La dimensione religiosa nel vissuto della sofferenza psichica

di don Giovanni Moletta

(Don Giovanni Moletta, sacerdote, docente, teologo e moralista, è stato un animatore della vita religiosa e intellettuale di Vicenza e del Veneto. Io lo conobbi come docente di filosofia ed ebbi occasione di frequentarlo brevemente. Mancato nel gennaio 2006, desidero ricordarlo attraverso il rigore e la passione intellettuale con cui affrontava i temi del vissuto e della sofferenza. Queste sono alcune note impiegate nei suoi corsi e conferenze.)

La sofferenza poco o tanto, prima o dopo bussa alle porte della vostra vita ed ha sempre un riflesso psichico, in quanto influisce sulla nostra psiche e spirito.

E di fronte alla sofferenza o ad una disgrazia si sente spesso dire: “Volontà di Dio”, “il Signore non vuole nessuno contento; come se la volontà di Dio fosse volontà di disgrazia”.

Dice P. Sequeri (Timore di Dio, pag. 86) : “Chi insegna agli uomini a questi piccoli che credono nel mio nome che Dio si serve del dolore degli uomini, del sacrificio delle creature, del male che li affligge, per affermare il proprio ordine e il proprio amore, farebbe meglio legarsi al collo una macina di mulino e gettarsi nell’acqua”.

Partirei da alcune esperienze.

Una persona entusiasta credente dice ad un depresso: La salute è un dono di Dio e consiste in un equilibrio psicofisico ed in una armonia tra corpo psiche e spirito. Questo equilibrio viene rotto dal peccato, per cui si cade in uno squilibrio, che è la malattia.

Che fare dinanzi a ciò?
– prendere atto del proprio peccato
– chiedere perdono a se stesso, a Dio e agli altri
– non prendere medicine
– fare parecchia adorazione al Santissimo e rilassarsi in Dio, contemplandolo.

E’ proprio così? E’ una corretta impostazione della fede?

Sempre su questa linea si muove un tipo di opinione abbastanza diffusa e che può essere descritta così: I credenti con la fede hanno una marcia in più, perché in Dio risolvono tutti i loro problemi. E’ proprio vero?

– Un’altra persona depressa mi ha detto questo: Io cerco di aiutare al massimo gli altri, perché spero che anche Dio aiuti me.
– Un altro fatto: C’è un depresso che pur tra crisi alterne (è tale dall’84) mantiene costante la sua pratica religiosa. Va in pellegrinaggio in un santuario della Madonna nel quale incontra un prete guaritore. Il giorno dopo è preso da un aumento del male per cui si fa ricoverare.
La moglie legge così la situazione: La Madonna gli ha fatto la grazia di ricoverarsi, in quanto prima d’ora non ha mai voluto ricoverarsi.

Dal punto di vista religioso mi sembra che il malato psichico abbia una triplice possibilità nei confronti della fede:

1. Possiamo dire che scatti un meccanismo del genere:
Che cosa ho fatto per essere caduto in una tale malattia? Quante colpe o peccati ho commesso?
E si vivono questi passaggi:
– aumento di sensi di colpa
– attente e scrupolose analisi
– sfogo liberatorio attraverso le pratiche religiose e attese di miracolismo.

2. Un senso di ribellione e di rifiuto.
Di fronte alla malattia psichica, il malato la sente ed interpreta come un’ingiustizia, un modo innaturale di vivere, una disperazione.
Soprattutto la vita appare come una disgrazia, come realtà invivibile, una cosa da rigettare e da rifiutare.
E’ presente l’atteggiamento del suicidio come liberazione unica del male di vivere.
A tale proposito vi è un atteggiamento e uno stato d’animo di ateismo, di assenza di Dio, di aridità spirituale molto forte, di fuga dalla preghiera, di auto emarginazione nei confronti degli altri.
In tale caso prevale un senso di rifiuto di Dio, della religione, della pratica religiosa, della vita stessa.

3. Un atteggiamento di senso critico.
La malattia psichica costituisce un periodo di sofferenza e di riflessione, che permettono una revisione della propria vita in tutte le sue dimensioni e relazioni.
E’ un fatto che mette in crisi tutta la propria esistenza a cominciare dal suo rapporto con Dio.

A tale proposito ci si libera da alcune false immagini di Dio, dai surrogati di Dio, da alcune caricature di Dio.
Da quali immagini di Dio liberarsi?

