MY TRAFFIC, MY LIFE.

Davvero non lo so. Tutti si lamentano del caos sulle strade, del traffico urbano, di colonne perenni in auto o sui mezzi pubblici, del tempo e della salute che ci si rimette semplicemente recandosi al lavoro. Ne parlano i sociologi, se ne discute nei consigli di amministrazione, ministri rischiano testa e poltrona, in questi tempi che il peggiore malcostume della nostra classe dirigente non sconvolge più nessuno.

La strada è demonizzata, perfino la metro è dipinta come jungla da prendere d’assalto, a colpi di machete tra gli indigeni controllori e gli invasori cittadini.

È ora di finirla. È ora di scoprire l’altra faccia del diavolo, quella insospettabile. È ora che qualcuno racconti il bello e il buono della civiltà motorizzata.

Permettete che ci provi io?

Io, quando entro in macchina, una modesta utilitaria di marca coreana, e vado incontro al mio destino nel traffico urbano, in realtà apro una finestra sulla vita. Una vita vera.

Sono anni che, in pratica, durante il giorno vivo sulla strada. Sono state talmente tante le ore trascorse in una scatola di latta motorizzata come questa, che per non dover dire di aver buttato via più di metà della mia esistenza, ho imparato presto a organizzarmi.

Non è difficile, tutto sommato: vuol dire riuscire a dare un senso a lunghe ore altrimenti perdute per sempre.

Tutto cominciò quand’ero bambina. Papà mi volle iscrivere ad una scuola elementare privata, piuttosto lontana da casa, perché gli sembrava l’unica in grado di garantirmi l’istruzione migliore. I papà fanno di tutto per la loro figlia, specie se la bimba in questione è l’unica che hanno. Così il poverino si sobbarcava l’onere di accompagnarmi a scuola tutte le mattine. E per fortuna che era un libero professionista che non doveva timbrare cartellini sul lavoro. Era un’avventura vera il recarsi a scuola. Da Indiana Jones. Si sapeva quando si partiva ma non si poteva mai dire con certezza quando si sarebbe arrivati. Dovevamo attraversare tutta la città, da un capo all’altro, utilizzandone la circonvallazione, dai suoi figli chiamata affettuosamente circon, progettata e costruita dalle precedenti amministrazioni per distogliere, appunto, il traffico dal centro.

Accadeva però che, per non deludere la maggioranza in sede al consiglio comunale, tutti i sostenitori di quella fazione si ammassavano sulla circonvallazione, in modo da dimostrarne l’utilità e quindi far vedere agli scornacchiati rivali che i soldi dei cittadini erano stati bene spesi. Quelli del partito opposto invece si riversavano sulla circon per far vedere quanto incasinata e inutile fosse.  Di conseguenza, la ressa era impressionante e matematicamente certa.… come certo era che il tempo utilizzato per i tragitti non era assolutamente calcolabile. Nello stabilire l’orario degli appuntamenti si diceva sempre, allora come ora, “ più o meno alle ore…”.

Presto però quello che sembrava uno spreco di tempo si rivelò estremamente utile e cambiò la mia vita. Come vorrei cambiasse la vostra.

Un giorno qualunque di quando ero bambina mi scoprii totalmente impreparata in storia. Cose che capitano agli scolari. In un istante illuminato ricevetti quel giorno la RIVELAZIONE,  quella della vita. Perché, mi chiesi, non provare a studiare in macchina, durante il tragitto verso la scuola?

Fu così che  Napoleone fu sconfitto a Waterloo nel tempo che la bella e frustrata Ford Capri 1300 color del cielo (unica e sola auto ufficiale della famiglia) impiegò, sgomitando, a superare tre semafori rossi, il viale della stazione delle otto del mattino e l’accesso all’ospedale, da cui ben cinque ambulanze uscirono a sirene spiegate e a intervalli regolari. Come nelle corse a cronometro dei rally.

L’interrogazione in storia di quel giorno è stata la mia prestazione scolastica più brillante, fino a quel momento. Di certo la prima e la più inaspettata.

Da quel giorno imparai il trucco. All’uscita di scuola, nel percorso fino a casa, mentre papà faceva in tempo a fumare quasi un pacchetto di sigarette, io facevo i compiti. Così nel pomeriggio giocavo e guardavo la tv dei ragazzi e lo zecchino d’oro. E la mattina dopo, nel passaggio inverso, studiavo l’orale. Tanto i semafori erano della razza semprerossi, i treni arrivavano sempre per le otto riversando sul viale un fiume di ingombrante umanità che doveva sempre e comunque attraversare la strada, e le cinque ambulanze uscivano regolarmente davanti al nostro naso con partenze cronometrate. Papà capì presto l’antifona anche lui, e seguendo il mio esempio cominciò a concedersi qualche minuto in più di sonno: la barba se la faceva fischiettando guardandosi nello specchietto retrovisore e il caffè lo prendeva dal ragazzo del bar che passava con la bici e il termos per chi lo volesse.

