Una ruota per i trovatelli

(ANSA) – ROMA, 7 APR –

A prima vista sembra una fattoria come tutte le altre: ci sono le pecore, i conigli, le galline, persino un maiale. In realta’ pero’ a Vallevegan gli animali anche a Pasqua non vengono mangiati, ma salvati.

Ognuno di loro ha una storia particolare da raccontare, e molti sono arrivati in questo piccolo paradiso in provincia di Roma dopo essere stati usati negli esperimenti dei laboratori di ricerca. Il progetto, e’ nato circa un anno fa, intorno a una tenuta di 11 ettari a Bellegra in provincia di Roma che e’ diventata subito il centro di riferimento per il centro-sud Italia dell’iniziativa internazionale I-Care, che si propone di recuperare e riabilitare gli animali utilizzati dai centri di ricerca. A costituire la fondazione con lo stesso nome che la gestisce sono stati tre volontari animalisti, ma il centro e’ il punto di riferimento per centinaia di volontari che arrivano da tutta Italia. Attualmente Vallevegan ospita cavie, ratti, conigli e gerbilli, e si sta preparando a ricevere anche i cani.

”Gli animali che arrivano hanno grossi problemi psicologici, – spiega Pietro Liberati, uno dei responsabili del centro – hanno cosi’ paura degli spazi larghi che se vengono semplicemente liberati muoiono d’infarto. Inoltre non riconoscono i predatori, e non sono in grado di interagire con i propri simili”. Quelli che arrivano a Vallevegan sono animali che non sono stati usati in esperimenti su malattie: vengono da test comportamentali, o da laboratori chiusi per irregolarita’, o sono cavie comprate ma non usate. Nonostante questo, la riabilitazione e’ complessa: ”Il recupero passa attraverso diverse fasi – spiega ancora Liberati – per i primi giorni li si mette in mezzo agli altri, ma sempre in una gabbia, perche’ si sentano al sicuro. Quando l’olfatto e la vista si sono abituati li si libera, prima da soli in spazi piccoli e poi insieme agli altri in ambienti via via piu’ grandi. Quando sono recuperati pero’ non li si puo’ lasciare liberi, perche’ non sanno difendersi dai predatori. Li teniamo qui o li diamo in adozione”. A fare compagnia alle cavie da laboratorio ci sono decine di altri animali arrivati a Vallevegan nei modi piu’ disparati.

Uno degli ultimi ospiti e’ un capretto giunto a fine dicembre in circostanze ‘esoteriche’. ”Mi hanno chiamato nel cuore della notte il 21 dicembre – racconta Liberati – alcune persone che avevano salvato un capretto che era stato comprato per essere sacrificato in un rito celtico per il solstizio d’inverno. Cosi’ e’ arrivato Geppo”. Il migliore amico di Geppo e’ un maiale che e’ gia’ assurto agli onori delle cronache. Trovato mentre vagava in una piazza di Brescia, non e’ stato mai reclamato, e attraverso diversi passaggi e’ ‘sbarcato’ a Vallevegan: ”All’inizio lo tenevamo da solo, perche’ era irrequieto. Una notte e’ riuscito a sfondare la porta della gabbia, ma lo abbiamo trovato che dormiva tranquillo in mezzo alle galline. Voleva solo un po’ di compagnia, tant’e’ vero che da allora sta in mezzo agli altri animali senza nessun problema, a dispetto di quello che si dice sull’aggressivita’ di questa specie”.

Ironia della sorte, il casale dove sorge Vallevegan in passato era abitato da bracconieri e allevatori, i cui ‘ferri del mestiere’, sono stati conservati dai volontari in una stanza. ”Adesso invece e’ un posto dove si cerca di far tornare gli animali per quanto possibile ad uno stato naturale – spiega Liberati – adesso stiamo cercando di aprire altri centri simili a questo, e di coordinare altre iniziative animaliste. Una di queste, che va avanti gia’ da qualche anno, sono i campi antibracconaggio sull’isola di Ponza, che e’ un punto di passaggio fondamentale per decine di specie di migratori. Al prossimo, che partira’ il 20 aprile, partecipera’ anche il Noa (nucleo operativo antibracconaggio) del Corpo Forestale”.

(ANSA). ANIMALI: I-CARE, OLTRE 3MILA SALVATI DA LABORATORI – ROMA, 7 APR –

Solo in Italia, il progetto I-Care (International Centre for Alternative in Research and Education) ha gia’ recuperato dai laboratori di ricerca piu’ di 3 mila animali, fra cani, gatti e roditori. Nato nel 2005 in India, si e’ esteso a diversi paesi soprattutto europei. Due gli obiettivi principali del progetto: diffondere i metodi alternativi alla vivisezione sfruttando le esperienze dei singoli paesi (in Italia, ad esempio, abbiamo sostituito molti esperimenti sugli animali con altri che non li prevedono, mentre all’estero no), e una volta riusciti a evitare l’utilizzo degli animali da parte dei laboratori, recuperarli e reinserirli in una vita normale.

Gli animali da riabilitare, che devono essere tassativamente non infetti da alcuna malattia, sono ceduti dal laboratorio secondo i seguenti criteri: animali ceduti dal laboratorio al rifugio al termine di un progetto specifico oppure nel caso di chiusura del laboratorio; animali salvati dal laboratorio a causa di irregolarita’ riscontrate nel laboratorio stesso; animali coinvolti in studi non terminali (cioe’ che non prevedono la soppressione finale dell’animale); animali usati per studi comportamentali; animali non piu’ necessari perche’ il laboratorio adotta dei metodi alternativi; animali in sovrappiu’, comprati ma mai usati; cuccioli provenienti da studi di teratogenicita’ (cioe’ test in gravidanza per studiare l’effetto delle sostanze sotto test sulla prole) che sopravvivono al parto. ”La legge attuale lascia a completa discrezione dei centri di ricerca la fine di questi animali – spiega Massimo Tettamanti – e spesso dobbiamo lottare per farceli affidare, sempre sotto garanzia di anonimato dei laboratori. Attualmente c’e’ una proposta di legge alla Camera per rendere obbligatoria la cessione a strutture specializzate, ma sull’iter sono pessimista”.

In Italia finora i centri che accolgono gli animali sono a Milano, Monza, Torino, Genova, Parma e Trieste, oltre a quello di Roma che fa da punto di riferimento per il centro-sud. Sono gestiti da volontari, e si finanziano prevalentemente con donazioni private. La riabilitazione puo’ durare fino a sei mesi, soprattutto nel caso di cani e gatti che hanno psicologie piu’ complesse.

http://www.vallevegan.org
Fonte: http://www.ansa.it

34 pensieri su “Una ruota per i trovatelli

  1. Iniziativa lodevole. Resta il problema su come avere farmaci ( e non cosmetici o detersivi per i quali già proibirei drasticamente la sperimentazione animale) sicuri. Ancora la questione delle garanzie dei metodi alternativi è in alto mare dal punto vista scientifico. E’ bene però che si provi a cambiare, se arriveranno dati sulla sicurezza ed efficacia. Al momento tutti, dico tutti i farmaci passano per una più o meno lunga sperimentazione animale e questa non basta, occorre poi quella su campioni di esseri umani.
    Segnalo due posizioni:

    http://www.thelancet.it/archivio/articolo.php?id=13&idart=60

    http://www.focus.it/animali/speciale/Sperimentazione_animale_alla_ricerca_di_un_alternativa.aspx

    Di abusi sugli animali ce ne sono tanti nei laboratori, ma ci sono anche quelli che seguono regole più rispettose di riduzione della sofferenza. Fare di tutta l’erba un fascio non è corretto. Se invece si è estremisti lo si sia veramente fino in fondo. Non si usi alcun farmaco in caso di malattia. L’estremismo non aiuta a impedire che chi vuole mantenere lo status quo, di non riflettere sulle possibili alternative che per adesso sono più teoriche che pratiche.
    Già sarebbe più utile se si lottasse per gli abusi e il non rispetto delle regole delle convenzioni etiche sulla sperimentazione animale che già ci sono e che andrebbero fatte rispettare severamente. E intanto ragionare sull’efficacia dei metodi alternativi che nella stragrande maggioranza dei casi sono ancora da inventare e verificare. E mi auguro che gli animalisti si offrano poi come volontari prima della immissione di un presunto farmaco sperimentato con un presunto metodo alternativo.

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  2. Grazie a Piera Mattei per il suo commento.

    Sono sorpresa di constatare che, mentre ci sono sempre più persone che dedicano la vita a salvare e proteggere gli animali, luminamenti dedica buona parte del suo tempo alla lodevole causa della vivisezione, vale a dire allo sfruttamento, alla tortura e all’uccisione di animali. Egli ha la delicatezza di postare le sue considerazioni proprio sotto un post dedicato ad un’oasi di salvezza per gli animali scampati ai laboratori
    .
    luminamenti dice sempre le stesse cose e sinceramente sono stanca di ripetere sempre le stesse risposte. Vediamo se riesco a variare, per non annoiarmi troppo.
    Personalmente non uso farmaci, uso rimedi erboristici e lo stesso fanno la gran parte dei vegan.
    Non ho motivo di offrirmi volontaria per la sperimentazione di farmaci di cui non faccio uso.
    Poiché anche luminamenti è un essere senziente, proprio come le cavie, cani, gatti e scimmie che vengono torturati quotidianamente nei laboratori e poiché egli si dimostra favorevole alla vivisezione, propongo chei si offra volontario e si lasci vivisezionare da qualcuno degli amorevoli e benevoli scienziati che ancora sono a favore di questa innocente e innocua pratica.
    Ricordo a luminamenti e a tutti che è in vigore una legge che vieta il maltrattamento degli animali. Luminamenti difende una pratica che è in contraddizione con le leggi vigenti.

    Contrappongo alle parole del buon lumimanenti quelle di un oscuro scienziato: Albert Einstein.
    “Vivisezione. Nessuno scopo è così alto da giustificare metodi così indegni”.

    Concludo con il solito link. Guardando la galleria fotografica, luminamenti potrà apprendere di cosa parliamo quando parliamo di vivisezione.

    http://www.novivisezione.org/

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  3. Difendo la sperimentazione animale fintantoché non ci sono altre soluzioni sostituitive. Non è difesa ciò che mon si può evitare in assoluto. Si parla di legge, ma perchè la sperimentazione animale è proibità dalla legge? Sto con la legge, nel senso che la rispetto, e semmai se una legge uno non la condivide si dà da fare per cambiarla. Così si fa nelle democrazie. Gli abusi sugli animali e il non rispetto delle regole etiche sulla sperimentazione animale lo condanno, ma lo avevo detto, sebbene si voglia travisare quanto avevo scritto era chiaro.
    Si sostiene nel post n.3 che ci si può curare senza farmaci. Non credo debba commentare questa affermazione che si commenta da sola. Da oggi sappiamo che le facoltà di medicina e i dipartimenti di fisiologia, farmacologia e terapia possono chiudere. Un mondo senza farmaci! che bello! sognare fa sempre bene! Inoltre, moltissimi ottimi prodotti erboristici vengono eccome sperimentati sugli animali!!!
    Mica quello che c’è in natura è più innocuo dei farmaci di sintesi. Si sperimenta eccome!
    Ma poi, supponiamo con la fantascienza più sfrenata che uno non usi mai farmaci (è il mio caso! molto raro! uno ogni dieci anni), può però sempre succedere di avere un incidente con la macchina, di subire una trauma e perdere sangue, di beccarsi il virus dell’aviaria che se ne fa un baffo dell’erboristeria, di essere coinvolti in una sparatoria ed essere colpiti al cuore, a questo punto che facciamo? ci curiamo con la camomilla? Ogni giorni milioni di persone vengono operate nelle sale chirurgiche e grazie ai farmaci e agli anestetici possono essere operate in sicurezza. La disciplina dell’anestesiologia è tra le più lunghe e tra le più complesse e grazie al fatto che questi farmaci anestetici sono stati a lungo sperimentati, testati, prima su modelli animali, poi su uomini, consentono di operare in sicurezza. Per non parlare che non esisterebbe la chirurgia se non l’avessimo prima provata sugli animali. Che fa rinunziamo alla chirurgia? E mica si usano solo gli anestetici in chirurgia! e per fortuna che sono prima stati sperimentati sugli animali e neanche questo basta, e poi provati su esseri umani prima di entrare in commercio!
    Una meningite batterica, una tubercolosi, una sifilide, una broncopolmonite, una setticemia consenguente a una pallottola, un’endocardite batterica,una malaria quando uno se le becca si possono curare solo con antibiotici, farmaci che hanno tanti effetti collaterali, che è meglio usarli molto di rado ma che nel caso di una di queste malattie è meglio usare e anche tempestivamente perchè purtroppo non c’è erboristeria che tiene e per quanto uno possa effettuare pratiche di rinforzio immunitario queste non sono una garanzia assoluta. Se uno viene punto da una zanzara che si porta il plasmodium falciparum non c’è sistema immunitario che tiene. Cmq basterebbe il discorso chirurgigo e l’uso degli anestetici per comprendere come sia molto difficile pensare a come testarli senza uso degli animali, magari usando colture in vitro. Che fa chiediamo alle colture di cellule nervose in vitro se si sono addormentate e se non soffrono? E la ricerca sui farmaci anestetici continua e si sta perfezionando sempre più ed è straordinaria per quante vite umane salva!
    Si parla di metodi alternativi alla sperimentazione animale come se già esistessero, ma non è così perché se così fosse già ci sarebbero farmaci di tal tipo in commercio. A me non risulta, ma se qualcuno mi sa indicare un principio attivo e la casa farmaceutica che l’ha messo in commercio mi farebbe piacere saperlo.
    Quindi, di che si parla? solo di teoria! E’ bene però provare certamente a trovarli e ragionarci su questi metodi alternativi lì dove è possibile e sicuro per gli esseri umani.
    Una stessa casa farmaceutica o un ente di ricerca avrebbe da risparmiare molto denaro se non usasse animali, visto che certamente c’è un businness di coloro che li vendono.
    E poi chi deve fare il chirurgo come farebbe a fare pratica senza gli animali? in certa chirurgia sarebbe un grosso rischio se un giovane chirurgo dovesse usare le mani per la prima volta su un essere umano. La manualità non la si può imparare al computer con la simulazione. Il bisturi per un tracheotomia bisogna provarla anche dal vivo ed esercitarsi su modelli animali collauda la manualità anche se i tessuti non hanno la stessa consistenza.
    Altro discorso è l’abuso sugli animali che va combattuto facendo rispettare le leggi.
    Sarebbe bello non usare gli animali ma dobbiamo fare i conti con i limiti della condizione umana. Non è certo una ragione per non spostarli più in là, ma dobbiamo anche sapere distinguere tra cattiveria e sadismo e cruda necessità e saperci esprimere con sobrietà e moderazione senza dipingere i ricercatori come esseri diabolici. Però chi sbaglia paghi, senza per questo utilizzare l’abuso per sostenere metodi alternativi che ancora devono essere inventati in quanto e efficacia di risultati, sicurezza per gli essseri umani. La cattiveria e la non curanza sugli animali va perseguita, la seconda – la necessità – stringe il cuore ma ci porta ad assumerci delle responsabilità verso noi stessi e prendere delle decisioni che sono un male ma un male minore.
    Personalmente mi sono sempre occupato di animali abbandonati ma so distinguire la realtà dalla fantasia.

