Ex

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(radio alice)

di Nadia Agustoni

I puri e duri di sinistra che ho incontrato nella mia vita stanno scomparendo. Si estinguono. Disillusi su tutto se ne vanno e io non ho pensieri lucidi a riguardo. Nei brutti anni ottanta mi guardavano come un animale confuso: l’anarchica che non ha compreso la lezione di Gramsci eccetera; oppure la femminista con troppa ribellione in testa, quella che non sa aspettare che qualcosa si allinei: i tempi, l’idea, le circostanze. Non pretendevo di avere la verità in tasca e facevo infelicemente notare che bisognava calarsi nelle situazioni e non mitizzare le persone e tanto meno certe idee che troppe volte erano solo altri luoghi comuni. Negli anni novanta, ed ero in Toscana, venivo presa in giro perché vivevo in Appennino non tanto nell’attesa che cambiasse il mondo, ma cambiando alcune cose mie, mie proprio mie e impegnandomi in un fare queer che non mi facesse sconti nella scelta tra realtà e desiderio. Infine in un nord senza più nebbia, ma dove è difficile avere gli occhi puliti, mi trovo a domandare a chi mi lavora accanto, ai vecchi conoscenti e ai pochi amici, dove mai stanno andando e nel caso siano fermi che cosa aspettano.  A titolo provocatorio lascio intendere: ditemi qualcosa di sinistra! Di un po’ comunista o sindacalista! Nulla. Mi conoscono e intuiscono dove voglio arrivare e non rispondono. Non dicono: no comment, come in tv, ma sono diplomatici. Certi ideali sono morti, forse pure sepolti, ma non si sa mai, a volte ritornano e allora meglio pattinare sulle domande e lasciare cadere frasi su come la si pensa veramente solo ogni tanto. Del resto in rete leggo interviste a ex ben più prestigiosi di qualche sindacalista di paese e comunista del tempo che fu. Ex che si permettono un coraggio che altri forse vorrebbero avere. Ma è coraggio essere sempre con chi vince? Ho la buona volontà di cercare di comprendere i percorsi difficili o semplicemente complessi, ma le rigidità di ieri e quelle opposte di oggi nelle stesse persone mi inducono a pensare che non è il coraggio di cambiare idea il punto cruciale, ma una fragilità personale che spinge ad allinearsi con i più forti o semplicemente porta a credere che vi sia un ideale popolare condiviso. Si intuisce un “noi” contrapposto a un “loro” che è retaggio di una mentalità religiosa, ma priva di elementare compassione. Quel “noi” è senza coraggio: solo un io di massa. Il coraggio, invece, è quello che fa resistere. Per me è un resistere non com’ero, ma nel come ho sempre cercato di diventare. Lo dico con parole sbagliate: volevo essere un po’ meglio, andare più lontano di dove mi trovavo e forse non avendo vantaggi e privilegi, non ho trovato altro che il camminare. In cammino, nel significato più integro del termine, scopro la fiducia necessaria a guardare nel buio. Se ascolto le mie stesse domande, a volte anche il mio spavento, mi accorgo di non avere grandi risposte, ma soltanto delle non risposte e so che non ho certezze se non su alcune cose: credo nella dignità dell’essere umano e in certi diritti inalienabili. A chi sorride e mi guarda dall’alto in basso dico che sto andando avanti e c’è ancora chi è capace di immaginare il mondo senza odiare il mondo. Gli ex sono molti ormai. Altri/e continuano la loro faticosa ricerca. Come per l’amore che a volte finisce c’è un bene che a volte non finisce. E le cose non succedono per caso.

Uno scrittore che leggo e rileggo da anni, Luigi Meneghello, ha parlato più volte nei suoi libri di Antonio Giuriolo, un giovane che riuscì a resistere al fascismo quando la resistenza non era nemmeno pensata. In Fiori italiani così lo ricorda: “ Devo ora parlare dell’uomo che fu il maestro di S., mio e dei nostri compagni, Antonio Giuriolo. L’incontro con lui ci è sempre parso la cosa più importante che ci sia capitata nella vita: fu la svolta decisiva della nostra storia personale, e inoltre (con un drammatico effetto di rovesciamento) la conclusione della nostra educazione. […]

L’impronta che ha lasciato in noi è dello stesso stampo di quella che lasciano le esperienze che condizionano per sempre il nostro modo di pensare, di vivere e se scriviamo, di scrivere.

