L’epoca geniale

di Bruno Schulz

Bruno_SchulzCi avviciniamo ora a gran passi, nel nostro racconto, a quell’epoca meravigliosa e catastrofica che nella nostra biografia porta il nome di epoca geniale.
Invano negheremmo che fin d’ora sentiamo quella stretta al cuore, quella dolce inquietudine, quel sacro timore che precede i momenti estremi. Ben presto ci mancheranno nella tavolozza i colori e nell’animo la luce per apporre i più alti accenti, sottolineare i più luminosi e ormai trascendentali contorni di questo quadro.
Che è ormai quest’epoca geniale e quando fu?
Qui siamo costretti a divenire per un istante totalmente esoterici, come il signor Bosco di Milano, e a ridurre la voce a un penetrante bisbiglio. Dobbiamo punteggiare i nostri argomenti con sorrisi ambigui e, come una presa di sale, frantumare sulla punta delle dita la delicata materia delle cose imponderabili. Non è colpa nostra se a volte avremo l’aspetto di quei venditori di tessuti invisibili che mostrano con gesti ricercati la loro merce fasulla.
Quest’epoca geniale, dunque ci fu o non ci fu? Difficile rispondere. E sì, e no. Ci sono infatti cose che completamente, fino in fondo, non possono accadere. Sono troppo grandi per rientrare in un avvenimento, e troppo magnifiche. Tentano soltanto di accadere, tastano il fondo della realtà per sapere se le sostiene. E subito si ritraggono temendo di perdere la propria integrità in una realizzazione difettosa.
Ma se hanno intaccato il proprio capitale e hanno perduto questo o quello in simili tentativi di incarnazione, allora subito gelose riprendono ciò che è di loro proprietà, lo richiamano a sé, si reintegrano, e poi, nella nostra biografia, restano quelle macchie bianche, stimmate odorose, quelle perdute orme argentee di piedi nudi angelici, disseminate a gran passi lungo i nostri giorni e le nostre notti, mentre quella pienezza di gloria cresce e si completa incessantemente e culmina sopra di noi, passando nel trionfo di estasi in estasi.

schulz3Eppure, in un certo senso, essa è contenuta intera e integrale in ognuna delle sue difettose frammentarie incarnazioni. Subentra qui il fenomeno della rappresentazione e dell’esistenza compensativa. Un avvenimento può essere per la sua provenienza e per i suoi propri mezzi piccolo o povero, eppure, avvicinato all’occhio, può aprire nel suo interno una prospettiva infinita e radiosa grazie al fatto che un ente supremo si sforza di esprimersi in esso e vi risponde vigorosamente.
Così, dunque, raccoglieremo queste allusioni, queste approssimazioni terrestri, queste soste e tappe lungo le strade della nostra vita, come frammenti di uno specchio rotto. Raccoglieremo pezzo per pezzo ciò che è uno e indivisibile: la nostra grande epoca, l’epoca geniale della nostra vita.
Forse, nell’impeto di diminuirla, terrorizzati dall’inafferrabilità del trascendente, l’abbiamo troppo limitata, discussa, fatta vacillare. Perché, nonostante tutte le riserve: essa fu.
Essa fu e niente ci toglierà questa certezza, questo sapore luminoso che abbiamo ancora sulla lingua, questo freddo fuoco nel palato, questo sospiro vasto come il cielo e fresco come un sorso di puro oltremare.
Abbiamo preparato in certa misura il lettore alle cose che si diranno, possiamo dunque arrischiare un viaggio nell’epoca geniale?
La nostra paura si è comunicata al lettore. Sentiamo il suo nervosismo. Nonostante le apparenze di vivacità, anche noi abbiamo un peso sul cuore e siamo pieni di timore.
In nome del cielo, allora, sediamoci e via!

David Grossman su Bruno Schulz

Bruno Schulz era ragazzo, una sera malinconica, sua madre, Henrietta entrò in camera sua e lo trovò che nutriva con granelli di zucchero le ultime mosche rimaste al termine del freddo autunno.
“Bruno” gli domandò “ma che fai?”
“Le sto irrobustendo per l’inverno.”

schulz4Bruno Schulz, uno scrittore ebreo polacco, nacque nel 1892 nella città di Drohobycz, in Galizia, una regione allora entro i confini dell’impero austro-ungarico e oggi dell’Ucraina. Non ha lasciato molti scritti: solo due raccolte di racconti, qualche decina di saggi, articoli, recensioni, oltre a disegni e schizzi. Ma questo poco racchiude un mondo intero. I suoi due libri: Le botteghe color cannella (1934) e Il sanatorio all’insegna della Clessidra (1937) creano un universo fantastico ripercorrendo la mitologia privata di una famiglia, e il loro lessico è tanto ricercato e vivido da essere esso stesso protagonista e l’unica dimensione in cui quei racconti possano esistere. Schulz scrisse inoltre un romanzo intitolato Il messia, andato perduto durante la guerra. Nessuno ne conosce la trama.
Alla pubblicazione del suo primo libro Schulz fu immediatamente riconosciuto come un raro talento, sopratutto dai circoli letterari polacchi e, negli anni, è divenuto una figura di notevole interesse per scrittori e lettori di tutto il mondo. Autori del calibro di Philip Roth, Danilo Kis, Cyntia Ozick, Nicole Krauss, e altri ancora hanno parlato di lui, trasformandolo in un personaggio dei loro libri o rievocando la storia della sua vita. Shultz è uno di quegli autori la cui opera, come pure la personalità e la vita, è spesso soffusa di un alone di meraviglia e di mistero.