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  4. Ricordo che esistono medici, anche illustri, che prescrivono medicamenti a base di erbe e altre sostanze naturali.
    Ricordo altresì che, per la legge italiana, qualsiasi sostanza chimica che venga a contatto con l’uomo deve essere sperimentata sugli animali. Una cosa che possiamo fare, per evitare nuova vivisezione, è ricorrere a sostanze sperimentate in un passato il più lontano possibile, ad esempio i farmaci generici. Tutto può essere sperimentato, volendo, sugli animali, anche bevande e cibi, non c’è nessuna legge che lo vieti. In genere i medicamenti erboristici non vengono testati, soprattutto se di lunga tradizione.
    Io compro in prevalenza erbe secche e ne faccio tinture idroalcoliche. Se poi qualche scienziato pazzo va a testare l’ortica e l’equiseto, conosciuti e usati da sempre, non posso evitarlo, ma non credo di finanziare esperimenti inutili e sadici con il mio acquisto di erbe.

    Per chi fosse interessato, propongo le faq del sito già da me linkato, tra l’altro di facile lettura anche per un profano frettoloso, che evidentemente il buon luminamenti non ha letto o non ha ben compreso.
    http://www.novivisezione.org/intro/vivis_faq.htm
    Propongo anche un bellissimo libro, scaricabile gratuitamente da Internet, per concessione dell’autore: “Imperatrice nuda” di Hans Ruesch
    http://www.dmi.unipg.it/~mamone/sci-dem/scidem.htm

    So già che luminamenti continuerà a trovare argomenti pretestuosi, per difendere l’indifendibile, l’orrore e il massacro di esseri senzienti. Egli si schiera, come ha già fatto in altre occasioni, dalla parte del Male, che ha l’ardire di chiamare “male minore”.

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  5. Le malattie che ho segnalato nel mio post numero 4 non si possono curare con nessuna erba, purtroppo. Ma se la signora Canali mi cita qualche articolo scientifico dove c’è una documentazione controllabile del contrario ce lo faccia sapere. Per convincerci occorre mostrare uno studio. C’è uno studio che mi dica che in caso di intervento chirurgico possa fare a meno di farmaci e sopratutto di anestesia? Gli erboristi (che non sono medici, che non studiano fisiologia animale, né patologia generale, né clinica medica, Né terapia medica, perchè ovviamente studiano le piante) nel caso una persona che si debba operare e di cui si sa che ha un’endocardite batterica, cosa consigliano al posto di un antibiotico preventivo pre-operazione? Ovviamente nulla perchè almeno loro che in genere ragionano con più cautela della Signora Canali sanno che non c’è nulla che potrebbe proteggere quella persona da un’infiammazione
    mortale dell’endocardio. Mortale dico! Quando si va in sala operatoria – e i motivi per cui ci si finisce possono essere tra i più accidentali – non si può usare la fitoterapia o l’erboristeria. Ma se la signora Canali ha qualche documentazione del contrario farebbe un servizio utile all’Umanita informarci di ciò, visto che solo lei sta dalla parte del Bene, mentre io e la medicina intera stiamo dalla parte del Male.L’anestesia, i farnaci antidolorifici non sono equiparabili a nessun prodotto erboristico. Non si può togliere il dolore cronico o anestetizzare una persona senza farmaci.Ci sono molte malattie che conportano intensissimi dolori cronici che si possono combattere solo con i farmaci. Prendiamo le cefalee primarie, che sono molto spesso di origine costituzionale, di cui non si conoscono le cause, e che sono al momento attuali inguaribili,
    cioè rimangono a vita, e che possono solo essere curate con specifici farmaci che attenuano e bloccano il dolore violentissimo e insopportabile. I malati terminali hanno bisogno di cure antidolorifiche con i farmaci. Ci sono centinai di malattie che non è possibile curare con l’erboristeria. Questa è molto utile ma ha i suoi limiti. Le tinture idroalcoliche non li possono usare tutti, per esempio i soggetti con disfunzioni epatiche. Inoltre come può confermare qualsiasi professore di Fitoterapia ed Erboristeria, una tintura idroalcolica è mille miglia lontana da potersi definire prodotto naturale, ricordando nuovamente che naturale non equivale a bene e artificiale a male. Per tante piccole patologie e anche in termini preventivi certamente una corretta alimentazione non estremista, un uso di cibi davvero biologici (quanto meno senza pesticidi, conservanti e grassi idrogenati), un uso di prodotti erboristici il meno elaborati possibili (già la tintura idroalcolica è un prodotto molto elaborato e industriale come ha spiegato molto bene Messegué), un
    uso di integratori mirato lì dove servono perchè certamente il contenuto vitaminico e minerale degli alimenti anche biologici non copre i reali bisogni dell’organismo, tutto questo è auspicabile e consigliabile ma non può coprire ahimé, la quantità innumerevole di problemi di salute e di patologie che non sempre si possono evitare con tutte le precauzioni possibili che si mettano in atto. Per non
    parlare di quelle patologie assolutamente imprevedibili e accidentali causate da eventi traumatici ed invasivi. L’embolia, l’ictus, l’infarto miocardico , ci si salva da queste malattie con interventi tempestivi con farmaci. Le aritmie atriali e ventricolari, l’ipertensione
    renale, il morbo di parkinson, la scleroli laterale amiotrofica, il morbo di alzeimer hanno bisogno di farmaci che non sono risolutivi ma che rendono i sintomi meno imponenti. Il diabete di tipo 1 ha bisogno di farmaci. L’epilessia si controlla con l’erboristeria? Lo shok
    anafilattico si cura con le erbe? Con l’equiseto o l’ortica non si può curare la tubercolosi, la sifilide, la broncopolmonite, il lupus eritematoso. La miosite ossificante si cura con le erbe? L’idronefrosi si cura con l’erboristeria? , l’elefantiasi si cura con la camomilla?,
    L’osteomalachia si cura con la fitoterapia? E la neurofibramatosi?, il gliosarcoma?, le varici e le flebiti? , l’erpes zoster? Vorrei una documentazione erboristica su ognuna di queste malattie. Eppure sono abbonato da 30 anni a erboristeria domani, alle riviste di medicina naturale, farmacia naturale delle edizioni tecniche nuove, leggo i libri di Plancta Medica, quindi so cosa c’è scritto dentro e non mi risulta di avere mai letto che una tubercolosi o una
    polmonite o una meningite si possa curare senza antibiotici. E le insonnie quelle gravi? Mica si possono tutte trattare con le erbe o la melatonia. Quelle leggere sì, funzionano, ma quelle gravi no. E potrei continuare, perchè non è sufficiente mangiare bene (ammesso che si sappia cosa significhi), prendere integratori e prodotti erboristici per evitarsi tante malattie le cui cause sono ancora poco
    chiare, spesso di origine genetica o ereditaria. Il cortisone sintetico è un farmaco straordinario se usato con criterio in tante patologie. L’asma bronchiale, che è causa di molte morti ogni anno se non curato bene, si avvale di farmaci salvavita da portare sempre con sé di straordinaria efficacia. In caso di attacco asmatico (le cause scatenanti sono le più varie) mi raccomando di non ascoltare la Pamela…andate da un bravo pneumologo. Poi certo potete provare a curare l’asma con la fitoterapia, con l’omeopatia, l’omotossicologia, i vaccini, ma quando arriva l’attacco se possibile fate attenzione a non ascoltare il commento numero 5. Il professore Lodispoto che è stato un grande omeopata, molto preparato, gran persona, gran conoscitore di erbe è morto di tumore per aver voluto curarsi con l’omeopatia, che è fantastica per tante cose ma ancora con i tumori non ha dato risultato. Sono molto favorevole alle medicine alternative (che dovrebbero essere chiamate complementari9 ma questo non significa doversi mettere il prosciutto davanti agli occhi di fronte alla potenza straordinariamente salvavita di diversi farmaci! Il rischio delle posizioni puramente ideologiche è di quelli che ci impediscono un giudizio sereno.
    Dal 1992 l’Italia ha una legge (Decreto Legislativo n 116) sulla sperimentazione animale anzi, per essere precisi, sulla “protezione degli animali utilizzati a fini sperimentali o ad altri fini scientifici. Bisogna ricordare che il maggiore numero di animali non è usato per grandi scoperte mediche, ma per le prove di sicurezza (tossicologia, cancerogenesi, teratogenesi eccetera).
    Per un’analisi seria ed equilibrata su i pro e i contro la necessità della sperimentazione animale c’è un bell’articolo su Le Scienze dell’aprile 1997 n.344, ancora amolto attuale, dal titolo Com’è mutato l’atteggiamento verso la sperimentazione animale, che spiega a mio parere con molto
    equilibrio i passi avanti che si sono fatti e che ovviamente escludono posizioni drastiche sia in un senso che nel senso opposto, perchè tali posizioni sono completamente irrazionali e senza fondamenti. Già la riduzione degli esperimenti animali si fa, e l’articolo spiega i progressi che si sono fatti e quelli che si stanno facendo, ma nessuno è al momento in grado di poter assicurare salute agli esseri umani con sperimentazione animale a livello zero. Inoltre, i ricercatori sanno molto bene che spesso sostanze che vengono
    testate in vitro ( in provetta o coltura) e che manifestano certi effetti e certi risultati, in vivo non li manifestano o ne manifestano altri.
    Quindi è abbastanza difficile che si potrà completamente evitare i test in vivo. Altro discorso è la vivisezione, se con questa parola intendiamo l’abuso, la scarsa motivazione di un esperimento su un animale e il suo maltrattamento e/o abbandono. Mi sembra chiaro che questo non può che ricevere una condanna radicale. Ma la legge parla chiaro, bisogna spiegare bene perchè si vuole fare uno esperimento su un animale e occorre fornire tutte le procedure e le regole di esecuzione cercando di fare soffrire il meno possibile
    l’animale. Certamente è vero che in passato si sono fatte cose assurde e irrazionali sugli animali, ma la consapevolezza dei ricercatori su questo tema ha fatto progressi e oggi ci si preoccupa di questo. L’articolo su Le Scienze entra nel dettaglio su vari esperimenti.
    Naturalmente è giusto che ci siano dei controlli e che si faccia rispettare la legge, quindi la vigilanza è un bene. Mi premeva sottolineare sopratutto che dall’immagine di un animale o più animali evidentemente sottoposti a vivisezione e maltrattamento e sofferenza, non si può e non si deve dedurre che sia dappertutto così e che da certe immagini cruenti si possa dedurre che possiamo fare a meno dei farmaci e di una fase di controllo di questi prima negli animali e poi negli uomini. Ben venga il processo di riduzione del loro uso, ma questo richiede ragionamenti rigorosi e prove di cautela. Ancora la strada è molto lunga e una posizione moderata, meno manichea è quella che serve per andare incontro alla sofferenza animale, mentre le posizioni emotive servono solo a creare ulteriori ostacoli che non aiutano al raggiungimento del fine che si desidera.

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  6. Ps. Aggiungo per chiarezza. Se c’è un professore che dichiara che riesce a curare le polmoniti senza antibiotici vorrei sapere nome e cognome e poi vorrei sapere dove ha pubblicato questi risultati. Ne saremmo tutti contenti di evitarci gli antibiotici. E mica basta rinforzare il sisteme immunitario per evitarsi una polmonite! Magari fosse così bello, rinforzo il sistema immunitario e non mi ammalerò mai di malattie infettive o altre malattie.
    Se un azienda erboristica produce un prodotto di cui si dichiara che può essere usato al posto degli antibioti per un polmonite o meningite batterica, vorrei sapere nome del prodotto e dell’azienda. Se qualcuno lo sa lo dica.

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  7. Un risposta del Professore Umberto Veronesi

    Caro Veronesi,
    Una domanda che forse le hanno fatto mille volte: qual e’ il Suo parere sulla vivisezione?
    Saluti,
    Marco

    Risposta Veronesi Martedì, 28 Aprile 2009

    Caro Marco, la vivisezione, che io, come la stragrande maggioranza delle popolazione, ritengo una pratica infame, è un termine desueto perché non più rispondente alla realtà, non essendo più praticata in ambiente scientifico. Tuttavia questa parola viene utilizzata spesso ad arte per suscitare visioni di orrore e chiedere l’abolizione della sperimentazione animale. Non bisogna quindi confondere i due termini. Per quanto riguarda l’utilizzo di animali nella ricerca scientifica, ritengo che vada controllato al massimo e, ove possibile, evitato. Ma al momento per la ricerca sui farmaci non ci sono alternative migliori. I test di efficacia di un farmaco si possono realizzare su cellule tumorali in coltura, cioè in vitro, ma quelli di tollerabilità si possono eseguire prevalentemente in vivo, cioè sul vivente. Un farmaco comincia potenzialmente ad esistere quando si verifica la sua attività farmacologica, cioè quando si comincia ad indagare a quali dosi si manifestano gli effetti sugli organismi viventi. Attraverso le prove precliniche, effettuate sugli animali, si verifica che gli eventuali effetti collaterali siano bilanciati dagli attesi effetti terapeutici. Tutti i protocolli internazionali accettati dalla comunità scientifica su questo punto prevedono la sperimentazione animale e le autorità sanitarie di tutti i Paesi la impongono per l’ottenimento di farmaci ben tollerati perché ben sperimentati, sebbene rimanga sempre un margine di imprevedibilità. E tuttavia non è escluso che le nuove tecnologie bioinformatiche ci offrano presto un’alternativa definitiva alla sperimentazione animale, a cui io sono comunque contrario in linea di principio.

    dal link

    http://forum.corriere.it/loggi_e_il_domani_della_ricerca/28-04-2009/vivisezione-1244289.html

    Posizione che condivido

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  8. E’ evidente che luminamenti scrive soltanto, non legge quello che scrivo io e non legge i link che fornisco.
    Riassumo brevemente: i vegan, ove possibile, si curano con metodi alternativi. Se sono costretti a ricorrere a farmaci, si fanno prescrivere i generici, che non danno luogo a nuova sperimentazione animale.
    L’anestesia, come tutti i farmaci, funziona non grazie alla sperimentazione animale, ma nonostante la sperimentazione animale, che è perfettamente inutile (leggere i link che ho postato).