Con questa tecnica studiai per tutta la scuola dell’obbligo e superai brillantemente anche l’esame di maturità. Per recarmi al liceo mi servivo dei mezzi pubblici di superficie: la metro, perdonatemi, mi ha sempre causato angoscia e panico, ancora prima che diventasse possibile obiettivo strategico dei kamikaze. Il bailamme era lo stesso di quando andavo in auto. Anche i bus e i tram, infatti, erano creature di strada e le auto circolanti, negli anni, si munirono del dono della riproduzione esponenziale, per cui nulla cambiò. Solo gli ostacoli sul percorso. I semafori semprerossi da ringraziare erano ormai otto, di cui metà appartenevano anche alla categoria sempreguasti. E la mia riconoscenza andava pure ai vigili urbani, che facevano del loro meglio nel concedermi più tempo per studiare, intasando ancora di più l’inferno motorizzato dell’ora di punta.

Naturalmente stesso discorso vale per gli anni dell’università. Che bello, ogni tanto c’era un corteo, di studenti, gay, metalmeccanici o casalinghe, che manco a farlo apposta un giorno sì e un giorno no si riversavano sulla circon. A volte prendevo l’auto di papà, e, sebbene guidassi, i soliti rallentamenti, cantieri stradali, deviazioni e tutta l’urbanità possibile, mi concessero di preparare anche la tesi per la laurea in filosofia e sociologia comparata. Che aveva il seguente titolo: “Stress dell’ora di punta, fenomeno di massa: conoscerlo, evitarlo, utilizzarlo al meglio.”

Poi ho trovato lavoro in una ditta di spedizioni. Perché è risaputo che la laurea difficilmente ti dà da mangiare nel tuo campo. La ditta era a due passi dal monolocale che avevo affittato per rendermi indipendente, ma aveva una filiale agli antipodi cittadini. Ho chiesto di essere destinata lì. Perché se no cosa ne facevo del mio tempo?

Così ancora una volta felicemente incolonnata, ma non avendo più da studiare, ho scoperto il mondo. Un mondo suburbano felice e solidale.

E voi, avete mai guardato chi c’è al vostro fianco?

Io ho cominciato presto a notare che accanto a me c’erano sempre le stesse facce. Tutti, con gli orari di lavoro evidentemente uguali, ci riversavamo sulla strada sempre alla stessa ora.

Per passarmi il tempo, tra una prima e una seconda marcia, avevo deciso che potevo coltivare il mio hobby preferito, quello di leggere. Ho letto di tutto, dai Promessi Sposi alla Divina Commedia, dal Codice da Vinci alle biografie di Berlusconi.

Fino a che non mi è venuto voglia di scriverlo io, un libro.

Niente di più facile. I semafori, nel corso degli anni, pur definendosi intelligenti, non facevano che seguire le orme dei loro progenitori, semprerossi e sempreguasti. I cantieri erano sempreaperti, come si conviene alle Grandi Opere Governative. Per cui di tempo ne avevo. Grazie ad un palmare che posizionavo sullo sterzo, scrivevo capitoli su capitoli di un romanzo fiume, un romanzo verità, un’enciclopedia universale. Quello che mi pareva. Non avevo paura di lasciare l’opera incompiuta, non accadeva mai. Mi sentivo pressoché realizzata, capite? Quanto meno ORGANIZZATA!

Un po’ alla volta mi accorsi che altre persone accanto a me avevano imparato a sfruttare il loro tempo. La signora con la Multipla appena avanti a me, per esempio, in poche settimane aveva iniziato e portato a termine un copriletto all’uncinetto. Mica poco. Specie se si pensa che aveva sempre l’auto stracolma di ragazzini urlanti, i quali, poveri, ancora oggi non hanno colto le opportunità di viaggiare lumacamente. Mi sono ripromessa di offrirmi come istitutrice in proposito.

Il ragazzo nella Smart incolonnato dietro, lo vedevo con lo specchietto, leggeva, prendeva appunti e scriveva. Faceva tenerezza, rivedevo me studentessa modello autodipendente.

