che hanno dato l’altro giorno all’esame di stato? a parte svevo, che quelli che l’hanno solto l’hanno fatto più che dignitosamente, c’era il B1, quello sull’amore, con l’introduzione di alberoni…vabbé…a seguire dante, gozzano (hip hip!), catullo, cardarelli, amore&psiche del canova etc. etc.
    leggere che non serve, serve! la marginale resistente che mai non molla ha letto due compiti da piangere,ma di commozione, finalmente. dentro c’era di tutto, almeno altri dieci riferimenti a romanzi e poesie. dovrebbe essere la norma, ma è una rarità, specie quando hai certe classi mosce, con l’aria fissa da “non romperci gli zebedei”. qualcuno se l’è fatti frantumare, evidentemente. di regola non serve a niente leggere con loro, per loro. ma io continuo, e, ogni tanto, qualcuno se ne esce fuori dal mucchio a mostrare di aver raccolto il testimone. a volte sento distintamente il rumore delle parole che rotolano sulla cattedra, rotolano rotolano e vanno a schiantarsi al di là. qualcuno, ogni tanto, evidentemente raccoglie i cocci. mi piace molto quel vecchio prof., dovremmo fare così sempre. mettere da parte le famose analisi e leggere con loro, con loro tutti in cerchio, come attorno a un fuoco. così nacque il racconto, dice e.m. forster.

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  3. Una comunità di lettori, certo, una comunità inconfessabile ma presente…Una setta…(scherzo) però qualcosa di simile a un cerchio autentico come dice Lucy…Che dia conforto, e speranza in questi tempi bui. La scuola per me non è altro che questo. Ma la scuola appunto è, o dovrebbe essere dappertutto…Grazie Lucy

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  4. Ma qual e’ il fine di questo racconto? Non sara’ mica didascalico?… Il lettore e’ spiazzato, questo non puoi negarlo. Chi sara’ mai quel vecchio nella baracca? Sara’ la storia di un diseredato, di un vinto? Insomma, uno di quei personaggi umili e sfigati tanto cari a scrittori tipo Verga o Fortunato Seminara?… No, niente di tutto questo. Hai toppato: si tratta di un insegnante… Di tutto il racconto, ancorche’ poco originale salvo il riferimento alle piazze (che gia’ ora non esistono piu’). Il resto e’ gonfio di retorica. La mitizzazione del vecchio docente e’ a tratti fastidiosa, direi quasi urticante. Poteva funzionare se quel vecchio era si’ un professore, ma il vizio del gioco gli aveva bruciato i risparmi di tutta una vita. Oppure che so, a settant’anni si era invaghito di una puttana che lo aveva lasciato in mutande… Io ho conosciuto uno che ha dormito per quattordici anni in una baracca: mio nonno. Faceva il contadino ed emigro’ in Svizzera per consentire a mio padre di studiare. E divenire insegnante.

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  5. “mettere da parte le famose analisi e leggere con loro, con loro tutti in cerchio, come attorno a un fuoco.”
    Ho sempre detto (e se qualcuno l’ha detto prima e meglio di me mi accodo volentieri) che “la lettura ad alta voce è il primo atto critico”. E vada pure per quei cerchi intorno al fuoco, di baglionesca memoria 🙂
    Quanto al farsi rovinare da gioco o puttane non ha mai aiutato nessuna attività, e non vedo perché le sole mitizzazioni accettabili dovrebbero essere quelle negative.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  6. Grazie a chi ha letto e a chi ha commentato questo racconto, e grazie soprattutto agli autori Alessandro Cartoni e Giuseppe D’Emilio.

    Io ho apprezzato proprio la semplicità e linearità di questo racconto, in cui pochi elementi bastano a creare una situazione ben individuata, che rende in pieno il significato di lettura, racconto, memoria, fuoco, trasmissione del sapere: cose che tutte mi sono care e che, penso e spero, ci aiuteranno a “passare” l’inverno.

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  7. Grazie Giorgio e grazie a chi ha commentato. Volevamo proporre una metafora più che raccontare una storia. Ecco il perché dell’indeterminatezza a volte, forse, un po’ letteraria…Ma è il fumo delle macerie che si dovrebbe sentire…Il fumo e anche però l’insostituibilità del libro…Come segnale della tradizione che non può comunque essere cancellata. Il libro anche come una specie di oggetto apotropaico…E l’immagine scelta a didascalia mi pare funzioni bene.

