condamnesia maudite coll’age

… Condamnesìa, coeternità. Plurima e scissa, la scrittura di Giovanni Campi gioca e si tempra anonima – e insieme rivendica, abbraccia tutti, proprio tutti i nomi. Come in un racconto apocrifo di Borges, l’autoritratto chiede ad ogni specchio infiniti i volti del reame, e tutte le proiezioni della propria [in]coscienza. Volteggiante e arcigno, devoto e spergiuro, radicato e in fuga – questo racconto si racconta e si rinnega, si cancella proprio mentre si dice, quasi funzionasse da inchiostro “simpatico”. A noi ripassarlo, leggerlo per riviverlo; e solo allora di nuova luce farlo rinascere, riamarlo al buio: come Amore sempre fa e farà con Psiche. O nell’amore invisibile, etereo][eternato d’un puro angelo di farina.

Nina Maroccolo

condamnesia maudite coll’age

di giovanni campi

– Il nome! – fu chiesto esclamando al Signore.

– Un nome o tutti i nomi? – rispose domandando il signore. Il signore, condannato ad un’amnesia del proprio nome, se ne inventava altri. Legato ad una catena senza anello di congiunzione di tra l’uno e l’altro anello, pensava al tempo trascorso e a quello da trascorrere come eternità senza coeternità: ogni istante era tutti gli istanti e nessuno, ogni nome era tutti i nomi e nessuno, ogni lingua era tutte le lingue e nessuna. Ogni persona era tutte le persone e nessuna. Ecco, forse la singolarità era che non si trattava di singolarità ma di pluralità, e tuttavia scissa, a ché si perdessero per sempre le tracce di sé, come improvvide impronte improvvise su di un solido nulla, ed anzi a ché ciascuno non fosse che una traccia di nulla, come d’un passo che non lasci impronta, bianco inchiostro su di un bianco foglio, o nero su nero senza graffio alcuno, senza nulla da graffiare, né da scorticare.

– Metta nero su bianco: non mi racconti storie! – la voce del padre eterno diceva al signore. Come se si potessero raccontar storie senza metter nero su bianco, se pur d’una storia senza storie, o d’un racconto senza racconto.

– Ma è niente, anzi è meno che niente, se ora non dice tutta la verità – continuava la voce. Come se si potesse dire tutta la verità: la verità era che non c’era verità.

– Annunciamo la sua morte, signore – decretò la voce del superno giudice supremo. E non c’era una parola, una parola soltanto, che potesse salvarlo, né lui, né egli, né chi altro o altri fosse stato, e neanche se quell’unica parola fosse stata tutte le parole. Forse in un tempo senza tempo, e in un luogo senza luogo, c’era la parola in luogo d’una parola: la parola cui non necessitavano altre parole, il verbo senza verbo, il modo senza modo, il nodo senza nodo d’ogni anello mancante, e presente: imperfetto o più che perfetto che sia congiunto all’infinito non essere essere stato essere.

18 pensieri su “condamnesia maudite coll’age

  1. la gratia di nina maroccolo non è solo nell’aver voluto pubblicare questo testo su lpels la cui redazione e il suo deus ex machina fabrizio vivamente ringrazio, né nelle parole che l’hanno accompagnato, ma nella di lei persona tutta, fatta com’è fatta di poesia e di spirito quant’altri mai infiniti

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  2. il no-me è un “punto” di non ritorn(i)o, per me che parto sempre e non mi trovo da nessuna parte anche se,spesso, ci casco, esco, dentro quel punto come in un pozzo.E. Non finisce mai la storia, né la memoria la smette di cucirsi e scucirsi, forse anche sdruscirsi. Prima o poi si consumerà e da quel consommé dentro il cervello magari ne uscirà qualcosa di buono o d i bello..chi mai lo può dire? Partire, patire, e restare in un parterre, con a i u o l e alla francese o all’italiana, un’antidiluviana funi-via per tutti noi. Un grazie a Giovanni e alle sue “mine”.f

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  3. nome proprio e improprio.
    (im)propriamente differito.
    (in)giustamente auto(bio)grafato.
    e la firma, come sempre accade, nel momento stesso in cui si annuncia si dissolve nella marca. istantaneamente, si direbbe, o meglio: all’istante = consumare l’istante portandosi verso di esso ?
    la coeternità è un’eternità coatta?
    se volessi citare me stesso direi : coartata. perché è pur sempre di un arto che qui si vagheggia. quell’arto che permette la mescita del nero sul bianco.
    parola senza parola pronunciata da una lingua senza lingua e tra-scritta da quell’arto che appone la firma in cui s-marcarsi all’inevitabilità delle catene appercettive in cui coltivare l’illusione della congiunzione.
    – chapeau… come al solito….

