La scommessa

images bergmanSe è vero ciò che Christian Boltanski, uno dei più importanti artisti della scena contemporanea, afferma nell’intervista apparsa recentemente su “Le monde”, si può senz’altro dire che ormai anche l’ultimo esiguo diaframma che ab aeterno ha separato Arte e Vita è caduto definitivamente. Boltanski ha deciso una svolta che non prevede ripensamenti: lavora per “ dare realtà alle finzioni, alle parabole”. Due progetti, soprattutto: il primo consiste nel creare “una biblioteca di cuori dislocata in un’isola del mare del Giappone. Migliaia di battiti registrati. Si saprà il nome, la data, il luogo”. Del resto, già la sua installazione intitolata “Le coeur”(2004) era basata sull’amplificazione del rumore del proprio battito cardiaco, accompagnato dalla fioca luce di una lampadina che pulsava allo stesso ritmo. Il battito cardiaco: la più sintetica e scarna espressione dell’io, dell’istinto vitale, il ritorno al sé più intimo e più profondo; il battito del cuore come punto di tangenza tra tutti gli esseri, la mutua sincronizzazione tra l’artista e il resto dell’umanità. Ma è il secondo progetto, che viene anticipato in questa intervista, quello che più ‘scandalizza’. Un progetto che ha la misura aurea di un apologo: Boltanski afferma di aver conosciuto un uomo ricchissimo che vive in Tasmania. Una ricchezza conseguita grazie alla sua prodigiosa abilità nel calcolo mentale che gli ha permesso di ‘sbancare’ casinò in tutto il mondo e di esserne, per questo, interdetto. L’ex giocatore, diventato raffinato collezionista d’arte, ha chiesto a Boltanski un’opera. Boltanski ha alzato la posta, offrendo al collezionista non il solito pezzo d’artista, ma una chance irripetibile: la possibilità cioè di comperare la sua vita in vitalizio. Così, dal 1 gennaio 2010, 4 videocamere filmeranno la vita del sessantacinquenne Boltanski in diretta fino alla sua morte. Le immagini saranno diffuse in una grotta e il collezionista non potrà interromperne il flusso, né registrare alcunché. La grotta sarà aperta a tutti i curiosi. Se Boltanski morrà nei prossimi 8 anni, il collezionista riscuoterà per intero la scommessa, cioè il vitalizio. Altrimenti, se lo accaparrerà Boltanski. Tanti, forse troppi sono i topos di carattere squisitamente metaletterario che fanno dubitare della veridicità di questa storia. Questo miliardario-Satana, che compra la vita altrui e che è convinto anche di poter aver la meglio sul destino, pare uscito da una pièce scritta a 4 mani da Goethe e Henry James; le sue vittorie al casinò rimandano a Dostoewskij e a Pirandello; la caverna poi è un altro celeberrimo archetipo che attraversa per intero la cultura occidentale da Platone fino a Saramago. Ma sospendiamo la nostra incredulità e riflettiamo su questa scommessa, per capire quanto ‘sconvolgente’ sia pur in perfetta assonanza con la sua ricerca artistica. L’artista francese ha deciso di trasformare il tempo che gli rimane da qui fino alla morte in un’opera d’arte lasciando che sia la sua vita stessa, esposta come quella di tutti all’azzardo, al caso ed al fallimento, ad trasformarsi tout court ‘in gesto artistico’. Così l’antico comandamento dell’estetismo wildiano -rendere la propria vita come se fosse un’opera d’arte-trova una sua imprevedibile consacrazione da parte dell’ artista che sin dagli anni ‘60 si è interrogato sul tema dell’identità. Si pensi a quel suo filmato in bianco e nero intitolato “Entre-temps” dove il viso di Boltanski, proiettato su una tela in cotone, veniva ripreso attraverso gli infinitesimi cambiamenti apportati dal trascorrere del tempo. Era sempre la stessa faccia ritratta che cambiava impercettibilmente, fino ad apparire diversa. Ma Boltanski è stato anche l’autore che molto spesso ha usato l’idea della memoria, dell’assemblaggio di oggetti, della catalogazione-documentazione della vita umana in ogni sua forma e circostanza facendone l’ossessione principale della propria ricerca artistica. Il suo è un tentativo inesausto e perennemente in progress di rintracciare il tema dell’identità nel fluire irruento dell’esistenza, affidandosi al potere della memoria. Basta ricordare la mostra al Monte di pietà a Palermo nel novembre del 2000 dove nelle stanze buie oscillavano come fantasmi decine di camicie da notte bianche su cui erano proiettate vecchie foto. Volti di sconosciuti, proiezioni di luci e ombre a ricostruire la storia di gente anonima, che oggi non c’è più e di cui si è perduta anche la memoria. Oppure la riunione, in una grande sala del Pac di Milano nel 2005, degli elenchi telefonici di tutti i Paesi del mondo aperti alla libera consultazione, come libri di una biblioteca: ancora un’idea di “fratelli umani”, tutti coloro che nello stesso tempo sono collegati sulla Terra. Ma anche la commovente mostra dedicata alle vittime di Ustica quando Boltanski ricordò le 81 vittime della strage attraverso altrettante luci che, dal soffitto del Museo, si accendevano e si spegnevano al ritmo di un respiro. Intorno al velivolo ricostruito 81 specchi neri riflettevano l’immagine dei visitatori, mentre dietro ad ognuno di essi 81 altoparlanti emettevano frasi sussurrate, pensieri comuni e universali, a sottolineare la casualità e l’ineluttabilità della tragedia. Adesso Boltanski, in piena coerenza con i suoi lavori precedenti, ha deciso di infrangere l’ultima barriera, rompendo davvero tutti i ponti dietro di sé. Una svolta radicale che non permette ripensamenti o compromessi.

