Come riconoscere lo scrittore che vale

di Martino Pellegrino

Una differenza tra lo scrittore di vaglia e uno da poco sta in questo: che il primo riesce a rendere nobile anche un argomento vituperoso; il secondo rende vituperoso anche il più nobile.
Esempio: in un recente romanzo, un padre sveglia suo figlio, un ragazzino orfano di madre, con parole talmente volgari che ti viene voglia di chiudere il libro e, come si suol dire, gettarlo ai porci.
Va da sé che evito di citarlo per non fargli pubblicità, anche perché mi troverei costretto a usare parolacce se non bestemmie qualunque pagina sfogliassi.
Opportunamente il professor Torchio (Carlo Luigi, altro collaboratore del settimanale La Guida, ndr) riportava tempo fa la denuncia di Foscolo: “A forza di voler diventare spregiudicati… gli uomini vanno diventando indifferenti a tutto: e la indifferenza confina con la cattiveria”.
Non parlava di scrittori, ma come risulta pertinente l’osservazione, malinconicamente pertinente, per molti di loro!
Lasciamoli perdere (al più, in sede critica, si accamperanno le solite giustificazioni: gli automatismi lessicali, i disturbi ecolalici, e poi l’ambiente degradato, e poi la scrittura mimetica, e lo stile informale… Ma bisogna proprio giustificarlo sempre, il brutto?).
Oltretutto, è tale la produzione libraria che ciascuno ha diritto di fare una cernita rigorosa, e può anche permettersi di fare il difficile.
E invece respiriamo aria pura con un esempio dell’altro tipo.
Uno scrittore giapponese dal nome per noi quasi impronunciabile, Murakami Haruki, ha scritto un romanzo dal titolo “After Dark”, che significa “dopo il buio”.
Di buio ne grava proprio tanto, a partire dal fatto che uno dei luoghi centrali del romanzo è un love hotel, una casa d’appuntamenti: la prostituta coinvolta in una brutta storia non è propriamente una santarellina, i protettori sono quel che sono, violenti e vendicativi, il cliente che la picchia e la deruba perfino dei vestiti non è un sanluigigonzaga.
Come si vede, gli ingredienti vituperosi ci sono tutti.
Dimenticavo: la maitresse naturalmente è sbrigativa, burbera e anche poco bella, e nessuna delle sue inservienti ha un passato propriamente idilliaco.
Non riassumo la vicenda, per non rovinare il piacere della lettura; evidenzio soltanto che proprio nel love hotel due povere donne si trasmettono il loro mondo segreto, in piena notte, mentre altri dormono e chi è sveglio pensa ai suoi loschi affari: l’inserviente Takahashi e la protagonista, la diciannovenne Mari, si confidano le loro personali sofferenze, e già questo è di una nobiltà ammirevole; e per giunta arrivano a discorsi di fondo, sull’eternità, sulla trasmigrazione delle anime, sul senso della religione, sul valore dei ricordi, esperienze tutte che siamo abituati a sentirci proporre in luoghi decisamente diversi.
Ecco lo scrittore degno di tale nome: non sporca mai i sentimenti, le paure, i rimpianti, nemmeno quando siano vissuti in un luogo sordido, perché insegue con pudore e cordialità la dignità delle persone e non prova gusto a sguazzare nella melma.
Scrittori come Zola o Dostojevskij, Strindberg o Grass, Roth o Beckett, sanno proporci i loro capolavori con ubriaconi, prostitute, squilibrati, maniaci. Scesi nei sotterranei del degrado non ne restano imprigionati (o affascinati, come temo per qualche scrittore nostrano), ma lo riscattano, e on con languori sentimentaloidi o astratte fughe nell’irrealtà, ma cogliendo l’ansia di riscatto che anche la persona in apparenza più abietta coltiva in sé, sotto forma di nostalgia e di rammarico, ma anche di risentimento e di rabbia.
Altri scrittori invece sembrano l’edizione riveduta e scorretta dei danteschi porci in brago, e impregnano le pagine di una scia non proprio profumata.
Non ti curar di lor, ma guarda e passa.