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  4. @ tutti: scusate l’assenza, e l’assenza di risposte ai vostri commenti, ma son stato fuori…

    intanto, qualcosina che mi si scrisse allor ché seppi della possibilità d’essere pubblicato qui su lpels:

    al di là dell’esito che in ognuno dei lettori possa avere codesta ‘parabola’, la chiamerò così in quanto contenente, e giusto in medio simmetricamente spezzando la parola, quell’ab che in qualche modo suggerisca un ‘da’ quando e un ‘da’ dove, al di là dell’esito, dicevo, volevo soffermarmi sul titolo che ad essa parabola, un po’ figura geometrica un po’ figura retorica, s’è dato: “condamnesia maudite coll’age”. e certo non per spiegarlo nell’accezione scolastica, con deduzioni dottrinologiche come che sian avvincigliate all’autorità competente, ma per s_piegarlo e dis_piegarlo nell’eccezione d’un che pinocchio a scuola sia stato, con che ciò comporti incompetenza autoriale e analphabetica sul dove e sul quando l’origine, e sul se. quel che potrebbe significarvi un semplice gioco di parole, cosa di cui si vien tacciati da più parti, e sempre più spesso, e a cui per forza di cose mi vien da rispondere con talaltre parole non mie ma che condivido in pieno – “oh! non vorrei saper fare altro!” -, e non che sappia far altro, forse qualsiasi fare m’è ostile, ma gli è che trattasi di parole che mi si spezzano e di parole che tentano di ricompormisi in una traduzione che non può che tradire il dire tra le parole spezzate; e dunque quel che vi significhi codesta bizzarria di titolo, codesta estravaganza che non ha titoli per darsi un titolo diverso da quello che s’è dato, fatelo discendere dal fatto che, letteralmente e in tutti i sensi, le parole sono schegge, fragmenti, cenere, di altre parole, e queste di altre ancora, e quest’altre ancora ancora d’altre, e via e via, e la ri_composizione – ché di ciò in vero o in falso si tratta – non è che una babele di lingua o di langue che langue. e non avendo se non nulla auctoritas, né essendo auctor d’alcun ché, confesso con fessa cava vacua voce di non aver voce in capitolo per dar voce a questo capitolo del titolo, se non capitolando: avrei voluto, di fatti, parlarvi delle “parole esoteriche” e delle “parole baule” che deleuze usa a proposito di carroll, ma mancami il tono per darmi un tono diverso da quello che sono – un sono senza sono, e atono per di più; – e mancami lo spessore, per darmi spessore, e la profondità, per dirmi profondo; e mancami e il timbro e il registro, per certificarmi diverso dall’incerto; e mancami una quale che sia articolazione, per articolare un discorso diverso dal dis_correre disarticolato e torto dal contorto che per altro torturami; e mancami e l’intensità, per dirmi intenso, e l’ampiezza, per non dirmi chiuso e conchiuso; e mancami l’estensione, per averne una tensione all’es; e mancami ogni gravità, per vocare una voce grave, e ogni acuzie per una acuta: mancami in somma ogni vocazione per dare azione alla voce. epperò intendendo questa come un termine, un termine che sia termine in sé d’ogni termine, e dunque principio d’un termine che non abbia termine, avversando un ma cercate d’udirne comunque il sottofondo, male detta parola che scavi una buca nella buca, che sia ingiusa rispetto al fondo: ecco, una volta ‘toccato il fondo’, questo luogo comune che non ha luogo, né comune, né luogo comune, anzi ché non risalirne in superficie, dis_cavatene la sua sostanza immateriale, la sua materia insostanziale, e prestate orecchio non più alla voce ma alla visione, e prestate occhio non più alla visione ma alla voce, e se non proprio alla voce al meno al “rumore”, si spera “sottile”, “della prosa” che mi si è scritta.

    a presto

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  5. nomen omen piazza e spiazza e mi diventa campo, champs, campi gianni campi enzo, due nomi invece di uno solo, solo campi, che lavorano di parola, in presa e data, diretta – e di questi tempi mesdames, altro che parole

