Carmine Vitale – Inediti per LPELS

foglie di ficus

*Ragù

Agli angoli delle cose

Pensavi mentre giravi il sugo

Un po’ alla volta se ne andava la memoria

Come un geco all’alba nella tana

Ti ricorderò come oggi in vita

E domani vento e fiori di gerani rossi

Impazza la solitudine verso quelle foto

Come quel profumo che fa male ogni domenica mattina

Sono parole in anticipo sulla morte

Che mi vengono da un luogo angusto come il cuore

Da un dolore prematuro da un odore

Con cura asciughi le macchie silenziose

Sul bordo del lavello immacolato

Con cura riponi le stoviglie e

Aggiungi un po’ d’amore

Sai che non mi basterà questa porzione

I pugni stretti nella notte

Di una tachicardia da fumo

Di un cane abbandonato nel giardino

Di come quando ero un ragazzino

Di quando le mosche mangiavano il cortile

E il pallone correva in diagonale verso il sole

Ad ogni pasto profumato

Ad ogni età che se ne è andata

Verso casa ritorno con lo sguardo

E un ultima girata a fuoco lento

Mi dice di sperare che è lontano

Il tempo delle more e degli addii Continua a leggere

I verbi in ere

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Perché l’infinito dei verbi della seconda coniugazione – quelli che finiscono in “-ere”, per intenderci – si presenta ora in forma piana, cioè con l’accento tonico sulla penultima sillaba (vedere, temere), ora in forma sdrucciola, vale a dire con l’accento tonico sulla terzultima (credere, leggere ecc.)? Il motivo va ricercato risalendo all’origine della nostra lingua, cioè al… latino. Nell’idioma dei nostri padri latini esistevano due coniugazioni in “-ere” di cui una con l’infinito piano (vidère) l’altra con l’infinito sdrucciolo (lègere) che costituivano, nell’ordine, la seconda e la terza coniugazione. Queste due coniugazioni latine che differivano non solo nell’infinito ma anche in altre forme si sono unificate nella “parlata” durante il passaggio dal latino al volgare (l’italiano) mantenendo, però, la distinzione di accentazione dell’infinito, mentre le altre forme sono divenute uniche per entrambe le coniugazioni. Da notare che a questa coniugazione in “-ere” appartengono i verbi “fare” e “dire” che alcune grammatiche classificano rispettivamente ed erroneamente nella prima e terza coniugazione. Fanno parte, invece – come abbiamo visto – della seconda coniugazione essendo le forme sincopate dei verbi latini “fa(ce)re” e “di(ce)re”. La sincope, sarà bene ricordarlo, è la caduta di una o piú lettere nel corpo della parola. La “prova” dell’appartenenza alla seconda coniugazione si ha confrontando alcuni tempi e modi dei verbi “fare” e “dire”con altri della medesima coniugazione: facevo (temevo); dicevo (temevo); facessi (temessi); dicessi (temessi).

Estasi

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di Marta Campi

La mia scelta è stata irremovibile: il fuori ha raggiunto, per me, il massimo della rappresentabilità. Finirò i miei giorni nello squarcio più intimo, ricco di stanze e corridoi, ancora intatti. Ho deciso di percorrerli tutti, senza alcuna distrazione, con il massimo sforzo per conoscere la carezza del disarmo.

In un respiro continuo un grano di voce mi ha avvinto alla lama del silenzio.

La Fede sopravvive al corpo, al suo disfarsi, fragile. Bisogna alimentarlo di canti, imprese colme di passione affinché quella pace possa rivelarsi nell’ assenza.

Solo così conoscerò non la presunzione, non l’ambizione ma la Negazione. Il sogno del disarmo: mani occhi incendiati, senza il loro valore.
*** Continua a leggere

Il futuro che mi viene incontro

trasfigurazione

C’è un passo del vangelo che parla di un monte. Gesù ci porta tre dei suoi discepoli, una sorta di vacanza estiva, anche se i loro riposi sono poca cosa, per lo più interrotti dalla folla che ne indovina ogni movimento. Per una strana convergenza di fattori positivi, tuttavia, i quattro riescono effettivamente ad appartarsi. L’aria è fresca a quell’altezza, ci si sta da Dio. Pietro, Giacomo e Giovanni si rilassano, respirano a fondo. Gesù è concentrato in qualche suo pensiero, si mette da una parte e scruta l’orizzonte. Continua a leggere

I morti

 

 di Billy Collins

 

 

 

 

I morti stanno sempre a guardarci da lassù, si dice,

quando infiliamo le scarpe o facciamo uno spuntino

ci guardano dal fondo trasparente delle loro barche in cielo

mentre remano se stessi lentamente attraverso l’eternità.

