Nella follia

da qui

Personaggi strani, quelli che scrivono nei blog, non si capisce bene cosa vogliano. Alternativi alla carta, interattivi, vivi, ivi, si potrebbe dire: disponibili a fare del presente una storia condivisa in cui autore e lettore intreccino un dialogo serrato. Non è più utile leggere il Corriere della Sera, le pagine grandi come ali spiegate, i nomi noti, Panebianco, Stella, Sartori, Galli della Loggia? Come può illudersi, un blog, di concorrere con la grande produzione, l’impero onnipresente dei media? E’ più proficuo aprire un libro, sfogliare un quotidiano, accendere la radio. Eppure, eppure. La rete ha i suoi vantaggi, un click e parti per il viaggio, la terra si trasforma sotto i piedi, sei ovunque nel giro di un istante. Compri il giornale, ma non lo leggi più: al massimo, se trovi il tempo, l’articolo culturale che attira l’attenzione, o l’editoriale quando il tema ti interessa. Per i libri è diverso, resistono a ogni dissolvenza, al punto che si fanno affari proponendo ai dilettanti di realizzare il loro, basta che scrivano, ipso facto si materializza il diritto a pubblicare. Mi sono divertito con i preventivi: 150 pagine, 500 copie, cinquemila euro. Mi chiedo se da qualche parte sopravviva quello che un tempo chiamavamo intelligenza. Pubblicare è il feticcio del secolo: non importa se hai poco da dire, meglio ancora se la testa è vuota. Se non altro c’è l’effetto eco, vaga reminiscenza letteraria. Personaggi strani quelli che girano nei blog, non si capisce bene cosa vogliano; ma chi aspira a trasformarsi in carta, a tutti i costi, a ogni prezzo, ha già un piede, o due, nella follia.

17 pensieri su “Nella follia

  1. la rete ha amplificato il fenomeno. chi covava in pectore aspirazioni letterarie ha potuto scrivere le sue prime cose o “pubblicare” le molte che teneva nel cassetto. altri, senza covata alcuna, hanno messo il becco fuor del nido pensando ohibò, sorbole, ma qua siam tutti scrittoooori! da lì a pensare di materializzare l’esistenza effimera e virtuale delle loro belles lettres nel concreto della carta – insostituibile – per qualcuno è stato un soffio, per altri un passo più lento, altri non ci pensano nemmeno, avendo chiarissima in capo la differenza che corre tra un gioco – bello se dura poco – e la realtà. la complicazione è che nella rete si incontrano in numero esagerato ignari, aspiranti, affermati, acclamati scrittori e poeti. difficile è distinguere chi da chi. l’altra ulteriore complicazione è che il fenomeno usa e getta dei blog consente agli appartenenti a tutti i livelli performance discutibili, ma indiscutibili. si formano conventicole, pronte a rompersi attorno ad un post e a rifomarsi altrove attorno ad un altro. ci sono poeti e scrittori che lì hanno una corte, più in là un po’ meno, lì ancora è meglio proprio non entrarci. chi osserva da fuori, piedi saldi per terra, ogni tanto qualche piccola incursione creativa, più spesso critica, ancor più spesso di sola lettura, resta piuttosto sconcertato. in due anni di parzialissima frequentazione di litblog ho visto cose che…
    cosa resterà di questo tempo immateriale, di queste liti, di questi consensi pelosi, di queste aspirazioni vane e vanificate? perché non tornare ad un bel gioco serio? i bambini quando giocano sono serissimi. la vita adulta poi ci dirà.

