Memoria d’un attore folle, di Andrea Sartori

Com’è accaduto che la follia sia entrata nella mia vita? La follia che solidifica il pensiero in figure antropomorfe, in voci a bassa frequenza, in onde lunghe che s’insufflano nell’udito? Ho cercato un perché, sì, l’ho cercato; forse lo cercavo ancor prima d’impazzire, ed è stato quello a farmi precipitare. Sono precipitato all’indietro portandomi appresso una semplice domanda senza oggetto e senza tempo, giù, in un abisso che si spalancava fondale dopo fondale, mentre ero incapace di farmi convincere da chicchessia ad arrestare la caduta, perfino da Kurt Gödel e dal suo teorema sulle classi d’oggetti. Anche nella formulazione dell’argomento razionale sfarinavo verso il basso, ed unghiata dopo unghiata praticavo dei varchi nei veli che avvolgevano il mio corpo e quello degli altri, deciso a togliere ogni gualdrappa, ogni abito acquisito, dritto dritto allo schianto contro l’immodificabile, l’eterno e l’identico. Mentre cadevo ho perduto l’adesione al ritmo naturale del tempo. In realtà non perché l’ho negato, ma perché l’ho intensificato in un presente in cui tutto era simultaneo con tutto: tutto il mio passato, peraltro filtrato da ricordi opinabili, tutto il presente mio e altrui, mediato dalle mie congetture, dalle mie convinzioni, dai bisogni incisi nella mia mente come ulcere su di un corpo. Toglievo ruolo e titoli agli esseri umani in cui m’imbattevo, e mi facevo via via più sgraziato ed insolente, ma io cercavo solamente il nudo uomo, la nuda idea d’umanità. Non ho accumulato cose su cose, meriti a meriti, beni di tangibile pesantezza; piuttosto ho perseguito la dissipazione, assommando esperienza ad esperienza. La dissipazione, dunque, come atto di sovranità, come slancio vitale verso un punto cieco, verso un insieme vuoto, grandioso nella sua semplice elementarità. Immagini inequivocabili e straordinariamente evidenti, mai così certe come in quegli istanti d’assoluto accecamento, mi toccavano provenendo dalle profondità d’un sogno. Ero poi colto, ponendo orecchio ad un’altrettanto insondabile lontananza, dagli afflati sospirosi di voci di donna, che mi parlavano di Dio e della vita, della nascita, della crescita, della terra e dell’acqua, dell’amore e della paura. Voci che non ho mai coscientemente invocato, e che pure erano lì, nella mia notte, sopite, pronte a destarsi dal loro sonno, e ad accompagnarmi nel ritmo regolare dei giorni. In istanti d’indefinita sospensione, di fronte al travisamento delle mie percezioni, appresso ad un selezionato florilegio d’illusioni, ho toccato, senza muovere un dito, i punti in cui la materia si lascia plasmare dai concetti, il groviglio inintelligibile delle sensazioni e delle intuizioni. Ho sgranato, tratto a tratto, la tessitura del reale, ne ho isolato le indicibili sfumature, e le ho rese mie. Il mondo, così, ha dispiegato la sua prosa, forzandomi ad un inaudito stato di continua vigilanza, e mi ha chiamato a decifrare l’ovvio, ad interpretare il consueto. Sottoforma di idiota, in bilico perenne sul bordo dello stupore, bloccato dalla meraviglia, ho cessato d’abitare nel mondo assieme agli altri uomini, e mi sono fatto io stesso mondo, carne spalmata sull’universo in uno zampillio di nomi ch’erano la sintesi di tutto ciò che io, sino a quel momento, non ero mai stato. Travolto dalla luce, rispondente a chiunque si rivolgesse a me, ho reso mio l’uomo che io stesso ero, perdendone però l’identità, il tratto singolare, nella cinghia di trasmissione della specie. E sotto i colpi di questa, al ritmo del suo sferragliare, là dove una maglia meccanica batteva sull’altra, ho abbandonato il mio io in favore d’una unità personale d’ordine superiore. Lì, nell’anonimato della biologia sottesa all’automatismo della specie – dove