“Serial writer” – Elisabetta Liguori

lecter26

La notte è più difficile, lo saprà di certo anche lei.
La notte nel silenzio ci sono volte che non la controllo: la parola monta, monta, monta, e poi tracima. Di notte se dormissi sarebbe meglio, è chiaro, ma il problema è che la bionda della volta scorsa non ha capito nulla di tutta la faccenda. Certo che no, si fidi, per questo ha fatto quella gran cagnara da circo, ché se fosse stata zitta un solo momento ad ascoltare, non saremmo qui, né io, né lei.
In verità capiscono di rado.
E direi che non ci provano nemmeno, coi tempi che corrono.
Lo so, lo so, che non va bene, che non si fa, ma io, infondo, cosa chiedo? commissario, dico io: cosa chiedo? Nulla, chiedo solo di essere ascoltato. Le pare così terribile? Alla fine sono solo quattro parole in croce, e dio mio! Cosa saranno mai pochi minuti d’ascolto libero di fronte alla vita intera? Un’inezia, signor commissario, un’inezia! Qui mi si condanna per un’inezia verbale, rendiamocene conto. E poi non mi capita così di frequente. Conosco gente che pretende attenzione con costanza e maggiore crudeltà di me, mi creda. Parlo di mariti, amanti, capi ufficio, persino i portieri dei palazzotti nobili ricevono più attenzione di me. Ci sono scrittori che firmano fior di contratti per scrivere qualunque cosa gli passi per la testa. Chieda in giro, signor commissario, chieda pure! Non è il mio caso: ci sono mesi interi in cui non mi accade nulla, faccio una vita normale e solitaria, il lavoro, la casa e il resto. Sto zitto e buono, coi pensieri in qualche tasca, a sfumarsi fino al sonno. Son pensieri di poco conto, senza eco, inutili e melmosi, quelli che sono capaci tutti di pensare, anche senza compagnia, come mi hanno detto sette editori, un paio di librai e tre giornalisti. Chieda in giro se crede: non protesto e m’adeguo, ma poi, signor commissario: ma poi? un pover’uomo che deve fare? Arriva il momento che la voglia esplode, ché sono fatto di carne pure io, signor commissario!
Per dirne una: lei lo sa che a tavola io mangio in silenzio?
Lei parla quando è a tavola? Una parola ad una moglie, un ceffone ad un figlio, un comando alla tata, un commento al tiggì, non so, con qualcuno lei parla? Bravo, lei parla allora! Beato lei. Lei è un uomo fortunato. Mio padre diceva: chi mangia combatte con la morte e la nostra era una guerra famigliare, silenziosa e cruenta. Oggi butto giù la minestra, lascio che il calore bruci il vizio e taccio. Mastico, poi ingoio e il tempo s’incrina, mentre io niente: non parlo, non dissento, non ci sono. Non scrivo. Perché è questo il punto, amico mio, se io scrivessi come gli altri, non sarei a questo punto. Niente editori, niente carta, niente librerie, niente lettori: è chiaro che poi mi scoppia il cuore. Se avessi un lettore vero anch’io sarebbe diverso, lo so bene. Non per forza una donna, sia chiaro. Ché le donne, dio ci scampi, sono bestie che si fingono sorde per non morire. Son le peggiori.
La colpa è di donna Matilde, la fruttarola scalza. Solo sua.
Fu lei la prima donna orecchio della mia vita. Le spiego, certo che le spiego. Mi dia tempo di andare indietro nel tempo ché i ricordi, i traumi e la loro sublimazione sono pane prezioso per uno come me. C’è sempre una ragione quando un cuore scoppia ed il mio scoppiò la prima volta che avrò avuto sette anni, non di più. Mia madre lavava le scale dell’Upim, davanti al palazzo del comune. D’estate mi portava con lei e mi lasciava seduto sul primo gradino, davanti alle porte di vetro a farmi vento e noia. Stai qui zitto zitto, mi diceva ed io obbedivo. Zitto a guardare i movimenti del sole sulla piazza. Zitto come sempre. Donna Matilde era la gigantessa delle zucchine. Arrivava sul presto che sembrava la Loren, con le sporte piene e la schiena dritta contro ogni regola, mentre i tacchi quadrati le risuonavano sul pavet della piazza. S’affacciava sui saloni dell’anagrafe e ciondolava col bacino grande come una vasca per i pesci rossi, a destra e sinistra, fino a che non arrivavano gli impiegati. A chi la frutta più bella? Gridava nell’androne. A chi mi vuole, io sto qua! Trillava sicura di sé. Poi, ai dipendenti che scendevano alla spicciolata, lei distribuiva frutti dipinti, ancora umidi di brina, infilando il denaro nel reggiseno. Poi, dopo la vendita della mattina, scendeva verso di me, ondeggiando come una polena soddisfatta. E tu che fai? mi diceva, e io cominciavo. Ha capito, Commissario? Mi chiedeva della vita mia, la donna delle pere. Le labbra le spremeva a cuoricino e ci metteva dentro il seme della curiosità. Il picco dolce e salato dei primi raggi del sole. Il minestrone del desiderio. Ascoltava, assentiva e infine mi premiava con la bruma del fondo cassa. Stava tutto là, nella domanda acerba senza noia, nel tempo lento dei verdurai, il mio piacere ed era profumato di terra. Io le raccontavo. Tutto le raccontavo, restando seduto ai mio scalino da monello. Non ricordo più quel che le raccontavo, mentre diventavo un colabrodo, un flauto magico, un usignolo, una persiana socchiusa sul meriggio. Tutto drenava attraverso di me verso le sue orecchie. I fatti miei e i fatti del mondo, senza segreti e lei tutto ingoiava, con le ciglia a sventolarmi addosso, fino a mezzogiorno e oltre senza ombra di stanchezza. Ascoltava indifesa e profonda, come fosse stata un pozzo e le mie parole precipitavano dentro le sue orecchie come le monete dei desideri. Mia madre non ci ha mai scoperto su quei gradini della memoria. Se lo avesse fatto, dio mio, sarebbe stati i fuochi d’artificio sulla piazza. Sopra lo scandalo del bambino traviato dall’ambulante audace sarebbero precipitati prima la sua furia poi il suo silenzio e addio parole belle.
Ora donna Matilde c’ha il supermercato in via Cairoli.
Ci lavora poco e male, ché a sessant’anni non le resta altro da fare se non ricucire i debiti dal commercialista, per lasciare qualcosa ai figli. Non ha più niente di nuovo da ascoltare e ridere coi denti laghi e vogliosi. Invece io? Io sono vent’anni che faccio le poste alle donne nei garage col trauma del desiderio sempre sulle spalle. Non le svelo questa radice per giustificarmi, signor commissario. Figuriamoci, sono uomo di lettere io, le giustificazioni sono il mio mestiere, chi mi crederebbe? Quello che voglio è chiederle: dove è la colpa. Dove è il reato. Sì, la bionda non era d’accordo. La bionda forse non ha gradito, ma dove è la violazione e dove il danno?