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  2. La stampa, perlopiù, è schierata. Sempre. E’ schierata anche quando fa critica letteraria, spacciandola per tale. Difficile se non impossibile leggere stroncature sulle pagine culturali. Tutt’al più si arriva a un compromesso diplomatico, ma la stroncatura non c’è mai; eppure quante idiozie meriterebbero d’essere messe a tacere da subito.
    I blogger, se prima erano liberi, oggi non più, almeno una parte di loro: si sono schierati per diventare peggio della carta stampata. Stanno raccolti in club per cui hanno i loro quattro feticci e guai a toccarli.
    La rete non è poi tanto peggio dell’editoria tradizionale: schifezze se ne trovano a iosa in libreria, e altrettante in rete. Ma forse in libreria si trovano un numero più grande di vere e proprie tavanate, pubblicate per colpa della mafierie editoriale (che io chiamo “malaeditoria”, canchero che davvero non si riesce a svellere).
    Il peggio è che molti dei sédicenti scrittori degli anni 80 e 90, oggi sono anche e ancora attivi-passivi in rete con blog, siti, lit-blog, ecc. ecc. Cercano di dettare “dittatura”. Di solito però i loro protetti sono dei morti di fame, degli incapaci a tutto tondo che vengono pubblicati non per meritocrazia ma solo per quella sporca legge delle “mani che stringono altre mani”.
    Checché se ne dica, volenti o nolenti, in rete c’è buona metà dell’informazione: la gente si fida più di un blogger che conoscono quando si devono far consigliare un libro o un disco che non di un D’Orrico o della Benedetti di turno. Possiamo dire con un po’ di anticipo che l’èra del critico tradizionale è bell’e finita, non a caso molti critici – o sédicenti tali – hanno portato le chiappe in Internet, sperando di raccogliere consensi. A volte riuscendoci, altre ancora facendo un buco nelle maglie della rete. Per fortuna che ci sono i remainders: i tanti finti capolavori finiscono poi sempre sui bancali della seconda scelta, per diventare presto carta riciclata. L’editoria dovrebbe stare molto più attenta a quello che pubblica: a forza di piazzare pastrocchi non solo perde la faccia, ma anche investimenti e lettori.

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  3. “Non è più utile leggere il Corriere della Sera, le pagine grandi come ali spiegate, i nomi noti, Panebianco, Stella, Sartori, Galli della Loggia?”

    In rete ho trovato penne decisamente migliori e con più idee. Quello che impone l’editoria è al 90% fuffa.

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  4. A me cmq letteratura e poesia piacciono di più su carta, forse perché è il mio imprinting. Mentre la critica mi sembra quasi sempre un pacco, qualunque sia il suo materiale.
    Altro punto: il volere “trasformarsi in carta” con cui si conclude il post sopra non dovrebbe essere un’aspirazione velleitaria, ma il risultato di un’autoconsapevolezza acuta e fondata di aver qualcosa di buono da dire, essere capaci di dirlo e desiderare mandarlo in circolo e ottenerne la giusta soddisfazione. Una chimera, visto il livello diffuso di vanità e narcisismo… Però, chi se ne importa, se tanto i fantocci sono tali sia che pubblichino sia che non pubblichino. Personalmente, tendo a perdonare di più un pizzico di vanità in buona fede, che molte altre cose più subdole. Per esempio, ho appena cassato da Facebook un'”amica” tutta amore, new age, grande disegno universale di luce, positività ecc., che ha pubblicato, aderendovi, il link del gruppo “castrazione chirurgica senza anestesia per pedofili e stupratori”, con tanto di foto impressionante.
    Ciao a tutti.

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  5. Fabrizio, sono d’accordo in parte, quando scrivi “un click e parti per il viaggio”. E’ verissimo, rimane però il grande problema di capire per quale viaggio si sta partendo. Il grande difetto dell’informazione in rete è che, spesso, non cita le fonti, non ti dà elementi per poter ragionare autonomamente e diventa, tipico anche di alcuni blog ‘importanti’, un inutile aggregatore di empatia: non allarga la conoscenza ma continua a farla ruotare, vorticosamente, sempre all’interno dello stesso gruppo, finendo per aggregare chi era già aggregato, senza alcun impatto reale e verificabile sulla realtà.
    E’ questo empasse che la rete, a mio modesto parere, deve imparare a superare se vuole realmente diventare una fonte di informazione e di conoscenza alternativa agli allineati circuiti dell’informazione tradizionale e non trasformarsi, a sua volta, in un “allineato” circuito alternativo incapace di uscire da logiche di semplice e sterile protesta. Non è un compito facile, prevede un cambiamento profondo e un approccio non più spontaneistico, ma professionale al fare informazione alternativa. Prevede l’essere disposti a beccarsi anche una querela e a sostenere lo scontro, diretto, con i centri di potere. Quanti sono realmente disposti a farlo? Quanti hanno le capacità, conoscitive e materiali per affrontare un simile cambiamento?