Quel distinto signore in Mercedes invece si è convertito da poco. Prima era sempre incazzato e suonava il clacson per protesta contro i ritardi. Che lui aveva da fare, diceva, mica era un perdigiorno, lo aspettavano in riunione. Ora si è rassegnato. L’ho visto parlare al cellulare, senza nemmeno bisogno di auricolare o vivavoce, disteso e sorridente, e alla stesso tempo leggere le poesie di Neruda. E ieri ha abbassato il finestrino, mentre mi stava accanto, e mi ha regalato una rosa, comprata dallo zingaretto al terzo incrocio della circon. Sono arrossita e ho ingranato la terza invece che la prima, tutta sconfusionata. Il padre dello zingaretto, per la cronaca, lavora anche lui sulla circon e non si risparmia. Lava i vetri a tutte le auto troppo pigre per farlo da sole. Avete mai notato che in città, grazie a gente volenterosa come questa, le nostre auto sono sempre lustre? In pochi anni i clandestini originali si sono così ben integrati e organizzati che, sfruttando i rallentamenti abituali, nel tempo che tu impieghi a girare attorno a una rotatoria (ultima diavoleria urbanizzata nata con gli stessi vuoti intenti della circon), ti lucidano l’auto a festa. Sono sorte delle vere multinazionali nel settore.

Con la signora della Punto, che di solito è avanti a me di due auto, sono riuscita a instaurare una bella amicizia, fatta di sguardi, sorrisi, commenti e confidenze. Quando riusciamo ad affiancarci ormai mi confida anche della crisi con il marito, di quella  con  l’amante e di come muoia per un terzo uomo terribilmente virile e sexy. Che poi è il vigile con i baffi, quello da anni piantonato sotto un sempreguasto, e che quando lei gli arriva vicina spalanca sempre le braccia. Sembrerebbe volerla abbracciare, invitante, in realtà le dà uno spietato stop tiratardi. Però in effetti è un gran bell’uomo, da far girare la testa e non solo per lo smog… ma no, io non sono una che ruba il vigile all’amica.

Due giorni fa c’è stato un parto nell’ingorgo più ingorgato che abbia mai visto in tanti anni di onorata colonna.La povera donna si stava recando all’ospedale, colta dalle doglie, ma nella sfida coi sempreguasti, i semprerossi e i sempreaperti non è riuscita a trattenere il suo terzo figlio. Il papà, disperato ha chiesto aiuto. Con una unanimità partecipe che in ospedale certo non si trova (si sa come sono le liste d’attesa, anche per partorire bisogna prenotare), abbiamo spento i motori. Dalla corsia opposta della circon è arrivato, saltando sui cofani, un ginecologo. Perché qui da noi si trova davvero di tutto, nell’ora di punta, non solo i pendolari consueti. Una coppia poco distante ha aperto la valigia del viaggio di nozze e ha tirato fuori asciugamani puliti e ricamati, così che il pupo ha potuto finalmente essere accolto degnamente e respirare felice i gas di scarico che ancora non si erano depositati al suolo. Gli strepiti del baby sono stati salutati da una salva di clacsonate che neanche la regina d’Inghilterra. Anche la gazzella dei carabinieri, bloccata senza speranza dalle belve a quattro ruote, ha acceso la sirena e si è unita al coro.

I miei vicini di traffico sono tutti un po’ speciali. E i vostri?

Oggi, per esempio, in questa giornata tiepida e invitante, la signora della Multipla ha tirato fuori una bellissima tovaglia, ricamata da lei mentre aspettava che gli ingorghi si sciogliessero almeno quanto bastava per non bruciare la frizione. Eravamo fermi al quarto incrocio col semaforo sempreguasto. Ha messo la tovaglia sul cofano della macchina. Ha estratto una bella torta e ne ha distribuito le fette a tutti gli automobilisti. Era il suo compleanno, ci ha spiegato. Noi ci siamo sentiti bene, le abbiamo fatto gli auguri e la vita ci è sembrata più bella, sotto il velo delle polveri sottili di questo pazzo mondo urbano.

9 pensieri su “MY TRAFFIC, MY LIFE.

  1. Una specie di Marcovaldo (Marcovalda?) alla rovescia? Dove Calvino si rimangia tutto e vede rosa dove vedeva ironicamente nero? Oppure una cinica e sarcastica critica al peggiore dei mondi possibile? Be’ Rammy, se volevi essere ambigua ci sei riuscita. Racconto inquietante…

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  2. bello! e non provo a spiegarmelo perché è stratificato e le cose a strati se cominci a sfaldarle sono come la millefoglie – forse la torta della signora della multipla era una millefoglie? – e poi c’ho una multipla e – contrariamente alla bertè – sono una signora. destini incrociati!
    sì, calviniano e anche calvinista – il retto uso del tempo – questo racconto.
    bello, ramona, bello!

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  3. Alex: Marcovaldo è stata una mia lettura di bambina, studiato perfino a scuola, chissà che non mi abbia influenzato in qualche modo oscuro… In questo racconto ci sono molti dati reali, che ho toccato con mano, ed è indubbio che il caotico traffico cittadino lo conosciamo tutti e tutti ne usciamo sfiniti e incazzati. Diciamo che ho voluto cercare del buono in qualcosa che di buono non ha, per farmene una ragione ed evitare di ritrovarmi il fegato a pezzi dallo stress urbano.