(pubblicato da La Guida – settimanale cattolico della provincia di Cuneo – 7 agosto 2009, p. 3)

15 pensieri su “Come riconoscere lo scrittore che vale

  1. Nooo… esistono solo libri scritti bene o male, non libri morali o immorali.
    Zola, Dostojevskij, Strindberg, Grass, Roth, Beckett sono dei Giganti della Letteratura e del Teatro, di talento geniale.

    Un conto è quando i protagonisti sono volgari. Chiaro che se parlo d’un magnaccia non potrò che dargli caretteristiche tali da renderlo credibile a chi legge. Non lo descriverò come una Carla Fracci, tranne nel caso voglia passare per idiota e incapace.

    Tutt’altra cosa è quando ci si trova nostro malgrado a dover fare i conti con chi è volgare e senza talento artistico e che, per nostra disgrazia, si prova a scrivere: restituirà agli improbabili suoi lettori personaggi modellati sulla “sua propria volgarità e perversione”, quindi ben al di sotto d’um metro pornografico. Quando si è kitsch si è kitsch e basta.

    Torniamo al vecchio assunto di Wilde: o libri scritti bene o male. Oggi come oggi siamo invasi da libri scritti male, quindi kitsch.

    Amen

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  2. Mah.
    Ho appena riletto “Bel-Ami”. Il protagonista è uno dei peggiori stronzi della letteratura mondiale. Non solo non ha nessuna nobiltà d’animo, solo cinismo e spregiudicatezza, ma alla fine è lui a trionfare.
    Dovrei buttarlo via?
    Come si sarà capito, sono d’accordo con Iannozzi. In letteratura, l’unica forma di moralità è lo stile.

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  3. Anche io sono un po’ a disagio quando sento parlare di libri morali o meno, o di autori che “riscattano” qualcosa. Io credo che lo scrittore non faccia di mestiere il predicatore, il politico, il moralista. Se tratteggia una realtà losca, non è necessario che poi questa realtà venga da lui redenta. E non credo che un romanzo “losco” possa portare chi lo legge ad essere anch’egli “losco”.
    Non mi piace pensare all’idea di un romanzo che tocca i bassifondi della realtà e che però, alla fine, ci porta a “riveder le stelle”, raccontandoci che i buono possono trionfare. La realtà è spesso tetra, brutta, il mondo in genere è ingiusto. Questo non significa che vada accettato, né che non vada criticato; ma lo scrittore può anche ritrarre il mondo così com’è, senza speranza, e non è compito suo redimerlo, a meno che non lo voglia fare espressamente.
    “Lolita” di Nabokov allora è da buttare? Non mi pare che il romanzo finisca particolarmente bene, né con una sorta di riscatto.
    Sono d’accordo invece sul discorso relativo ai “cattivi” scrittori. Ma sono tali perché non sanno scrivere, non perché tratteggiano personaggi malefici senza speranza. Lasciamo tranquilli i grandi scrittori…

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  4. So a quale libro si riferisce l’estensore dell’articolo nello stigmatizzare. Ho letto quel libro e, a mio parere, non solo è scritto bene ma ha una sua dolente poesia che riscatta personaggi sordidi che si esprimono in modo sordido (come giustamente dice Iannozzi, un padre alcolista, brutale, dichiaratamente fascista, ignorante e che vive in una baracca non può avere un eloquio da professore di Oxford). I libri si distinguono tra ben scritti e mal scritti, indipendentemente dagli argomenti che trattano. Spero di non dover mai giudicare un’opera letteraria sulla base della morale, cattolica, musulmana, buddista o calvinista che sia. Almeno in questo campo ci si lasci liberi di lasciar fuori dalla porta gli insegnanti di religione.