 

Osservano le teste muoversi lì sotto sulla terra

e quando ci sdraiamo su di un campo o sul divano

storditi forse dal ronzare di un pomeriggio afoso

concludono che anche noi guardiamo loro

per questo tirano sù i remi e rimangono in silenzio

aspettano, come genitori, che noi chiudiamo gli occhi.

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Lettera dal fronte

Cara mamma,

Stasera sono un po’ euforico e ho pensato a te. Tu eri contenta che andassi in guerra, guadagno bene e ho la possibilità di fare molti allenamenti per buttare giù qualche chilo.
Sono diventato più forte, mamma, sono agile e robusto, capace di affrontare un combattimento con molti uomini contemporaneamente. Ho i riflessi pronti, sono una vera macchina da guerra.
Ricordo che hai pianto quando sono partito. Non piangevi per i pericoli che potevo correre, ma perché eri orgogliosa di me. Sono poche al paese le donne che possono vantare l’appartenenza del proprio figlio ad un corpo scelto, un corpo glorioso, il migliore. Continua a leggere

Esiste un uso efficace di Facebook o è solo una perdita di tempo?

di Sandrone Dazieri

Non riesco a far funzionare il social network come vorrei e comincio a chiedermi se sia un simpatico imbroglio. A cominciare da Facebook. Sono doverose alcune premesse: sono un buon conoscitore delle reti, che ho cominciato a frequentare dai tempi delle bbs, quindi non ho problemi tecnici o di conoscenza del mezzo. E il “come vorrei” significa che il social network, oltre a a farmi chiacchierare con estranei e lontani conoscenti (potrei riuscirvi ugualmente, visto che la mia Email è pubblica), mi aiuti nella mia professione. Che è quella di far circolare contenuti, a volte di intrattenimento puro, a volte seri, per lo più una sorta di commistione.
Ora, veniamo al caso in questione.
Su Facebook ho circa 650 amici, che è un termine improprio per definire qualcuno che si è linkato a te e mette la sua faccia sulla tua homepage (piu’ o meno) e mette la tua faccia sulla sua homepage. Questo permette all’amico in questione di poter scrivere sulla tua bacheca pubblica, di inviarti simpatici e inutili test, di essere aggiornato su quello che fai attraverso una versione facebookiana di twitter. Oltre ai suddetti amici, mi pregio di avere un fan club (!!) a me intitolato che contiene circa duecento membri (che è poco rispetto a Saviano, ma meglio di quanto mi aspettassi). Continua a leggere

Gettysburg e dintorni: un viaggio tra Lincoln e Tolkien

Testo di Giovanni Agnoloni
Foto e video Giovanni Agnoloni e Agnieszka Moroz

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Da www.alibionline.it (dove sono disponibili altri video, degli stessi autori, relativi alle conferenze citate nell’articolo e alla città di Gettysburg)

L’America come un sostrato, un livello di base cui via via si sono aggiunti altri piani, coprendoli ma non sotterrandoli. Durante il viaggio in autobus da New York abbiamo visto grattacieli e motel, tralicci anneriti dalla ruggine sopra la ferrovia e campi aperti e spelacchiati. Abbiamo toccato Philadelphia, città della Costituzione, e dato un’occhiata alla sua Chinatown, vicina alla stazione Greyhound. Infine siamo approdati a Harrisburg, capitale della Pennsylvania, e il nostro amico, il Prof. Steven White della Mount St. Mary’s University, è venuto a prenderci. Abbracci, battute in italiano e una chiacchierata sulle nostre ricerche mangiando uno spuntino in un diner. Poi il tratto di strada fino a Gettysburg. Iniziamo a parlare delle conferenze sui miei studi su J.R.R. Tolkien, a cui sono stato invitato da lui e dalla moglie, che lavora nella Biblioteca del campus di Mont Alto della Penn State University. Continua a leggere