Credo che di maestri di simile tempra ce ne siano stati in ogni parte d’Italia pochi bensì, ma non pochissimi. Dietro a quasi ogni gruppo di studenti partigiani o resistenti si sente ( qualche volta si sa) che ce n’è stato uno; e penso che sarebbe importante studiarli, ricostruire bene la loro cultura, riconoscere l’origine e la tempra del loro non-conformismo, rintracciare la storia delle loro libere scuole e gli effetti della loro influenza. Forse m’inganno, e l’argomento non è interessante se non per la pietas e il senso storico privato di pochi italiani che invecchiano in patria e fuori: ma non credo. Sono convinto invece che c’è proprio qui la chiave per capire come avviene realmente la trasmissione della cultura”. (1)

Vorrei dire che cosa significano per me le parole di Luigi Meneghello che ho trascritto, ma l’emozione e la memoria di anni, che sono sembrati lunghissimi per l’intensità di viverli, mi riportano immagini di vacanze e week-end di studio con gruppi che lavoravano su argomenti di comune interesse. Con queste immagini tornano le voci attente di chi ci consigliava i libri da leggere e metteva in campo idee che piantate nelle nostre vite ci hanno cambiato e ci aiutano ancora. E ricordo il senso di sospensione che certe parole sapevano creare, come se facessero in noi/in me lo spazio per quello che sarebbe poi arrivato.

La parola cultura ha un significato profondo se intesa come costruirsi di un’educazione, che è sempre educarsi al pensiero e ai sentimenti. Il non-conformismo ha nello scambio di intelligenza e affetti il suo punto di forza: come nella parabola dei talenti, solo chi non li seppellisce , ma li usa, li mette in circolo e in relazione, accresce se stesso.

L’esperienza diretta mi dice che attualmente tutto questo continua, in modi diversi, ma che si rinnovano. Purtroppo è difficile far conoscere chi lavora in questa direzione, il che non vuol dire che siano in pochi a fare qualcosa.

Un filo di immaginazione mi spinge a pensare a cosa sarebbe per le ragazze di oggi la lettura dei libri di Carla Lonzi e uno studio del suo pensiero. Mi domando cosa imparerebbero da un confronto tra questo pensiero e quello apparso negli stessi anni in Francia ad opera di studiose (2) che muovevano da premesse molto diverse (in Italia qualcosa è arrivato molto dopo con i libri di Pierre Bourdieu) e infine chissà se  misurando entrambe queste teorie con quelle apparse  negli anni 90 con gli studi di genere saprebbero alla fine tracciare una genealogia difficile, ma autentica.

Il fatto che chi ha avuto accesso a questi saperi è cambiato, è indicativo di cosa si può fare se si sa creare nelle persone la capacità critica. La capacità critica è la capacità di essere, cambiare e non farsi usare.

Se questo scritto è iniziato con un po’ di nostalgia non è alla nostalgia che mi appello, né è questo il sentimento di perdita che potrebbe tra un po’ di tempo accompagnarmi. E’ che non credo a cose irreversibili. Niente dura per sempre e le idee hanno vie misteriose per arrivare alle coscienze delle persone. Quello che mi preoccupa è la confusione di chi ha sempre seminato confusione. Di chi da un opposto vuole farci passare a un altro opposto. Sempre in nome di un “noi” assordante, consolatorio e disonesto.

Nessuna capacità critica cade dall’alto, l’etica non può essere imposta, l’opporsi non si impara alle scuole di partito. E, ci piaccia o meno, siamo un’umanità varia e variabile e ognuno ha doveri, ma non tutti, non ancora, gli stessi diritti. Purtroppo parla solo chi questi diritti per se stesso li ha acquisiti da sempre, ma li nega ad altri/e, svelando con atti e parole il disegno del dominio.

Note.

1) Luigi Meneghello, Fiori italiani, pag. 170-171; Bur 2006.