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  5. Il fatto che l’autore cerchi di redimere i suoi personaggi non implica che questi abbiamo commesso qualcosa di immorale.O meglio,il fatto che lo scrittore redima i personaggi non significa necessariamente che li connotti in maniera negativa.
    Io credo che spesso un personaggio venga “portato sulla retta via” o compia qualcosa di nobile sia per la voglia di sottolineare come anche le persone più “basse” ,meno “acculturate” ,sono capaci di gesti nobili;sia per la necessità di equilibrio di cui si può aver bisogno nella vita.
    Ovviamente, può succedere che io mi dia all’alcool ,che passi le mie notti a fare la “donnina allegra”,senza sentire il bisogno di elevarmi ad altro.Così come può succedere che io abbia bisogno di equilibrio nella vita: chi sà magari ogni tanto,oltre ad ubriacarmi,necessito di fare cose che richiedano una maggior coscienza (quale appunto può essere un gesto nobile).
    L’quilibrio che si cerca,ovviamente, varia dalla persona e da ciò di cui necessita. Non deve essere un equilibrio imposto da altro che non sia l’io,quanto piuttosto un equilibrio alla ricerca del proprio io.
    In due parole: quello che chiamiamo “morale” Può essere solo ricerca d’equilibrio.Solo in questa prospettiva riesco a giustificare un libro che cerca d’essere morale.

    http://www.memoriedalsottosuolo.wordpress.com

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  6. Uno scrittore che vale per me innanzitutto deve saper scrivere bene – che significa pensare meglio di altri. Leopardi per esempio scrive benissimo, la sua è una lingua plastica che esprime una mente lucidissima.

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  7. credo che si riconosca lo scrittore che “vale” come l’uomo che “vale” solo se ti sei chiesto profondamnete e corraggiosamente cosa significhi “valere” o “valore”
    confezioniamo parole per nacondere la nostra nudità e ogni uomo è uno scrittore reticente.
    credo che gli uomini abbiano bisogno di bugie per sentirsi autorizzati a dirle e per sentirsi assolti in un mondo in cui la menzogna è l’unica verità che sopportiamo.
    credo che “ogni parola che pretende di porsi al di sopra dei propri atti è una parola bugiarda”
    credo che l’arte non sia altro che un surrogato della nostra “coscienza” “un ostacolo al vero, una propagatrice di menzogna”
    ogni parola che pretende di porsi al di sopra dei propri atti è una parola bugiarda
    credo che qui ci siano persone molto buone che mi perdoneranno l’impudenza.
    molti baci
    la funambola

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  8. già che ci siamo facciamo le liste, come scarpa: lui nella sua lista dei “buoni” mette i colleghi meritevoli di incidere sui mass media e che purtroppo lì non ci sono (davvero? a me consta il contrario, hanno scritto per anni su giornali e riviste e alcuni campandoci benissimo), noi mettiamo coloro che in un romanzo mettono il quid della morale. da un lato sono in linea: credo che, anche quando ci mettiamo a scrivere delle peggiori sconcezze, sia giusto dare rilievo, nonostante tutto, a cio’ che è buono. ma io sono di impostazione cristiana, e alla fine è la pietas che mi guida. ma possiamo dare la stessa ricetta a tutti? sarebbe assurdo. in questo modo, un céline non avrebbe dovuto consegnarci i suoi capolavori, o un maupassant, come ha scritto qualcuno, non avrebbe dovuto consegnarci un “bel.ami”, il classico cattivo che trionfa. la realtà è purtroppo fatta anche di male che vince, e anche solo descrivere lo sfascio, il male, il dolore (senza sguazzarci come un fumettista qualsiasi, ecco la ricetta) puo’ essere salutare, puo’ produrre scossoni. cio’ che rende un libro migliore è il potere d’incisione, di sommovimento delle coscienze.

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  9. Il libro che in molti cercate, e’ gia stato scritto: e’ la Bibbia. O, se non credete, le favole di Esopo. Nel Medioevo, ci furono svariati tentativi di imitazione con le agiografie dei santi, le reliquie e la mistica conseguente. Ma la letteratura in senso moderno, nata forse col Faust di Goethe, connota l’umano, cioe’ il dannato (incarnato nei personaggi letterari che si fanno persone), dannato quantomeno a vivere questa vita con speranza, quando c’e’, invece che fede.