Quando ieri, come le altre volte, mi sono appostato nel garage sotterraneo della signora, non le ho chiesto il permesso, né mi sono adeguatamente presentato. Lo so, è stato un errore, ma è stato per passione. Solo per passione. Per addizione, per sottrazione, per moltiplicazione. L’avevo adocchiata da tempo e nelle infinite notti precedenti al nostro incontro avevo scritto sessanta cartelle fitte fitte. Perché quando uno deve scrivere, scrive, commissario, non ci son ragioni! Quando arriva è come schiuma: m’invade prima lentamente, poi in modo sempre più soffocante. Non fa male, ma riempie. Tutto comincia dagli occhi. Ogni tanto mi capita d’incontrare una donna che legge in un bar, per esempio. Più spesso in autobus, dalle parti della zona industriale soprattutto, piena di uffici, grandi magazzini e lunghe attese. È quella la riserva immacolata delle segretarie o delle commesse, coi colletti tondi alle camicette. Lo sa che le segretarie sono le lettrici più voraci? Mi creda commissario. lettrici brillanti, ma irraggiungibili per me. Quando ne scorgo una, resto a guardarla per ore. Il ritmo delle pagine sotto le sue dita, il movimento frettoloso o sonnolento delle pupille. Il cuore mi si ferma quando ogni tanto il loro sguardo si perde oltre il romanzo e il loro viso naviga lontano dalla storia, a cercarne conferme. O sogni coincidenti. In quel punto preciso il romanzo si sovrappone alla loro pelle e la mia schiuma s’arruffa. Osservando la bionda nei giorni passati, in breve mi ero reso conto che sarebbe stata la preda ideale. Metodica, selettiva, organizzata. La prima volta in tram leggeva la Fallaci e ogni tanto storceva il labbro, illanguidendo le palpebre. L’aveva poi mollata a pagina 57, proprio mentre io le ero accanto, seduto due sedili dietro. Avevamo esultato all’unisono. Il primo sorriso umido di vita era infine arrivato a pagina 23 del vecchio Nabokov. A seguire Roth, De Luca e Dacia Maraini con fortune alterne. Così la folla dei parlanti s’era arricchita velocemente, mentre io pregavo soltanto che non arrivasse la morte nuda e secca a cogliermi, prima di aver detto la mia parola. Di corsa in corsa, di giorno in giorno, schiumava la mia invidia: perché loro parlavano ed io no? Il silenzio dei mezzi pubblici era il mio tormento, un dolore a cui non sono mai stato indifferente.
Ma ieri sera la bionda è uscita da casa in bici. Il libro di turno nella tasca davanti dello zainetto ed io dietro, a seguirla con la mia auto. Sentivo che stava arrivando il momento. Quando si è infilata in libreria ed è rimasta più di un’ora a sfogliare vogliosa le ultime uscite, io non ci ho visto più. Sono corso ad aspettarla sotto casa. Ho atteso che entrasse nei sotterranei del condominio, che s’accostasse agli ascensori con una copia di Gomorra ancora tra le mani, ed ho parlato.
Forse ho urlato, non so.
Lei si è schiacciata contro il muro dalla paura e, quando le ho chiesto di mettersi seduta comoda, le ginocchia le sono franate sull’asfalto. – Sta buona, tesoro – le ho detto – voglio solo leggerti qualcosa. – ma quella s’è impietrita e il romanzo con il segnalibro a forma di margherita è volato chissà dove. Ho dovuto tapparle la bocca con il nastro adesivo solo perché non la finiva di strepitare. Non riuscivo a leggere un rigo! Avevo scritto quelle cartelle ma non le avevo rilegate e nell’emozione si mescolavano al resto senza metodo. Così non andava bene! Ho dovuto legarle pure i polsi, lo so, e le gambe come fosse stata un salame, ma l’ho fatto solo perché stesse concentrata ad ascoltare e il nostro tempo non passasse invano. Succede ogni volta così: sono costretto ad immobilizzarle per avere la loro attenzione e se pure il piacere non per questo diminuisce, la cosa mi risulta sempre alquanto macchinosa. Non è quello che vorrei, mi creda commissario. Ci perdo ore e liquidi. I fogli mi si spaginano e la voce mi sfugge. Però è dolce, commissario, sapesse quanto è dolce vederle cedere all’inganno del racconto, sentire il loro respiro crescere con la curva della narrazione. Sentire il loro battito cardiaco dipendere dalla creatività del momento. Dall’extrasistole della paratassi. Sentirmi padrone di ogni loro pensiero. Potente più di Dio.
Matteo nel nuovo testamento di Cristo riporta il monito: Sia il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più è del maligno. Io sono quel di più. Quella che avanza. L’eccesso di speranza sintattica. La deriva grammaticale degli scantinati notturni. Ecco, io sono il maligno letterato alla ricerca di sospiri altrui. Il più sfortunato tra i demoni loquaci e neppure mi vergogno a dirlo.
Le tracce? Bella forza: certo che c’erano mie tracce ovunque, commissario.
Quello che desidero è proprio lasciar tracce. Sulla bionda. O sulle altre prima e dopo di lei. Portare le bionde nel mio mondo costretto al silenzio e lasciar che siano loro a portarne le tracce fuori, dove tira un vento ordinario. Che diventino le testimoni della qualità del mio talento. Crede che la mia vita in questo momento abbia altro senso se non questo? Ogni volta che mi prende la voglia e la rabbia delusa è la traccia che perseguo, sbavando sui miei stessi pensieri. È reato il desiderio di dire? Del dire di più? La traccia seminale della verduraia generosa? Le tracce di schiuma che non so lavare? Se è così allora mi perdoni commissario, mi perdoni l’editoria e il mondo tutto, sordo anch’esso. Mi perdoni il libraio sepolto dai miei libri franati. Non posso farne a meno. Siamo povera gente, noi scrittori inascoltati, guarire non ci è facile.