– Da un dio con la bacchetta magica: moltiplica il pane, cioè soddisfa i miei bisogni.
– Da un dio che ha bisogno dei nostri onori per sentirsi qualcuno: “se prostrato mi adorerai”.
– Da un dio geloso della mia felicità, da un dio meschino. A volte ho paura di lui e arrivo a dire: Le cose mi vanno troppo bene. Temo che Dio mi mandi qualcosa. Il Signore non vuole nessuno contento.
– Da un dio schiavista che impone obblighi e divieti attraverso i comandamenti e le disgrazie.
– Da un dio “vitamina”, che mi fornisce un supplemento di forze e di energie per affrontare le mie difficoltà al momento del bisogno.
– Da un dio “distributore automatico”. Vado lì, inserisco la mia monetina (al mio dio basta poco: una candela, una messa, un rosario) e seleziono ciò di cui ho bisogno e Dio è sempre pronto a rispondere ed esaudire i miei piccoli bisogni.
In fondo per cosa altro esiste Dio se non per aiutarmi?
– Da un dio che manda la sofferenza e fa soffrire per salvare attraverso la mia sofferenza il mondo intero.

Gesù e la sofferenza

L’impegno di Gesù contro le varie forme di male è stato costante: esorcista, terapeuta, guaritore, liberatore, redentore e salvatore.
E l’evangelista Giovanni scrive nel suo vangelo alcune espressioni veramente significative:
– Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo figlio unigenito per la vita del mondo (Gv. 3,16).
– Io sono venuto perché tutti abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza (Gv. 10,10).
– Questo vi ho detto perché la mia gioia sta in voi e la vostra gioia sia piena.

Il vangelo poi è lieto annuncio: è fede, è speranza e carità, è capacità di vivere l’amore reale e nonostante varie prove, sofferenze, ostacoli.
Che comporta questo?
Vediamo come Gesù ha vissuto la sua sofferenza, che facciamo culminare nella passione e morte, con tutto quel carico di incomprensione, di incredulità, di solitudine che ha affrontato nella sua vita pubblica.
Gesù è un uomo sano, vigoroso, che ama la vita in tutte le sue forme.
All’orto degli ulivi Gesù suda sangue e dice: “Padre se è possibile passi da me questo calice, però non la mia ma la tua volontà sia fatta“.
E la volontà di Dio non è che Gesù muoia in croce: se così fosse bisognerebbe santificare i crocifissori, perché hanno eseguito la volontà di Dio. Nemmeno è volontà di disgrazie e di sofferenze: il sia fatta la Tua volontà come in cielo così in terra vuol dire: fa che viviamo sulla terra quell’amore che tu, o Padre, vivi in cielo.
Qual è la volontà di Dio? Che Gesù viva da figlio di Dio dentro e nonostante la croce.

Che cosa vuol dire vivere da figlio di Dio nella croce

– Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno: il figlio di Dio, sano o malato che sia, viva il perdono.
– Il dono: consummatum est: più di così non poteva amare. Donò il suo Spirito di amore.
– L’abbandono: Gesù lancia un grido di protesta: Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato (Salmo 21). E poco dopo dice: nelle tue mani, o Padre affido la mia vita.

Nella sofferenza, nella malattia, di qualunque genere esse siano si possono vivere il perdono, il dono, l’abbandono a Dio, per cui la sofferenza può diventare esperienza ed espressione di amore.
Gesù non ama la croce, ma ama nella e nonostante la croce. Ed è l’amore vissuto nella croce che salva e da alla sofferenza il suo senso positivo e significativo.
In questo senso S. Giovanni parlerà di croce come gloria, come glorificazione, in quanto è la piena espressione e gloria di Cristo Signore.
“E quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me”.

Il malato psichico soggetto di pastorale

“Se per un certo verso il malato psichico non ha una piena responsabilità morale in taluni comportamenti, per un altro verso egli è spesso persona moralmente più sensibile della media e talora, come nel caso di taluni artisti, è una personalità profetica” (E. Chiavacci, Teologia morale, vol. 1° – CE – Assisi 1977, p. 86).
Il disagio, la sofferenza, il tipo di vita problematica dei malati mentali e psichici non sono solo oggetto di attenzione e cura, ma possono scandire il cammino e l’itinerario della comunità, della Chiesa.
In quale senso? Nel senso che la personalità del malato psichico fa intravedere e rende possibile tutta una qualità di vita comunitaria.