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  9. La signora Canali ha fatto progressi rapidi. Dalla sua nuova scoperta che si possano curare le malattie con la erboristeria si è passati ai generici. Beh, meglio di prima, almeno. Noto un cambiamento che però prima non aveva dichiarato.

    I vegan, nel caso in cui si beccassero le malattie che ho citato nei miei commenti precedenti, si devono curare con farmaci la cui tossicità ed efficacia deve essere prima testata sugli animali per poter essere usati sugli esseri umani. Ma mi dica, mel caso di una meningite batterica o una polmonite quale generico usa? Non è possibile, perché come ormai sanno anche i bambini, esistono le antibiotico-resistenze per cui occorrono nuovi tipi di antibiotici per affrontare una grave malattia infettiva, visto che i batteri si immunizzano se non addirittura si nutrono di un vecchio antibiotico. Se no saremmo rimasti tutti alla peniccillina. Tra l’altro al ricerca di nuovi antibiotici non è che sia molto fruttuosa economicamente per un’indiustria farmaceutica, dati i facili insuccessi. Fortunatamente per noi si sono inventate nuove molecole che hanno salvato la vita a molte persone colpite da antibioticoresistenza durante una specifica malattia infettiva. Anche i batteri mutano e quindi bisogna mutare pure gli antibiotici! Mi dica per esempio nella tubercolosi dove ci sono enormi resistenze antibiotiche quale generico usa? nessuno, perchè occorrono nuovi tipi di antibiotici la cui sicurezza deve essere testata sugli animali purtroppo! Prendiamo i malati di AIDS, che sono milioni nel mondo, che fa usiamo i generici di cui il virus con l’aids se ne fa una baffo? Anzi dove si hanno plurinfezioni miste! Inoltre, con l’evoluzione delle conoscenze sulla malattie, occorre perfezionare i farmaci già esistenti e man mano che si scoprono le patogensi e i meccanismi delle malattie occorrono nuove soluzioni più efficaci, più sicure, che offrano un migliore modo di curare e di guarire.
    La medicina e la farmacologia non possono rimanere fermi ai generici, visto che le malattie cambiano, evolvono, mutano, le nostre conoscenze si perfezionano e aumentano e occorrono nuove soluzioni e quindi nuove ricerche e quindi nuove molecole. Basterebbe studiare la storia sociale di ogni singola malattia per rendersi conto di come le malattie sono in divenire e quindi occorre un approccio dinamico e non statico e si vedrebbe studiando la storia di una singola malattia di come si evolvano nel tempo le terapie e quindi occorre di nuovo provvedere ai test di verifica animale.
    I farmaci per le anestesie nella storia della medicina hanno subito una lunga evoluzione e ancora evolvono e quindi prima di essere usati con sicurezza sugli esseri umanio devono essere testati sugli animali. Si cercano sempre nuovi anestetici con minore tossicità.
    I farmaci sui tumori sono tantissimi e ogni tumore ha le sue caratteristiche oncogenetiche specifiche e sono in continua evoluzione e devono quindi essere testati continuamente sugli animali. Altro che generici per i tumori! – che sono in numero elevatissimo in molti paesi del mondo.
    La signora Canali non sa che ci sono tantissime malattie per le quali ancora non esiste uno straccio di farmaco (generico o meno! neanche l’ombra). Che fa magari smettiamo di fare ricerca su queste malattie, non cerchiamo molecole efficaci per la loro cura? quindi non ne collaudiamo la sicurezza negli animali?
    Nel caso poi delle patologie da dolore cronico sappiamo come molto presto si crea un’assefuazione al farmaco, occorre quindi cercare un nuovo farmaco che riduca il dolore. La farmacoterapia del dolore è in continua evoluzione data la complessità della patogenesi del dolore, per cui i generici del dolore in commercio spesso sono inutili, o non funzionano più nei malati cronici.
    L’epilessia mi dica con quale generico si cura dato che ancora non ci sono farmaci che la curino bene o la guariscono?
    E allora cosa dovremmo fare con il morbo di alzheimer e il parkinson? dovremmo dire al Premio Nobel Rita Levi di Montalcini di smettere di testare i nuovi faramci che stanno emergendo per queste malattie e usare i generici per queste due gravi malattie senza che servano a nulla? E i virus? ma come, ci accorgiamo di quanto mutino continuamente la loro struttura molecolare, di come compaiano nuovi virus, quindi non dovremmo cercare di inventare degli antivirali efficaci e con bassa tossicità? quindi non dovremmo testarne la sicurezza negli animali? I farmaci antiaids per fortuna ched vengono testati sugli animali!
    E le malattie metaboliche verso le quali ancora non abbiamo farmaci efficaci? altro che generici, non ce ne sono proprio di farmaci! dovremmo sospendere la sperimentazione delle nuove molecole che si stanno studiando? E per le persone che soffrono di memoria in maniera grave? non dovremmo più cercare di risolvere il problema? e tutte le malattie neurologiche e psichiatriche non dovremmo cercare nuovi farmaci? E per i tossicodipendenti?
    La signora Canali pensa evidentemente che la scienza medica e la farmacologia sia una scienza statica e chiusa. Ormai non deve più fare nulla. Ha risolto tutto con quattro generici? I ricercatori possono andare a casa, ormai ci sono i generici che risolvono tutto! C’è qualche generico e con quello si possono risolvere tutte le malattie esistenti.
    D’altra parte il Professore Umberto Veronesi – che in mezzo ai malati ci sta e che i farmaci li usa con intelligenza scientifica – è evidentemente un signore nessuno se dice quello che dice nel post numero 8: “Ma al momento per la ricerca sui farmaci non ci sono alternative migliori”, appunto parla di ricerca sui farmaci, perchè la ricerca non può fermarsi ai generici che vanno certamente usati nelle patologie per le quali risultino efficaci, ma ci sono tantissime malattie che hanno bisogno di nuovi farmaci e anche per le malattie che si curano con i generici, la storia della medicina ci ha insegnato che anche lì possono farsi dei progressi, che occorre in base alle nuove conoscenze sostituire una vecchia molecola con una nuova, come per esempio è dimostrato dai farmaci per l’osteoporosi, per l’epatite C, per gli anti-aritmici, per i farmaci anti-ulcera e…potrei continuare! Esiste una cosa che la Signora Canali evidentemente ignora e che si chiama progresso nella cura di una malattia che già si cura.

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  10. p.s aggiungo sugli anestetici, per rendersi conto della complessità del problema e dei grossi problemi che ci sono e di come non si possano provare sugli esseri umani senza prima studiarne gli effetti su modelli umani questo link.
    Si tratta di problemi che per adesso non possono essere affrontati con semplici test in vitro. Occorre un organismo intero per capire come funzioneranno e se è vero che un animale non è un uomo, l’uomo è molto simile a molti animali e quindi dobbiamo tenerci stretto questo modello imperfetto ma ha dimostrato molto spesso di fornire indicazioni preziosissimi per la messa in atto di un tal farmaco su esseri umani

    http://anestit.unipa.it/esiait/082004_02.htm

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  11. Gli animali sono molto diversi tra loro e l’uomo è molto diverso dagli animali.
    Lo dicevo che non legge, scrive soltanto.

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  12. Gli animali sui quali si sperimenta sono molto simili all’uomo, hanno un organismo che faccio notare alla Signora Canali che, per quanto possano essere considerati molto diversi dall’uomo (sto ragionando per assurdo perché di ragionamento assurdo si tratta visto che gli animali sono molto simili all’uomo in quanto a funzionamento organico), sono cmq molto più simili all’uomo di quanto possa essere un Uomo messo a confronto con colture in vitro che ovviamente non funzionano in provetta come un organo che poi si relazione con tutti gli altri organi di un corpo vivente animale o uomo che sia, quindi l’affidabilità sperimentale dei farmaci che devono agire dentro organismi fatti di organi che agiscono in relazione tra di loro è mille volte superiore a quella che può essere ricavata da prove sperimentali in vitro, dato che le colture in vitro, lo ripeto per essere ridondante, sono tutt’altro che simili a un essere umano vivo! sono invece enormemente differenti e lontane in quanto a funzionamento da un uomo, per la ovvia ragione che sono in provetta e quindi disinserite da un organismo che funziona come un Tutt’Uno!

    Ma tornando a ciò che non è assurdo…e cioè che l’uomo è molto simile agli animali…

    E la differenza del patrimonio gentico animale rispetto a quello dell’uomo è inferiore all’1%

    La drosophila – che è molto lontana dall’uomo – e l’uomo hanno il 99% di DNA eguale. I risultati del resto della sperimentazione animale, confermano l’alta percentuale di attendibilità dei risultati tossicologici e teratologici sugli animali trasportati poi negli uomini. Se non fosse così, un istituto di ricerca o una industria farmaceutica si risparmiebbe un sacco di denaro e di tempo nell’acquistare questi animali per la sperimentazione e si eviterebbe tutte le grane dimostrative, metodologiche richieste per ricevere l’autorizzazione alla sperimentazione animale. Ci vogliono circa mediamente 12 anni di ricerca per avere approvato un farmaco e quindi i primi a essere felici di saltare la sperimentazione animale sarebbero proprio loro. Gli animali sono simili all’uomo, hanno un cuore, polmoni, reni, fegato, molta biochimica cellulare è simile.

    Constato che non ci sono state risposte alle MOLTE domande e osservazioni dei miei precedenti post e si cerca di aggrapparsi ad osservazioni facilmente demolibili.

    D’altra parte Umberto Veronesi nel post numero 8 dove ho riportato le sue affermazioni ha confermato quanto avevo detto, della necessità – fino ad oggi – degli animali e della loro funzione positiva ai fini della sicurezza farmacologica:

    “Ma al momento per la ricerca sui farmaci non ci sono alternative migliori. I test di efficacia di un farmaco si possono realizzare su cellule tumorali in coltura, cioè in vitro, ma quelli di tollerabilità si possono eseguire prevalentemente in vivo, cioè sul vivente. Un farmaco comincia potenzialmente ad esistere quando si verifica la sua attività farmacologica, cioè quando si comincia ad indagare a quali dosi si manifestano gli effetti sugli organismi viventi. Attraverso le prove precliniche, effettuate sugli animali, si verifica che gli eventuali effetti collaterali siano bilanciati dagli attesi effetti terapeutici. Tutti i protocolli internazionali accettati dalla comunità scientifica su questo punto prevedono la sperimentazione animale e le autorità sanitarie di tutti i Paesi la impongono per l’ottenimento di farmaci ben tollerati perché ben sperimentati, sebbene rimanga sempre un margine di imprevedibilità.” (Umberto Veronesi).

    Non si tratta di un altro sosia di Veronesi, ma dello stesso Umberto Veronesi che in precedenti discussioni pubbliche sull’alimentazione, veniva utilizzato dalla signora Canali come testimonial autorevole di una dieta priva di carne (confondendo tra l’altro che Veronesi ha sempre dichiarato di essere vegetariano e non vegano – e c’è una bella differenza).

    Il post numero 8 è chiaro. E’ auspicabile che non si sperimenti sugli animali, ma finora non è stato possibile, passi avanti ce ne sono stati, e gli animali sono serviti a rendere l’uso umano dei farmaci sicuri e continuano ad esserlo. Inoltre Veronesi chiarisce la differenza dalla vivisezione che viene usata come un’arma per screditare la sperimentazione animale.

    Tutte le mie osservazioni sulle malattie infettive, sulla necessità di nuovi antibiotici, e di tante altre malattie che ho citato e che necessitano di ricerche su nuovi farmaci, o un miglioramento e progresso dei farmaci esistenti – perchè il fatto che esista un farmaco per una malattia non significa che quello sia il miglior farmaco per quella malattia e occorre progredire per rendere le patologie umane meglio curabili o ancora meglio guaribili – non hanno trovato una virgola di risposta.

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  13. Riporto queste informazione dell’AIRC (Associazione Italiana ricerca sul cancro).

    Le condivido perché esprimono rigore, verità, senso di realtà e senso della misura.

    Sono tratte da http://www.airc.it/ricerca-oncologica/sperimentazione-animale.asp

    Sperimentazione animale

    Contro ogni maltrattamento

    AIRC appoggia incondizionatamente le proposte di legge esistenti in Parlamento per la regolamentazione della sperimentazione animale e contro ogni forma di maltrattamento degli animali.

    AIRC nello stesso tempo ribadisce che oggi solo una minima parte dei progetti di ricerca finanziati richiede la sperimentazione animale, come conseguenza dello sviluppo di tecniche più raffinate, orientate allo studio delle cellule, del DNA e dei singoli geni che lo compongono.

    Questi pochi progetti, in ogni caso, sono approvati solo dopo che se ne è avuto il parere favorevole da parte del Comitato Etico costituito presso l’istituto di ricerca interessato, comprovante il rispetto delle procedure di garanzia degli animali impiegati.

    Nonostante questo, continuano ad essere avanzate obiezioni, che contrastano con la corretta informazione sui fatti. Rispondiamo quindi alle obiezioni più comuni.

    “La prevenzione salva molte più vite della cura. Perché non si finanzia la prevenzione anziché la ricerca?”

    La prevenzione ha, più che mai, bisogno della ricerca. Senza la ricerca, che ci fa conoscere le cause interne ed esterne scatenanti i tumori ed il modo secondo il quale il nostro organismo reagisce di fronte a tanti stimoli esterni capaci di generare le modificazioni genetiche che portano al cancro, come si potrebbero sviluppare i metodi per fare prevenzione?

    “La sperimentazione sugli animali, che sono diversi dall’uomo, è inutile e antiscientifica”

    A livello di corredo cromosomico, esistono molte più similitudini che differenze, tra le varie specie animali. Ad esempio, i topi condividono con l’uomo l’85% del patrimonio genetico, mentre le funzioni dei geni sono identiche (un roditore è assai probabilmente alle origini dell’albero evolutivo che ha portato all’homo sapiens). Per questo, la sperimentazione animale può essere indispensabile per alcuni progetti di ricerca, e sono innumerevoli le testimonianze di importantissime conquiste raggiunte proprio attraverso questa metodica. Un esempio per tutti: uno dei nostri più recenti successi è l’identificazione di un gene legato allo sviluppo delle metastasi nell’uomo, resa possibile dagli studi sullo stesso, identico gene presente nel moscerino della frutta.

    “I moderni metodi di ricerca escludono l’utilizzo degli animali”

    E’ vero che le più moderne metodologie di ricerca, soprattutto nell’ambito della ricerca di base, indagano i componenti cellulari, e quindi non hanno alcun bisogno della sperimentazione animale. Tuttavia, quando si è arrivati a determinare in via teorica le fasi di un processo cellulare collegate con l’insorgenza o lo sviluppo del tumore e le strade per contrastarlo, una verifica su un organismo complesso è, in pochi e ben delimitati casi, assolutamente necessaria.