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  10. Un romanzo è uno specchio che passa per una via maestra e ora riflette al vostro occhio l’azzurro dei cieli ora il fango dei pantani. E l’uomo che porta lo specchio nella sua gerla sarà da voi accusato di essere immorale! Lo specchio mostra il fango e voi accusate lo specchio! Accusate piuttosto la strada in cui è il pantano, e più ancora l’ispettore stradale che lascia ristagnar l’acqua e il formarsi di pozze.
    (Stendhal)

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  11. A mio parere la moralità è data dal contesto culturale di riferimento, un sistema di codici variabili di epoca in epoca. Che si diventi maggiorenni a 18 anni è il frutto di una scelta culturale che di biologico non ha nulla, e magari in futuro, allungandosi la vita, crescerà l’età del giudizio. Ma senza tirare in ballo i soliti “antichi greci e romani” e il loro indulgere in una sessualità più vasta e non etichettabile – che comprendeva quella che oggi definiamo omosessualità, bisessualità, pedofilia, eccetera, e che in epoca moderna soltanto hanno assunto carattere censurabile o addirittura penale – mi limito a far notare come sia cambiata la morale comune sul consumo di alcool e sigarette negli ultimi 50 anni. Al punto da modificare vecchie foto di attori per cancellare le “bionde” peccaminose tra le labbra di Deloin o Bogart. In chiusura, consiglio un romanzo che sparecchia completamente la tavola in proposito, permettendosi tutto e il contrario di tutto. Si intitola, appunto, “Il contrario di tutto”, di Gianluca Wayne Palazzo. E rimescola il discorso, proprio a partire dallo stile che adopera.

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  12. Perché no il Corano allora?
    E’ un libro scritto male: basta cominciare dal Genesi, dalla creazione dell’universo, per trovare macroscopici errori.

    Nessun libro è stato scritto perfetto. Avrei orrore di un libro che fosse perfetto: sarebbe una formula e non una opera dell’ingegno, dell’arte.

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  13. Ok, allora restringiamo il campo, riformulo meglio la prima frase: molte anime qui dentro stanno facendo un percorso di avvicinamento all’unico libro che serve loro davvero: il Vangelo. La letteratura e’ un’altra cosa, anche inferiore se si vuole. L’importante e’ saperlo, dopo di che tutto passa in secondo piano, tanto per loro, quanto per chi crede e infine per chi viene a leggere cercando l’umano, non il Rivelato.

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  14. Ringrazio tutti per il dibattito che si è sviluppato. Ed ora spiego il perché della scelta di questo articolo. Ho passato una settimana di vacanza tra le montagne delle vallate cuneesi e, in cerca di qualche giornale locale, mi è capitato di trovare l’ultimo numero de “La Guida”. Mi ha colpito questo articolo che ho chiesto di proporre integralmente, anzitutto per suscitare la discussione che ne è scaturita. E poi… perchè presto avrà inizio a Cuneo la nuova edizione di “Scrittorincittà”, e mi piaceva verificare cosa stesse emergendo, da parte dei media locali, in sede di preparazione all’evento. L’articolo in questione, pur non raccogliendo un consenso unanime, secondo me riflette comunque un gusto che si sta affermando in una fascia di lettori e lettrici (per quel poco che ho potuto verificare): quella di rifuggire dai romanzi per palati dallo stomaco forte (Winslow e De Cataldo, per esempio, finirebbero nella black list), preferendo “L’eleganza del riccio” o l’ultimo della Calvetti. Si rischia di scegliere prodotti rassicuranti e non titoli che siano in grado di creare dissonanze, discontinuità, distorsioni… insomma, che lascino una certa tensione alla fine della lettura. Indipendentemente dal fattore esplicito necessario o ritenuto inutile.

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