Una cosa

gioventù

Sto traslocando da camera a camera e viene fuori di tutto. Foto a non finire. Mi stupisce vedere l’incoscienza nei miei occhi di allora: un’attesa vaga ma decisa, come se, prima o poi, qualunque desiderio potesse essere esaudito. La gioventù è una follia per certi versi salutare: non ci fosse, nessuno muoverebbe un passo, saremmo pensionati stancamente divisi fra il campo di bocce e la televisione. Qualche volta la vita mantiene le promesse. Si tratta di esistenze strane, personaggi che decidono di diventare medici, ingegneri, e percorrono esattamente quella strada, nei particolari più insignificanti. Fanno paura perché sono inattaccabili, hanno già previsto tutto, niente potrebbe farli vacillare. Ma sono pochi. La maggior parte ha assaporato il retrogusto della delusione, la rinuncia all’ideale, la resa dei conti in perdita netta. Qualcun altro ha ricevuto più di quanto si aspettasse. Ha l’aria di non credere ai suoi occhi e spesso la nasconde: teme le svolte del destino, la vendetta della sorte invidiosa. Io non rifarei tutto da capo: scarterei certi errori, fonti di sofferenze mie e altrui. Firmerei invece sotto tutte le sorprese positive, abbracci improvvisi e destabilizzanti. Una cosa mi resta, dei sogni di bambino, proprio così com’era; un filo tenue, presente con la stessa precaria, immutata consistenza: la scrittura. E’ ancora lì, a registrare perdite e guadagni in un libro invisibile che a volte ho il timore di sfogliare, per non spezzarne l’incanto inalterato.

da qui

16 pensieri su “Una cosa

  1. Nel nome della Cosa, Fabry, in nome di quel qualcosa che tiene.
    Privare i giovani di pupille piene [della certezza che qualunque futuro desiderato sarà un futuro esaudito] – sarebbe un crimine. E contro Natura. Con la mia *vecchia cumpa* parliamo spesso dei sogni solidi – PRIMA dei corpi cinici. Pure: qualcosa di Puro resta. Nonostante le delusioni, nonostante le sconfitte, nonostante gli errori [e sì che ti scrive una primatista degli sbagli]. Resta. E si resta, nonostante.

    Nel nome della Cosa.

    Grazie

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  2. “Ciò che abbellisce il deserto”, disse il piccolo principe, “è che nasconde un pozzo in qualche luogo…”

    pagine come acqua le tue, fabry

    grazie

    f&r

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  3. certi traslochi andrebbero fatti anche se non sono necessari, perchè necessario è ricordare, è ripercorrere, è rivedere…perchè “ritrovandoci” ci riavviciniamo a una parte di noi che credevamo perduta, ed anche questa è emozione.

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  4. Nonostante abbia insegnato Lettere per una vita, e nonostante gli esordi letterari come borsista studiosa pascoliana (scusate metto lì queste cose solo per presentarmi) ho riscoperto la scrittura come modo per dire parole mie solo dopo. Ossia solo dopo la pensione (parola che non mi piace perché sa di muffa (tra l’altro non gioco a bocce e guardo poca tv, ma di cui non si può fare a meno).
    Ho letto scritture di Autori e corretto i temi dei miei ragazzi; devo dire che mi sono dedicata con lo stesso rispetto verso gli uni e gli altri (anche se ovviamente …)
    Auguro buon trasloco da camera a camera, chissà che non risulti un qualche cartiglio vivo e dormiente.
    Forse questo silenzioso riflettere spostando cose e sbrogliando il filo rosso rimette in moto i pensieri.
    Saluto, con parole molto amate, e meglio delle quali non saprei davvero dire 🙂

    “Vedi, in questi silenzi in cui le cose
    s’abbandonano e sembrano vicine
    a tradire il loro ultimo segreto,
    talora ci si aspetta
    di scoprire uno sbaglio di Natura,
    il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
    il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
    nel mezzo di una verità. “