5 pensieri su ““Serial writer” – Elisabetta Liguori

  1. Allora continuo ad ascoltare “indifesa e profonda” come donna Matilde, la verduraia generosa e aspetto con “il seme della curiosità” il prossimo. Questo primo assaggio è di quelli che ne lasciano di tracce, eccome.

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  2. Grazie Anna Maria, sì, anche secondo me questo racconto un po’ pirandelliano di Elisabetta Liguori, autrice che conosco e seguo da qualche anno, scava tracce, curiosità, suggestioni profonde. E credo che gli scrittori che la seguiranno, seppure con stili e punti di vista ovviamente differenti, saranno altrettanto interessanti. Spero di trovarti presente ai prossimi appuntamenti e ancora grazie.

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  3. Vero Enrico. Quello che sta appassionando me, come redattrice, è proprio il seguire di volta in volta l’espediente letterario e fabulistico che ognuno di questi scrittori e scrittrici elabora per raccontare lo stesso argomento.
    E’ sempre stupefacente osservare i risultati di quel processo che vede il pensiero creativo di differenti artisti applicarsi ad una tematica data, uguale per tutti, capace di restituire una forma sempre differente, ridefinita in base a struttura, linguaggio e poetica personale.
    L’iniziativa “Serial writers”, ovvero, lo scrittore come assassino seriale, racconti brevi pubblicati mensilmente su “La poesia e lo spirito”, è partita proprio con questo racconto di Elisabetta Liguori e proseguirà il 29 settembre con Luciano Pagano che ha dedicato il suo “Fuga dal sistema” a D.F. Wallace, e il 25 ottobre con Marco Candida e “Debbie”. Poi, a seguire, tantie altre scritture e autori interessanti.
    Grazie per il passaggio e a presto. B.

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