La colf

La casa è carina, ma tenuta malissimo. Mi domando come farò a pulirla, con tutto il disordine, la roba in giro. La donna è gentile, mi ha offerto in continuazione pessimo caffè e roba da bere. Mi ha tenuto più di mezz’ora seduta per il caffè a chiacchierare, come se ci conoscessimo da sempre. Invece era la prima volta che la vedevo. Distrattamente mi ha spiegato che ha troppo da fare, a casa non c’è mai e quando c’è ha altro da pensare che mettere in ordine. Quando sono arrivata stava cercando disperatamente un certificato in un mezzo ad una moltitudine di carte alla rinfusa.. Quando sono andata via, si è rimessa a cercarlo. Dubito che lo trovi. Si è meravigliata che, dopo diversi anni in Italia, io non parli ancora l’italiano correttamente, sbagli i verbi e anche molte parole. Mi arrangio con parole inglesi, francesi e tedesche, che quasi sempre lei ha capito. Il problema è che con gli italiani io non parlo mai, vado nelle case e pulisco, torno nella casa che divido con altre del mio paese e parlo la mia lingua. Non posso frequentare un corso di italiano, non ne ho il diritto. Per la televisione non ho mai tempo, sono troppo stanca, faccio troppe ore al giorno di lavoro faticoso, per poter restare sveglia davanti alla televisione.

Lei si è spaventata quando ho detto che non ho il permesso di soggiorno. Era già pronta a mettermi in regola, si era informata. Non avrebbe mai immaginato, visto che le ero stata segnalata da persona di fiducia, che l’ingegnere indicasse una poveretta come me, clandestina.

Sono clandestina ed è come se non esistessi. Spero solo di non ammalarmi, perché per noi c’è solo la Caritas, a meno che non vogliamo essere rimpatriate. Quando torno al mio paese per vedere i miei figli, ci metto tre giorni, faccio un lungo giro, in treno, attraverso parecchie frontiere e ogni volta temo che mi fermino, che mi chiedano i documenti.

Lei aveva lasciato dei soldi in giro e anche altre cose, carte di credito, libretti di assegni. Dapprima ho creduto che stesse testandomi, mentre pulivo, ma quando ho visto la scatola di gioielli (poca roba, a dire il vero) con anelli sparsi vicino, ho capito che è solo molto disordinata, al limite del patologico. Prima di andar via le ho raccontato come fanno le altre signore: lasciano banconote in punti nascosti che io, pulendo, devo necessariamente trovare. Naturalmente io non tocco i soldi, non sono una ladra.

A lei ho detto che sono solo diplomata, non volendo apparire in nessun modo al di sopra di lei, che non credo sia laureata, ma io sono un medico. La mia laurea in Italia non è riconosciuta, dovrei fare una lunga procedura, ma prima devo procurarmi il permesso di soggiorno. Ogni tanto qualcuno promette di mettermi in regola, anche lei mi ha chiesto come può fare, ma ha bisogno di poche ore di lavoro a settimana, non credo che sia possibile. Comunque lei si informerà.

Ho coninciato a lavorare, questa prima volta ho lavorato pochissimo, abbiamo lavorato insieme, veramente, così abbiamo continuato a chiacchierare. Mi ha chiesto perché voglio stare in Italia. Le ho parlato dei miei figli, del futuro che sogno per loro, che nel mio paese non potrebbero avere. Ha voluto sapere perché sono venuta in Italia, la prima volta e le ho detto dei mobili, i mobili che volevamo comprare, io e mio marito, ma i soldi non bastavano. Le ho parlato di mio marito, morto di infarto, mentre io ero lontana, ero in Italia a lavorare.

Non ho nominato la moglie dell’ingegnere, una donna fredda e arrogante. Vuole ancora, dopo anni, essere chiamata signora Elvira, forse perché teme di non esserlo, una signora. Lei cerca sempre di darmi meno del pattuito e mi sta dietro ansiosa, mi sorveglia in continuazione, timorosa che mi sfugga qualche granello di polvere.

Le ho parlato di quello che è accaduto negli anni scorsi, in un’altra città, dove i salari erano molto più bassi, veramente pochi soldi e una parte dovevo spenderla per mangiare qualcosa: facevo la badante e i parenti degli anziani pretendevano che io mi nutrissi come una vecchia moribonda, praticamente solo minestrine. Tutte le mie amiche, in quella città, subivano la stessa sorte. C’era anche il problema di riuscire ad acquistare qualcosa da mangiare, perché eravamo segregate, niente giorni liberi, né la possibilità di uscire di casa almeno una mezzoretta. Peggio della galera, dove almeno hai diritto all’ora d’aria.

Lei mi ha chiesto perché non cerco un lavoro migliore, in un ufficio, in un negozio. Le è sembrato inaccettabile che una persona come me, diplomata, come le ho detto di essere, che parla svariate lingue, debba fare le pulizie a ore. Non lo ha detto, ma so che le piaccio, farebbe volentieri amicizia con me. So che ha avuto un attimo di imbarazzo nel dirmi da dove preferiva che cominciassi il mio lavoro, da quale stanza e anche per questo si è messa a lavorare insieme a me. Ho risposto la verità, che mi sono stancata di cercare un lavoro migliore, perché purtroppo sono bella (no, questo non l’ho detto) e gli uomini italiani, quelli che ho incontrato cercando un lavoro, mi hanno perseguitato con proposte sessuali, mentre io, al momento, ho tutt’altro per la testa. Io gli uomini della mia vita, pochi, li ho sempre scelti, per affinità e, diciamolo, per amore. Per molto tempo ancora e forse per sempre, non ho intenzione di scegliere più nessuno, tantomeno chi approfitta della condizione di bisogno estremo di una donna.

2 pensieri su “La colf

  1. Un paio d’anni fa conobbi una signora con caratteristiche simili, era ucraina. Mi raccontò le sue difficoltà – avevo occasione di incontrarla ogni settimana -, e mi rendevo conto ogni volta di come le leggi in merito agli immigrati siano impietose verso tali persone. Io non so se vi sia una soluzione idonea per ogni caso, ma di certo la legge attuale è a dir poco offensiva verso il genere umano.

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  2. Stasera pensavo ad uno dei miei nonni. Decenni prima che io nascessi, quando mio padre era un bambino, suo padre si imbarcò su una nave e raggiunse la sua America. Non l’hanno mai arrestato per questo, nonostante sia andato e tornato diverse volte, né mai è stato respinto. A distanza di un secolo, uomini che, come lui, cercano di raggiungere un’America più piccola e modesta, vengono imprigionati e respinti. Di quanti secoli stiamo tornando indietro, di quanti millenni?

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