pubblicato su L’altro

2 pensieri su “La scommessa

  1. Un pezzo molto interessante, che mi porta a pormi alcune domande sul carattere performativo che assume l’arte contemporanea. Da un lato la performance mette a nudo la soggettività creatrice dell’artista, evidenziandone la portata ma anche limiti. Nel caso citato, i limiti sono addirittura ontologici, avendo a che fare con la mortalità di colui che accetta di mettersi in gioco in modo così apparentemente estremo. Dall’altro lato, però, sorge il dubbio che un tale venire in primo piano dell’artista, non faccia che esibire il lato narcisista dell’io (forse il suo lato “ineliminabilmente” narcisista?).

    C’è qualche cosa di faustiano, dice giustamente Accorroni, in questa “opera” di Boltanski: la vendita dell’anima. A vantaggio di chi? Di un magnate qualunque, a sua volta preso dall’impulso di perpetuare il proprio nome, se non di incrementare il proprio patrimonio, o di un sistema molto più impersonale? Intendo il dispositivo che fabbrica le immagini della società in cui viviamo, mettendo in mora le particolarità del carattere di ciascuno, i desideri più autentici, che pure di quel dispositivo potrebbero mettere in evidenza i tratti alienanti, spersonalizzanti. Qui, mi pare, si crea un cortocircuito interessante tra il narcisismo dei soggetti convolti e il sembiante impersonale del sistema delle immagini, in un modo che fa paradossalemte coincidere l’uno con l’altro. C’è però qualche virtù in questa identificazione di arte e vita? Venendo a coincidere in maniera immediata, arte e vita hanno davvero ancora qualche cosa da significare, o si limitano a ripetere, a ribadire, a sigillare, uno stato di cose? Laddove la vita “è” arte, senza residui, senza mediazioni, viene conservato uno spazio per una riflessione critica, ad esempio, sull’impero delle immagini, o ci si limita a proiettare i contorni di ciò che esiste, come a dire: così è, e non potrà essere altrimenti finchè vi sarà vita?

    Il “reality”, va da sè, configura la vita e l’arte occultando, in realtà, il percorso di pensiero che porta a certe scelte aristiche, proprio nel momento in cui rivendica per sè la potenza della visibilità totale.

    Non è questo il caso dell’opera di Boltanski, anche perchè Accorroni ne ha ben messo in mostra la genealogia, le implicazioni, nonchè la ricca simbologia che la attraversa e dà, appunto, da “pensare”.

    Tuttavia, resta valido, secondo me, il monito di non fare della performatività dell’arte una sorta di ideologia appassionata dell’autenticità, il cui esito sarebbe di dire tutto, senza in realtà dire niente, riducendo la comprensione delle cose e la possibilità di una loro rielaborazione critica, alla fotografia dello status quo.

    Ciao,

    Andrea.

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