Al posto mio

da qui

Sbrigare pratiche automobilistiche non è il mestiere più piacevole del mondo, ma permette di vivere con dignità, di tornare a casa a testa alta. Lavoro volentieri nella piccola città in cui si sente l’alito fresco dello Ionio, temperato dai duecentocinquanta metri d’altitudine, minimo indispensabile per respirare senz’affanno anche nel giorno più torrido di luglio. Siamo in pochi, oggi, sembra che gli unici superstiti si siano rifugiati qui: mio figlio, mio fratello, il principale. Mentre riempio i moduli fitti di righe scure penso anch’io alle prossime vacanze, alla fuga che sempre tenta l’uomo, mai soddisfatto del presente. Cerchiamo inconsciamente le sorprese, perché sappiamo che la vita è rompere gli schemi, uscire dai binari che l’abitudine dei giorni trasformerebbe in fossili muti se il vento dello Ionio non spalancasse le porte e facesse irrompere la novità che non ti aspetti, per esempio il volto mascherato di due uomini che appaiono dal nulla e cominciano a sparare all’impazzata centrando proprio me, che nell’ultimo istante di lucidità – prima che il proiettile, attraversandomi l’occhio, arrivi a lacerare la materia cerebrale – mi chiedo perché, appunto, proprio me, che non ho conti in sospeso con nessuno, libero sempre da ogni mafia, con un mestiere anonimo che non sarà il più piacevole del mondo, ma permette di vivere con dignità e tornare a casa a testa alta. Ora la testa non l’alzerò mai più; l’ultima pratica la sbrigherà qualcun altro, al posto mio.

17 pensieri su “Al posto mio

  1. bella coincidenza, Sergio.
    sì, una pace terrificante.
    il mio intento è che i nomi di queste vittime non finiscano nel nulla.
    un minuscolo contributo alla causa, ma si procede per frammenti.
    un abbraccio
    fabrizio

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  2. Certo che le parole “ucciso per sbaglio” sono terribili. Riassumono un’insensatezza impossibile da sopportare.

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  3. Viviamo una regressione feroce, conta l’apparire non l’essere. Come i polli in batteria, accendiamo la tv e cominciamo a mangiare avidamente.
    Individui, non persone. Senza dignità, senza cultura, acefali, cupidi di servilismo. Si avvicinano tempi brutti. A Dachau c’è una frase di Einstein: non so come si combatterà la terza guerra mondiale, ma so come si combatterà la quarta…. con clave e bastoni.
    un abbraccio, franco.