l’uomo non è più uomo, ma dio o animale – lì, oltre i confini della città, della famiglia, del branco, ho fatto attrito – lieve, sussurrato, impercettibile – con il reticolo delle immagini silenziose alle quali l’uomo da sempre volge il capo, per poi sottrarsi al loro terribile richiamo. Gettando lo sguardo fin laggiù, mi sono sentito trafitto, ed ho capito che non ero più io a guardare, ma la terrifica libertà del vuoto. Che è, questo che mi è accaduto? Consapevolezza senza coscienza, o mondo senza figura? Battito muto, ologramma della materia? Quale, dunque, il nome appropriato per l’indicibile, per l’inappropriabile? Al di qua del nome, intanto, la cosa è stata uno scuotimento improvviso, eppure sotterraneamente preparato, nel rettilineo procedere degli anni fino al culmine della noia – il rivelarsi improvviso d’un ignoto stranamente famigliare, d’una lontananza cosmica fiorita in silenzio al mio fianco: il vagito inaspettato d’un figurante parassita mascheratosi nel mio corpo. È come se, colpito dallo strepito inopinato d’un tuono d’insostenibile fragore, avessi cessato d’abitare il mondo, di stare nel mondo con i miei simili, e avessi fatto spazio, dentro di me, a quanto si collocava fuori. Una folla di personaggi, allora, è entrata festante nel mio animo, accodandosi in un caravanserraglio martellante e forsennato, cui è stato impossibile fare argine. Come allontanare, infatti, il travaso del mondo nella coscienza, o meglio, l’estinzione della coscienza abbattuta nel mondo? Da punto individuale che ero, sono divenuto reticolo d’infinite linee rette, ciascuna significante un tragitto accennato, uno scorcio, un tentativo d’universo. Tutto divenne possibile, ben poco restò reale. Ogni pensiero mi s’arrestò sulla soglia del presentimento, ogni volere su quella dell’intenzione appena formulata, e nel campo delle possibilità analfabete si fecero largo i passanti, i compagni di strada. Loro sono stati i personaggi del mio sogno ad occhi aperti, della mia recita urbana, che in quei giorni innominabili d’agonia prolungata tramutarono un’intera città in un palcoscenico. Uno lo spettatore, uno il regista: spettacolo ad uso privato, il copione era segreto. Tutti, nessuno escluso, partecipavano alla riuscita del dramma; nessuno, però, sapeva perché. Ed io, che custodivo il copione da trasmettere a ciascuno, rivolgevo i miei occhi interrogativi a chiunque, come a chiedere spiegazioni su quali fossero la battuta successiva, la scena seguente. Con imprevedibile naturalezza – quasi l’allucinazione che deformava il mio occhio fosse perfettamente sovrapponibile alle movenze del reale – ognuno pronunciava ciò che era previsto dovesse dire, eseguendo la gestualità prescritta, atteggiando il volto, e lo sguardo, secondo la sceneggiatura. Una trama, quella del teatro di città, che mi sfuggiva in qualunque direzione, improvvisata secondo il carattere e l’estro dell’attimo, entrambi più forti, in fondo, d’un canovaccio predefinito. Proprio qui, nell’equivoco succedersi del già determinato e dell’ispirazione momentanea – del destino e del carattere – s’inseriva la mia adesione alla vita. Esitavo, allora, sulla soglia d’ogni decisione, d’ogni intenzione, d’ogni pensiero. Eppure il mondo procedeva, ben al di là dei miei tentennamenti, e di tanto in tanto pareva volermi attendere, una volta che avessi ripreso a cadenzare il mio passo secondo il ritmo degli altri esseri umani. Rinunciando a scegliere – quale svolta di strada imboccare? Quale occhiata ricambiare? – indugiavo all’ingresso del mondo, udivo il coro delle voci allettanti chiamarmi presso di sé. Ma era il coro ad avere il sopravvento sulle mie azioni, erano i commenti casuali a sommergere l’ordito già deciso del testo: un testo scritto da me – certo scritto per me. Non v’era