Da “La pena uguale” di Alessandro Franci

Da “La pena uguale” di Alessandro Franci

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Non è l’avvenimento che ha un senso; è il giudizio che se ne dà. La differenza è quasi esclusivamente l’aspetto narrativo; cioè il valore è nel racconto non nell’avvenimento.

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Non si ottiene quanto vorremmo perché scoraggia il percorso per arrivarci. Il conseguimento degli obiettivi, infatti, non sarebbe irrealizzabile; il difficile è rinunciare ad essere ciò che siamo e convertirsi all’idea di come dovremmo essere.

Rimane il racconto di un viaggio amaro, somigliante alla realizzazione di qualcosa che, nel suo svolgersi, è di per sé una condizione. Con l’immane fatica sostenuta senza essere pervenuti allo scopo si nobilitata una rovina, tanto che diventa soddisfacente il fallimento al punto di descriverlo come la riuscita. Il dolersi della propria avversa sorte si trasforma, poi, in un obiettivo accidentale quanto vago.

Se ci fosse tolta questa virtù, l’insuccesso sarebbe talmente evidente e impietoso, che il senso di nullità ci prenderebbe alla gola e ci soffocherebbe all’istante.

Pettegolezzi sulla sfortuna

Sarà sufficiente avvertire il rischio di essere chiamati in causa, intuire la presenza di una colpa o solo di una mancanza, per dirottare sulla sfortuna ogni disonore. Fino a quando riusciremo a gravarla del peso di tutte le nostre responsabilità, a giudicarla colpevole di ciò che non riusciamo a ottenere, ci metteremo in salvo; riusciremo, grazie ad essa, a condonarci, e non avremo mai alcun debito con la coscienza.

Non riusciremo a spiegare niente con la sfortuna, però si renderà sempre necessaria ogni volta che tutte le altre spiegazioni saranno inutili.

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Una volta vi erano nomi definiti: neve, freddo, vento, pioggia. Oggi diciamo maltempo.

Vengono riassunte, al negativo, manifestazioni del tutto naturali esprimendo un giudizio di merito, e non una constatazione conseguente alle condizioni atmosferiche.

L’accezione “maltempo” suggerisce il rapporto esclusivo tra l’uomo e la natura, trascurando il rapporto inverso.

L’accanimento è quello che la natura, come sempre, ha riservato all’uomo; la sintesi della malvagità della natura, quando non tiene conto della nostra presenza.

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Si ha nostalgia anche di come saremmo potuti essere se non fossimo stati quelli che fummo.

Il castigo per aver inseguito un’immagine vaga, cioè l’aspirazione a una condizione diversa da quella che vivevamo.

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Tutti coloro che non si conoscono, i nostri contemporanei che non incontreremo mai. Il non poter comunicare con loro. O quelli che nasceranno solo dopo. Chi non esiste già più. Chi non ci sarà mai.

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L’entusiasmo è il barocco di un’idea. La rinascimentale costruzione di un pensiero, se pure con caratteri eccellenti, quando suscita entusiasmi, è inevitabilmente svalutata.

Sicuramente è minimizzata, trascinata da una collocazione ragionevole, in un carnevale.

Ciò che si nasconde dietro a tanto clamore, è la reale paura di un fallimento. L’entusiasmo è lo spavento prematuro. Ci si dà il coraggio con formule rituali, per affrontare il probabile naufragio di ciò che all’inizio abbiamo considerato possibile con eccessiva enfasi.

La pena uguale

Mentre si cerca una via di fuga, un’occasione che ci porti lontano da dove non vorremmo essere, ci accorgiamo che il movimento intorno a noi non ci prevede. Cerchiamo lo spazio necessario per uscirne, ma sono operazioni solitarie e ci costringono, dopo circonferenze perfette, a tornare nel solito punto.

È questo affidare la propria sorte unicamente all’iniziativa privata che ci conferma responsabili degli insuccessi e ci distanzia da tutto.

La collettività ha raggiunto il suo punto più alto di astrazione, confinando ognuno nel proprio ruolo.

Ci pare che ci sia toccato in sorte un destino personale con il quale siamo in grado di fissare le differenze.

Il simile è un sosia estraneo che ci somiglia e ci respinge.

Si è gelosi persino dei nostri mali, fino al punto di disconoscere all’altro, una pena uguale.

* Da “La pena uguale” di Alessandro Franci. Gazebo 2009.

3 pensieri su “Da “La pena uguale” di Alessandro Franci

  1. “L’entusiasmo è il barocco di un’idea”: già solo questo aforisma, la cui intenzionale ruvidità ben si inserisce nell’andamento serrato delle argomentazioni, fa scattare la molla della curiosità, spinge ad andare oltre nella lettura. Poi ci si imbatte nella frase: “Il simile è un sosia estraneo che ci somiglia e ci respinge.” e si ha la conferma. Vale la pena di seguire, insieme all’autore, il percorso delle ragioni che portano a disconoscere, nell’altro, “la pena uguale”. Grazie, Nadia, per aver proposto questa scelta di brani, grazie per avermi fatto conoscere questo libro.

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  2. L’autore, Alessandro Franci, non so se sta seguendo il post.
    Il suo è un libro di riflessioni, su cui si può essere d’accordo o no o d’accordo in parte, ma lo propongo proprio per la “ruvidità” di cui dicevi Anna Maria.

    Un saluto.

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