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  4. Ercole e Lica, splendida scultura canoviana, realizzata dall’artista veneto nel 1815, domina il salone centrale della Galleria Nazionale di Arte Moderna (GNAM), nella sezione dedicata all’arte italiana ed europea dell’800.
    Vi si celebra la morte dell’eroe: Ercole lancia come se fosse una fionda il giovane Lica, messaggero innocente che,inviato da Deianira, gli ha portato la veste avvelenata dal sangue del centauro Nesso, Ercole l’indossa e comincia ad avvertire i primi dolori.
    Canova rende l’episodio mitologico con sapiente maestria, bellissima la ricerca dei nodi e degli allacciamenti dei due corpi in tensione, quello ad arco di Lica e quello di Ercole,
    accuratamente bilanciati, la ricchezza del tessuto emozionale, il virtuosismo delle pieghe della tunica sul dorso possente di Ercole. Grandiosa l’anatomia accentuata dell’eroe, che, riprendendo il modello dell’Ercole Farnese, vira verso il recupero di un certo naturalismo di stampo michelangiolesco che affetterà la scultura e la pittura italiane all’inizio del Novecento.
    E’ la sconfitta di Ercole, il combattimento tra la forza vitale dell’eroe e quella della morte che si sta impadronendo di lui.
    Ma l’eroe è veramente morto? Archetipo assoluto e primigenio, istanza civilizzatrice e moralizzatrice, sopravvive ancora nell’inconscio collettivo, o è stato depotenziato e addomensticato fino ad assumere le sembianze del ragionier Fantozzi?
    Mi viene in mente, sempre alla GNAM, nel salone intitolato ” Giordano Bruno”, dedicato all’eroismo risorgimentale, la grande tela di Giovanni Fattori, pittore livornese, intitolata “La battaglia di Custoza”, in cui viene riportato il disastroso insuccesso di Custoza del 24 giugno 1866. La tela è messa in significativa connessione con il dipinto del pittore napoletano Michele Cammarano, intitolato ” La battaglia di San Martino”. Due grandi tele che si incentrano su eventi bellici, ed entrambe ispirate al realismo storico, ma mentre in Cammarano il realismo si tinge di accenti encomiastici e retorici, – la battaglia viene rappresentata in tutto il suo fragore, i colori sono limpidi e accesi sembra di udire il tuono roboante dei cannoni, di percepire il movimento convulso dei soldati e tutto il dinamismo accorato sul campo di battaglia – in Giovanni Fattori il realismo significa essenzialmente l’eliminazione di ogni retorica, quindi di qualsiasi gerarchia negli oggetti rappresentati, per cui egli dà agli uomini e alle cose la stessa dignità o non dignità, perchè non c’è necessariamente
    una dignità dell’eroe che lui va a cercare e ad esaltare.
    Per cui sceglie e rappresenta le pose goffe, la spietata evidenza della morte, ed accomuna nello stesso destino sassi,
    strade fangose, bestie, uomini, cannoni, tutto allo stesso livello, anche il paesaggio risente di questa omologazione,
    i colori sono piatti e terrosi, manca qualsiasi accenno al pathos, impera invece un freddo razionalismo, accentuato dalla cura meticolsa del disegno, e dal risalto del particolare.
    “La scabrosità, la durezza della pittura, diviene allora essenziale tramite per comunicare senza filtri la semplicità, spesso dolorosa e tragica, di fatti che, eroici nella loro umile quotidianità, non vengono nemmeno più narrati, quanto piuttosto con crescente disincanto “testimoniati”. (Anna Villari).
    E’ un concetto molto moderno di esaltazione dell’erosismo individuale attraverso l’esperienza quotidiana di chi non teme di schierarsi in prima linea e di partecipare attivamente, senza encomi nè lustrini, al processo altalenate della storia.
    Scegliere di vivere dietro le quinte, protetti dall’anonimato della massa, non salva dalle pesanti consegunze di non aver scelto, perchè significa lasciare agli altri la responsabilità degli eventi, senza sforzarsi di cambiarli, dovendoli solo subire, a volte in modo drastico e irreversibile.

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  5. Vivere dietro le quinte? Per chi vale questo discorso? A me pare che gli scrittori scrivono e lasciano parlare le loro opere. Cosa si può chiedere di più?

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  6. Un racconto che muove dentro, Fabrizio. Grazie.
    Siamo davvero piccoli di fronte alla follia e alle infinite ingiustizie che ogni giorno ci cadono addosso, e intorno. Possiamo/dobbiamo però almeno serbarne memoria, chiamarle col loro nome, non darle mai per scontate; chi scrive, al pari di chiunque altro; un umile esercizio di attenzione che non ci evita, naturalmente, di cadere nell’esatto contrario. Alla memoria si lega la consapevolezza, e a quest’ultima le azioni più opportune, all’occorrenza, per non cedere ai facili entusiasmi, all’apatia, all’icritica fusione nel branco.

    Giovanni

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  7. Penso a quel bambino e a come crescerà adesso e poi penso ai due sicari … come dici tu bisogna che queste cose si sappiano che se ne parli e ci si scandalizzi e bisogna trasmettere questi sentimenti a chi ci è vicino. Però la domanda resta, perchè tante brutture?

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