    “La sperimentazione sugli animali è usata indiscriminatamente e senza alcun controllo”

    In quei pochi e delimitati casi nei quali la sperimentazione animale è necessaria, debbono essere seguite regole molto precise che ne valutano non solo l’effettiva necessità, ma anche il modo con cui la ricerca verrà svolta, secondo i parametri di un codice etico molto rigido. In mancanza di queste certificazioni, il progetto non viene approvato.

    “Preferisco finanziare associazioni ed istituti che non impiegano la sperimentazione animale”

    Ognuno è libero di fare le proprie scelte. Tuttavia è bene sapere che molte tra le più importanti scoperte che hanno illuminato il percorso della ricerca scientifica, ed alleviato le sofferenze di innumerevoli individui, senza la sperimentazione animale non sarebbero mai state raggiunte.

    “La vivisezione è una pratica inumana e crudele”

    Verissimo. La vivisezione non è più praticata da decenni in nessun laboratorio scientifico degno di questo nome. La sperimentazione animale fatta con le garanzie ed i limiti che sopra sono stati descritti è tutt’altra cosa.

    Per concludere, infine, occorre precisare che i progetti finanziati dall’AIRC non hanno mai riguardato né riguarderanno ricerche svolte da case farmaceutiche o da ditte produttrici di cosmetici, per le quali, in base alla legislazione vigente in Italia, la sperimentazione di tossicità sugli animali è a tutt’oggi una fase obbligatoria del processo produttivo

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  14. Mi è stato inviato questo testo, con la richiesta di postarlo.

    Desidererei soffermarmi su alcune considerazioni poste dal Sig. Luminamenti proponendo alcuni spunti critici:

    1) L’affermazione “La drosophila – che è molto lontana dall’uomo – e l’uomo hanno il 99% di DNA eguale” sembrerebbe alquanto bizzarra se è vero che:
    – il gruppo di ricerca di Craig Venter ha pubblicato sulla rivista Science alcuni anni fa la sequenza del DNA della Drosophila. Il genoma del moscerino della frutta contiene almeno 13.601 geni: più o meno un decimo del genoma umano!
    – il genoma umano, a differenza di quello del moscerino della frutta, contiene milioni di sequenze ripetitive e ridondanti sul cui ruolo e funzione i genetisti stanno ancora dibattendo.
    D’altra parte, una differenza di un solo punto percentuale di materiale genetico non è sufficiente a “costruire”, nel corso del differenziamento cellulare, le diversità tra l’uomo e il moscerino della frutta.

    2) Riporto alcuni lavori scientifici (pubblicati su riviste con discreto IF) e articoli divulgativi (scritti da ricercatori), che mettono in evidenza errori, limiti e conseguenze negativi di decenni di sperimentazione animale.

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  15. Il genetista e filosofo Edoardo Boncinelli. Trattasi di uno dei maggiori genetisti al mondo e tra i pochissimi che ha studiato il parallelo tra Drosophila e Uomo

    A seguito dell’importanza crescente nella ricerca scientifica degli studi sulla genetica e le biotecnologie apre al Museo ilsecondo i.lab Genetica & Biotecnologie grazie alla partnership con la Fondazione Achille e Giulia Boroli. La Fondazione condivide con il Museo l’obiettivo di sviluppare nei giovani una “cittadinanza scientifica”, rendendo accessibili agli studenti temi complessi e di grande attualità, con forti interferenze nella vita quotidiana, seguendo i metodi di educazione informale sviluppati dal Museo.

    Per l’inaugurazione del nuovo laboratorio, nel weekend del 24 e 25 gennaio, sono in programma numerose attività con la partecipazione straordinaria, sabato 24, del genetista e filosofo Edoardo Boncinelli.

    Con il professor Boncinelli si potranno realizzare esperimenti sulla varietà fenotipica, la selezione naturale, la mutazione e l’ereditarietà dei caratteri acquisiti. Si potrà affrontare il problema del funzionamento di alcuni geni in particolare i “geni architetti”, scoperti alla fine degli anni settanta del secolo scorso attraverso studi sul moscerino della frutta, la Drosophila melanogaster.

    Per le giornata di inaugurazione è previsto un nuovo percorso di laboratorio, Questioni di eredità: con un microscopio collegato a un computer sarà possibile osservare la Drosophila melanogaster e comprendere i concetti di fenotipo e genotipo e scoprire cosa sono i caratteri dominanti e recessivi.

    La drosophila è un organismo modello, gli organismi modello in genetica sono utilizzati per lo studio di particolari fenomeni biologici. I principi fondamentali della biologia (metabolismo, comportamento dei geni, ecc.) si sono mantenuti nel corso dell’evoluzione per tutte le specie. Per questo è possibile utilizzare i risultati ottenuti sui geni degli organismi modello per comprendere funzione e comportamenti dei geni dell’uomo.

    Edoardo Boncinelli è stato fra i primi, nel 1985, a comprendere il significato delle nuove scoperte sul controllo genetico dello sviluppo della drosophila e a estenderle allo studio degli esseri umani, dando contributi fondamentali allo studio dei meccanismi biologici dello sviluppo embrionale.

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  16. Da un punto di vista genetico l’uomo e il moscerino della frutta sono abbastanza simili. Circa il 60% delle malattie genetiche conosciute si possono verificare nel patrimonio genetico del moscerino. E circa il 50% delle proteine della Drosophila hanno un analogo nei mammiferi. La Drosophila viene usata come modello genetico per varie malattie umane, inclusi i disturbi neurodegenerativi come il morbo di Parkinson, la corea di Huntington e il morbo di Alzheimer. La mosca viene utilizzata anche per studiare il meccanismo biologico del sistema immunitario, del diabete, del cancro e persino dell’abuso di sostanze stupefacenti.

    Un gruppo di ricercatori dell’Istituto di biologia molecolare e cellulare di Singapore e di J.
    Craig Ventre Institute di Rockiller, nel Maryland, ha dimostrato che dopo circa 500 milioni di anni
    di evoluzione gli squali condividono con l’uomo circa 5000 elementi localizzati nelle regioni non
    codificanti prossime ai geni, che sembrano essere degli enhancer. È notevole il fatto che la maggior
    parte di questi elementi conservati sia situata in prossimità dei geni che contribuiscono alla
    costruzione del corpo, il che riflette il fatto che noi e gli squali condividiamo l’architettura
    corporea generale di vertebrati…

    Istruttivo è poi questo articolo http://www.anisn.it/campania/nuovi%20bollettini/Editoriale0509.pdf

    E ancora

    DNA
    Umani e scimpanzé, la parentela si stringe

    Scimpanzé e umani sono più simili di quanto si pensasse: i loro Dna differirebbero solo per l’1,24 per cento, mezzo punto percentuale in meno rispetto alle precedenti stime. Ricercatori della University of Taiwan e della University of Chicago sono arrivati a questo risultato confrontando 53 sequenze di Dna umano con le equivalenti di scimpanzé e di altre grandi scimmie, oranghi e gorilla. E anche nei confronti di questi primati il “gap” genetico si sarebbe ridotto, arrivando all’1,62 per cento per i primi e all’1,63 per i secondi. In base questi dati, i ricercatori hanno anche stabilito che rispetto all’antenato comune, i primi a differenziarsi sono stati gli oranghi, tra i 12 e i 16 milioni di anni fa, seguiti dai gorilla, tra i 6,2 e gli 8,4 milioni di anni fa. Infine, l’ultima separazione avvenne tra i 4,6 e i 6,2 milioni di anni fa fra umani e scimpanzé. (m.b.)

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  17. Continuazione del testo inviatomi:

    Francis S. Collins, George M. Gray, and John R. Bucher, 2008. Transforming Environmental Health Protection. Science, Vol. 319 (no. 5865): 906 – 907 http://www.sciencemag.org/cgi/content/summary/sci;319/5865/906?maxtoshow=&HITS=10&hits=10&RESULTFORMAT=&fulltext=Francis+Collins+&searchid=1&FIRSTINDEX=0&resourcetype=HWCIT

    Jarrod Bailey, Andrew Knight, 2005. The future of teratology research is in vitro. Biogenic Amines, 2 (Vol. 19): 97-145

    http://www.ingentaconnect.com/content/vsp/ba/2005/00000019/00000002/art00003

    Mamone Capria M., 2003. Pseudoscienza nella scienza biomedica contemporanea: il caso della vivisezione. Biol. Ital., 6: 10-27
    http://www.equivita.it/documents/10Biologiitaliani.pdf

    R. K. Elespuru, R. Agarwal, A. H. Atrakchi, C. A. H. Bigger, R. H. Heflich, D. R. Jagannath, D. D. Levy, M. M. Moore, Y. Ouyang, T. W. Robison, Rene E. Sotomayor, Michael C. Cimino and Kerry L. Dearfield 2009. Current and Future Application of Genetic Toxicity Assays: The Role and Value of In Vitro Mammalian Assays. Toxicol. Sci. 109: 172-179
    http://toxsci.oxfordjournals.org/cgi/content/abstract/109/2/172

    Jim Schnabel, 2008. Standard Model. Questions raised about the use of ‘ALS mice’ are prompting a broad reappraisal of the way that drugs are tested in animal models of neurodegenerative disease. Nature, 454: 682-685 http://www.nature.com/news/2008/080807/full/454682a.html

    Jerry Avorn, 2006. Dangerous Deception — Hiding the Evidence of Adverse Drug Effects. The New England Journal of Medicine, 21 (Vol. 355): 2169-2171
    http://content.nejm.org/cgi/content/full/355/21/2169

    Weida Tong, Xiaoxi Cao, Stephen Harris, Hongmei Sun, Hong Fang, James Fuscoe, Angela Harris, Huixiao Hong, Qian Xie, Roger Perkins, Leming Shi, and Dan Casciano. Supporting toxicogenomics research at the U.S. Food and Drug Administrarion National Center for Toxicological Research. Environmental Health Perspectives, Volume 111, Number 15, November 2003

    http://www.ehponline.org/txg/docs/2003/6497/abstract.html

    Jarrod Bailey, 2005. Non-human primates in medical research and drug development: a critical review.
    Biogenic Amines, Vol. 19, No. 4-6: 235 – 255
    http://www.safermedicines.org/pdfs/reportbiogenic.pdf

    Robert Matthews, 2008. When animals fail the test http://www.thenational.ae/article/20081201/FRONTIERS/821454234/1036/FOREIGN

    Margaret Clotworthy, Robert Coleman, Kathy Archibald, 2009. The European Commission’s opinion backing the use of non-human primates in research is flawed. Regulatory Affairs Journal Pharma http://www.curedisease.net/articles/090301.pdf

    Sharon Begley, 2008. We fought cancer … and cancer won. Newsweek http://www.equivita.it/documents/Newsweek_cancer_000.pdf

    Editorials: A less toxic solution. Nature, 7065 (Vol. 438), 10 November 2005
    http://www.nature.com/nature

    Sempre la rivista NATURE pubblica nel numero di luglio 2009 un articolo firmato da Thomas Hartung, farmacologo e tossicologo tedesco dell’Università di Costanza, dall’eloquente titolo:
    “TOSSICOLOGIA PER IL XXI SECOLO: solo un radicale rinnovamento della sperimentazione tossicologica ci consentirà di affrontare le prossime sfide per la tutela della salute e dell’ambiente.
    In sintesi, Hartung mette sotto accusa la capacità predittiva dei test effettuati su animali per quanto riguarda gli effetti sull’uomo e fa notare che la sperimentazione animale ha impedito fino ad oggi a molti farmaci innovativi ed efficaci di raggiungere il mercato.
    Prima che le sostanze di sintesi o i farmaci possano essere commercializzati, essi devono infatti essere testati per i loro eventuali effetti nocivi alla salute. Questi test si traducono, nella grande maggioranza dei casi, in prove effettuate su animali.
    Su “Nature”, Hartung illustra con grande accuratezza scientifica le ragioni per cui tale impostazione ha sempre recato danno alla ricerca. E’ molto difficile, egli dice, che i risultati forniti dalla sperimentazione animale possano essere trasferiti all’uomo. Egli spiega ad esempio che circa il 60% delle sostanze che, in seguito ai test su animali, vengono classificate come tossiche, sono in realtà innocue per l’uomo. Di conseguenza avviene che numerosi farmaci o sostanze chimiche non vengano autorizzati, malgrado possano essere tollerati dall’uomo senza problemi. Come pure avviene che svariate nuove sostanze, quali ad esempio delle proteine e degli anticorpi, progettate su misura per l’uomo, non siano state sviluppate perché le prove successivamente eseguite su animali non hanno potuto confermare la loro efficacia.
    “Non siamo ratti da 70 kg!” dice Hartung, “gli uomini assorbono le sostanze in modo diverso, le metabolizzano in modo diverso, vivono più a lungo … e inoltre sono esposti ad una grande varietà di fattori ambientali (…) se non fossero stati effettuati tanti test su animali, oggi avremmo probabilmente disponibili modi più efficaci di curare le malattie.”
    Hartung propone una nuova e moderna strategia tossicologica – che faccia uso delle mille nuove possibilità offerte dai recenti sviluppi della scienza – la quale utilizzi le cellule umane … e ottenga in tal modo risultati reali e affidabili! Questo porterebbe grande beneficio sia agli uomini che agli animali.

    Dopo la pubblicazione, avvenuta nel giugno del 2007, del rapporto “Tossicologia del XXI secolo, una visione e una strategia” da parte del NRC, Consiglio Nazionale delle Ricerche USA (dove si legge che <>), l’attuale articolo di Hartung – la seconda tappa nel rapido avvento, ormai più che sicuro, del nuovo paradigma scientifico che vedrà la fine della sperimentazione animale.
    Le principali agenzie statunitensi (EPA, NIEHS e NHGRI), dando seguito a queste indicazioni, firmano il 15/02/08 l’accordo per un grande progetto nazionale di tossicologia cellulare, e Francis Collins, direttore del NHGRI, dichiara: “gli studi condotti sugli animali sono lunghi, dispendiosi e non sempre funzionanti”.

    Infine, per noi che viviamo nell’Unione Europea merita una visita il sito dell’European Centre for the Validation of Alternative Methods, dove sono riportati i test validati fino ad oggi dal punto di vista scientifico.
    http://ecvam.jrc.ec.europa.eu/

    D’altra parte sappiamo benissimo quali siano i motivi oggettivi ostativi alla validazione di test alternativi (leggasi multinazionali del farmaco).

