Gettysburg e dintorni: un viaggio tra Lincoln e Tolkien

Testo di Giovanni Agnoloni
Foto e video Giovanni Agnoloni e Agnieszka Moroz

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Da www.alibionline.it (dove sono disponibili altri video, degli stessi autori, relativi alle conferenze citate nell’articolo e alla città di Gettysburg)

L’America come un sostrato, un livello di base cui via via si sono aggiunti altri piani, coprendoli ma non sotterrandoli. Durante il viaggio in autobus da New York abbiamo visto grattacieli e motel, tralicci anneriti dalla ruggine sopra la ferrovia e campi aperti e spelacchiati. Abbiamo toccato Philadelphia, città della Costituzione, e dato un’occhiata alla sua Chinatown, vicina alla stazione Greyhound. Infine siamo approdati a Harrisburg, capitale della Pennsylvania, e il nostro amico, il Prof. Steven White della Mount St. Mary’s University, è venuto a prenderci. Abbracci, battute in italiano e una chiacchierata sulle nostre ricerche mangiando uno spuntino in un diner. Poi il tratto di strada fino a Gettysburg. Iniziamo a parlare delle conferenze sui miei studi su J.R.R. Tolkien, a cui sono stato invitato da lui e dalla moglie, che lavora nella Biblioteca del campus di Mont Alto della Penn State University.
Infine il discorso scivola sulla storia locale. La vediamo emergere, sotto forma di presenze evocate, nelle ombre della campagna al tramonto. Fu qui, infatti, che nell’estate del 1863, si svolse lo scontro decisivo tra le forze nordiste e quelle sudiste, nell’ambito della guerra di secessione. Per tre giorni (dal primo al 3 luglio) impazzò la battaglia tra le forze unioniste (del Nord) e quelle confederate (del Sud). Queste ultime, paradossalmente, si erano spinte a nord dei nordisti, e li attaccarono. L’Unione, però, resistette fino in fondo, facendo prendere alle ostilità una svolta determinante a proprio favore.
Eccola, la cittadina che sorgeva in mezzo a tutto questo. Gran parte delle case e delle chiese, allora, erano diventate ospedali da campo. Oggi sono tutti tasselli di una grande rievocazione permanente. Al nostro arrivo i negozi sono chiusi, ma Steven ci dice – e lo vediamo attraverso le vetrine spente – che ci sono tantissime gallerie d’arte che espongono esclusivamente quadri ispirati al tema della battaglia. Per non parlare dei negozi di gadget e degli altri luoghi legati alla memoria: tra tutti, il moderno American Civil War Museum.
Il giorno dopo iniziamo a farcene un’idea. Siamo liberi – la prima conferenza sarà solo l’indomani – e ci prendiamo tutto il tempo per percorrere la strada principale della cittadina, Baltimore Street.

Accanto al motel troviamo subito la sede di una brigata irlandese che partecipò agli storici combattimenti. Poi una chiesa presbiteriana, in passato frequentata dal generale Eisenhower, che dopo la fine del suo ultimo mandato presidenziale venne a vivere qui. Tutto ha un’aria estremamente ordinata, ed emana l’atmosfera di qualcosa di conservato con grande cura. Notiamo anche un paio di cartelli che pubblicizzano dei ghost tours, visite guidate, naturalmente notturne, a luoghi che passano per essere infestati da spettri (una moda locale, ma diffusa anche negli stati del Sud).
Infine, sfociamo nella piazza principale, Lincoln Square, su un angolo della quale sorge l’albergo dove Abraham Lincoln, nel 1863, soggiornò mentre perfezionava il suo celebre Gettysburg Address, un breve ma denso discorso che avrebbe pronunciato in occasione dell’inaugurazione del Soldiers’ National Cemetery, il 19 novembre, a Cemetery Hill, ovvero il punto in cui la battaglia era stata più cruenta.
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In quelle 267 parole avrebbe enfatizzato il valore del sacrificio di tutti i caduti di quel terribile scontro, ma anche alcuni valori fondanti per il futuro sviluppo degli Stati Uniti come democrazia: un messaggio di riconciliazione per guardare al futuro, dopo i massacri della guerra civile.
Andiamo ancora avanti, e poco oltre troviamo la stazione dove sempre Lincoln scese dal treno, quando arrivò qui in quell’occasione. Un solo binario, che oggi attraversa la strada come un graffio sottile. Il piccolo edificio giallo è come imbalsamato nel passato, e spicca contro la pietra chiara del palazzo adiacente.
Di fronte, un diner intitolato proprio a Lincoln, dove ci fermiamo a mangiare un pranzo a base di sandwich e zuppa di lenticchie.

