Ad Afròdita

di Antonio Sparzani
afrodite

Dionigi di Alicarnasso (I° secolo a. C.), sia benedetto il suo nome, nel cap. XXIII, §§114 sgg, del suo Περὶ συνθέσεως ὀνομάτων (Perì sunthéseōs onomàtōn, sulla composizione delle parole) riporta per intero soltanto una poesia di Saffo, come esempio mirabile di grazia e levigatezza. Si tratta del famosissimo Inno ad Afrodite: Saffo chiama la dea al suo fianco affinché l’aiuti in una conquista amorosa. Io vi propongo qui tre più una traduzioni in italiano e il testo greco originale. Aggiungo soltanto che il tema del forzare qualcuno all’amore è ricorrente nella tradizione letteraria greca, valga per tutti l’esempio dell’Ippolito di Euripide, nel quale la protagonista femminile, l’infelice Fedra, è costretta da Afrodite (sempre lei), che arde di vendetta, a ardere d’amore per il figliastro Ippolito. Ma quel che qui conta è il fatto che questo tema dia occasione a Saffo di scrivere una lirica di limpidezza e passione raramente raggiunte.

Afrodita_Saffo
traduzione di Salvatore Quasimodo:

AD AFRODITE

O mia Afrodite dal simulacro
colmo di fiori, tu che non hai morte,
figlia di Zeus, tu che intrecci inganni,
o dominatrice, ti supplico,
non forzare l’ anima mia
con affanni né con dolore;

ma qui vieni. Altra volta la mia voce
udendo di lontano la preghiera
ascoltasti, e lasciata la casa del padre
sul carro d’oro venisti.

Leggiadri veloci uccelli
sulla nera terra ti portarono,
dense agitando le ali per l’aria celeste.

E subito giunsero. E tu, o beata,
sorridendo nell’immortale volto
chiedesti del mio nuovo patire,
e che cosa un’altra volta invocavo,

e che più desideravo
nell’inquieta anima mia.
« Chi vuoi che Péito spinga al tuo amore,
o Saffo? Chi ti offende?

Chi ora ti fugge, presto t’inseguirà,
chi non accetta doni, ne offrirà,
chi non ti ama, pure contro voglia,
presto ti amerà. »

Vieni a me anche ora;
liberami dai tormenti,
avvenga ciò che l’anima mia vuole:
aiutami, Afrodite.

[in Lirici greci, Mondadori (Lo specchio), 1958 (I ediz. 1944), pp. 26-29]

traduzione di Gennaro Perrotta:
(senza titolo)

Afrodite immortale dal bel trono,
figlia di Zeus, ti prego, ingannatrice:
non mi fiaccar con pene e con affanni
l’anima, o dea.

Ma da me vieni, se altra volta ancora,
udendo la mia voce di lontano,
tu la casa del padre abbandonasti
sul carro d’oro,

e venisti. I bei passeri veloci
ti portarono sulla terra nera
dal cielo, in mezzo all’etere battendo
rapide l’ali.

Giunsero, e domandasti tu, beata,
sorridendo nel tuo viso immortale,
perché ancora io soffrivo, e perché ancora
io t’invocavo,

e che cosa ora più desideravo
con l’animo mio folle: «Chi mai brami
volgere ancora all’amor tuo? Chi mai,
Saffo, ti offende?

Se ella fugge, presto t’inseguirà;
se non accoglie i doni, li offrirà;
se ella non ti ama, presto ti amerà,
pur se non vuole».

Vieni ancora per me, dai tristi affanni
salvami, e quante cose il mio cuor brama
che si adempiano, adempi, mia compagna
nella battaglia.

[in Lirici greci, con testo a fronte, a cura di Umberto Albini, Garzanti, Milano 1976 (prima edizione Le Monnier, Firenze 1972), p. 77.]

traduzione di Manara Valgimigli (grandissimo filologo classico e traduttore del Novecento):

PREGHIERA AD AFRODITE

Afrodite dal trono dipinto,
Afrodite immortale, figlia di Zeus,
tessitrice d’inganni, ti prego,
non domare con pene e con ansie d’amore,
o Regina, il mio cuore.