    Salutissimi

    David

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  18. Niente di nuovo in quei link postati. Per chi avrà la premura di esaminarli (spero che la redattrice del post che li posta per conto di qualcun’altro, li abbia letti e li sappia giudicare – o li ha postati senza leggerli e…commentarli? beh questo sarebbe forse troppo richiederlo? solo solo per sapere se il loro contenuto lo accetta per fede o per convincimento razionale! in generale un redattore dovrebbe sapere di che cosa si parla!), ci si accorgerà che si tratta solo di materiali riguardanti ipotesi di progetti e di idee di sperimentazione alternativa, quindi che devono essere validate, ma non sappiamo ancora come, dato che ciò comporta alti rischi per la comunità umana, quindi è bene che si cerchino metodi alternativi, già diversi test di sperimentazione sugli animali che prima si facevano non si fanno più, ma non esiste al momento nessuna possibilità di far pensare che abbiamo sin da oggi metodi sicuri e affidabili che possano sostituire la necessità dell’uso degli animali, come ho già spiegato in diversi post.

    Le industrie farmaceutiche sarebbero felicissime di non usare gli animali, si possono accusare di tante cose, ma senza animali funzionerebbero molto più velocemente e risparmierebbero denaro, quindi il discorso sugli interessi non quadra. Gli unici interessati sono quelli che vendono gli animali per la ricerca, cioè privati allevatori.

    Come ho detto nel post nunero 14 dove ho inserito un testo dell’Associazione Italiana Ricerca sul cancro,sono indicati casi concreti dove si è dimostrato, con metodo galileiano, il riscontro positivo tra risultato della sperimentazione animale e passaggio all’uomo.Esattamente è dimostrato che senza l’animale non ci sarebbe stata quel tale risultato o scoperta. Un ripasso alla storia dell medicina antica ma anche a quella odierna farebbe bene a chi pensa che gli animali siano stati sacrificati inutilmente. la scienza medica è piena di prove in questo senso e purtroppo anche di prove di esperimenti sugli animali assolutamente inutili.
    Ma questo secondo punto mica annulla il primo!
    Nei prossimi giorni – se avrò tempo – ne scriverò tecnicamente e nello specifico. Se posso anche oggi qualcosina.

    La sperimentazione su modelli animali indirizzata a scoperte o verifiche che hanno conseguenze dirette sulla
    salute umana, suscita discussioni sulla legittimità morale dell’uso degli animali . Non va tuttavia dimenticato che
    alcuni dei settori della ricerca che coinvolgono animali sono finalizzati al miglioramento della salute e del
    benessere degli animali stessi.
    Preso atto della necessità della sperimentazione animale, è doveroso garantire il massimo rispetto degli animali
    utilizzati, che non può limitarsi alla sola cura delle loro condizioni igieniche e sanitarie, ma deve tener conto
    anche delle loro esigenze biologiche e caratteristiche comportamentali.
    Pertanto, è necessario il riconoscimento della diversa rilevanza dei fattori in gioco nella definizione dei bisogni
    degli animali, in relazione alle peculiarità fisiologiche, etologiche e zooantropologiche delle diverse specie, ed è
    necessaria la definizione di un codice di buone pratiche di gestione di qualsiasi nuovo modello animale di
    malattia.
    A tale scopo si può prendere spunto dal lavoro di un gruppo di esperti, nominato nell’ottobre del 2000 dal
    Comitato Nazionale per la Bioetica (CNB), sul rapporto tra bioetica e scienze veterinarie, considerato
    prevalentemente dal punto di vista della conservazione del benessere animale e delle sue relazioni con la salute
    umana.
    In riferimento alle raccomandazioni proposte dal gruppo di cui sopra, l’uomo, nei confronti delle differenti specie
    animali, non solo deve rispettare le loro disposizioni di ordine filogenetico, ma soprattutto deve assumersi una
    responsabilità di cura nel predisporre loro un habitat adeguato, nell’ambito dell’allevamento, dell’ospitalità, della
    gestione e della conduzione, e nel salvaguardare la loro biodiversità.
    Sulla base di queste indicazioni, quindi, è possibile giungere a definire livelli standard che tengano conto degli
    interessi specifici dell’animale nei diversi contesti sperimentali.

    Ovviamente i campi di ricerca che maggiormente richiedono uno sforzo per lo sviluppo di metodi alternativi sono
    quelli dove l’uso degli animali è imposto dalle normative che regolano l’immissione di sostanze di qualsiasi
    natura sul mercato.

    Lo screening preclinico dei farmaci per uso umano o veterinario, le indagini di controllo della
    qualità dei prodotti immunologici, le valutazioni tossicologiche per la definizione dei parametri di tollerabilità dei residui nelle derrate alimentari (MRL) sono esempi di percorsi sperimentali che prevedono lo sviluppo di un insieme di studi tossicologici, farmacologici, farmacocinetici, di efficacia e tollerabilità sull’animale da laboratorio o, nel caso di sostanze destinate al campo veterinario, anche sull’animale di destinazione.
    Nell’ambito di queste sperimentazioni in vitro, inoltre, la messa a punto di metodi che prevedono l’impiego di
    substrati (cellule, tessuti, organi) derivanti da specie animali da reddito, e quindi prelevabili al momento della
    macellazione, permette di ottemperare in pieno alla qualificazione di metodo alternativo.

    Per la valutazione degli aspetti farmaco-tossicocinetici, di efficacia e tollerabilità di farmaci e vaccini, non si può ipotizzare la sostituzione dell’animale sperimentale. Tuttavia l’uso di modelli in vitro può essere utile per raccogliere informazioni tali da
    permettere, successivamente, un più razionale uso dell’animale.

    Inoltre, l’applicazione di tecniche di biologia molecolare nella validazione e controllo dei vaccini ha portato una
    notevole riduzione dell’uso di animali da laboratorio in quanto permette, ad esempio, di individuare rapidamente e
    con precisione la presenza di contaminanti biologici nei vaccini senza ricorrere ai classici test su animali da
    laboratorio.

    Con riferimento ai modelli animali per lo studio di malattie si ritiene di particolare interesse quello relativo alle
    malattie infettive. Lo studio dei meccanismi patogenetici di molte malattie infettive dell’uomo, la validazione di
    test diagnostici e la valutazione di protocolli terapeutici o immunizzanti richiedono la realizzazione di appropriati
    modelli di infezione in vivo. In molti casi questo obiettivo può essere perseguito utilizzando specie animali nelle
    quali sono osservabili patologie simili da un punto di vista eziologico, patogenetico o clinico (infezioni da
    herpesvirus, infezioni da retrovirus, ecc…).

    A questo va aggiunto che, con sempre maggiore frequenza, si osservano nell’uomo malattie infettive “nuove” o
    “emergenti” causate da patogeni (virus o batteri) che, da più tempo, sono conosciuti come responsabili di gravi
    patologie negli animali (paratubercolosi dei ruminanti).
    In tal senso sono indicativi i recenti focolai di Severe Acute Respiratory Syndrome (SARS) osservati nell’uomo e
    attribuiti ad infezione da coronavirus.

    Questi virus, mentre nell’uomo determinano generalmente infezioni a decorso benigno e autolimitanti, negli animali (topi, carnivori) possono essere responsabili di gravi patologie anche ad esito letale. Uno degli aspetti più interessanti della replicazione dei coronavirus è l’accumulo di mutazioni puntiformi o ricombinazioni in grado di far sviluppare nuovi ceppi e, in taluni casi, nuovi sierotipi di
    virus con modificazioni dell’organo-tropismo e/o del potere patogeno.
    Questi fenomeni sono ben individuati in
    diverse specie animali (suino, gatto, cane).

    L’impiego di modelli animali può quindi risultare strategicamente indispensabile per approfondire alcuni aspetti patogenetici ed immunologici di alcune importanti malattie infettive dell’uomo.

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  19. Luminamenti, mi scusi, ma perchè non fa riferimento ai testi che cita pedissequamente?
    Almeno per correttezza nei confronti degli Autori, visto che ha fatto un copia&incolla: si riconosce – a proposito dell’ultimo post – in questo?
    http://www.ministerosalute.it/bandi/documenti/tematica10.pdf

    Gradirei un Suo commento critico su almeno uno dei lavori citati nel posto gentilmente inserito dalla redazione (c’erano dei problemi nei link e non riuscivo a postarli direttamente).
    Grazie, salutissimi
    David

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  20. Visto che ci sono, riporto un contributo del Dr. Stefano Cagno, tratto da un lavoro intitolato “Apriamo gli occhi sulla vivisezione”.
    Credo che sia evidente a tutti la necessità di passare da un modello sperimentale basato su approcci tutt’altro che scientifici (…per far dimostrare l’efficacia di un farmaco basta trovare la specie animale che mi da la risposta che voglio…) a metodi di ricerca scientifica veri e propri. Quelli che da anni medici e ricercatori antivivisezionisti stanno faticosamente portando avanti, con pochi fondi e l’ostilità del mondo farmaceutico.
    Salutissimi
    David

    —————————————————–

    L’aspetto scientifico
    (di S. Cagno)
    I medici antivivisezionisti partono dalla semplice ed oggettiva constatazione che gli animali non sono modelli sperimentali adatti all’uomo, perché troppo diversi da noi. Ogni specie animale è infatti biologicamente, fisiologicamente, geneticamente, anatomicamente molto diversa dalle altre e le estrapolazioni dei dati tra una specie e l’altra sono impossibili. Un numero sempre crescente di medici non accetta più la validità della vivisezione come dogma e considera antiscientifici gli esperimenti sugli animali.

    Questi esperimenti non portano ad alcuna reale conoscenza sugli effetti di una eventuale sostanza da provare (come ad esempio un farmaco), perché animali di specie diverse, come pure di razze diverse o addirittura di ceppi della stessa specie, rispondono in modo diverso ad un dato stimolo. E’ sufficiente dire che il 60% delle risposte dei topi differisce da quelle dei ratti, specie a loro molto simile. E, dunque, se il risultato ottenuto sul topo è diverso da quello ottenuto sul gatto, diverso da quello ottenuto sul cane ed anche da quello ottenuto sul ratto, a chi somiglierà di più l’uomo: al topo, al gatto al cane o al ratto? La risposta non si può sapere a priori. Solo dopo aver sperimentato sull’uomo si scoprirà, volta per volta, a quale specie e razza egli assomigli di più in quel particolare caso.

    Risulta quindi chiaro che la vivisezione è dannosa per l’uomo, per due ragioni principali: si sperimentano direttamente sull’uomo sostanze che non hanno subito alcun vaglio preventivo (dal momento che il risultato della sperimentazione sugli animali non è in alcun modo predittivo per l’uomo) e si corre il rischio di scartare sostanze che potrebbero essere invece di grande aiuto per l’uomo, per il solo fatto che su di una particolare specie sono risultate tossiche.
    I vivisettori sanno comunque, (ma lo dicono solo nei casi in cui fa loro comodo) che ciò che vale per un animale può benissimo non valere per l’uomo e molto spesso, una sostanza risultata tossica per una o più specie viene ugualmente sperimentata sull’uomo.

    Vale la pena di sottolineare che la sperimentazione sugli animali fornisce ai produttori di farmaci la possibilità di selezionare la risposta, variando la specie animale o semplicemente le condizioni dell’esperimento, con il fine di commercializzare, in un’ottica di profitto, migliaia di farmaci che, una volta in commercio, si rivelano spesso inutili e talvolta dannosi. La sperimentazione animale fornisce così una comoda (ma per noi pericolosa)
    tutela giuridica alle aziende farmaceutiche. Esistono circa 200.000 specialità farmaceutiche in commercio nel mondo, mentre quelle ritenute utili dall’Organizzazione Mondiale della Sanità sono soltanto 300-400.

    Ecco alcuni tra i moltissimi esempi di sostanze che hanno effetti opposti sull’uomo e sull’animale: la pecora ed il porcospino possono ingoiare quantità cospicue di arsenico, notoriamente velenoso per l’uomo. La stricnina lascia indifferente la cavia, il pollo e la scimmia in dosi sufficienti ad uccidere un’intera famiglia umana. L’amanita phalloides, fungo velenosissimo di cui pochi grammi sono per noi letali, è del tutto innocua per gatti e conigli. L’insulina provoca malformazioni nelle galline, nei conigli e nei topi, ma non nell’uomo. La stessa penicillina è letale per le cavie da laboratorio (ma fu una enorme fortuna per l’umanità che fosse stata sperimentata sui topi, come dichiarò lo stesso Florey, uno degli scopritori insieme a Fleming).

    Questo è il percorso che solitamente seguono le scoperte biomediche: esse nascono da uno studio epidemiologico (ossia dall’osservazione e lo studio statistico di gruppi di persone) oppure da un’osservazione clinica casuale. Poi si cerca di ottenere sugli animali lo stesso fenomeno già riscontrato sull’uomo, sperimentando su varie specie, fino a trovare, di volta in volta, la razza ed il ceppo che diano quella determinata risposta. La scoperta verrrà accreditata dalla medicina ufficiale solo dopo che l’esperimento sugli animali è risultato positivo. La vivisezione ha dunque portato gravi danni in tutti quei casi in cui un risultato già noto sull’uomo non è stato considerato valido perché non poteva essere riprodotto su alcun animale: così gli effetti dannosi dell’alcool, del fumo di sigaretta, dell’amianto, del metanolo, etc. non sono stati considerati “provati scientificamente” per moltissimi anni, con grave danno per la salute umana.

    Per quale ragione, allora, si esperimenta ancora sugli animali? Lo si fa in grande parte per favorire le carriere universitarie, basate sul numero di pubblicazioni prodotte, essendo gli esperimenti sugli animali (non importa se già effettuati migliaia di volte) la via più facile e veloce. Inoltre, come già illustrato, la sperimentazione sugli animali costituisce per le industrie una sicura tutela giuridica per ogni eventuale contenzioso. Eppure, in Italia, in undici anni sono state ritirate per inidoneità o perché pericolose oltre 22.000 specialità farmaceutiche, la cui efficacia ed innocuità era stata garantita dalla sperimentazione animale. Il General Accounting Office
    statunitense ha passato in rassegna 198 nuovi farmaci dei 209 commercializzati tra il 1976 e il 1985 ed ha trovato che, il 52% di essi presentavano “gravi rischi emersi dopo l’approvazione” che i test sugli animali non avevano previsto. Del resto, si è saputo che negli Stati Uniti le malattie iatrogene (provocate dai farmaci) costituiscono la quinta
    causa di morte.

