Deragliate I

Isabella Moroni ed io abbiamo un sensibilità comune per le donne che vivono per strada. Ho scritto questo primo racconto, a cui lei farà seguire il suo Deragliate II. Chiunque può proseguire, ovviamente, finché non sentiremo che questo disagio – nostro – è stato abbastanza narrato.

Comincio intanto io.

DERAGLIATE I

Quella all’angolo tra via Cavour e via Torino è la più giovane di tutte. Guarda verso l’altro capo del semaforo e fa le facce come una che stia rimorchiando un ragazzo a una festa. Solo che sul marciapiede opposto non c’è nessuno. Boccacce, risolini, si tocca i capelli. Per nessuno. Fa capire che ci sta, se lui vuole. È solo dopo qualche istante che ti accorgi che quei capelli sono un po’ troppo appiccicati. Che la guancia ha una velatura di sporco come quella di una bimba dopo tre ore alle giostre. Che la maglietta che le sta appesa sulle spalle rinsecchite come una stampella è più grigia del suo grigio, e i suoi jeans macilenti.
Ci metti un po’ a capirlo, perché è troppo giovane per stare lì esposta a quell’angolo di strada, senza più una bussola per il cervello e per l’anima, spiaggiata su un marciapiede estivo come un rifiuto galleggiante risputato dal mare. La voglio chiamare Ivana.

Ha quarant’anni, forse meno, quella seduta sul rialzo di ingresso del negozio di piazza Mastai. La saracinesca è abbassata, ci si appoggia timida come una che tema di essere mandata via. Ha la faccia di qualcuno che non è mai stato a casa da nessuna parte. Qualcuno che è stato trattato come un peso. Figlia di troppo, sorella di troppo, nipote di troppo, inquilina di troppo, di troppo, di troppo. Qualcuno in casa se la portava a letto come un pupazzo, senza chiederle permesso. Di troppo appena dopo il coito, un gradino sopra la masturbazione: un pezzo di plastica, da ributtare a mare.
Ha un faccia da Maria Teresa. È timida, al sole, con gli occhi un po’ serrati di taglio;  ora che è giugno cerca di asciugare il bagnato del suo ultimo inverno, di far tornare secche le ossa. I capelli suoi giallini e corti, sbiaditi e sbagliati. Ma non la possiamo fissare a lungo, ché da sotto lo zaino sporco tira fuori una bottiglia e vergognosa la beve, implorandoci con gli occhi di girarci dall’altra parte.

La conoscono tutti sulla piazza Barberini. Di mezza età, non si sa quale. Una donna di colore con passo lento e greve, zoppo. La parrucca sbilenca in testa e gli occhi ambrati e acquosi, squagliati. Si sposta lungo gli angoli della piazza come giocasse da sola ai quattro cantoni. Sceglie il luogo a secondo delle stagione, del sole, del caldo, del freddo, del vento. Il suo carrello-fardello poggiato all’ingresso della zona bancomat, nessuno glielo rimuove. La banca milanese chiude un occhio sulla barbona ubriacona restata impigliata sulla piazza, infilzata dal Tritone come una nuvola grassa.
Potrebbe chiamarsi Estelle. Non la guardiamo perché è troppo sporca e fa un po’ schifo vedere lei e i suoi vestiti sbagliati, la parrucca pulciosa, mentre mangiamo la nostra pizza croccante. Fa un po’ schifo sì, dobbiamo accelerare il passo e andare oltre senza pensare che sono troppe queste donne deragliate in giro.

Che quest’anno a Estelle si è aggiunta Maria Teresa ma soprattutto Ivana, che non ha manco 30 anni. Che succede ragazze? Chi vi ha fatto del male? E noi, possiamo guarirvi?

7 pensieri su “Deragliate I

  1. Pingback: Monica Mazzitelli » Blog Archive » “Deragliate” nuovo pezzo per LPELS

  2. Le storie nascoste dietro quei volti sporchi, quelle rughe incrostate, quei capelli… c’è un’anziana a metà strada tra la stazione Termini e piazza della Repubblica. Vive sullo spartitraffico. Uno spazio piccolissimo, tutto suo. Per rimarcarne il possesso, alza la gonna sdrucita, sventola al mondo le chiappe svuotate e piscia sul marciapiede. Una pisciata lunga, prepotente, gorgogliante, quasi allegra. Poi la gonna torna al suo posto e lei si guarda intorno, gli occhi in una fossa di rughe, la bocca sdentata, i capelli troppo bianchi per non risultare grigi di smog. Si guarda intorno e ti costringe ad abbassare il tuo sguardo stupito e stupido di automobilista che davanti a quella scena ha dimenticato il semaforo, il verde che è scattato, i clacson che ti ululano dietro. Riparti e continui a pensare a lei, alla sua sfida al mondo, a quel guardarsi intorno. A chiederti: perché è andata così per quella donna? Cosa l’ha portata su quello spartitraffico, orfana di amore e di pudore? Poi acceleri e dimentichi.

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  3. Deragliate III
    Di giorno e di notte, col sole o con la pioggia, una donna alta, magra con movimenti precisi ed eleganti, protende il corpo dal marciapiede, come da un palcoscenico.
    A Roma, a margine della piazza di S. Maria Maggiore, la donna affaccendata dei propri bagagli, parla da sola… fin quando… ooohp, si avvicina a chi con curiosità le incrocia gli occhi, e lei lo guarda a lungo con le mani sui fianchi piene di sfida, e comincia ad inveire in tedesco ed assumere gli atteggiamenti ridicoli e boriosi di Hitler… e parlare in un crescendo di voce tenendo dritta la schiena… e ad aggirarsi all’invadente che incauto la scrutò sorpreso… che deve capire in fretta che il marciapiede è la sua casa e lui è maleducato a guardarci dentro…una donna sola poi…pulita, sempre ordinata che mescola acqua e marmellata che travasa da bottigliette piccole a bottiglie grandi, senza far cadere una goccia…
    La cerco con gli occhi tutti i giorni, quando aspetto il cambio dell’ autobus, e sono felice di vederla sempre davanti all’edicola, sempre occupata dei suoi bagagli,oppure dormire seduta, oppure pulire alla fontanella accanto la propria biancheria.
    Fin quando nessuno la tocchi e nessuno l’allontani e nessuno la levi alla nostra vista, lei è una tangibile garanzia di vita.
    Testimone Alexandra Zambà

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