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  8. io ho letto il racconto come un day-after. non c’è (quasi) più nulla, ma rimane la curiosità di quei ninos da rua, di quegli scugnizzi forzati, la fantasia che può far rinascere il mondo di fantàsia, che altro non è che quello della scrittura/lettura. il sapere che passa da un nonno sopravvissuto a dei ragazzini non è retorica, è poesia. adesso dalla mano del nonno passa una carta di credito prepagata ai compleanni.

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  9. Cara Lucy in una presentazione teorica al racc (entrambi mai pubblicati) il titolo era “The day-after” e si parlava non di apocalissi atomiche ma della resa incondizionata della scuola italiana. Al di là delle nostre sintonie emotive, e culturali, ancora una volta misuro il nostro essere vicini. Fatto anche di affetto e stima, pur nel non-luogo della Rete.
    Quella del racc non voleva proprio essere una “lectio” o una geremiade contro il nuovo. Il primo seme nacque a Recanati anni fa mentre lavoravo in un istituto professionale dove mi portavano via le classi (nelle lezioni del mattino) per i motivi più svariati. Provai a leggere dentro di me quello che significava questa “sottrazione”. D’Emilio poi unì al nucleo centrale le parti più pedagogiche e il finale sui quaderni. E’ una specie di regalo che ci siamo fatti entrambi da insegnanti provando ad essere più positivi del solito. Chi legge tra le righe ci vede una speranza. Adesso devo dire, non potrei più scrivere una cosa del genere. Quello che mi esce oramai è solo ostilità…Speriamo che passi

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  10. Roberto, la mia analisi era esclusivamente letteraria. Quel personaggio non riesce a bucare lo schermo, e’ questo il punto. Non e’ questione di mitizzazioni positive o negative. Quando si inventa una storia bisogna porsi una domanda: Quel personaggio funziona? E quel personaggio non funziona. E’ debole, non colpisce. Con questo non dico che per colpire e’ necessaria la storia di un genio maledetto. Io non condanno la mitizzazione in generale, semplicemente non apprezzo questo tipo di mitizzazione. Mi sta bene anche la mitizzazione positiva, ma allora il protagonista deve essere un personaggio alla Gandhi, alla madre Teresa di Calcutta… Ma l’insegnante no per favore. Quell’insegnante la’ raccontato in quel modo… manco fosse il Messia!… Lo scrittore, se vuole definirsi tale, deve sapere quando scade nel grottesco. Che’ il grottesco non e’ un genere minore – per carita’, guardiamo a Gadda – ma bisogna saperlo controllare. Altrimenti l’effetto risulta involontario e non e’ piu’ grottesco: diventa penoso.

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  11. Caro Pasquale,
    ho capito, e so benissimo che le storie per catturare vogliono intreccio e/o personaggi.
    A me però non dispiacciono la pittura aprospettica e gli exempla schematici e con poca o punta psicologia.
    E mal me ne incoglie, lo so ancor meglio, perché oltre che lettore sono autore, ed è anche questa passione a fare di me un autore di minuscola nicchia, a dirla tutta di loculo.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  12. alex: “sapevo”. la simpatia non si trova sotto i cavoli.
    roberto r.t.: anche con te la vicinanza non è cosa da poco. ho detto ieri a ramona che, vuoi la pazienza (l’età!), vuoi l’estremo esercizio di lettura, a me le complicazioni non attraggono più, o non più di tanto. lo ritengo un atto dovuto, in questa confusione prossima all’entropia: parlare chiaro, compatibilmente con le ragioni estetiche. chiaro e semplice, exemplare, non è per forza “facile”. a me, se scrivessi “seriamente” non interesserebbe di bucare lo schermo, ma magari le (qualche!) coscienze. siccome alex un buchetto lo ha prodotto…
    il loculo è un termine fantastico! a scuola disponiamo di “loculi” per riporre i registri, qualche libro e le carte, mamma quante! quando dimentico qualcosa mando il solito studente sportivone a farsi i due piani di morbidezza di scale in su e in giù a prendermela. “e come faccio a trovarlo?” “lo vedrai: è quello con il lumino e la foto. sono più vecchia, ho un neo peloso e un po’ di baffi. ho l’aria cattivissima: non puoi sbagliarti”.

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  13. Battuta per battuta cara Lucy… così facciamo ridere anche Pasquale, a proposito di “loculi magni”, lo sai come chiamiamo la scuola inter nos io e D’Emilio? L’ANIMALE MORTO…Una volta la chiamavamo MAMMONA ma adesso è desueto. Vado al mare…terapia solare contro la depressione…mah…farà bene?

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  14. Pingback: ALCUNI RACCONTI IN RETE | giuseppedemilio

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