    Un dossier pubblicato recentemente su “Scientific American” apre un primo spiraglio nel mondo scientifico “ufficiale” alla posizione critica verso la sperimentazione animale. Un altro articolo di “The Sciences” (organo della New York Academy of Sciences) commenta come la notizia dei presunti successi della cura Folkman per il cancro (sperimentata solo sui topi) che utilizza l’angiostatina e l’endostatina, abbia acceso molte false speranze: “…anche se qualsiasi sostanza oggi in uso per la cura del cancro è stata provata per la sua efficacia sui topi, la relazione tra gli effetti benefici dei farmaci sui topi e gli effettivi benefici riscontrati clinicamente sui pazienti è circa del 10%. Questa percentuale così bassa porta a due considerazioni. La prima è che l’angiostatina e l’endostatina, fino ad oggi provate solo sui topi, potrebbero, entro breve, raggiungere la lunga lista delle vantate “cure” per il cancro che facevano meraviglie sui topi, ma sono fallite con i pazienti umani. La seconda è quella fatta da alcuni ricercatori per il cancro, che infine hanno iniziato a chiedersi se delle cure promettenti possano essere andate perse, perché risultate non efficaci sui topi”
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  21. Riporto anche alcune brevi considerazioni di un altro ricercatore italiano, scomparso purtroppo tre anni fa.
    Mi riferisco al prof. Pietro Croce, uno dei più grandi patologi italiani (la sua fama ha attraversato tutti gli oceani). Ha lavorato alla Colorado University, a New York, a Toledo nell’Ohio, poi a Barcellona, ma soprattutto è stato primario di Microbiologia e Anatomia Patologica all’Ospedale Sacco di Milano dal 1952 al 1982.
    Non so se Luminamenti ha avuto modo di leggere “Vivisezione o Scienza” (pubblicato nel 2000 da Calderini Edagricole), testo che mise a nudo le contraddizioni e la follia del metodo positivista su cui si basava (e si basa) la sperimentazione sugli animali.
    Dopo aver analizzato la sperimentazione nei suoi vari aspetti, Croce passa in rassegna i veri metodi scientifici per una ricerca biomedica che porti a risultati veri e sicuri.
    “Sulla via di Damasco” s’intitola il primo capitolo, perché lo stesso prof. Croce eseguì per anni la sperimentazione sugli animali. Nel suo libro scrive: “obbedivo a un’ammuffita logica positivistica che m’era stata imposta durante gli studi universitari”.
    Ma, da buon ricercatori coscienzioso si chiese: “Ci deve essere qualcosa di sbagliato nella prassi medica. L’errore è semplicemente il metodo. E se è sbagliato il metodo, sono sbagliate anche le conclusioni”.

    Una buona lettura che consiglio a chi ha veramente intenzione di saperne qualcosa di più sul tema della sperimentazione animale!
    Salutissimi
    David

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  22. A proposito di “metodi alternativi”, segnalo questo articolo uscito nel 2006. Si riferisce a 23 metodi sostitutivi alla sperimentazione animale per testare la tossicità di farmaci per la lotta contro il cancro e altre malattie.
    Poca cosa? Non direi!

    Fonte:
    http://www.molecularlab.it/news/view.asp?n=3951
    Stralcio:
    I nuovi test utilizzano colture cellulari anziché animali per stabilire la tossicità dei farmaci contro il cancro e per individuare medicinali contaminati. Si tratta di nuovi metodi più accurati dei test sugli animali e pertanto renderanno più sicuri i prodotti in questione.

    Il prof. dottor Hartung, direttore dell’ECVAM, ha evidenziato la propria soddisfazione per l’approvazione dei nuovi metodi, affermando: “Abbiamo registrato un incremento del 40 per cento dei metodi convalidati nell’arco di un solo giorno”.
    L’ECVAM ora dispone di 23 metodi alternativi approvati, rispetto ai 17 precedenti.

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  23. Mi viene chiesto: “Luminamenti, mi scusi, ma perchè non fa riferimento ai testi che cita pedissequamente?”

    Mi spiace per lei, ma parla al plurale di testi. Se legge i miei post si accorgerà che cito normalmente le fonti quando le possiedo. Nel caso che lei riferisce l’avevo inserita, lo chieda ai misteri di registrazione sul server.
    Lei stesso mi dice che ha avuto dei problemi a postare direttamente i suoi commenti, ma da persona che vuole essere all’altezza di verificare un discorso metodologico sulla sperimentazione le sfugge – nel senso che non l’ha manifestata – l’elasticità mentale di pensare che forse il link non c’era ma non era colpa mia, difettando così già di pregiudizio. Ma poi, non è nel merito che dovrebbe esprimersi su quell’articolo? non mi sembra di averlo fatto. Né è ripostando link di ricerche e affermazioni che già conosco che si presenta una prova che non c’è. Mi ha ripostato nuovamente delle cose che sono sempre a livello di ipotesi che mancano di validazione sufficiente. Non si può scherzare con la sicurezza dei malati, occorrono ancora molti approfondimenti e mettere da parte le convinzioni ideologoche che spingono a credere al tale risultato piuttosto che a un altro. Già c’è un imponenente riduzione dei modelli animali e tutti saremmo contenti della loro sopressione ma adesso non è possibile e difficilmente sarà possibile aborili totalmente. Vedo che non ci sono state risposte a nessuna delle osservazioni di carattere metodologico che ho postato in vari post. Lo stesso Veronesi che è contrario alla sofferenza animale si dimostra realizza e stigmatizza chi vuole intorbidire le acque con la parola vivisezione e proprio lui è un’oncologo che sa bene che quei risultati in vitro sono insufficienti. Sì conosco e seguo gli studi dell’ECVAM (faccio notare che avevo già postato un link dove è citato l’ECVAM) Lei mi posta il link di molecularlab. Che grande scoperta! Ma come vede i topi si usano, sono necessari e muoiono! Ma certamente l’ECVAM ha fatto passi avanti, ma ancora dire che i farmaci antitumorali si possono progettare senza animale non lo dice neanche l’ECVAM e poi per quanto riguarda i metodi alternativi occorrerà vedere i trial clinici sugli uomini e i risultati. Dato che si danno i farmaci antitumorali ai malati allo scopo di farli guarire dai tumori e non per salvare gli animali.

    Io ho postato altri commenti totalmente spariti. Per intero.

    Le cose che lei ha scritto sono abbastanza già sapute, già vecchie e sopratutto tut’altro che verificate. Certamente serve una speculazione teoretica sui metodi alternativi, ma ancora per molte situazioni né ci sono prove di validazione che garantiscano la sicurezza e l’efficacia, né è possibile cancellare con una spugna in un giorno l’intera storia della medicina anche recente che conferma la validità del modello in vivo animale.

    Ma Dio santo!!! che grande scoperta quelle delle colture cellulari in vitro, siamo ancora a questo livello del discorso? mi viene da sbadigliare! Nessuno mette in dubbio l’utilità delle colture cellulari in vitro, ma non c’è nessun indizio – anzi ce ne sono molti altri – che delle colture cellulari in vitro funzionino come in vivo, invece c’è una montagna enorme di evidenze sperimentali con metodo galileiano, cioè riproducibili e ripetibili (cosa ancora non raggiunto con nessun metodo alternativo sperimentale)che le cellule in vivo hanno una fisiopatologia più rispondente, dato che tutti gli studi sulla comunicazione cellulare, mostrano la complessa relazione cibernetica tra le cellule di un tessuto tra di loro, quella del tessuto di un organo con altre tipologie istologiche di quell’organo, la relazione di quell’organo con l’apparato a cui appartiene, la relazione di quell’apparato con gli altri apparati. Basterebbe pensare alla complessa modulazione del sistema PNEI per rendersi conto di come un evento in un distretto lontano abbia ripercussioni cronotopiche altrove nel’organismo. Tutto questo è estremamente lontano dai risultati che si possano avere in vitro e che certamente sono -ma già lo sono – una delle tappe iniziali di studio.
    Tutta la storia della fisiologia e dell’anatomia e della stessa patologia generale umana è il risultato dello studio fisiologico, anatomico e patogenetico degli animali. Moltissime scoperte in questo campo sono il risultato di studi sugli animali. Si tratta di fatti e non di teorie. E certamente questa parte della storia della medicina contempla anche fatti molto sgradevoli, esperimenti inutili, e altre aberrrazioni che fanno parte della sua storia.

    Riassumo alcuni concetti spiegati in maniera abbastnza semplice da Wikipedia. Una spiegazione più elementare per chi non ha molte basi di alfabettizzazione scientifica.

    I sostenitori della necessità della ricerca su modelli animali affermano che:

    1. Se i farmaci superano tutti i test condotti in provetta e al computer, devono poi essere testati su animali da laboratorio. Questi test danno importanti informazioni su come un farmaco reagisce in un essere vivente, e spesso mostrano effetti collaterali che non erano stati previsti precedentemente.
    2. Osservando gli effetti dei vari stimoli su animali non umani, è possibile formarsi delle aspettative legittime circa i probabili effetti di questi stimoli sugli esseri umani.
    3. Attraverso la sperimentazione animale possiamo capire i meccanismi causali della condizione sotto esame.

    Secondo questa posizione, gli animali sono dei modelli causali analoghi (CAM – causal analog models), e la funzione primaria dei test sugli animali è quella di scoprire i meccanismi causali che producono e dirigono il corso della patologia negli animali; questi risultati vengono poi estesi per analogia agli esseri umani.
    La comprensione dei meccanismi causali rilevanti negli umani serve poi agli scienziati per prevenire o trattare le malattie (AMA 1988).
    La generalizzabilità da modello a soggetto modellato viene basata sulla vicinanza filogenetica tra i soggetti, presupponendo che questa vicinanza evolutiva implichi una vicinanza anche nei meccanismi (fisiologici, patologici, molecolari, ecc.) studiati.
    Altre ipotesi sulla validità della sperimentazione animale sono quella strumentalista (“sappiamo che gli animali sono causalmente simili agli uomini grazie alla nostra esperienza”) e quella basata sulla storia della medicina, che testimonierebbe in molti casi l’utilità della sperimentazione animale.

    Per quanto riguarda i risultati della sperimentazione animale, secondo gli studiosi ad essa favorevoli la ricerca basata su test animali ha avuto un ruolo fondamentale in larga parte delle scoperte mediche dell’ultimo secolo, come ad esempio i vaccini e agli antibiotici per la prevenzione e il trattamento delle infezioni e gli anestetici usati in tutte le forme di chirurgia.

    Nel maggio del 1881, Louis Pasteur eseguì un esperimento pubblico per mostrare l’efficacia della vaccinazione. Selezionò due gruppi di 25 pecore, uno dei quali venne vaccinato con due somministrazioni distanziate di 15 giorni di un vaccino da lui preparato. Trenta giorni dopo la prima iniezione ad entrambi i gruppi venne iniettata una coltura di batteri di antrace vivi. Il risultato fu sorprendente: tutte le pecore vaccinate riuscirono a sopravvivere, le altre 25 morirono in pochi giorni.

    La scoperta dell’insulina viene spesso citata come un altro chiaro esempio del contributo della sperimentazione animale al progresso della medicina: Frederick Grant Banting e Charles Herbert Best, negli anni venti, scoprirono che l’iniezione di un estratto di cellule pancreatiche che contenevano l’ormone dell’insulina alleviava nei cani i sintomi del diabete.

    Gli interventi cardiochirurgici a cuore aperto, la dialisi e i trapianti renali, i trattamenti per l’asma, per la leucemia e per la pressione alta, sono per i fautori di questa tecnica sperimentale solo alcuni altri fra i progressi clinici resi possibili grazie alla ricerca medica e ai test condotti sugli animali. Inoltre, sempre secondo i suoi fautori, negli ultimi decenni grazie alla ricerca basata su sperimentazioni animali si è iniziato ad affrontare patologie difficili e complesse come i tumori, i problemi cardiaci più gravi, nonché infezioni di nuova natura come l’HIV, e farmaci più efficaci nella prevenzione del rigetto nei trapianti di organi sono stati sviluppati negli anni ottanta e novanta grazie ai test sugli animali.

    Le organizzazioni mediche e scientifiche citano il caso della talidomide per sostenere l’importanza dei test animali nella prevenzione del rischio di difetti congeniti nel nascituro. Rifacendosi alla vicenda, esse sostengono che la tragedia della talidomide fu dovuta al fatto che i modelli animali non furono usati nel giusto modo, in particolare che non furono usati modelli animali gravidi, e concludono affermando che i cambiamenti e i miglioramenti introdotti in seguito assicurano oggi che errori simili non possono più verificarsi.

    La tecnica del gene targeting, che Mario Capecchi, Martin Evans e Oliver Smithies con i loro studi hanno contribuito a mettere a punto, è utilizzata oggi dai ricercatori di tutto il mondo per «costruire» topi con mutazioni inserite nei geni. La potenza di questa tecnologia è tale che il ricercatore può selezionare sia quale gene mutare sia come farlo. In pratica il ricercatore può scegliere come e quali sequenze di DNA del genoma di topo vuole cambiare, e ciò permette di valutare nel dettaglio la funzione di ogni gene durante lo sviluppo embrionale o nelle fasi successive. Il gene targeting sta avendo una ricaduta importante anche sugli studi sul cancro, sull’embriogenesi, sull’immunologia, sulla neurobiologia e su moltissime altre malattie, e ha notevoli applicazioni nell’ambito della medicina clinica.

    Secondo ciò che sostengono gli assertori della validità della sperimentazione animale, va poi ricordato che, oltre ai benefici medici e clinici, anche gran parte dei progressi in medicina veterinaria sono ascrivibili alla ricerca compiuta sugli animali.

    I sostenitori della sperimentazione animale riconoscono che la scienza medica ha sviluppato nel tempo un’ampia gamma di tecniche sperimentali in grado di fornire risposte a problemi scientifici che non possono essere affrontati dagli studi compiuti sugli animali. Tuttavia, nonostante questi nuovi sviluppi, essi affermano che l’analisi e i risultati di numerose ricerche mediche e cliniche recenti dimostrano che molte domande chiave nella scienza medica possono e potranno avere una risposta solo se verranno condotti anche studi ed esperimenti sugli animali. ( fine da wikipedia).

    Gilberto Corbellini

    Transgenico.