Quella sera

pane

Chiedono ai credenti spiegazioni e ragioni sugli argomenti più sottili: sarà che ho il mal di testa, ma vedo le cose in altro modo. Forse è la sofferenza che segna ogni giorno la mia vita, quella che sento in me e leggo nelle facce della gente che ha bisogno. E’ da un po’ che digerisco a fatica la teoria e mi aggrappo all’essenziale, che per me, curato di campagna, è questo: portare amore dove non c’è, mettere il bene dove è assente. Gesù è stato avaro di teorie; ha parlato di pecore e campi, semi e figli scapestrati, fame e sete, persecuzioni e afflizioni. Il cristianesimo non ha bisogno di molto di più. L’abbraccio del padre misericordioso basta e avanza per spiegare la fede; mi è sufficiente la faccia dura che fa Gesù quando è messo alle strette ed è il momento di dare la vita, di andare dritto verso la città che uccide i suoi profeti. Finché non si fa la stessa faccia, la fede, semplicemente, non esiste. Voglio lasciarmi convincere dallo straniero che incontro sulla strada per Emmaus, stupirmi di fronte al gesto decisivo dello spezzare il pane; aprire gli occhi sull’unica necessità pensabile: offrire la vita, lasciare che l’altro cresca grazie a questa offerta e accogliere l’offerta che viene fatta a me. Una teoria sola mi interessa, quella della trinità: il Padre è la meta; e arrivo a lui attraverso lo Spirito del Figlio. La trinità articola la fede in un’idea comunitaria, esclude in anticipo qualsiasi pretesto per la solitudine. Nella stanza di Loreto, col mal di testa che non passa, mi chiedo a chi possa servire la mia vita, se continua così. Eppure la fede mi fa dire: continua a dare, il senso della vita è in quest’offerta sbilenca, nel gesto incerto sempre sul punto di spezzarsi, come il pane di Emmaus, quella sera.

Ex

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(radio alice)

di Nadia Agustoni

I puri e duri di sinistra che ho incontrato nella mia vita stanno scomparendo. Si estinguono. Disillusi su tutto se ne vanno e io non ho pensieri lucidi a riguardo. Nei brutti anni ottanta mi guardavano come un animale confuso: l’anarchica che non ha compreso la lezione di Gramsci eccetera; oppure la femminista con troppa ribellione in testa, quella che non sa aspettare che qualcosa si allinei: i tempi, l’idea, le circostanze. Non pretendevo di avere la verità in tasca e facevo infelicemente notare che bisognava calarsi nelle situazioni e non mitizzare le persone e tanto meno certe idee che troppe volte erano solo altri luoghi comuni. Negli anni novanta, ed ero in Toscana, venivo presa in giro perché vivevo in Appennino non tanto nell’attesa che cambiasse il mondo, ma cambiando alcune cose mie, mie proprio mie e impegnandomi in un fare queer che non mi facesse sconti nella scelta tra realtà e desiderio. Infine in un nord senza più nebbia, ma dove è difficile avere gli occhi puliti, mi trovo a domandare a chi mi lavora accanto, ai vecchi conoscenti e ai pochi amici, dove mai stanno andando e nel caso siano fermi che cosa aspettano.  A titolo provocatorio lascio intendere: ditemi qualcosa di sinistra! Di un po’ comunista o sindacalista! Nulla. Mi conoscono e intuiscono dove voglio arrivare e non rispondono. Non dicono: no comment, come in tv, ma sono diplomatici. Certi ideali sono morti, forse pure sepolti, ma non si sa mai, a volte ritornano e allora meglio pattinare sulle domande e lasciare cadere frasi su come la si pensa veramente solo ogni tanto. Del resto in rete leggo interviste a ex ben più prestigiosi di qualche sindacalista di paese e comunista del tempo che fu. Ex che si permettono un coraggio che altri forse vorrebbero avere. Continua a leggere

“Letteratura del Novecento in Puglia (1970-2008)” a cura di Ettore Catalano

letteratura in Puglia

di Francesco Sasso

La pubblicazione di un libro dedicato alla Puglia letteraria contemporanea giunge inaspettata, almeno per me. I risultati poi, dopo una prima lettura, sono illuminanti.

Impresa editoriale di grande respiro, la Letteratura del Novecento in Puglia (1970-2008) a cura di Ettore Catalano (Progedit 2009), più che un’introduzione alla conoscenza della letteratura pugliese degli ultimi quarant’anni, è un’imponente raccolta di saggi, frutto di un lavoro condotto da studiosi delle tre Università pugliesi (Bari, Lecce, Foggia) coordinati da Ettore Catalano dell’Università di Bari.