    In questo caso mi tocca fare il negativo, relegando in un angolo il mio ottimismo cronico, ma ne vedo pochi, molto pochi. Anche fra i famosi; italiani o esteri che siano non fa differenza.

    L’altro punto che la rete non ha ancora affrontato, ma che dovrà affrontare, se ambisce veramente al salto di qualità, è legato alla capacità di comprendere come e quando, anche le aggregazioni più alternative, sono utilizzate per scopi strumentali e, sull’onda dell’emozione, “forzate” a diffondere e a fare da grancassa ad informazioni cucinate alla bisogna. Succede troppo spesso e, troppo spesso, la rete si comporta esattamente come i giornali scandalistici: si scatena, affamata, sullo scandalo del momento, salvo poi abbandonarlo dopo poco tempo ripercorrendo lo stesso schema dell’informazione ufficiale e non approfondendo quasi mai l’argomento, ma rincorrendo la cortina fumogena della reazione personale dei lettori.

    Ci sono stati e ci sono casi positivi, vedi il sito dei genitori di Aldrovandi (il ragazzo ucciso da quattro poliziotti delinquenti), ma in questo caso la motivazione FORTISSIMA era spinta dai genitori, dalla loro giusta voglia di giustizia ed è quella carica che ha fatto da aggregatore e trasformato il blog in un elemento di pressione e, prima ancora, di informazione e approfondimento. Quante volte succede?

    Blackjack.

    PS: sul pubblicare non mi pronuncio, l’unica differenza che vedo è di tipo numerico, ma gli editori a pagamento sono sempre esistiti e hanno sempre lavorato; ora è solo più semplice ciontattarli. Non credo faccia male a nessuno e, dopo i primi 5000 spesi inutilmente, l’avventuriero delle lettere quasi sempre si ritira in buon ordine, senza aver danneggiato nessuno se non il suo conto in banca 😀

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  6. c’è, anche qui,tra i blog, uno STATO di concorrenzialità che, personalmente non condivido e non approvo:lo trovo non inutile, ma devastante,continua la prevaricazione della carta che diventa straccia appena sfornata, sformata. La rete può amplificare, se lascia i riferimenti e non ferisce la fonte, distribuisce un’acqua che piove da mille rigoli e non la privatizza, almeno questo, per me, dovrebbe essere il senso fare. Il resto, il narcisismo,la volontà di spargere la propria figurina: una specie di vanità che, inutile negare, tutto il genere umano vive, non solo in senso estetico, ma anche etico.Riconosciuto che il nostro “potere” si ferma appena uscito dalla bocca o da un pennino e ha toccato alcuni tasti, resta sabbia su altra, sabbia mobile,come quella che il vento sposta nei deserti.
    Lettere e letteratura sono anch’essi mortali ed è questo che accetto, anzi, questo che la rende in qualche modo grande e de-generata. Anche un testo di Dante muore come “sua lettura-scritta” per farsi vivissima “scrittura da leggere” oggi, la parola né sua né nostra, del tempo, accettando che la formi e la riformi, la disarcioni da vette che non ha. Noi mettiamo parole a guardia delle nostre paure, altro non possiamo mettere.f

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  7. eh eh eh! scusa,ferni, ma finita la scuola mi concedo un giorno di goliardia…
    “…il narcisismo, la volontà di spargere la propria fig-urina”: scusa, ma mi sono sbellicata. eh, le parole!
    grazie del passaggio involontario, scusa ancora, ma sono io che oggi… :DDDDD

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  8. Internet sta stabilendo un prima e un dopo. Prima, l’accesso alla produzione di cultura era selezionato, e secoli di esperienze accademiche ed editoriali avevano dato vita a un sistema molto criticato ma anche generalmente accettato; dopo, la produzione culturale è diventata una possibilità per miliardi di persone – talmente tante persone che c’è chi si domanda se stiano ancora producendo «cultura».
    Va detto, però, che internet viene cronologicamente dopo un altro fenomeno capace di stabilire un prima e un dopo: il 1968 della laurea di massa.