Era uno di quelli cui Dio ha passato una mano sul viso nel sonno, così che sanno quello che non sanno, diventano pieni di congetture e di sospetti, mentre attraverso le loro palpebre chiuse passano i riflessi di mondi lontani.

Così scrive Schultz a proposito di Alessandro Magno nel suo racconto Primavera. E lo stesso potremmo dire facilmente di lui. E ho l’impressione che anche noi, suoi lettori, proviamo qualcosa di simile nel momento in cui i suoi racconti scorrono sotto i nostri occhi.

schulz6Nel mio romanzo Vedi alla voce: amore Bruno Schulz è un personaggio fantastico e reale a un tempo. Durante la guerra lo faccio fuggire da Drohobycz sotto il naso degli studiosi di letteratura e degli storici. Arrivato a una banchina del porto di Danzica si getta in mare per unirsi a un branco di salmoni.
Perché salmoni?
Forse perché la vita di questi pesci ha sempre incarnato per me l’istinto del vagabondaggio. I salmoni, si sa, nascono nei fiumi, in acqua dolce, e dopo qualche tempo si dirigono al mare, verso l’acqua salata. Una volta giunti lì, in milioni di esemplari, si imbarcano in un viaggio di migliaia di chilometri fino a che, d’improvviso, avvertono una sorta di stimolo interno. Allora invertono la rotta e intraprendono il viaggio verso casa, verso il luogo dove sono nati. Ripercorrono migliaia di chilometri, affrontando difficoltà e pericoli. A migliaia vengono divorati da pesci, aquile, orsi. Cadono preda delle reti dei pescatori. In numero sempre più ridotto risalgono i fiumi controcorrente, superando cascate di cinque o dieci metri, fino a che i pochi sopravvissuti giungono al punto esatto in cui sono nati e lì depongono le uova. Alla loro schiusa le larve nuotano sui cadaveri dei genitori e solo pochi sopravvissuti a quel viaggio rifaranno il percorso, magari a capo di un nuovo branco.
La prima volta che appresi del ciclo di vita dei salmoni sentii che in esso c’era qualcosa di molto “ebraico”: lo stimolo che si risveglia d’improvviso nella coscienza del membri del branco e li induce a tornare al luogo in cui sono nati e dove si sono costituiti come gruppo, la forte pulsione a superare ogni ostacolo per arrivarvi (e forse c’è qualcosa di ebraico anche nell’istinto di abbandonare la madrepatria e di vagare per il mondo, nel febbrile e costante impulso a spostarsi).
Ma qualcos’altro mi aveva spinto a scegliere i salmoni. Qualcosa di profondamente legato all’opera di Bruno Schulz. Leggendo le sue pagine, infatti, mi ero reso conto, come di solito, nella routine quotidiana, ci si sofferma a riflettere sulla vita soltanto quando la si sente fuggire via: quando invecchiamo, quando a poco a poco perdiamo la forma fisica, la salute e, naturalmente, quando ci viene a mancare un parente o un amico. Allora facciamo una pausa, sprofondiamo in noi stessi, e realizziamo che qualcosa in noi è scomparso per sempre. Che non saremo più come prima.
Leggendo gli scritti di Bruno Schulz si ha però d’un tratto la sensazione che in ogni sua pagina le cose “risalgano alla radice”, al loro palpito di vita più autentico e forte. D’un tratto vogliamo di più. Ci rendiamo conto che è possibile volere di più. Che la vita va oltre ciò che si estingue e scivola via.
Quando scrissi il capitolo “Bruno” di Vedi alla voce: amore e narrai la scena immaginaria in cui Bruno scappa dalla civiltà che lo aveva deluso e dal linguaggio umano che lo aveva tradito per unirsi a un branco di salmoni, sentii di essere molto vicino, grazie a quel personaggio fantastico, alla radice stessa della vita, al suo istinto primario, essenziale, apparentemente schematizzato dal lungo viaggio dei salmoni attraverso l’oceano.
Un istinto di cui Bruno Schulz parla nei suoi libri e al quale anela in ognuno dei suoi racconti; una dimensione agognata che lui definisce “l’epoca geniale”, in cui sussisteva la l’ardente speranza di un significato, di una spiegazione, della convinzione che la vita potesse essere ricreata grazie alla forza dell’immaginazione, della passione, dell’amore. Un’epoca in cui la disperazione non aveva ancora sopraffatto tutte queste forze e il cinismo e il nichilismo non ci avevano ancora fagocitato. Un’epoca che era una sorta di fanciullezza perfetta, limpida, soffusa di luce dorata che, per quanto breve, un uomo ricorderà sempre con nostalgia e rimpianto. O, come scrive Bialik: “Un’unica volta berrà un uomo dal calice d’oro, e la visione dello splendore e del fulgore non si ripeterà”.
“Che è mai questa epoca geniale e quando fu?” si domanda Bruno Schulz. E noi, suoi lettori, ci domandiamo con lui: c’è mai stata un’epoca di suprema ispirazione in cui l’uomo potesse tornare a essere bambino? In cui l’intero genere umano potesse tornare a essere bambino? Un’epoca in cui le mura fortificate della desolazione e della noia venissero abbattute e un flusso impetuoso, indomito e primigenio di vita, di esuberanza, di creatività, sgorgasse come una formidabile eruzione vulcanica? Un’epoca in cui le forme non fossero ancora rapprese intorno alla sostanza, in cui tutto fosse ancora possibile, malleabile, aperto e fanciullesco?
“Quest’epoca geniale, dunque, ci fu o non ci fu?” si domanda Schulz. Chissà. E se ci fosse stata, sapremmo riconoscerla? Identificarla? Accettarne l’implicito invito? Oseremmo rinunciare ai sofisticati meccanismi di difesa da noi creati per proteggerci da tutto ciò che una simile epoca comporta? Dalla sua “primordialità” sfrenata, dalla sua irruente profusione? Meccanismi che, un poco alla volta, sono divenuti una prigione per noi?
schulz5Pochi anni dopo che Schulz scrisse queste righe iniziò un’epoca di natura completamente opposta: di brutalità assassina, di sterminio anonimo, “industriale”. E proprio al suo agghiacciante invito risposero in molti, in moltissimi, con un entusiasmo sconfortante.
In Vedi alla voce: amore ho cercato di far rivivere, per qualche pagina, l’epoca geniale che Bruno Schulz propone nei suoi scritti. Ho parlato di un tempo in cui ognuno di noi è un artista, un creatore; in cui la vita di ogni persona è un’opera d’arte unica, peculiare. In cui noi adulti proviamo un dolore insopportabile per esserci pietrificati già bambini e avvertiamo l’istinto impellente di sciogliere la crosta formatasi intorno a noi. Un’epoca in cui ognuno percepisce e comprende che chi uccide anche un solo uomo distrugge un’opera d’arte unica, che mai potrà essere replicata. Un’epoca in cui non ci sarà possibile concepire frasi come: “Ho ucciso il tuo ebreo”, “Benissimo e ora io ucciderò il tuo”.
Stalin ha detto una volta: “La morte di un uomo è una tragedia, quella di milioni è statistica”. Quando leggo i racconti di Bruno Schulz riesco a sentire come in essi – e in me – palpiti un istinto contrario a questa ignobile frase: l’istinto di riscattare la vita del singolo – unica e tragica – dalla “statistica”, e anche, naturalmente (c’è forse bisogno di dirlo?) l’istinto di riscattare la vita e la morte dello stesso Schulz.

