da: Il sonno della ruggine di Marina Pizzi

69.

la noia del mare sullo sfondo

ingoia il gomitolo dell’aria

le risse che frantumano gli stagni.

nella tua mano s’ingaggia il primo amore

con il paltò triste degli attori

che riposano dopo le riprese.

amor sconfisse l’argine divieto

e dietro il vento che uccide ben comunque

si mise il torto che i nidi abbatte.

permesso di ventura avrò dall’angelo

che mi sonnecchia accanto.

con le muse sotto la tavolozza

vaga senza fiato la libertà dell’ozio.

intorno alla deriva del martìre

s’inventi la bella faccia di far sogno

questo veleno che legifera la sfera.

70.

e piange il giovinastro dover dipendere

dalle spoglie di occaso dal caso di competere

con la cattedra forte dello scempio.

in mano alla premessa della nuvola

c’è l’antipasto con i fegatini nani

di chissà qual cucciolo.

in una nomea di arrivo arrivi solo

verso la nomina che brevetta il pianto

o la cipolla ossuta del cadavere.

in mano alla tragedia della sillaba

c’è chi bara fecondo un anello

morto da prima di diventare cerchio.

tu muso di maretta piangi e scodelli

il mare chiaro ad uso degli amanti

diamanti creduloni per l’unto delle

cresime. invano sussurro loro la

minestra della soldatesca.

71.

a testa alta con il pastrano

lacero nel buco del bivacco

con lo sguardo che sanguina

le grotte. in tutto il censire

non ho visto la stanza

né al camino la gatta.

non mi guardare con le spose rotte

al cimitero delle sazietà

dove il mito si fraseggia favola.

72.

so del vento che mi rovista tutta

della mancanza di nacchere

per cadenzare il bello della cattedra

del cielo. in meno di uno scempio

ha dato avviso il lutto, il furto

magnifico di poter riuscire a ruba

a ruba almeno per un’estate.

così lo scarto oltremodo acerbo

butta le gemme e le visiere intonse

per sempre senza sole. quale divano

orecchierà la svista di starsene

creduli già ancora? dimentichi

la noia dell’argine e le bestemmie

in nenia? ninna la nanna la nanna

ninna mi legheranno i polsi per simboli

e cipressi?

73.

in un sudario di pane ho visto correre

lo scarabeo d’oro. nessuna fortuna

mi palpò il cuore. le formiche in tavola

m’insudiciano le cialde

del demone inventario.

tra moda e cicaleccio il nero

transito del corpo, il poco amore

in inguini divelti. qui non si accasa

il miracolo del coro o la corona

d’eco ai margini del fato.

un piatto di pasta per le gite dei merli

e uffa uffa è il verdetto massimo.

74.

rapidità di stasi

indice del ventre

questa pazienza tacita.

etica vanga aspettarsi morti.

unità del gelo questo cespuglio

sparente nel loglio agostano.

stanno le veglie un apice di senso

dove laddove c’è l’impeto del corso

aneddoto d’amore.

nel dotto cuore che meraviglia

l’ape del miele la letargia del giro.

polline e resine vederti adagio

senza lite prossimo almanacco e cielo.

75.

sono in panne in un giogo di sterpi

con la calura tragica di agosto

e le stimmate dei poveri.

76.

assoluto tamburo d’oro barbaro

qui ad inventare il crocevia della

resistenza.

pacca sulla spalla da un avventuriero

ma non basta per lasciapassare

o stamberga del restare a cavalcioni

del tronco più forte. dove si arresta

l’ombra c’è una civetta che miagola

la ronda. magia del rantolo questo paese

palese sotto il mento della donna

che giochicchia con le bambole russe

una dentro l’altra come per infinito.

il rumore stradale è un dolore di sangue

dove s’inficia il re della beltà

e la cicala tacita se stessa.

77.

scempio si riproduce

il mondo per molti versi

credo di assalto

al lutto di salso boia.

in mano all’incuria

si porge la giara

rapinata e secca.

nullaosta un panico fatale

nel parlottio del coma.

unguento e lamento la stanza

imperiale nel collo lungo di cigni

che sanno pescare al fondo.

78.

eco e sopravvivenza questa disputa

sparuta al tatto che non sa tenere

la lingua della bara di gran serra.

e m’intrometto in doglia per capire

la foga della sorte alla corolla.

79.

in tutta la cordigliera delle gambe

il divieto di vivere. giù nell’amàca

del tuo lago

sporge un sistema di allodole

un dolo antico che corteggia

di santi il calendario.

qui che vivacchia la lira della guancia

si riesuma la logica del borgo

con le casette tremule di somma.

80.

atlante storico di noi questa sfortuna

plasmata dalle vette del rosario

quando si prega in circolo e la logica

fa cilecca e la cometa appare di buona

vista, nostra. stretta pace la giara dell’olio

serve a dar fortuna e lontanando

la tana della frottola innamora

le origini più tristi. tu moristi

al cielo sulla terra per le ceneri

non viste. il panico del sale

dà l’eco di grida furibonde. e nulla basta

una miriade di pianti.

81.

15 pensieri su “da: Il sonno della ruggine di Marina Pizzi

  1. ogni frantumazione è un raccoglimento
    nella tua parola ponderata
    e secca
    certi termini sono così tuoi…
    certi interni sono così tuoi.

    Mi piace

  2. “Non mi guardare con le spose rotte

    al cimitero delle sazietà

    dove il mito si fraseggia favola”.

    Scusa se mi permetto, ma tu che ci facevi lì al cimitero delle sazietà quando lui tentò di guardarti con le spose rotte?

    Mi piace

  3. Dichtung: dass kann eine Atemwende bedeuten. Wer weiss, vielleicht legt die Dichtung den Weg – auch den Weg der Kunst – um einer solchen Atemwende willen zurück. (P. C.)

    Stehen, im Schatten / des Wundenmals in der Luft. // Für – niemand-und-nichts-Stehen. / Unerkannt, / für dich / allein. // Mit allem, was darin Raum hat, / auch ohne / Sprache. (P.C.)

    In Wahrheit singen, ist ein andrer Hauch. / Ein Hauch um nichts. Ein When im Gott. Ein Wind. (R. M. R.)

    Auf Wiedersehen.

    fm

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  4. “Per stupire mezz’ora
    basta un libro di storia
    [con internet anche meno],
    io cercai d’imparare
    la Marina a memoria”:
    “che è meglio”, come diceva uno dei Puffi.

    Grazie Marina, ciao a tutti,
    Roberto

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  5. Magari, Francesco!
    Invece non arrivo nemmeno a tenermi alle maniglie dell’autobus, se non esco con i coturni devo stare in punta dei piedi.
    Un caro saluto a te,
    Roberto

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