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  5. Deserto: luogo per il combattimento e la santità, per la manna e la sete
    🙂
    un sorso da un pozzo è previsto, tra una battaglia e l’altra.
    Grazie alla poesia e ai poeti

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  6. Meglio non scrivere negli anni della gioventù. Ma anche dopo sempre meglio astenersi. O se proprio si deve, scrivere sull’acqua stando però attenti a non tagliarsi i polsi prima d’immergere le mani nella scrittura: il rosso è difatti un colore troppo volgare per dar corpo a una qualsiasi storia sia essa banale o no. 🙂

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  7. Foto. Come eravamo. Ricordi. Belli e brutti.Sorrisi. Pianti. Sospiri. Sogni. Speranze. “gli occhi ridenti e fuggitivi ed il salire lieti e pensosi il limitar di gioventù. L’ingenuità. La fantasia. Guardare indietro e sentirsi dentro ancora un pò bambini. Guardare davanti e dire:
    “se un uomo sogna da solo è facile che il sogno rimanga solo un sogno, ma se molti uomini sognano la stessa cosa, il sogno diventerà realtà”.(Helder Camara arcivescovo brasiliano). Continuiamo a sognare. ciao, franco

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  8. Questi momenti di “ricordo” sono magici – fermarsi ogni tanto per ripercorrere il nostro passato e, se possiamo, le cose rimosse, per guardare meglio in avanti e continuare a percorrere la nostra strada insieme a chi ci sta vicino.

    Caro Fabrizio, io non ho il dono della scrittura, ma mi piace molto leggere chi riesce a mettere su carta quello che sente, come lo sente. E’ un dono che si fa a se stessi e agli alri. Grazie.

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  9. La memoria non dovrebbe divenire un mausoleo di ricordi. Sento che quella sana “follia” giovanile deve restare – seppur con qualche aggiustatina:-)

    Rammento la bambina, la ragazzina, la donna che sono stata. E riconosco la donna di oggi, non più quella di ieri, ma in continuo cammino… Resta, con grande fatica da perseguire, il gesto della coerenza, dell’idealità, l’amore che riempie gli occhi e il cuore. Di fronte al deserto, sì. Al medesimo che fa crescere una rosa selvatica con petali al posto degli occhi.

    La scrittura, nel nostro caso, inchiostra, imprime, “fa” la nostra esistenza: la rende senza tempo. Una fortuna immensa.
    Ma al di là di noi “privilegiati”, forse dovremo comunemente pensarci come esseri umani che non hanno bisogno del tichettio delle lancette, giacché la continua ricerca di un infinito presente non può che meravigliare sempre di Nuovo.
    Come la riscoperta di un Neo-Umanesimo…
    Dolcenotte:-)

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  10. “Una cosa mi resta, dei sogni di bambino, proprio così com’era; un filo tenue, presente con la stessa precaria, immutata consistenza: la scrittura. E’ ancora lì, a registrare perdite e guadagni in un libro invisibile che a volte ho il timore di sfogliare, per non spezzarne l’incanto inalterato.”

    molto bella questa descrizione della scrittura la cui precarietà e fragilità la assomigliano tanto alla precarietà e alla fragilità della vita;
    bisogna avere occhi nuovi, tersi, puri per scrivere di sé offrendo a chi legge non un autoritratto ma uno specchio in cui riconoscersi uomo davanti all’uomo
    senza trionfalismi o privilegi, ma con la consapevolezza che la trama che è la vita ha bisogno di attenzione all’altro (anche quando l’altro è “solo” colui che legge) per non perdersi nel nulla.

    don fabrizio continuo a seguirla con grata attenzione

    marco m.

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  11. Un filo sottile, ma tenace, quello della scrittura, un filo nello stesso tempo flessibile – si adatta alle onde, ai sussulti, ma anche alle fasi di calma piatta della nostra esistenza – e fedele. La traccia rimane. Auguro a te, Fabrizio, e a tutti noi (The Chain Gang?) provvidenziali traslochi. Dalla voce di Chrissie Hynde la mia dedica, grata, in forma di una delle canzoni che ho più amato:

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