Nel ghetto di Drohobycz un ufficiale delle SS aveva approfittato del suo talento per decorare le pareti di casa e lo aveva preso sotto la sua protezione. Un avversario di quell’ufficiale aveva poi sparato a Shulz per strada, per provocare il rivale. Si racconta che quando i due nazisti si erano incontrati dopo l’assassinio uno avesse detto: “Ho ammazzato il tuo ebreo” e l’altro avrebbe risposto: “Benissimo, e ora io ammazzerò il tuo.”

Immagini realizzate da Bruno Schulz
a cura di Loris Pattuelli

6 pensieri su “L’epoca geniale

  1. Impagabile, grazie.
    Un caro saluto,
    Roberto

    P.S. Soltanto un dettaglio, ma penso non futile, riguardante “quei venditori di tessuti invisibili che mostrano con gesti ricercati la loro merce fasulla”.
    Malgrado la mia non più tenera età mi ostino a sperare, anzi a credere, che non sia sempre “merce fasulla”, ma che almeno in qualche rarissimo caso si tratti di granelli di zucchero offerti alle ultime mosche rimaste al termine del freddo autunno, al fine di irrobustirle in vista dell’inverno.

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  2. grazie, mauro baldrati.
    Bruno Schulz è ogni volta una scoperta, quel sapore luminoso sulla lingua, lo sentiamo,lo gustiamo.
    Amato poi e reinventato come personaggio da Grossman: bella la proposta al quadrato!

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  3. Splendido tributo a Schultz.Belle le immagini.Originale l’accostamento a David Grossman.Grazie a Mauro Baldrati!
    Pensiero per il pensiero.Sull’epoca:-
    “MA IO TI DICO, MIO SIGNORE FESSO, CHE DELL’ORTICA,IL PERICOLO,NOI COGLIAMO IL FIORE, LA SICUREZZA.” HENRY IV-W.S.
    Marlene

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  4. @Piera Mattei e Marlene
    il ringraziamento – a cui mi associo – va soprattutto a Loris Pattuelli, che ha ideato e curato i testi.

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