13 pensieri su “Mi hanno fatto un regalo

  1. Caro don Fabrizio, è un caso la contrapposizione ad ” Almeno tu” o un progetto del Signore ?
    Ad ogni schiaffo corrispondono dieci carezze !!!!!

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  2. Fabrizio, ti vedo per la prima volta: non sapevo che fossi un fico, come un mio nipote su per giù della tua età che si è fatto recentemente prete. Complimenti. Peccato che ostacoli la pubblicazione dei miei racconti. Almeno così mi è stato detto.

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  3. DON MARIO, SANTO SUBITO.

    I santi sono smaglianti testimoni della bellezza di Dio, sono fessure attraverso cui passa la luce divina e che realizzano con il loro esempio un vero e proprio “apostolato di amicizia”.

    Il loro è un abbraccio che ci consola, che ci recupera alla limpidezza, alla speranza e alla gioia; contemplandoli siamo presi da stupore e rinnovato slancio e diciamo: «Signore dammi di quest’acqua perché non abbia più sete» (Gv 4,15).

    Essi sono coloro che «sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti, rendendole candide col sangue dell’Agnello» (Ap 7, 4. 9. 14) e che, pure nella sofferenza, attraverso l’abbandono fiducioso nell’Assoluto, hanno realizzato la vera vocazione umana che è quella di farsi «lode della gloria di Dio». La conoscenza di esperienze di tale fede e donazione sono per noi l’occasione per “incontrare” il Dio “nascosto”; grazie a loro, infatti, Egli si rivela, si fa visibile, si rende presente in mezzo a noi. È come se il Verbo si facesse di nuovo carne e tornasse ad abitare tra gli uomini.

    La santità, però, può essere fraintesa ed evocare fatti straordinari, diventare qualcosa di lontano e inarrivabile, mentre in realtà ognuno di noi è chiamato a fare di sé ciò che è scritto nel Levitico: «Santificatevi dunque e siate santi, perché Io sono santo». Nella volontà del Signore, infatti, la santità è apertura permanente oltre i confini della meschinità materiale, ed è per questo che ognuno di noi ha una sua chiamata, ognuno secondo la sua misura e secondo la sua dimensione, nel tessuto quotidiano delle piccole cose: anche dentro di noi c’è un mistico che sonnecchia e che attende solo un occasione per risvegliarsi.
    Tutto ciò che si sviluppa, agli inizi, è piccolo. Alimentandosi gradualmente, con continui progressi, diventa grande.

    Grande, restando umile. QUESTO ERA DOMMA.

    Con la dedizione alla preghiera e il non lamentarsi mai, l’accettazione del dolore, Don Mario era di una generosità estrema; in lui la sofferenza per la malattia si trasfigurava, era dono ed esperienza di comunione con Cristo, perché «non vi è amore più grande, che dare la vita per i propri amici» (Gv5,13). Senza vedere incrinata la radiosa speranza, i suoi occhi sono rimasti sempre rivolti verso l’alto: guardavano in alto, verso il Padre. Coloro che sanno soffrire con questa intensità, intercedono e chiedono anche per gli altri, oltre che per se stessi. Vivono in un rapporto diverso, d’intimità, di confidenza con Dio e pur nella semplicità del cuore, diventano mediatore tra noi e Lui.

    La bellezza della santità è in fondo questo ritorno alla sorgente, la serenità gioiosa attraverso cui si compie l’autentico incontro con Dio. «Non si inorgoglisce il mio cuore e non si leva con superbia il mio sguardo; non vado in cerca di cose grandi, superiori alle mie forze. Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia» (Salmo 131, 1-2).

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