    Lucy: Alla millefoglie non avevo pensato! Ed è davvero una bella coincidenza che ti ritrovi nel mio racconto… anche tu hai ricamato una tovaglia incolonnata ai semafori? Grazie per il tuo solito affetto.

    Fabry: grazie anche a te, ti ho scritto in privato, per avermi fatto conoscere il racconto di Calvino.

    A tutti: sono onorata del fatto che a ognuno di voi sia venuto in mente, leggendomi, del grande scrittore. Ne sono onorata perchè io in realtà di lui ho letto pochissimo, soprattutto in una lontana gioventù, e forse dovrei rimediare… La mia riflessione a questo punto è che le letture fatte da bambini entrano in noi in modo indelebile e tornano fuori sotto forma di scrittura quando non ci pensiamo. Io mi rendo conto di essere stata una spugna, nella mia lontana infanzia, e solo il mio amore incondizionato per la lettura (leggevo qualsiasi cosa, senza discernimento) mi ha portato a essere quello che sono, a scrivere quello che scrivo. Bene o male che lo scriva, secondo le mie limitate possibilità.

    Grazie, vi abbraccio tutti.

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  4. No,cara Ramoma, io non ti paragono a nessuno, non cito, non accosto, non colgo somiglianze o differenze, non sovrappongo nessun altro alle tua parole, mi piaci perchè scrivi come Ramona, con le idee di Ramona, e basta.

    p.

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  5. grazie a te, Ramona.
    mi riferivo al contenuto, sulla scia dell’indicazione di Alex.
    la tua scrittura, invece, è diversa da quella di Calvino, asciutto, preciso fino all’ossessione, cristallino, essenziale fino alla mania.
    interessante il confronto fra i due scrittori, quello fluviale e quello tormentato, in Se una notte d’inverno un viaggiatore.
    inutile specificare in quale dei due si identificasse il Nostro.
    abbracci
    fabry

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  6. ramona: vedere somiglianze nelle cose scritte è ormai un tic che nulla toglie al piacere della lettura. è un tic classicista, se vuoi: un poeta che non mi piace nel profondo, ma alla cui bravura e sapienza mi inchino, che fa di nome francesco petrarca, indica lo scrittore come un’ape, che trae dai fiori, le opere d’altri, il nettare e produce il miele e la cera, cose dolci e utili. dice anche che non conosce scrittori-bachi: nessuno può trarre la linfa da sè soltanto. credo che lo facciano tutti: la memoria interna, e quanto è più lontana, tanto più ci parla, lavora e produce. quello che mi piace del tuo modo di raccontare è che è denso pur restando libero da complicazioni. non sopporto le complicazioni: altro tic classicista, o volgarissima impazienza, se vuoi. tu mi piaci proprio.
    in coda sulla multipla ricamo racconti come tovaglie: ma ho una penelope, dentro, che all’arrivo li ha già disfatti. e meno male! 😀

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  7. ti capisco! io vivo a roma e nel traffico praticamente ci vivo! non sai quanti esami ho studiato in autobus, tra un ingorgo e l’altro.. ora per fortuna sono alla tesi (mi sta aiutando universitalia), ma appena inizio a lavorare voglio assolutamente comprarmi una macchina…
    complimenti comunque per il tuo blog! mi piace molto!

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  8. Paolo: dolce come sempre! Grazie delle tue parole, però io sono convinta delle influenze (positive) che la lettura ha (o ha avuto) su chi tenta a sua volta la strada della scrittura. E’ un fatto involontario, ma non di copiatura automatica: c’è una rielaborazione personale, che porta a cercare uno stile proprio, nuovo, ma in cui rimangono i caratteri impressi. E’ un po’ come i geni trasmessi dai genitori al figlio: il risultato è un individuo nuovo, a sé stante, in cui però ritrovi il naso della mamma, gli occhi del padre…

    Fabry: grazie della precisazione. Leggendo il racconto di Calvino, quello di cui parli nel commento precedente, era per me chiaro il tuo riferimento.

    Lucy: hai detto con la bella metafora del Petrarca esattamente quello che penso! E soprattutto questo: “la memoria interna, e quanto è più lontana, tanto più ci parla, lavora e produce.”, perchè ne sono convintissima!In quanto ai tuoi racconti, perchè non provi invece a non disfarli? Un abbraccio!

    Chiara: sei la dimostrazione vivente che quanto ho scritto non è del tutto fantasia! Ho conosciuto il traffico di Roma, e ho degli amici che vi abitano, per cui so bene che vuol dire… Grazie per i complimenti, il mio blog è un pochino trascurato per mancanza di tempo, ma è un vecchio amico per me, e come per gli amici veri, mi è indispensabile sapere che c’è! Ciao

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