Sole nell’ordine del proprio corpo comune

Carola Susani – Elena Stancanelli, Mamma o non mamma, Feltrinelli, 2009

Questo, di Susani e Stancanelli, è un libro che ci riguarda. Tutte e personalmente, perché tutte siamo state, siamo o saremo davanti a quel sì o a quel no del diventare “mamma” nella voce e tra le costellazioni di qualcuno che nemmeno conosciamo. Inoltre il libro è scritto benissimo ed è divertente. Non è un trattatello tematico, tutt’altro: Carola Susani e Elena Stancanelli sono davvero amiche e da amiche trattano le parolecose, con una confidenza e un amore che trabocca dal loro pseudoepistolario e ci assume come destinatarie e non ci fa dormire, qualunque scelta noi abbiamo fatto, per leggerlo o ripensarlo.

Ci sono nel libro due passi bellissimi che varrebbe trascrivere per intero e tento di riassumere.

Il primo: quando Susani descrive come la propria seconda luminosissima bellezza sia stata tirata giù dal corpo che le usciva dal corpo insieme alle acque del parto e immediatamente sia stata assunta da quell’altro corpo, dal minuscolo, fortissimo, incrollabile corpo partorito. Si riesce bene a immaginare come l’appena nato ci trascini via un velo placentario di luce che ci custodiva fino a quel momento e fino all’anima. Lei dice che tutta la luce che veniva puntata su di noi è in quello stesso istante liberatorio e naturale che illumini un altro, lei lo dice così semplicemente, dice: “Di colpo sono diventata come tutti”. La propria eccezionalità soggettiva cede con improvvisa obiettività all’ingresso di altre cellule spirituali – e siamo allora leggere, possiamo parlare senza immaginare che dalle nostre parole dipendano i cicloni o il sereno che spiana gli oceani o la beata costanza della Via Lattea.

E il fenomeno che Susani osserva, da scrittrice – e dunque da entomologa della propria esistenza, da donna che mette la propria esperienza parlata al servizio di altri – è che questo cambiamento avviene nello strappo assoluto, nel grido di gioia feroce e già piena di nostalgia che fa la vita quando lascia sbocciare uno per uno gli alveoli polmonari: adesso, per la prima volta.

Sempre in tema micromacrocosmico, ecco la seconda immaginazione, questa volta di Stancanelli: Stancanelli, con il suo mezzo sorriso ironico, vede la materia invisibile che lega la madre al figlio come la coda di una cometa, vede bene con i suoi occhi amorevoli che la nascita è un evento lunghissimo, e vede come le donne che vogliono bene cerchino di sbrigare in fretta questo fenomeno restando con il cuore nel petto dell’altro – il più all’interno possibile, il più profondamente, il più invisibilmente – per dare la certezza che fonda la figura adulta: non per colonizzare, non per non essere dimenticate.

Per Susani – che è madre – chi nasce lacera la luce della madre e se ne incarica. Per Stancanelli – che non è madre – chi nasce rimane appeso alla madre per il mezzo di un invisibile striscio luminoso.

Segnalo questo, che a me pare uno spunto di poeticità estrema ed estremamente significativo.

Entrambe parlano di luce – guaina, fodero e involucro di luce l’una, luce materica delle polveri astrali, legamento tra cosmo e stella-che-cade l’altra – nel parlare di madre e sono convincenti, è uno stupore. Entrambe, all’osso, parlano dello splendore vero di abdicare, di come non ci sia altro senso che questo essere nudi e irrisori e disilluminati. Forse la scelta di Elena è più “pulita”, come dice la parte più irridente di lei, la donna senza figli sporca meno – ma questo è Pensiero: personalmente credo che le donne che figliano lo fanno come fanno gli animali, lo fanno perché siamo animali e gli animali sono chiamati a fare così ed è una decisione, quando lo è, priva di pensiero, è soltanto la vita che chiama – tutti, senza eccezione né eccezionalità – con la sua voce, con la sua trappola perfetta.

Inoltre e infatti Carola Susani parla dell’Eros che sta nel consenso delle madri, donne che hanno aperto e trasformato radicalmente e volontariamente il corpo – zona che in genere pensiamo con discreta certezza di amministrare in proprio – per un altro che non ha ancora caratteristiche né carattere, parla dell’eros nello sguardo tornato al suo zero infantile: partorito, allattato, mondato da ogni escrezione, sollevato nel pianto e dalla improvvisa disperazione che hanno i bambini – e che dimenticheranno – di essere caduti nel territorio modesto della carne perché da questa carne onnipresente verranno consolati e allora già ne avranno accettato il calore, che fa smettere il pianto e la solitudine.

E’ questo, che porta alla coscienza incessante dell’altro, l’Eros più difficoltoso, il più ingombrante e il meno prevedibile, quello che disorganizza ed è un’arma offensiva molto acuta, ma amore senza il quale le donne come Carola si sentirebbero molestate dalla distesa del giorno: troppa vertiginosa nullità da abitare per chi ha abituato le sue persone di dentro alla temporalità e alla circostanza! – e sole nell’ordine del proprio corpo, così comune.

2 pensieri su “Sole nell’ordine del proprio corpo comune

  1. Bellissimo post! Ha trovato il mio cuore di madre ( in sogno).
    Non ho potuto per caso di vita dare luce a una creatura, ma mi piace immaginare il mio bambino non reale.

    Mi ha fatto commozione intravedere questo velo di luce intorno alla nascita.
    Mi sembra avere sognato una volta alle acque del parto liberate dal corpo creando un oceano caldo.

    La madre è oceano.

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