2) Studiose raccolte intorno alla rivista Questions Féministes

25 pensieri su “Ex

  1. Ho letto ogni parola con l’attenzione che merita, perché ciascuna è vera (qualità rara, questa, e la condivisione di chi assiste al teatrino degli ‘ex’ pronti a spacciare per moneta autentica il trampolino dell’imminente gabbana voltata per l’ennesima volta. Qualche giorno fa sono stata sbeffeggiata dall’ennesimo ex cresciuto in una scuola di partito, fiorito alla scuola del potere per aver usato la parola ‘etica’. Evidentemente, non è abbastanza ‘in’. Sorrido all’uso svergognato che si fa, e che ne fa anche la persona che me l’ha suggerita, dell’alternativa proposta a ‘etica’: onestà. Sì, non facciamo proprio parte di quel noi escludente, consolatorio e disonesto, ma possiamo provare a farlo facendo circolare pensiero e affetti, mettendo a frutto i talenti, invitando altri, attraverso l’accesso a idee poco noto, la conoscenza di maestri coperti dall’oblio, a iniziare ovvero a proseguire il cammino di cui si parla. Non solo sottoscrivo, ma intendo diffondere questo testo, ovviamente non solo tra noi ‘ex’ giovani.

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  2. non trovo assolutamente nostalgie in questo post Nadia ma all’opposto molto coraggio senza necessità di illusioni/delusioni; l’essere *in cammino* è anche il continuare *oltre*, il non finire per come si è possibile di imparare e di avere/dare exempla in ogni campo.E’ l’onestà e l’affetto o come sottolinea Anna Maria la capacità di essere trasparenti, limpidi anche negli errori e nei pre-concetti, riconoscendoli come tali. Le riflessioni, come vedi, aggregano e aprono il confronto quando portate con cura attenta a sè e a tutti noi, un abbraccio, V.

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  3. Cara Nadia, questo testo è molto bello, molto importante; ma più importante ancora è crederci, fino in fondo, opporsi, sempre pacificamente, con atti e parole, anche quando ci paiono assolutamente inutili e senza senso, al tritaanime che è questa società, per come è impostata, per i rituali che propone. Anche ora ci sono molti potenziali Guriolo in giro, alcuni giovani, alcuni anziani, gente coi cosiddetti che continua, cocciutamente, a pensare un mondo migliore di questo (che poi basterebbe solo un pizzico di onestà), ma è anche vero, come dici, che c’è molta gente disposta a svendere la propria dignità, io ne sono a contatto quotidinianamente, e provo una pena infinita per loro, allo stesso tempo cerco di “intervenire”, sottovoce, instillare almeno un dubbio. Con alcuni ci sono riuscito, e allora penso che nulla è vano. Come il tuo scritto di cui ti sono grato.
    Un abbraccio, Fabio Franzin

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  4. sono troppo commossa per commentare a fondo. piccoli o grandi maestri non ne vedo, vedo però molti “fiori” da coltivare, e credo che ognuno di noi, di coloro che il “mondo” non ha piegato, o attratto, o addomesticato, levigato, digerito, vomitato, possa fare il giardiniere. io ci provo, e mi rincuoro ogni volta che sento qualcuno vicino. vicinissimo se legge e rilegge gigi meneghello.
    grazie nadia, dal profondo.

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  5. Un testo molto bello. Molto sentito, Nadia, e che sento anche mio. Mi mordo a volte le mani per essere nato un decennio dopo, e per essere cresciuto in un decennio sbagliato (anni ‘Ottanta; ma poi, i decenni successivi sono stati e sono via via peggiori). Ci sono queste persone pure, oneste e pulite, che non hanno mai tradito, innanzitutto se stesse, e le vivo come riferimento e esempio. Personalità che hanno fatto della propria verità, una attitudine a non venire a patti, figure complesse e anche molto divaricate tra loro, io le amo, tra queste Roversi, e Mariella Bettarini: due maestri, malgrado tutto e malgrado il loro rinunciare ad apparire, due poeti bellissimi del vitalismo e del miglior antagonismo. grazie, di cuore.

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  6. @ Manuel

    Condivido quanto dici, anche io avrei preferito nascere prima, ma poi penso che comunque se siamo qui oggi è perchè abbiamo accettato di imparare e fare con quello che avevamo. E penso che questo lo possano fare tutti sempre, e non è poco nè molto. Nomini nomi che mi sono cari.

    Un saluto

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  7. Cara Nadia, cara Lucy, caro Manuel, car tutt,

    non ho alcuna preferenza sulla mia data di nascita, nè prima nè poi. Ogni giorno cerco di rinascere e fare il giardiniere: innaffiare i fiori in me e i fiori nelle persone che incontro, fosse anche chi incarna in prima persona il modo di vivere berlusconiano, il mio amico Presidente del Consiglio italiano se lo incontrassi.
    Nè prima nè poi, nè noi nè loro, nè “ex” nè “altri/e che continuano la loro faticosa ricerca”: in questo modo credo davvero che si potrebbe avere una trasformazione non violenta di noi stessi e della società.