    Prima di internet e del 1968 c’era un senso comune secondo cui chi era stato in grado di acquisire una laurea universitaria, e poi aveva superato il vaglio di tutta una serie di figure accreditate dal sistema editoriale – era ipso facto in grado di produrre testi (libri, articoli di giornale, conferenze, lezioni) di alta qualità. Si poteva essere d’accordo o in disaccordo con i contenuti o la forma o tutto il resto di quei testi, ma si concordava sul fatto che contenessero valore culturale.
    Dopo internet e il ’68, le persone dotate di laurea sono tali e tante che il sistema accademico ed editoriale non ce la fa più a selezionarle. Le modalità di certificazione della qualità si stanno dimostrando non adeguate. Gli amici o i figli di un docente universitario o di un giornalista possono essere perfettamente adeguati al compito che li aspetta di insegnare o di dirigere un grande giornale, tuttavia nel vasto mondo di coloro che hanno fatto gli studenti per molti anni della loro vita ci sono dottori e giornalisti altrettanto se non di più adeguati – di cui il sistema tradizionale non saprà mai niente perché non li conosce personalmente.

    Tra le molte cose che è internet, nelle tante sue espressioni e diversità di strumenti tecnologici, c’è anche la potenzialità di strumento di comunicazione. Uno strumento di cui moltissime persone si avvalgono allo scopo di produrre cultura (quella di cui sono capaci)… per il semplice motivo che è accessibile, molto più accessibile del sistema tradizionale.
    E poiché le persone che lo usano sono tantissime e capaci, internet sta diventando anche un sistema per certificare la qualità. La propria, ma anche quella relativa al sistema tradizionale. La modalità è quella del prestigio, più che quella dei grandi numeri. L’editoria tradizionale ragiona in termini di copie vendute, e di audience televisiva, internet utilizza i numeri ma va anche oltre.

    Discorso vastissimo, accidenti. Quello che viviamo è un cambiamento d’epoca. Nel XX secolo ci siamo abituati a vivere in un’epoca di cambiamenti, in cui quasi non passava giorno senza che una nuova scoperta o invenzione modificasse il quadro complessivo. Oggi si sta verificando qualcosa di più.

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  9. grazie amici.
    come scrive Guido, la questione è complessa.
    inutile nascondersi, però, le grandi possibilità offerte dalla rete: non a caso i grandi quotidiani si stanno impegnando a conquistarne spazi sempre più vasti. non c’è bisogno di ipotizzare l’esaurimento degli alberi per profetizzare un trasferimento sempre più ingente di materiale nel web. librerie e giornalai continueranno a esistere, ma librerie ed edicole virtuali si diffonderanno sempre più (basta dare un’occhiata alla frequentazione di siti come IBS o delle testate giornalistiche in rete). Repubblica ha un indice del sito telematico sul giornale cartaceo. il problema della rete è l’assenza di coordinamento e la dispersione dell’informazione. prima o poi il popolo del web dovrà decidersi a mettere ordine nel mare magnum dei messaggi e a dare direzioni più riconoscibili ai propri percorsi.

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  10. sono davvero felice se almeno sono riuscita a farti ridere, Lucy! Se poi si tratta addirittura di farti sbellicare, una specie di laurea ad honoris causa, in un tempo di lacrime e tragedie quale il nostro. Dovrò pensare seriamente di darmi al circo, in fondo qui dentro ho fatto un vero apprendi-stato, e dunque devo ringraziare questi forzieri o questi forzati della rete o del circo…senza rete!Una cordiale risata,ferni.