    Nel 1981 venivano trasformati geneticamente il primo mammifero,Nature VISITA IL SITO DI “NATURE”, (International weekly journal of science)un topo, e il primo insetto, il moscerino della frutta. In pratica nascevano i primi animali transgenici.I biologi erano già riusciti a trasferire e far esprimere in cellule batteriche dei geni appartenenti a cellule animale, e viceversa. Tuttavia l’interesse scientifico e applicativo del trasferimento dei geni apparve in tutte le sue potenzialità con la dimostrazione che era possibile trasferire e far esprimere stabilmente i geni in animali complessi come un topo e un insetto.
    L’anno successivo, il 1982, veniva dimostrato il modo di transgenizzare anche le piante e a quel punto il significato pratico dell’operazione di trasformazione genetica degli organismi viventi diventava chiaro. Un organismo transgenico, animale o pianta, è un organismo che è stato ingegnerizzato per trasportare un gene estraneo, o transgene, come parte del proprio materiale genetico.
    Il gene che si vuole trasferire viene prima isolato e quindi modificato con tecniche di ingegneria genetica, per montarlo con vettore o elementi che sono in grado di introdurlo e farlo funzionare nell’organismo ricevente, e che dipendono ovviamente dal tipo di organismo in cui lo si vuole inserire.
    Nel caso della trasformazione di animali, il transgene preparato può essere per esempio iniettato in un certo numero di uova fertilizzate, che vengono successivamente impiantate per svilupparsi a termine. In alcune uova il materiale genetico si integra in un sito a caso su un cromosoma e in questo modo diventa parte del materiale genetico delle cellule di quell’organismo. Non è ancora
    possibile decidere dove il gene deve inserirsi e spesso il gene viene rigettato o non espresso dal genoma del ricevente.
    Le tecniche per la “creazione” di animali transgenici, in cui sono stati inseriti geni provenienti da altri organismi e che si trasmettono lungo la linea germinale, sono andate incontro a importanti sviluppi nell’ultimo decennio,

    e questi animali trovavano applicazioni nell’ambito della ricerca biomedica come modelli di malattie, per esempio Aids, diabete e cancro, e per lo studio di funzioni organiche complesse, come il sistema immunitario, il sistema nervoso e lo sviluppo embrionale.

    Inoltre mucche, topi e pecore transgeniche vengono utilizzate come fabbriche viventi per produrre proteine di interesse farmaceutico come l’interleuchina 2, l’alfa anti-tripsina e fattori coagulanti.

    Animali transgenici vengono costruiti per stabilire la funzione di geni e che non si sa a cosa servono. La transgenizzazione viene inoltre praticata, come è noto, per modificare le piante di interesse agricolo in modo da renderle resistenti a parassiti, malattie,diserbanti, ovvero più efficienti nello sfruttamento delle fonti energetiche presenti nel suolo, o dotati di particolari caratteristiche
    organolettiche, nutrizionali ed estetiche. Una prospettiva importante per la sanità pubblica, che si va profilando grazie agli sviluppi recenti delle tecniche di trasformazione genetica, è quella di ingegnerizzare gli insetti vettori di agenti infettivi, o per renderli refrattari ai parassiti che normalmente trasmettono, o per cambiare le loro abitudini, creando forme che preferiscono pungere gli animali piuttosto che l’uomo.
    E’ di pochi anni fa la trasformazione genetica della zanzara Aedes aegypty, che trasmette i virus della febbre gialla e della dengue. Ed è di qualche settimana fa l’annuncio che è stata trasformata anche la zanzare Anopheles, che trasmette la malaria.Quest’ultimo risultato è particolarmente importante in quanto la malaria rappresenta un flagello terribile per l’Africa, dove uccide 3000 bambini al giorno e quasi 2 milioni di persone all’anno. Si può ora pensare di poter presto liberare nell’ambiente dei cosiddetti
    “trasformati” genetici, e assistere progressivamente alla sostituzione delle zanzare selvatiche che trasmettono la malaria con quelle non malarigene, ovvero alla diffusione in modo infettivo del vettore che porta il transgene protettivo nelle popolazioni naturali.E, un giorno, magari di costruire zanzare che funzionano come siringhe volanti, nella cui linfa cioè vengono prodotti componenti immunizzanti, e che quindi quando pungono e iniettano la linfa per succhiare il sangue, in pratica effettuano una vaccinazione.
    Ovviamente il rilascio degli organismi trangenici nell’ambiente comporta un’attenta valutazione della stabilità del cosiddetto ‘trasformato’, la sua capacità di sostituire o diffondere i nuovi geni e il rischio che il sistema di mobilizzazione dei geni rilasciato
    nell’ambiente destabilizzi altri sistemi genici. Nonché il pericolo possano selezionarsi nuovi ceppi di agenti patogeni. Si tratta di aspetti che diventeranno presto tipici problemi di “biosicurezza”. Fine

    Io invece non ho finito. E poi dovrò parlare anche delle prospettive della bioinformatica.

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  24. Riporto, in proposito, parte dell’intervento del professor Paolo Vassanelli dell’Istituto di Patologia Chirurgica dell’Università di Padova

    Mi pare abbastanza facile dimostrare la necessità della sperimentazione sugli animali in chirurgia. L’importanza la si può vedere in tutti i tempi; ci sono degli esempi veramente clamorosi. Ai primi del ‘900 la chirurgia toracica non esisteva perché non erano state fatte alcune osservazioni fondamentali sull’animale. Qual è l’ostacolo della chirurgia toracica? Quando si apre il torace, il polmone immediatamente collabisce, perché è mantenuto espanso dalla pressione negativa intratoracica e quindi, aperto il torace, collabendo il polmone la funzione respiratoria è subito compromessa. È stato soltanto quando Esberg, nel 1910, ha potuto dimostrare che dei cani potevano essere mantenuti in vita con torace aperto determinando in essi una respirazione mediante pressione positiva, che di lì a poco, è resa possibile la chirurgia toracica: e così tutte quelle migliaia di pazienti che prima erano abbandonate al loro destino, perché non sottoponibili ad alcuna terapia chirurgica sul torace, hanno potuto essere curati adeguatamente. Ma questa osservazione, che sembra tanto semplice, ha aperto la strada ad un’infinità di cose. Pensate alla rianimazione. Attualmente abbiamo degli apparecchi perfezionati che permettono di mantenere sotto respirazione controllata degli individui che hanno cessato di respirare per lunghi periodi di tempo. Inoltre questo tipo di respirazione a pressione positiva viene ormai correntemente adoperato in chirurgia per qualsiasi intervento importante. … Un altro grosso capitolo della chirurgia è quello della occlusione intestinale, cioè un arresto di contenuto, sia esso solido, liquido, gassoso, all’interno del lume intestinale. Ai primi del ‘900 si riteneva che la causa fondamentale della morte per occlusione fosse un assorbimento di tossine prodotto dai germi che si moltiplicavano notevolmente all’interno delle anse distese. Questa teoria era stata enunciata da Lemussat nel 1839. È stato solo nel 1912, che alcune osservazioni di Hatwell e Hagel nei cani hanno cominciato a sollevare alcuni dubbi su questa teoria. Cosa hanno visto? Che dei cani con occlusione alta, cioè con un blocco a livello digiunale, potevano essere mantenuti in vita purché venisse loro somministrata una semplice soluzione fisiologica per ipodermoclisi. Poi si è visto anche che, introducendo il materiale vomitato a valle dell’occlusione, gli animali venivano mantenuti in vita. A quel punto ci si dovette convincere che la morte per occlusione, almeno per occlusione alta, era causata prima di tutto da una perdita di liquidi e di elettroliti. E con questi nuovi concetti la mortalità per occlusione intestinale è diminuita notevolmente e parecchi pazienti sono stati salvati. Un altro capitolo molto importante è quello dello shock. All’inizio del ‘900 non si sapeva neanche come definirlo. La confusione era totale. Sul piano della fisiopatologia, molti pensavano che fosse dovuto ad un esaurimento dei centri nervosi vasomotori. Se attualmente possiamo dire di sapere qualcosa a carico dello shock, lo dobbiamo proprio ai modelli sperimentali che si sono prodotti sugli animali. È stato possibile ottenere delle metodiche standardizzate per riprodurre uno shock traumatico, uno shock emorragico standardizzato, in modo che si sapeva, ad esempio, quanti animali sarebbero morti se non si fosse intervenuti in quel determinato modo; e così pure per lo shock anafilattico e endotossinico. Con questi modelli è stato possibile saggiare la condotta terapeutica più idonea. Inizialmente quando i medici vedevano lo stato di shock, si preoccupavano del calo pressorio e si preoccupavano di evitare l’imminente morte del paziente somministrando adrenalina e noradrenalina. Orbene, l’adrenalina e la noradrenalina, che pure sono un meccanismo di difesa attuato spontaneamente da invertebrati e mammiferi, se utili in alcuni casi, sono, veramente, deleteri in altri. Grazie ai modelli sperimentali animali, si capisce come non tutto quello che la natura fornisce è giusto e che bisogna affrettarsi a correggerlo. Pensiamo alla febbre: quando è troppo elevata va diminuita. Ma, allora, cosa mi fa pensare questo? Che alla base della ricerca c’è questo elevato contenuto morale ed umano; se questo concetto vale per i medici in generale, vale ancor di più per i chirurghi che, più di ogni altro, si trovano a dover assistere al manifestarsi di tutta la violenza e la drammaticità del male. Il chirurgo si chiede se ha fatto tutto il possibile per salvare la vita del paziente; se è lecito fermarsi alle conoscenze attuali: è così che nasce il desiderio di una nuova ricerca. Anche allo studente, quando manifesta una vocazione chirurgica, è giusto che venga fatto presente quali sono i mezzi per poter intraprendere una ricerca che possa migliorare le cose. Qui il discorso sarebbe molto lungo… C’è un’ultima cosa che vorrei ricordare: salassare un animale oppure produrre un’occlusione è un gioco da ragazzi, chiunque può farlo. Allora vorrei anche dire che il chirurgo non cerca di mettersi in mostra o di dare spettacolo quando fa un esperimento. Proprio questo dimostra che questo individuo si sacrifica a salassare degli animali, a legare un tubo gastro-enterico a determinati livelli con operazioni di una semplicità unica: e cosa glielo fa fare se non il desiderio di contribuire al benessere dell’umanità? Detto questo mi limito a concludere dicendo che nulla può sostituire, nella ricerca, l’esperienza animale ed è impossibile per un ricercatore poter immaginare modelli meccanici o altro in grado di sostituirla.

    Dello stesso avviso si è dimostrato il professor Alessandro Pellegrini, chirurgo cardiovascolare:

    È ovvio che, per salvaguardare la vita dei pazienti, l’adozione in campo clinico di strumentazioni e di metodiche nuove debba essere preceduta da una rigorosa sperimentazione sull’animale. certamente la risposta dell’animale non è sempre strettamente sovrapponibile a quella dell’uomo, ma è fuori dubbio che è sempre più attendibile l’esperimento praticato sull’animale che quello eseguito su un robot o su un cadavere. Non è neppure pensabile che la soluzione di problemi complessi possa essere trovata eseguendo una sola volta l’esperimento. L’esperimento va ripetuto più volte, perché durante la sperimentazione sorgono e trovano soluzione problemi non previsti in linea teorica. Inoltre, non va assolutamente sottovalutata l’enorme importanza degli esperimenti che, pur non contribuendo al progredire in assoluto della scienza, servono alla preparazione delle singole équipes. Se in una divisione chirurgica giunge per la prima volta un apparecchio complesso, già sperimentato in altri ambienti, ma che richiede una particolare padronanza da parte di chi ne fa uso, è preferibile che i costituenti l’équipe ne imparino il funzionamento applicandolo direttamente ai pazienti o provandolo sugli animali? Allo stesso modo, se si ritiene utile l’introduzione di una tecnica operatoria già altrove proposta, è meglio che il chirurgo passi direttamente dalla descrizione libresca al cuore del malato, oppure che si alleni sull’animale in modo da impadronirsi perfettamente della metodica? La risposta è scontata. Considerare di nessun valore questo aspetto della sperimentazione è come ritenere che si possa diventare provetti automobilisti leggendo semplicemente dei manuali.
    Fine.

    Ma, non ho finito.

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  25. Nessuna specie animale può costituire il modello sperimentale di nessun’altra specie: solo un giudizio grossolano può accontentarsi di somiglianze morfologiche come “anche il cane, come l’uomo, ha una testa, due occhi… un fegato, un cuore ecc.”.
    Abbiamo perso (la medicina sperimentale ha perso) decenni nascondendoci dietro alle cavie, ora topolini ora scimmie. E, guarda caso, è il pensiero di gran parte degli stessi “vivisettori” (cfr. articoli su Nature e Scientific American).

    Un canone fondamentale, inderogabile, per ogni esperimento scientifico è la riproducibilità. Un esperimento è riproducibile quando, eseguito in qualsiasi luogo, in qualsiasi tempo e da qualsiasi sperimentatore, da un risultato sempre identico.
    Se ciò non avviene, vuol dire che qualcosa non va: o che la tesi è falsa, o che è indimostrabile, oppure che è sbagliato il metodo adottato per dimostrarla.
    Ora, la domanda è questa: la sperimentazione nell’animale (uomo compreso) possiede il carattere di riproducibilità?
    La risposta ci è data da una ricerca eseguita all’Università di Brema, dal titolo “Die Problematik der Wirkungsschwelle in Pharmakologie und Toxikologie” (problematica della soglia d’attività in farmacologia e in tossicologia):
    1) alle radiazioni ionizzanti gli animali giovani reagiscono in modo diverso da quelli vecchi;
    2) farmaci tranquillanti: forti differenze negli effetti, tra animali giovani e animali vecchi;
    3) LD-50%: nelle prove eseguite di sera morivano quasi tutti i ratti, in quelle del mattino sopravvissero tutti. Nelle prove eseguite in inverno la sopravvivenza risultò doppia rispetto alle prove eseguite in estate. Prove con sostanze tossiche eseguite su topi stabulati in gabbie affollate portarono alla morte di quasi tutti gli animali; sopravvissero, invece, tutti i topi stabulati in condizioni normali.
    Gli autori di questa ricerca, in base ai risultati ottenuti, concludono: “se differenze ambientali così lievi determinano effetti così ridondanti e imprevedibili, ciò significa che la sperimentazione sugli animali non da nessuna affidabilità nel giudicare gli effetti di una sostanza chimica. A maggior ragione, sarebbe assurdo estrapolare alla medicina umana risultati che sono intrinsecamente falsi”.
    Queste osservazioni provengono non da antivivisezionisti, ma… da vivisettori.

    Un ultimo articolo da leggere, poi chiudo e – tornando domani al lavoro – saluto cordialmente Luminamenti e la Redazione del blog che ha concesso così tanto spazio sul tema:
    Neal D. Barnard & Stephen R. Kaufman, 1997. Dispendiosa e inattendibile. Le Scienze, aprile 1997.