    da forno e micro ode per lo scriptico teqno

    effeffe

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  6. Da Pilato a Pirandello, Giovanni caro, non esiste altra verità che la sua reale inesistenza… Ed hai proprio ragione: anche il linguaggio non può che registrare questa nobile impasse!
    Mi piace – mi è sempre piaciuta – la giostra stilistica ed emotiva, gnomica e insieme immemore di un presente che fa appello alla sue buie radici per chiedere (e al contempo offrire)nuove gemme alla luce… La scrittura – l’arte tutta, ancor più se moderna, ha questo ruolo e questo compito… Anche in senso propriamente visivo. Malevic giocò con quadrati bianchi o neri su sfondo bianco e nero questo disagio, questa CERTEZZA, questo proclama al nuovo da metabolizzare addentro all’altrove, e viceversa…
    “Bianco inchiostro su di un bianco foglio”, diresti tu; e ancora: “nero su nero senza graffio alcuno”…
    Le allitterazioni fanno il resto – in un paesaggio scritturale, lessicale, abraso e polveroso come un suolo lunare.
    Che peso! eppure non c’è più gravità… Eppure Armstrong/Giovanni ballonzola, galleggia fra rocce d’aria e mari della tranquillità, sabbia lunare e povere di stelle…
    Una luna, si direbbe, esplorata da Giordano Bruno, “fastidito di cento accademie”… Altro che i tagli “spazialisti” di Lucio Fontana!
    Nuovamente bravo, se semini nel “solido nulla” tutti i semi del malessere, del disagio, della dolente e ironica autocoscienza.
    Non dimentico che i racconti di Kafka nascevano come trame mancate di pièces comiche da teatro yiddish: anche le battute semantiche fanno la loro parte: “improvvide impronte improvvise”… Onomatopèe concettuali come più non si può…
    “Forse la singolarità era che non si trattava di singolarità ma di pluralità”… L’Uno scisso reclama insieme unità prospettica e vie di fuga degne del settecentesco teatro scenografico dei Bibiena… Anche l’occhio di una mosca aggrega cento sfaccettature… Borges sa che la biblioteca di Babele non può essere contenuta che in un sogno animale, anzi vegetale… Quello dei poveri topi della Biblioteca Nazionale dopo un’indigestione di carta… Il libro che fa più male in genere è “L’innominabile”, antiromanzo di Beckett in vecchia, introvabile edizione Sugar… La frase finale (altro che Calvino!) è pronta per iniziare un nuovo libro, un nuovo post, un nuovo secolo, un Uomo Nuovo: “Io non posso continuare, io continuerò”.
    Con tanta stima,
    Plinio Perilli

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  7. è con altrettale stima che t’abbraccio, caro plinio, e con te quello che dici: pare che m’abbia letto da sempre, pare che conosca il progetto da cui questa ‘parabola’ o centuriaccia è nata, hai nominato autori che amo, e che sono fonte d’ispirazione per la mia morta imaginazione, kafka, borges, beckett, e che lo saranno, come bruno, e poi di kafka il comico, che è sempre sottovalutato, e di borges la biblioteca, che ha prestato il titolo della raccolta raccolta – “babbelioteca minuta”, – e di beckett la frase finale dell’innomable, che non ho, né ho letto, una frase che, io pensandomi come una folla che mi vive, e che mi parla, e che mi scrive, si è scritta più e più volte attraversandomi in un’opercoletta incompiuta, intitolata ‘tempo libero’, in cui tra un paragrafetto e l’altro della possibilità impossibile di finire e dell’impossibilità possibile d’iniziare dicevo ‘potrebbe finire’ ‘e invece continua’ e varie e eventuali minime variationi sul tema… e poi addirittura il peso senza gravità, mi sembra tratto via da ciò che stavo correggendo:
    “Era ora il tempo ch’era stato: una tempesta, tradotta in una parola tradita, dall’accento non più circonflesso, dall’accento spezzato in due acuti, ma senza acuzie alcuna d’acuto, più tosto gravi senza esser gravi, e d’una gravità assoluta, come d’un suono dal silenzio, come d’un suono del silenzio; una tempesta, tradita in una parola tradotta se bene intraducibile, ma non detta, né meno senza dirla indicibile, dall’accento gravido d’ogni ordine e significato, sì, ma come avvolto nella volta del cielo in ogni disordine e gradus ad, come d’una e più e più strofe all’ingiù volte, volte all’insù.”
    e i quadrati neri e bianchi ugualmente che fanno parte d’una “geometria, sì, ma immaginaria”: una “scacchiera”?… e potrei continuare, potrei appunto ‘continuare’ …
    e dunque continuerò, continui gli uni agli altri a ché “ci si senta sentiti” e “ci si conosca conosciuti”:
    è stato davvero un piacere averti conosciuto

    sperando di risentirci presto,
    in tanto un abbraccio
    giò

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  8. @ nina: come l’angelo smemorato con cui volevi accompagnare il testo, mi ritrovo spesso a dire per oblii di senso, per vuoti anzi ché non pieni, e dunque è per questo che volevo qui ringraziarti pubblicamente dell’impaginazione del testo: quegli spazi bianchi di tra un periodare e l’altro parlano più efficacemente ancora delle parole che mi si sono scritte, sono “il luogo senza luogo” in cui ha luogo il luogo non comune che ci è comune, a noi dico, a tutti noi che si è in qualche modo senza modo partecipi di quel bianco, di quel vuoto, di quell’oblio: per tutte le parole dimenticate, o dette dimenticate, per tutte le parole non dette, o dette non dette, lo spazio bianco si colori di grado in grado d’una chiaroveggenza numinosa di maraviglie: e forse quel trattino finale cui segue senza seguire di nuovo lo spazio bianco, annuncia proprio quell’uomo nuovo detto da plinio che non può continuare, che continua: per tutti noi che si è continui gli uni agli altri, continuiamoci

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