E qui vieni. Altra volta venisti;
pur di lontano udisti la mia voce,
e del padre lasciasti la reggia
su l’aureo cocchio aggiogato.

Te conducevano leggiadri passeri snelli
sopra la nera terra
fitte agitando giù dal cielo le ali
per gli eterei spazi.

Rapidamente giunsero. E tu, o Beata,
sorridendo dal tuo volto immortale,
mi chiedevi che pena ancora pativo,
che cosa ancora invocavo,

e chi nel mio cuore in delirio
follemente desideravo. -«Chi cerchi
che ancora Pèito riporti al tuo amore?
chi ti fa male, o Saffo?

Oh, ma se ora ti fugge, presto t’inseguirà,
se doni rifiuta, presto doni farà,
se già non ti ama, presto ti amerà,
anche contro sua voglia.»

Vieni a me anche ora: da cosi triste
pena di amore mi sciogli; quanto
brama il mio cuore si compia, tu compi;
tu stessa mi assisti.

[in Manara Valgimigli, Saffo, Archiloco e altri lirici greci, Mondadori, Verona 1968.]

e finalmente, in prima assoluta mondiale, la traduzione (che, voi perdonerete, trascrivo qui solo per affetto e non certo per confrontarla con le precedenti), in strofe saffiche regolamentari, del giovane liceale sparz, studente di seconda al liceo classico “G. Bagatta” di Desenzano del Garda, innamorato, come tanti, dei lirici greci e di Saffo in particolare: il testo si è miracolosamente conservato, dattiloscritto con macchina da scrivere d’epoca, correva l’anno 1959, e nastro blu/rosso (il titolo era in rosso) e accuratamente incollata nell’apposita pagina del volume dei lirici greci allora in adozione: FORMIGX antologia della lirica greca, a cura di Carlo del Grande, Luigi Loffredo editore in Napoli, 1957. La trascrivo pari pari senza editing alcuno (solo ché al posto di chè)

Ad Afròdita

O tu, dal trono splendido, immortale
Afròdita, di Zeus figlia, ingegnosa,
non vincermi, te prego, con affanni
l’alma, o signora;

ma vieni a me, se pur talvolta lungi
ti portò l’aura il canto mio, e l’udisti,
e lasciasti la reggia aurea del padre,
ed aggiogasti

il carro d’oro; e belli trainandolo
agitaron continuamente l’ali
veloci i sacri passeri attraverso
l’aere dal cielo;

giunsero tosto; tu, beata, quindi,
il viso illuminato d’immortale
sorriso, mi chiedesti ancor ché soffro
e ché ti chiamo

ed al folle mio spirto ancor che bramo
«E chi dunque piegar devo a donarsi
all’amor tuo, e chi dunque se n’ rifiuta
ingiusto, o Saffo?

Se ancor ti fugge, ti bramerà tosto,
ti darà, s’or non vuol che tu gli dai,
s’ora non t’ama, infine, anche nolente
amerà te».

Or vieni dunque a me, sciogli i miei duri
dolori, ed esaudisci i desideri
dell’animo mio tutti, e tu per sempre
siimi vicina.

4 pensieri su “Ad Afròdita

  1. io avevo il valgimigli, primo liceo 1973-74, sob! le versioni venivano ciclostilate, erano lunghe 15-18 righe, sig! ora se dai più di otto righe di latino, vanno in tilt! buahahahahahaha! buu buu! cosa ci davano da mangiare? anfetamine?

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  2. mi è piaciuto tanto questo post, sia per i bellissimi versi, sia per l’interessante comparazione. E mi sono ricordata delle traduzioni dal latino ai tempi remoti della scuola media… che bei tempi!
    Grazie anche da parte mia!

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