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  26. Che grandi scoperte. Datate! come quelle della LD! Ma questo mica significa che tutta la sperimentazione animale è sostituibile – dati casi limitati che lei mi sta fornendo che in termini di problemi di sperimentazione animale sono numericamente ridotti rispetto a tutti gli altri. Sappiamo bene che ci sono diversi test sugli animali inaffidabili, e che anche in passato se ne sono fatti di ignobili e di inutili, rimane il fatto che la quantità di scoperte medico-scientifiche risultato inoppugnabile del modello animale sono in un numero tale da offuscare completamente quanto da lei riportato e la quantià di farmaci che per la sicurezza degli esseri umani necessitano di sperimentazione animale e che oggi, dico oggi, non hanno nessun corrispettivo alternativo sicuro, è confermato anche dall’Ente che europeo che si occupa meritoriamente di ricercare nuove soluzioni agli animali. Quello che oggi è cambiato è la sensibilità dei ricercatori che cercano strade alternative, che discutono tra loro senza pregiudizi ideologici, e la possiblità già concretamente in atto di ridurre il numero delle specie adottate nei laboratori, il numero e la tipologia di interventi e le procedure sempre più sofisticate per ridurre la sofferenza o la morte di questi animali. Al momento non esiste proprio la possibilità di sostituire la sperimentazion animale con una metodica alternativa!!! Su le scienze (ho già citato gli estremi) è uscito un lavoro completo dei pro e dei contro che si guarda bene dal dire che esiste la possibilità in qualsiasi caso di sostituire la sperimentazione animale come vuolesi fare credere. Oggi sappiamo che gli antibiotici hanno interazioni complesse con il PNEI che certo non lo si può riprodurre in vitro, mentre negli animali funziona in maniera molto simile che nell’uomo.

    Nel corso degli anni Ottanta a e Novanta del novecento, l’epidemiologia è assurta a fondamento della metodologia clinica in generale. Nel 1992 è stato lanciato il movimento dell’evidence-based medicine (Ebm), la medicina basata sulle prove, che considera come standard di obiettività ed efficacia nell’ambito delle scelte cliniche i risultati dei trial clinici randomizzati e in doppio cieco, e a tali risultati ogni medico dovrebbe ricondurre il caso del singolo paziente riferendosi alle pubblicazioni accessibili attraverso la letteratura medica internazionale. L’Ebm è stata presentata come un nuovo paradigma della medicina. Rispetto al vecchio paradigma, che considerava sufficiente per un buono esercizio della pratica medica l’esperienza personale del medico e la conoscenza della fisiopatologia applicata i problemi clinici, l’Ebm ritiene necessaria la standardizzazione della scelta sulla base di uno sforzo metodologico volto a rendere riproducibili le osservazioni e, soprattutto , non considera né necessarie, né sufficienti le conoscenze fisiopatologche per avere indicazioni da seguire nella pratica clinica. Le critiche più forti all’Ebm derivano dalla tradizione dell’epistemologia deterministica, che assume l’esistenza di meccanismi biologici che producono i dati osservati a livello clinico e la loro comprensione come condizione per dimostrare una correlazione. Si tratta di un’epistemologia sottesa a larga parte della pratica, che per esempio induce a prescrivere più test in vitro, nella speranza, abbastanza ingenua, che questi portino a un aumento della comprensione dei processi biologici in un particolare paziente e quindi indirizzino verso la prescrizione di interventi più probabilmente benefici.
    Al di là del fatto che il determinismo difficilmente può essere sostenuto alla luce del modo di funzionare così altamente stocastico dei sistemi fisiologi viventi (da notare: sistemi organici in vivo, organismi viventi e non colture in vitro. Un sistema fisiologico ha un comportamento stocastico che un tessuto in vitro non ha!), rimane vero, come hanno dimostrato le ricerche psicologiche, che gli esseri umani – e quindi anche gli scienziati – quando devono cercare delle cause per spiegare eventi correlati tendono naturalmente a cercare informazioni sui meccanismi sottostanti così come informazioni più precise circa la correlazione.
    Analizzando il modo in cui le persone e gli scienziati individuano cause di eventi a partire da informazioni di natura probabilistica, è stato ipotizzato che ciò avvenga facendo uso di una nozione intuitiva di potenza causale per spiegare le correlazioni osservate.
    La frequenza osservabile che consente di quantificare in termini probabilistici la forza dell’associazione tra un effetto e una causa non è in pratica solo un numero, ma rappresenta anche un’entità teorica che spiega quella frequenza. Questa era anche l’idea che informava l’epidemiologia prima che l’Ebm enfatizzasse il ruolo esplicativo delle correlazioni statistiche in quanto tali.
    Sia chi ritiene che la medicina debba anche spiegare le malattie facendo riferimento a meccanismi biologici, sia chi assegna alla statistica solo una funziona strumentale si sta chiedendo se l’Ebm non stia determinando una deformazione dell’epistemologia medica. Nel senso che i trial clinic e le modalità inferenziali utilizzate dall’epistemologia clinica non possono essere considerati lo standard operativo della medicina. A parte i problemi pratici, riguardanti la capacità dei medici di capire la validità e utilizzare i risultati degli studi clinici sperimentali e i test in vitro, la metodologia statistica che oggi prevale in medicina sta diffondendo un’idea sbagliata del ragionamento scientifico: cioè che la spiegazione biomedica sarebbe riducibile a una correlazione statisticamente significativa, soprattutto in ambito dei test in vitro e delle simulazioni informatiche, indipendentemente dal fatto che il risultato operi una selezione tra ipotesi esplicative alternative.
    Sul piano dell’interpretazione epistemologica del’approccio statistico, continua a sopravvivere l’idea che il metodo sperimentale e l’indagine statistica rispondono a due diverse filosofia della natura.
    In realtà non vi è contraddizione fra metodo sperimentale e analisi statistica, in quanto quest’ultima tenta di modellizzare la realtà eliminando gli elementi che la rendono contingente. Anche nella fenomonologia statistica la ripetizione delle esperienze (non ovviamente una replicazione) ha un ruolo oggettivo, nel senso che solo in seguito a ripetute osservazioni controllate con l’analisi statistica può portare alla luce le regole sottostanti a fenomeni assoggettati a una variabilità essenziale. Vi è tuttavia chi ricorre a criteri statistici con spirito quasi irrazionalistico, facendo della significatività statistica di un risultato l’espressione quasi taumaturgica di una verità indiscutibile, o interpretando quella che è una particolare strategia metodologica nei termini di una visione metafisica della natura, basata sull’incertezza. L’enfasi posta negli ultimi anni sulla medicina basata sulle prove di efficacia, è un esempio di uso retorico dei risultati ottenuti attraverso l’approccio statistico, mentre la recente pubblicistica su caso e caos raramente riconosce che questi concetti sono strumenti del pensiero scientifico critico, che trovano la loro logica migliore nei sistemi viventi e non in vitro, e che, non diversamente da altri, si collocano realisticamente all’interno di una metodologia conoscitiva che non ha la funzione di fondare una visione del mondo, ma solo quella di consentire il controllo delle ipotesi.
    Le riflessioni epistemologiche sulla natura della spiegazione biologica hanno ampiamente mostrato che questa non è certamente deduttiva, in quanto in medicina non ci sono leggi universali circa l’origine del cancro o dell’infarto, ma nemmeno statistica. Questo spiega già di per sé come tutte le supposte nuove metodologie alternative si scontrino con limiti oggettivi, riducendole a n-possibilità molo piccolo. La statistica è importante per sviluppare la spiegazione medica in quanto individua correlazioni, ma queste in quanto tali non hanno forza esplicativa, perché possono essere il risultato di cause alternative confondenti.
    L’attribuizione di una relaziona casuale e quindi esplicativa fra un fattore e una malattia dipende da numerose considerazioni di coerenza incluso lo spettro completo di correlazione spiegate, l’applicabilità di cause alternative e la disponibilità di un meccanismi per il cui il fattore che produce la malattia. In pratica, la spiegazione in medicina ( e in biologia) non è mai in termini di singole cause, nel senso che non esistono malattie monocausali. Nemmeno le malattie monogenetiche sono più considerate monocausali.
    Il pluralismo metodologico – che nessun metodo esclude – quindi che non si pone come alternativo, è una necessità pratica, implicata dal fatto che la fenomenologia biologica e biopatologica è estremamente variabile in quanto risulta da una straordinaria complessità e creatività dei sistemi biologici, frutto di una organizzazione gerarchica e di interazioni che non sono rigidamente determinate. Gli avanzamenti delle conoscenze a livello genomico, proteomico, metabolomico ecc. consentiranno di mettere a punto nuovi modelli delle interazioni molecolari e cellulari che producono la cangiante realtà biologica e biopatologica. In tal senso migliorerà continuamente la capacità della medicina di identificare sperimentalmente – in parte o del tutto – i meccanismi biologici implicati nella produzione delle correlazioni statistiche rilevate attraverso gli studi osservazionali. Ma è pure utopia aspettarsi la scoperta di un algoritmo o di una serie di algoritmi in grado di dar conto esaustivamente delle dinamiche sottese alla naturale e irriducibile produttività e creatività dei sistemi viventi. Uno studio volto a stabilire in che misura sia possible comparare le informazioni genomiche a livello strutturale , funzionale ed evolutivo riguardanti organismi modello attraverso algoritmi bioinformatici, ovvero quanto conoscenze genomiche strutturali, funzionali ed evolutive siano trasferibili e predittive nel contesto dei metazoii, ha mostrato che la genomica funzionale dei metazoi dipende in modo estremamente ampio dal contesto epigenetico e dai network di regolazione proteica all’interno dei quali agisce il prodotto genico. In altri termini la predizione fenotipica – se salute e malattie sono fenotipi – non è automaticamente derivabile dalla funzione della proteina, come nel caso degli organismi unicellulari. Un sano atteggiamento pragmatico è quello che serve alla medicina. Ovvero serve limitare i tentativi dei sostenitori di un particolare approccio metodologico di imporlo come paradigma dominante o epistemologicamente superirore al’altro. In biologia, per esempio, è diffusa la tendenza A PENSARE L’ORGANIZZAZIONE DELLA CELLULA IN TERMINI MODULARI, MA NON è CHiARO SE I MODELLI FUNZINALI, TENDENZIALMENTE RICONOSCIUTI A LIVELLO DI percorsi specifici di traduzione dei segnali, siano generi naturali o costrutti logici, dato che non è facile isolare funzionalmente moduli trasduttivi dato l’esteso crosstalk tra diversi percorsi di segnalazione.
    In altre parole si sta andando alla ricerca dei principi organizzativi che governano le reti biochimiche all’interno della cellula, dato che abbastanza frequentemente la mancanza in un organismo – naturale o prodotta sperimentalmente – di geni considerati critici spesso non ha alcuna conseguenza fenotipica.
    Questo significa che il comportamento d’insieme di una rete proteica regolativa non può essere previsto a a partire dalla conoscenza delle singole interazioni, e non per motivi metafisici ma perché i percorsi di segnalazione all’interno della cellula sono degenerati, ovvero lo stesso risultato può essere ottenuto con diversi percorsi e componenti differenti. Di fatto cominciano a emergere nuovi principi che si applicano alla circuiteria biochimica intracellulare, come regolazione a feedback, degeneranza, isteresi, multi stabilità, robustezza, i quali non sono del tutto in linea con il pensiero ancora sostanzialmente meccanicistico della biologia molecolare. Di fatto questi principi agiscono solo in vivo. Vi sono inoltre una serie di aspetti fisici, meccanici e strutturali, nonchè fisico-chimici dell’organizzazione cellulare che non vengono presi in considerazione dalla biologia molecolare, concentrata esclusivamente sul programma genetico, ovvero sul software, mentre verosimilmente vi sono anche aspetti della realtà fisico-chimica, meccanica e strutturale che definiscono qualche ulteriore livello di controllo dell’informazione genetica. Per esempio, le cellule rispondo a condizioni topologiche – che non possono essere replicate in vitro – e a forze meccaniche che svolgono un ruolo centrale.

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  27. Attualmente all’Università di Padova non risulta Paolo Vassanelli, né se ne trova traccia in rete. Mi sembra che nel sito linkato da luminamenti si parli di una ricezione nel lontano 1983 e di P. (Paolo?)Vassanelli.

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  28. La premura di Pamela nel sottolineare che attualmente il professore Paolo Vassanelli (di cui ho dato anche l’indirizzo tra l’altro e un riferimento bibliografico di uno studio) non è all’università di padova, come se qualora avesse cambiato facoltà univesitaria o fosse andato in pensione o addirittura fosse morte (mi auguro di no per lui!), il contenuto di quello che lui ha dicharato a un convegno fosse privo di significato, verità (tra l’altro non ha nessuna importanza se le sue dichiarazioni sono state fatte ieri mattina o alcuni fa, dato che parla di fatti che appartengono alla storia delle scoperte mediche, contraddicendo il principio che la sperimentazione animale è sempre stata inutile e che tramite gli animali non si possa pervenire a scoperte che altrimenti non sarebbero state possibili, non i tutti i casi ovviamente, ma altamente improbabili) è un ottimo indice di quanto accade quando non si conosca la materia, di non riuscire a digerire la verità, assumere quindi una posizione puramente ideologica e non oggettiva che crea a tal punto una nebbia nella mente dell’interlocutore, che non sapendo dire altro, prova – a vuoto – a neutralizzare la significatività di un contenuto con un post altamente istruttivo per gli psicologi della persuasione come il commento numero 29.
    Su tutto il resto scritto in vari commenti – silenzio assoluto!!!

    per questa sua annotazione ALTAMENTE SIGNIFICATIVA sul contenuto espresso dal prof. Vassanelli

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  29. Dovrei replicare a commenti che glorificano torture e morte inflitte ad animali? Non posso, la policy me lo impedisce.
    L’unica cosa che mi conforta è che almeno uno di questi orrori è stato scritto più di quindici anni fa da un attualmente inesistente o non più docente professore universitario (no, non esiste in nessuna università italiana, chiunque può verificarlo con una piccola ricerca). In quindici anni molta acqua è passata sotto i ponti della ricerca scientifica.

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  30. Bisogenrebbe glorificare chi ha avuto il coraggio di fare delle scelte e grazie a quelle ha prodotto risultati chirurgici che hanno salvato molte persone. L’attualità della ricerca scientifica dice che c’è ancora bisogno degli animali per la sicurezza delle persone come ha indicato una persona cone Veronesi che la letteratura scientifica attuale la conosce molto bene, un medico e storico della medicina come Gilberto Corbellini che ho citato,L’AIRC che ha una nota e fuor di dubbio posizione per rispetto degli animali e che fa presente nell’intervista riportata nel loro sito che ho riportato della necessità e delle scoperte che si fanno grazie all’uso degli animali. Il resto dei quesiti tecnici è rimasto senza risposta come volevasi dimostrare. L’ultimo tumore che arriverà lo cureremo con i generici. Parola di esperta!

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  31. p.s I trapianti cardiaci – che oggi salvano tante persone – sono il risultato delle scelte coraggiose di Barnard e di quelli che lo hanno seguito e delle osservazioni e esperimenti che si facevano sui maiali.

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