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Cento Madri

Alfonso Lentini, Cento Madri, Ed. Foschi, Forlì 2009

( Opera vincitrice del premio letterario “Città di Forlì”)

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di Silvano Fantini

Romanzo? Nonostante la dicitura fosse stampigliata sulla prima pagina di copertina ho dubitato che lo fosse davvero. Basta leggere le prime due pagine del libro, quelle col titolo “Mongolfiere” in neretto, per capire che siamo in presenza di un testo “altro”. Una parola tira l’altra e nessuna è fuori posto. Ti sembra di vederle quelle mongolfiere tanto sono ben descritte. Ma poi, già nelle prime righe del primo capitolo arriva la doccia fredda: il protagonista, chiunque egli sia, si confessa reo di un delitto: il più atroce. Dunque c’è un delitto. C’è un colpevole reo confesso, c’è una trama! Se c’è una trama, non può che trattarsi di un romanzo. E’ evidente. Non ancora convinto ed in cerca di una conferma corro a leggermi la postfazione. Sì, lo so che non bisognerebbe farlo, ma lo faccio lo stesso. Paolo Ruffilli, che Dio ce lo conservi, parla però di elusione della trama. Sostiene che la cifra principale del libro consiste nel descrivere una resistenza paradossale, potente e violenta, delle molte micro e macro culture al processo di globalizzazione in atto. Mmm, se è così, mi rifiuto di leggerlo. Continua a leggere

Dante nella sabbia di Jesolo

Testo di Giovanni Agnoloni

Da www.alibionline.it

Curioso il linguaggio del mondo, con le sue sincronicità. Mentre mi appresto a una rilettura dell’Inferno di Dante, in quel di Lido di Jesolo, scopro che, sotto un tendone nell’Arenile Piazza Brescia, è stata organizzata un’esposizione di sculture di sabbia ispirate a numerose scene della prima cantica dantesca. Si tratta della XIIa edizione del Festival Internazionale delle Sculture di Sabbia. Artisti di tutto il mondo (soprattutto statunitensi, ma anche provenienti dal Canada, dal Giappone, dall’Australia, dall’Olanda, dalla Russia e dalla Repubblica Ceca) – sotto la direzione dell’americano Richard Varano – hanno lavorato degli enormi blocchi di sabbia compressa fino a dar loro le fattezze di Dante, Virgilio e delle varie figure di dannati e demoni che i due autorevoli esploratori dell’Aldilà incontrarono nel corso del loro lungo percorso allegorico. Continua a leggere

La porta in faccia

loreto

Ero arrivato con l’angoscia dei conti in sospeso. Da quando è morto don Mario ho perso il padre spirituale della vita, quello che non cambieresti nemmeno con il papa, forse solo con Gesù in persona. E’ difficile confidarsi, ricostruire una storia, darsi in pasto di nuovo, dall’inizio. Mi ero prenotato per celebrare ieri, in Santa Casa, alle undici e quarantacinque. All’ultimo momento ci sono stati problemi: troppa gente, diceva il sacrista, c’è il rischio che bestemmino se arriva il prete a dire messa. Bella roba, ho pensato: bestemmiare se si celebra la messa. Alla fine ce l’ho fatta: erano contenti, nessuna imprecazione. Tornando in sacrestia, la porta era sbarrata. Ho suonato ripetutamente, neanche l’ombra di un frate. In questi casi c’è un messaggio, che ho interpretato così: devi confessarti, altrimenti ti si chiudono le porte. Nel pomeriggio torno in basilica. Vado in Santa Casa, snocciolo il rosario, poi mi fermo davanti alla cappella francese, quella con il tabernacolo dell’adorazione. Vicino a me c’è un prete, lo squadro, per vedere se può fare al caso mio. No; dove lo trovo un altro don Mario? Mi alzo, me ne vado. In quel momento si alza lui, mi chiede: può confessarmi? Ci sediamo. Mentre lui parla, mi decido: dopo, mi confessa lei? E’ un tipo serio, di poche parole, ben pesate. Impartitami l’assoluzione, mi domanda: di che diocesi è? Di Roma, e lei? Sono il vescovo di ***.
Caro don Mario, mi hai mandato un vescovo. Fai le cose in grande, come sempre. I conti in sospeso sono sistemati. Domani la porta la sbatteranno in faccia a qualcun altro.

“Tempo Molteplicità Identità”. Saggio di Antonino Contiliano

Gio Ferri, Senza titolo, 1995

[Gio Ferri, Senza titolo, 1995 ]

di Antonino Contiliano

Porre un discorso di utopia rinnovata ad opera di un’avanguardia plurale orizzontale, che ha un soggetto collettivo e dalle identità plurali, in posizione di engagement agente fuori le gerarchie della subordinazione al “principe” e alle regole di un sistema codificato, è dunque riprendere la via della poesia antagonista; l’antagonismo che rifiuta la logica dei due tempi o del rimandare l’azione utopica a tempi migliori. Vuol dire “vedere” il noûs dell’io poetico come identità plurale e “autore” collettivo di un testo altrettanto collettivo. Una simultaneità che coniuga teoria e prassi conflittuale su un terreno di comune modellizzazione e azione. E ciò vuol dire rapportarsi con un altro ‘punto di vista’, un esser-ci cooperativo che si riconosce in un divenire comune e in una temporalità storica che al tempo dà una propria intrinseca instabilità e irreversibilità.