scampo, dunque, a quell’intreccio indecifrabile di fatti e d’intenzioni. Mi sono improvvisato attore, nelle scene fiorite dalla mia testa, dalla testa dell’autore. Dialogavo con le comparse incontrate per la strada, inconsapevole d’esser preso per folle, incapace di scindere pensiero ed azione, ingarbugliato nella parentela dei nomi e delle cose. Sostavo distratto presso un’immagine della mia mente, e chiamavo all’essere il presagito, perfetto demiurgo della mia esistenza. Non mi si poteva chiedere di porre una distanza tra me ed il mondo, fosse anche la distanza della parola che s’appiccica all’oggetto. Ripercorrevo quindi, senza imbattermi in alcun ostacolo, le autostrade del tempo che mi separavano dalla mia identità più antica, catapultandomi senza esitazione nell’io che di lì a poco sarei stato, che sempre ero stato. Riconoscevo tutto in me, e contemporaneamente non rispondevo all’appello di chi mi salutava. Il mio nome galleggiava nell’aria, sospinto dal fiato di ciascuno, divenuto di pubblico dominio ed estraneo solo a me, a colui cui sempre è appartenuto. Facendomi la notte intorno, ho creato una ribalta, illuminata dai mille colori della terra, mai come allora invocati a sfavillare sotto il mio sguardo. Ho prodotto la memoria, l’ho sganciata dal ricordo, l’ho autorizzata a germogliare in autonomia, finalmente libera di percorrere le sue proprie leggi. Tutto ciò che appariva intuizione, imprevisto, inaudito, era già da sempre nello scrigno del passato, ma non immoto, piuttosto urtato in avanti, provocato ad ammantarsi di figure cangianti.Ogni dettaglio ricapitolava la storia d’un universo a cui anch’io ero appartenuto, ed ovunque volgessi gli occhi incappavo in un frammento di specchio che mi restituiva un tratto del mio volto. Era terribile la tenerezza che provavo per me stesso, eppure era tenerezza. Solo questa mi ricacciava in gola le urla di terrore, lo spavento per non essere più nel mio corpo. Afferrando le cose – la maniglia d’appoggio d’un mezzo pubblico, lo spigolo d’un edificio – non ero più certo dei confini del mio tatto, e mi riversavo per intero in quanto avvertivo sotto la mia mano. La mia epidermide, divenuta oltremodo sensibile, non mi distingueva più dagli oggetti che percepivo, e io mi spalmavo sulle loro superfici, facendomi materia organica distribuita uniformemente sul mondo. Il prurito insopportabile dei palmi m’induceva a scorticare la pellicola falsa della mia pelle, ed al suo posto s’addensavano delle ragnatele, quasi sotto la carne fosse rimasto null’altro che il pulsare del tempo, anonimo, indistinto, separato dalla mia capacità di coglierlo come tale. Così, il tempo, subentrando al mio corpo, divenne esso stesso tatto. Il succedersi dei minuti prese il posto dei sensori atti a rilevarlo: a me non restò che un angolo da cui osservare lo svolgersi senza pause degli istanti.

E oggi, che sono attore e m’esibisco quotidianamente in teatro, mi soffermo più del dovuto, con il piede e con lo sguardo, sui centimetri verticali che separano il suolo dal palco. Non conosco altro modo per abbeverarmi, prima che mi cali nei panni di qualcun altro, alla soglia che distingue la realtà dalla rappresentazione, là dove la folla che addensa il mio copione s’ammassa in un solo gesto, come raggelata in eterno, lungo istanti di pienezza indelibata. Allora sono tutt’uno con questa stessa elevazione dal suolo: né sulla terra cui sono infissi i sedili della platea, né sul proscenio in cui dovrò rispondere ad un altro nome. Né spettatore, né personaggio, abito il crinale che separa l’uno dall’altro, liberato dal peso delle scelte che sarò chiamato ad impersonare.

Sono la vita che vive, senza memoria; senza attese, m’accingo ad entrare in scena.

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