Due giorni dopo, la prima conferenza è andata bene. Siamo andati con la macchina di Steven al campus di Mont Alto della Penn State University, a una quarantina di minuti da Gettysburg. Guidare in America, dopo tutto, è una cosa normale, a parte il leggero disagio iniziale di abituarmi a un’auto col cambio automatico. Però nell’aria della campagna c’è una lieve foschia, che rende tutto vagamente spettrale. Mi vengono in mente fotogrammi ideali degli scontri di un secolo e mezzo fa, quando l’area dei combattimenti si estese per molti chilometri intorno alla cittadina. L’America mi rivela un’anima muta, che parla attraverso le impressioni dei luoghi e le vite di chi li ha riempiti della loro presenza.

Il campus è pacifico e silenzioso. Si sviluppa su per una collina, e ha un che di austero, ma senza pesantezza. Ci sono anche degli edifici moderni, oltre una cappella (Emmanuel Chapel) famosa per essere stata luogo di preghiera dell’antischiavista John Brown. Arrivati in biblioteca, Alica, la moglie di Steven, ci presenta alle sue collaboratrici, tra cui una signora polacca con cui Agnieszka, la mia ragazza, si mette a conversare nella sua lingua. Pranziamo insieme alla cafeteria (tavola calda) degli studenti, e respiriamo un po’ di quell’atmosfera che a volte traspare dai film ambientati nei campus americani. Pietanze calde e fredde da self-service, frammenti di conversazioni e risate tra ragazzi. Poi su, per l’incontro con i lettori di Tolkien. Il discorso fila, e si crea un’atmosfera ideale per un proficuo scambio di idee.

L’indomani siamo di nuovo senza impegni “ufficiali”. Passeggiamo dietro il nostro motel, percorrendo un sentiero che bordeggia un prato ai margini di un bosco. Sulla destra, intravediamo già Cemetery Hill, picchiettata da lapidi, croci e monumenti in memoria delle varie divisioni che parteciparono agli scontri.
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Qui si concentrò la resistenza dei nordisti, e non si fatica a immaginare quanto sangue debba aver macchiato quest’erba e quanti brandelli di uniformi si siano impigliati negli arbusti della boscaglia retrostante. L’eco di quei fatti è lontana, ma in città viene tenuta artificialmente viva dai negozietti che vi sono ispirati, dai figuranti che s’incontrano in giro in abiti d’epoca e, soprattutto, dal museo dedicato alla guerra civile. Ma su questo prato l’aria è rappresa, come se ci si fosse aperta sopra una bolla temporale. Ci avviciniamo al bosco per fare delle foto, e quasi ci aspettiamo di trovarci dei soldati nascosti. Poi ci sdraiamo sull’erba, e per un attimo mi fondo con la terra. Forse anche qualcuno dei ragazzi che qui morivano a grappoli avrebbe voluto sdraiarsi, per un momento di riposo che non fosse quello eterno.

Viene il giorno della seconda conferenza, quella alla Mount St. Mary’s University, che è anche il secondo più antico seminario degli Stati Uniti. Si tratta di un complesso di edifici in pietra grigia, dall’aria elegante e austera, cui si aggiungono dei blocchi moderni che comprendono diverse aule e la mensa. Li separano ampie chiazze di verde, e in fondo c’è una collinetta dietro la quale si trova il Grotto, ovvero una grotta con la statua della Vergine che riproduce quella di Lourdes.

L’incontro coi professori sul tema delle opere tolkieniane è di grande intensità, e ho modo di apprezzare il sistema universitario americano, dove anche un autore giovane ed esterno al mondo accademico viene ascoltato con grande interesse.
Quella sera proviamo a entrare in un ristorante all’interno della Dobbin House, che è un altro singolare mattone di passato. Qui, in quello che oggi è l’edificio più antico della cittadina, prima della fine della guerra civile venivano accolti per la notte gli schiavi neri che cercavano di raggiungere le terre libere del Nord. In altre parole, era una “stazione” lungo la cosiddetta Underground Railroad, l’insieme degli itinerari segreti che i fuggitivi in cerca di libertà seguivano per raggiungere zone dove lo schiavismo fosse già stato abolito. Non riusciamo a trovar posto, e finiamo per mangiare in un altro angolo della città, vicino a dove, un tempo, come Steven ci spiega, c’era il quartier generale dei confederati.
Adesso ci aspetta un’altra tappa. Domani prenderemo l’aereo per Charleston, per l’ultima conferenza del mio giro. Ma resta in noi la sensazione di sospensione in un’epoca senza tempo, che galleggia sopra queste campagne come la nebbia del primo mattino o i fumi del tramonto.

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