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da: Il sonno della ruggine di Marina Pizzi

52.

or che d’affanno salirò le staffe

fango estremo la favola del mondo

al mio museo imbiancherò il sarcofago

per farne gradita la promessa.

in pieno scempio non conosco l’erba

bagnata di rugiada d’innamoramento.

le fiaccole morenti del letame

immune costo della fine.

e per domani il soccorso è scialbo

bagliore senza bulbo di rinascita

né sito con il nome della sfinge.

ancora si farà l’aria antica gola

ospitale del rantolo e la favella chiusa

sul muro senza l’asino l’attesa.

nulla. ma il dolore alquanto

senza uguali la dismisura.

53.

Perché l’ uomo ha bisogno di credere negli angeli

di Vito Mancuso

Il celebre teologo tedesco Rudolf Bultmann scriveva qualche decennio fa che “non ci si può servire della luce elettrica e della radio, o far ricorso in caso di malattia ai moderni ritrovati medici e clinici, e nello stesso tempo credere nel mondo degli spiriti proposto dal Nuovo Testamento”. Era il 1941. Consultando la più grande libreria al mondo che è amazon.com, si scopre al contrario che oggi, quando facciamo uso di ben altro oltre alla radio e all’ elettricità, i titoli che riguardano un tipo particolare di spiriti quali gli angeli ammontano a una quantità impressionante (431.556), quasi il doppio rispetto a quelli sull’ elettricità (267.520). Certo, tra i libri in vendita se ne trovano molti che hanno tutta l’ aria di un inno all’ irrazionalità ( Nelle braccia degli angeli, Come udire il tuo angelo, Guarire con gli angeli, Camminare con gli angeli, I messaggi del tuo angelo ), ma il fenomeno angelico non è riducibile a ciò. Basti considerare che non esiste civiltà e tradizione religiosa che non ne parli, che i più grandi filosofi dell’ antichità ne danno testimonianza (il caso più noto è Socrate con il suo daimonion a mo’ di voce interiore). Anche la filosofia contemporanea non cessa di produrre pensiero al riguardo, come Massimo Cacciari con L’ angelo necessario (Adelphi 1986) e come di recente la filosofa francese Catherine Chalier, allieva di Lévinas e docente all’ Università di Paris-X-Nanterre con Angeli e uomini (traduzione italiana di Vanna Lucattini Vogelmann, a cura di Orietta Ombrosi, Giuntina 2009). Continua a leggere

Giobbe

di Gianmario Lucini

«Ecco, sono ben piccino, che cosa posso replicare?

Mi porto la mano alla bocca.

Ho parlato una volta, non insisterò;

una seconda volta, non aggiungerò nulla»

Gb. 40, 4-5

Io sono Giobbe e parlo dal passato.

Icona e mito,

àfono

chiamo per nome la Giustizia.

Troppi uomini saggi hanno svuotato gli oceani

e non abbiamo che baratri.

Sento lo sguardo

padrone scrutarmi animale

inerme lo fisso, gli lecco la mano. Continua a leggere

Tanti anni fa

linosa

Credo si chiami Linosa. Si raggiunge solo in aliscafo, poi, a dorso d’asino, si arriva alla casa che ti accoglie, o nell’albergo. E’ uno scoglio nel mezzo del mediterraneo, non ci sono automobili, non c’è l’armamentario tecnologico del resto del mondo, c’è il mare, il silenzio. Forse, là, ritroverei il punto di partenza, l’esplosione da cui sono scaturiti i miei gesti, i miei pensieri. Il momento in cui ero solo e, nello stesso tempo, radicalmente unito all’esistenza che mi aveva generato. Quattro case, quattro volti, le parole delle origini che risuonano vergini, a pronunciare un senso che rischia di perdersi nel massacro quotidiano. La verità sta su un dorso d’asino, come una mattina di tanti anni fa, a Gerusalemme.

da qui

PROVOCAZIONE IN FORMA D’APOLOGO 120

Giochi d’infanzia, scuola, lavoro, amicizie ed amori: tutto un sogno, in realtà da quando son nato non faccio che salire, con sempre minore baldanza e maggiore fatica, lungo queste scale che s’avvolgono intorno a una tromba in cui non ho mai gettato uno sguardo.
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