    Una rosa a voi,
    matteo

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  8. Leggendolo, mi è improvvisamente balzata alla mente una verità che probabilmente già conoscevo, ma cui non pensavo in maniera razionale: sulla Resistenza spesso si sente dire che non è stata significativa per la Liberazione, poiché sono stati gli alleati ecc. Non è solo una questione tecnica. E’ stata la nostra salvezza la scelta di migliaia di giovani e non più giovani di resistere alla tirannia, al regime e alla violenza, anche donando la propria vita. Anche oggi possiamo resistere, al di là dei tatticismi dei partiti, resistere come esseri umani alla rapina continua delle risorse da parte di bande di affaristi senza scrupoli che hanno preso il potere. Stavo proprio pensando a un piccolo decalogo di regole, le uniche importanti, di fronte alle quali tutte le problematiche di successo, di scrittura, di editoria, di interesse economico, sono dettagli di scarsa importanza:

    a) vivere bene con se stessi e con gli altri;
    b) rispettare l’ambiente e godere del rapporto con la natura;
    c) puntare al soddisfacimento delle esigenze materiali e corporali, attribuendo ai beni il loro valore d’uso, e non di lusso o di status symbol;
    d) amare, l’uomo, la donna, e avere una vita sessuale serena, respingendo tutte le proibizioni, i peccati e tutti gli orrori inventati dalla paura nel corso dei secoli;
    d) superare il rapporto società/Edipo, ribaltando il rapporto di forza, per cui la nostra individualità non sia più plasmata, rovinata o addirittura creata dalle sovrastrutture inventate dai regimi, ma sia la forza propulsiva per creare la società stessa; questo si raggiunge soprattutto credendo nei punti precedenti – e se noi non ci arriveremo, perché forse non basta una vita, potremo impostare il lavoro, per i nostri discendenti.

    Banalità? Ma, non credo Forse la verità sta proprio nella semplicità.

    Insomma, Nadia, questo mi ha ispirato il tuo pezzo.

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  9. “Immaginare il mondo senza odiare il mondo”. Proprio cosi, cara Nadia.
    Niente di più facile, se ci provi.
    Sto fischiettando la famosa canzone di John Lennon.

    “I puri e duri della sinistra che ho incontrato nella mia vita stanno scomparendo”.
    Lo si diceva anche dei Democristiani, ricordi? E invece si moltiplicano, si moltiplicano come i dividendi, i brutti sogni, i rimpianti, gli anni, gli starnuti e i soffioni dell’aria condizionata.
    Quelli che non sono andati con Berlusconi, hanno trovato alloggio tra i Leghisti, i Dipietristi, i Massimalisti, i Riformisti, i Centristi e i Papisti.

    Ma davvero i puri e duri della sinistra si stanno estinguendo?

    Forse sì, forse no, forse la cosa verrà rimandata a data da destinarsi.
    Meglio fare gli scongiuri, e poi “resitere”, certo, ma lontano da loro.
    Credo sia una questione di igiene e profilassi.

    Posso dire una cosa di sinistra, una sola e poi mi taccio per sempre?

    “Stanchi di aspettare che il mondo migliori, vivere come se quel giorno fosse già qui”.
    TOM ROBBINS

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  10. Bel pezzo, Nadia, sincero e spietato.
    Scompaiono i duri e puri della sinistra: forse perchè non hanno saputo rinnovarsi nei tempi che cambiano (anche restare su posizioni anacronistiche può essere mancanza di coraggio), forse perchè hanno mollato.
    Rimane, è vero, una sorta di resistenza individuale, che però fatica enormemente a diventare collettiva e condivisa, questo passaggio non c’è: mi sembra la malattia di cui i tempi berlusconiani – non Lui, che è solo una circostanza – sono il sintomo.

    ft

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  11. “La parola cultura ha un significato profondo se intesa come costruirsi di un’educazione, che è sempre educarsi al pensiero e ai sentimenti.”

    queste sono parole meravigliose, nadia

    non so se può darsi ancora il tempo dei maestri, ma credo che se continuiamo a stare seduti in circolo insieme, a parlarci, qualcosa continuerà ad accadere

    un abbraccio caro,
    r

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  12. Ringrazio tutti gli intervenuti.

