Gat shemanin

ulivi

La facevo più facile: un messaggio che raggiungeva il cuore, la gente mi seguiva, un entusiasmo irrefrenabile. Non avevo calcolato l’invidia dei nemici, l’improvviso mutare della sorte. E’ stato bello illudersi di cambiare il mondo in pochi anni, modificare strutture incancrenite, consuetudini distanti dalla vita. Un gruppo fedelissimo di amici, che, pensavo, non mi avrebbe tradito; formati con pazienza, giorno dopo giorno, lasciavano cadere resistenze prevedibili in gente abituata ad agire senza un forte orientamento. Avevo mostrato le potenzialità del mio sistema, i progressi delle personalità più disparate e disperate, la quantità di energie che sprigionava. Ma il potere ha cominciato a preoccuparsi, a spiare ogni nostro successo; ha creato diffidenza nella gente, l’entusiasmo è scemato a poco a poco, le persone vicine impotenti a sostenermi, anche adesso che avverto più distintamente l’angoscia sottile di un presentimento, in questo luogo che chiamano pressoio per l’olio. E’ come se fossero già qui, mi sembra di scorgere la luce delle torce, di sentire il vociare degli uomini eccitati, avverto lo sguardo ostile, indagatore, e, di fronte a loro, i miei occhi saldi, le labbra che si aprono nell’unica domanda concepibile, persino banale eppure assurda, ora che il cerchio è così stretto da non lasciarmi scampo.
“Chi cercate?”.

da qui

9 pensieri su “Gat shemanin

  1. beh, posso dirti, amico mio, che non devi farti meraviglia, per questo esistono le caverne, e lì si possono pronunciare oracoli..vedi.. io mi cruccio quotidianamente della mia sorte..ti stai chiedendo se devi offenderti o no..sarebbe sciocco..sono un cane navigato, non possono ricadere su di me le colpe degli umani

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  2. Caro Fabry, non posso essere io a dire cosa la vita ci riserva, sempre nuove prove per dimostrarci che siamo saldi e forti a dispetto di quello che pensiamo e di quello che facciamo? o solo che la vita è più arrogante e noi cadiamo sotto le sue insidie?
    voglio proprio dirti forte che sei nel mio cuore che le tue parole soffiano aria di cambiamento, solo tu puoi sapere dove sta andando quest’uomo nuovo ….gridalo!
    con amore Ale

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  3. chi era l’uomo di nazaret, quello che volevano fare re e che da “re” hanno crocifisso?

    e lui in che modo ha capito chi era e quale fosse la sua via su questa terra?

    molti pensano che il nazareno sia uno arrivato dalle stelle con in tasca il progetto del padre bell’e pronto

    io preferisco pensarlo libero e nella sua libertà sorpreso dal rifiuto, addolorato dall’incomprensione, preferisco crederlo di fronte a un bivio e capace di andare fino in fondo nonostante tutto, nonostante le sue attese fossero altre, nonostante le speranze deluse.

    grazie fabry
    è una pagina straordinaria la tua

    f&r

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  4. scrivi: Ma il potere ha cominciato a preoccuparsi, a spiare ogni nostro successo;

    ma forse lo sbaglio non è nel potere in sè, ma nell’uomo che si è lasciato possedere, dal potere…

    riguardo alla domanda: chi cercate?
    Dio, naturalmente.

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  5. Incredulità, dolore, desolazione, mentre la camionetta degli alleati che mi ospitava, diretta verso un’incognita meta di salvezza, procedeva celere su quel viottolo sterrato; una polvere bianca come calce mi irritava gli occhi, e un sole accecante e impietoso contorceva la pietra riarsa, gli alberi di ulivo intrecciati in un ultimo spasmo, i rami come braccia consunte protesi verso il cielo terso e inconsapevole, in un ignoto giorno d’estate. Tutt’intorno silenzio, solo il brulicare incessante della natura sopravvissuta, e il ritmico canto delle cicale. Cercavo ansiosamente un punto di fuga, un varco in mezzo a quei corpi distesi e impietriti come il calcare bianco dei muri scrostati di quella terra arida, ma invano….solo morte nella sua definitiva immobilità. Guardavo quei volti scolpiti dalla mano di un destino inaspettato, congelati per sempre in espressioni di tragico stupore, le membra rigide, ogni barlume di respiro o di calore evaporato al sole di quell’inedita estate di tanti anni fa. E mentre con gli occhi bagnati dal pianto fissavo le sagome oscure, accade qualcosa d’impensabile: il mio corpo inizia a sussultare e ad avvertire su sè stesso, le sensazioni fisiche e le profonde emozioni di questi uomini strappati anzi tempo alla vita: sono sensazioni d’impotenza, estremi e disperati accenni al movimento corporeo, vani tentativi di articolare parole, percezioni d’amore scadute precocemente, implusi risolutivi all’azione, desiderio di respiro, di calore, di sangue che irrori le arterie, di una vita che ritorni ad illuminare anche se per poco tempo ancora un tragitto non del tutto concluso, la preghiera di una possibiltà di appello ad una sentenza non sperata e non voluta, la possibiltà di un riscatto. Mi sveglio di soprassalto, il sudore mi irrora la fronte, ancora nell’anima quelle sensazioni di supplica impotente, di fremito disperato, di anelito alla vita. Attraversavo un periodo di stasi e di empasse emotiva, di quieta accettazione del corso inevitabile delle cose, di frustrante rassegnazione a un destino che non credevo mio, e contro il quale non avevo nè la voglia nè la forza di lottare. Ancora oggi, nei momenti bui, questo sogno ha il potere di scuotermi fin dalle fondamenta, ha la forza di farmi capire che a volte, anche se vivi, siamo come morti, e che non ha senso un cammino nel quale non si rischi e non si lotti per quello che si ama e in cui si crede veramente, qualunque sia l’esito del nostro percorso. Forse solo così, una pioggia serena può ammorbidire il deserto arido dell’anima e solo così, un sole accecante può ridare vita alle membra irrigidite da una morte prematura, della quale spesso, non si è nemmeno consapevoli.

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