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  11. Guido, pur condividendo alcuni passaggi del tuo commento, non posso fare a meno di rimarcare alcune perplessità.
    Sono sempre molto dubbioso quando mi trovo di fronte a dei prima e dei dopo, ad analisi storiche che cercano di fissare pilastri inamovibili, anche perché questa pessima abitudine di tagliare la storia a fette produce solo danni, a mio modesto parere; danni che rendono difficile cogliere il sottile filo dell’evoluzione. Spezzettando la storia, diventa arduo trovare le continuità: disperse e rarefatte nella pancia insaziabile di miti quanto meno discutibili e spesso creati alla bisogna. Idem per quanto riguarda la produzione culturale disponibile per “miliardi di persone”. La cultura e l’informazione continuano a rimanere un oggetto da elité e basta uscire un attimo dalla gabbia mentale del “sono collegato quindi posso conoscere”, pensando ad esempio alla difficoltà linguistica, per comprendere come la cultura (cos’è?) continui a rimanere un oggetto sezionato, in funzione della lingua, della capacità economica, della nazione. Un elemento imponderabile e in larga parte condiviso per gruppi omogenei. Spesso un elemento di divisione.

    Divento ancora più dubbioso quando leggo “solo chi aveva superato il vaglio di tutta una serie di figure accreditate dal sistema…”. Sbaglio io oppure Kafka, Hemingway, Dick, Asimov, Durrenmatt, Palahniuk e un mare intero di altri letterati erano o sono completamente al di fuori del circuito accademico? E ancora “ Dopo internet e il ’68, le persone dotate di laurea sono tali e tante…”; scusami ma cosa c’entra internet con l’aumento dei laureati? E il 68? L’incidenza dei laureati è aumentata in modo significativo, non per merito del 68, ma delle aumentate possibilità economiche del ceto medio. Il vero e unico aumento dei laureati c’è stato con l’ingresso di India e Cina. Fino a 10 anni fa e prima della crescita economica di questi due giganti, il n umero di laureati è cresciuto seguendo, in modo quasi costante, l’andamento della crescita economica dei paesi occidentali. Nemmeno mezzo stravolgimento, in occidente, rispetto a una sequenza storica piatta e costantemente allineata con la crescita economica.

    Anche l’ultimo paragrafo, che enfatizza la facilità di accesso a internet e le potenzialità di internet come strumento di comunicazione, dimentica un dato importantissimo: internet è e rimane, esattamente come la cultura di 100 anni fa, uno strumento elitario. Meno di 1/6 della popolazione mondiale, i soliti noti con qualche new entry nell’ultimo decennio, new entry quasi sempre rappresentative delle elite dei rispettivi paesi, ha la possibilità di accedere in modo regolare a internet. Per gli altri rimane e rimarrà un sogno!
    Anche la constatazione di Fabrizio, legata all’aumentata presenza delle testate tradizionali su internet, non sposta di mezzo millimetro la situazione anzi, “contamina” internet e la restituisce, a fronte dei mezzi a disposizione, delle strutture societarie, della possibilità di accedere a fronti preferenziali (a pagamento) di informazioni, del traino legato alla raccolta pubblicitaria e dello standing generato dalla carta tradizionale, ai circuiti informativi tradizionali. Tutto è cambiato e nulla è cambiato e, al di là degli entusiasmi dovuti e della novità sicuramente ancora da esplorare, non riesco a vedere, pur con tutta la buona volontà, la massa dei dilettanti evoluti di internet, come una forza informativa alternativa.
    Ancora una volta devo accantonare il mio ottimismo. Scusate il cinismo.

    Blackjack.

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  12. ferni, ridevo non DI te, sia chiaro! è che scomponendo la parola e unendola al verbo funzionava in quel modo.
    un bacio.
    lu

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  13. ci rido anch’io, spesso, le parole offrono inaspettate visualizzazioni delle cose a cui non concediamo più attenzione.Trovo che “accettarle” con “l’ascia” e il radd’oppio permetta una ludicità che nessuno si concede. Tutti serrati in/signi-ficati che qualcuno ha costruito ma che sono “spoglie”, abitati costumi di scena dismessi:morti senza più ali.
    Rido con te ,dunque, di ogni fig-urina e di ogni pen-siero, ivi copresi i miei, naturalmente.ferni

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  14. Fabrizio, pazienza e tenacia vanno benissimo, se hai un piano sul quale appoggiarle. Non vedo il piano 🙂

    Blackjack.

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