    Ognuno ha portato una sua riflessione, io posso solo aggiungere alcune riflessioni sparse:

    “e c’è ancora chi è capace di immaginare il mondo senza odiare il mondo”

    è riferita a chi continua la sua ricerca. Mentre gli ex e molti altri mi sembra pecchino proprio di immaginazione e siano spesso rancorosi.

    Ai puri e duri non ho mai creduto.
    Da un’altra parte rispetto a loro:

    “Non pretendevo di avere la verità in tasca e facevo infelicemente notare che bisognava calarsi nelle situazioni e non mitizzare le persone e tanto meno certe idee che troppe volte erano solo altri luoghi comuni”

    Si possono estinguere tranquillamente si spera evitando ulteriori lezioni agli altri.

    “Se questo scritto è iniziato con un po’ di nostalgia non è alla nostalgia che mi appello, né è questo il sentimento di perdita che potrebbe tra un po’ di tempo accompagnarmi. E’ che non credo a cose irreversibili. Niente dura per sempre e le idee hanno vie misteriose per arrivare alle coscienze delle persone.”

    In questa frase è evidente che non c’è nessuna nostalgia. E anzi dico che niente è eterno. Certo i tempi sono quel che sono.

    Per questo forse qualche preferenza, al contrario del caro amico Matteo, io l’ho.

    In ogni caso grazie Matteo, Francesco,Mauro, Anna, Lorepat, Riccardo, e Renata.

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  13. Chapeau, Nadia!

    La tu Parola Opera – perché Onesta [ e fiera nell’Ostilità Pacifica di chi cambia il Mondo partendo dal proprio metro quadro ]. Per i molti, troppi riassunti nel Getanico “partono tutti incendiari e fieri, ma quando arrivano sono tutti pompieri” – resistono i tanti, i come te che destinano domani migliori, per tutti noi – che non crediamo più al detto che non genera il fatto. Non basta dirsi, si deve: essere – per darsi realmente. Per EXistere!

    Un abbraccio

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  14. Una poesia che amo molto e che è postata da effeffe su NI:

    C’è chi insegna. Di Danilo Dolci.

    C’è chi insegna

    guidando gli altri come cavalli

    passo per passo:

    forse c’è chi si sente soddisfatto

    così guidato.

    C’è chi insegna lodando

    quanto trova di buono e divertendo:

    c’è pure chi si sente soddisfatto

    essendo incoraggiato.

    Profondamente stimavo un amico

    quasi invidiando un altro a cui diceva

    stupido, e non a me.

    C’è pure chi educa, senza nascondere

    l’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni

    sviluppo ma cercando

    d’essere franco all’altro come a sé,

    sognando gli altri come ora non sono:

    ciascuno cresce solo se sognato.

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  15. @ Chiara

    Mentre postavo è arrivato il tuo commento. Vicina come sempre.
    Attenta e se posso dirlo, quando ti esprimi una voce cara.

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  16. @ Nadia:

    voce nella voce – per quel vento che deve: soffiare forte [e disperdere, una volta per tutte, tutta la polvere che TENTA di soffocarci]!

    Nessuna nebbia inquina la tua pupilla, nessuna maschera filtra/falsa il tuo Essere.
    Per questo sempre m’inchino e ti abbraccio forte.

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  17. “La parola cultura ha un significato profondo se intesa come costruirsi di un’educazione, che è sempre educarsi al pensiero e ai sentimenti. Il non-conformismo ha nello scambio di intelligenza e affetti il suo punto di forza: come nella parabola dei talenti, solo chi non li seppellisce , ma li usa, li mette in circolo e in relazione, accresce se stesso.”

    La necessità di una “postura”, dunque, Nadia, etica e affettiva; ferma nel principio, flessibile nelle infinite declinazioni, in un mondo vertiginosamente in cambiamento.

    Grazie per l’ottimo contributo, a presto.

    Giovanni

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  18. Hai ragione Nadia: lo sconforto sta nel vedere il “noi” degradato ad un “io di massa” e non si potrebbe dir meglio. Hai sollevato tantissime belle riflessioni, anzi bei pensieri. Succede spesso leggendoti. Ed è un modo per non permettere che la solitudine diventi isolamento. Un abbraccio, Fabrizia

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