1. Il malato psichico vive nell’inquietudine e nello squilibrio psicofisico, che sente impellente in sé. E’ alla ricerca di un nuovo e diverso equilibrio umano. Per lui e per la comunità si profila all’orizzonte tutto un cammino di ricerca, che parte dall’accettazione di se stesso e giunge alla presentazione di un Dio che non accoglie secondo i meriti e le proprie doti, ma secondo la sua misericordia. E’ un Dio che non esclude, ma accoglie ed ama. E qui si fa presente un altro aspetto: il malato psichico ricerca un senso della vita, che non sia banale, ovvio, dato per scontato. A tale scopo l’esperienza, l’espressione e la trasmissione della fede potrebbero essere di notevole qualità, in quanto si inseriscono in quella forte sensibilità del malato, particolarmente acuta nell’avvertire percorsi che non siano standardizzati e superficiali. Egli sente suo il detto di Agostino: “Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”.

2. Il malato psichico è molto disturbato nelle sue relazioni con gli altri, a cominciare dalla famiglia. Si sente spesso incompreso, non valorizzato, trascurato o a volte iperprotetto. Egli chiede e dona qualità di relazione:
– non relazione dominante-dominato
– non relazione commerciale: do ut des
– non relazione banale e superficiale
– non relazione compensativa
– non relazione “solo terapeutica”
– non relazione benefattore-beneficiato
– ma relazione alla pari, paritetica, di accettazione dell’alterità “malata”.
Sono contento che tu sia tu e che tu sia differente da me. E a tale proposito il malato psichico ha un sesto senso per cogliere e discernere la relazione interessata o quella libera e liberante. E qui la Chiesa come comunità di persone, libere, fraterne, giuste e gratuite dovrebbe costituire un punto di riferimento sicuro per avviare relazioni autenticamente umane, capaci di sfidare quel “sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra”, che significa “fa che viviamo sulla terra quella qualità di amore che la Trinità con tutti i beati vive in cielo”.

3. Il malato psichico trova difficoltà di inserimento sia per un lavoro sia per la gestione del tempo libero. E qui si colloca tutto l’impegno della Chiesa, a cominciare da quella locale, per provocare e stimolare le strutture, i movimenti e le persone per dar vita ad un tipo di lavoro umano e umanizzante, in cui si esperimentano competenza, onestà e relazioni. C’è un impegno di tutta la Chiesa e di tutta la società civile, economica, politica, culturale, perché tali persone si inseriscano gradualmente nelle strutture e movimenti riabilitativi.

Da quanto detto credo che emergano con chiarezza alcuni errori da evitare e alcuni atteggiamenti da vivere.
Evitare di:
– puntare su ciò che è fonte di colpa
– riguardare il passato per trovare la causa delle proprie malattie psichiche
– incoraggiare forme di compatimento, di compassione, di pietismo in nome della fede
– dire espressioni insulse quali: credi nella vita – abbi fiducia in te – fatti coraggio e affidati a Dio, con Lui si può tutto – fatti animo, sii ottimista – esci e va con gli altri – non aver paura – ti trovo meglio – volere è potere – tutto dipende da te.
Sono espressioni insulse, in quanto si sente e si sa che sono parole vuote, tanto per dire qualcosa e che mascherano e coprono quelli che dovrebbero essere i veri e reali atteggiamenti:
– l’umiltà di non capire tutto, accettare il limite della psichiatria, per non scaricare le persone sullo specialista.
– Accettare ed accogliere il malato psichico senza pretendere da lui comportamenti normali e senza comprimerlo entro i nostri schemi.
– Non ghettizzare e non ridurre la famiglia ad affittacamere.
– Concedere tempo, non in senso magico (il tempo guarisce tutto) e senza rimuovere il problema in modo superficiale e banale.
– Condividere la sua solitudine. Egli si sente solo anche in mezzo a mille persone, perché egli è consapevole di vivere la sua esperienza in maniera singolare, con tonalità uniche e con molta sofferenza.

ALCUNE CONCLUSIONI

– E’ importante essere misericordiosi, animati cioè dalla passione vivente per tutto l’uomo ed ogni uomo.
– Rispetto: accogliere l’altro senza volerlo modificare a sé per paura di essere cambiati.
– Necessario saper soffrire e gioire un po’ di più. Chi aiuta deve essere disposto a soffrire insieme, senza cadere nella ideologia della sofferenza.

Concludo queste note con una espressione del Papa Giovanni Paolo II:
“La comunità cristiana, quando è aperta a questi fratelli, a loro vicina, accogliente, capace di instaurare rapporti veri e di offrire aiuto e sostegno, diventa autentico luogo di salute e di speranza”.

© 2003-2008 Caritas Diocesana Vicentina c.f. 95002320240

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