La ragione della poesia

di Anna Maria Curci

Un moto di insofferenza è spesso la molla delle mie letture, mia personale e indubbiamente opinabile reazione a vulgate diffuse ad arte, a ossimori forzati, a “salvation a la mode and a cup of tea”, come cantavano i Jethro Tull in Aqualung, a bieche – queste sì veramente bieche – forzature della parola. L’estate che sta imperversando mi ha regalato una tanto singolare quanto insopportabile coincidenza di tutti questi fattori, ma è stato un episodio apparentemente insignificante a scatenare il furore della mia ricerca. Durante il breve viaggio di ritorno da Heidelberg a Mannheim, l’autista, improvvisata guida turistica, prova a lusingare il gruppetto di turisti italiani con l’ascolto di un motivetto popolare Ich hab’ mein Herz in Heidelberg verloren (Ho perso il mio cuore a Heidelberg). Il gruppetto italiano sghignazza irridente. Mentre penso all’ennesima occasione perduta di “un bel tacer”, mi ripropongo fermamente di leggere, al mio ritorno in Italia, Vai troppo spesso a Heidelberg, di Heinrich Böll.La lettura chiama altre letture, la ricerca altre ricerche, in questo caso dei quaderni sui quali, negli anni nei quali internet era ancora esclusivamente privilegio di esperti della difesa statunitense, appuntavo i frammenti delle mie “scoperte” più interessanti. Non trovo il quaderno sul quale avevo fissato i pensieri espressi da Böll sulla letteratura, allora mi decido a cercare in rete. Finalmente riesco a scovare un sito che riporta il discorso che Heinrich Böll pronunciò il 2 maggio 1973 alla consegna del premio Nobel per la letteratura del 1972. Il discorso Versuch über die Vernunft der Poesie (il titolo è stato tradotto in italiano come “Saggio sulla razionalità della poesia”, ma il termine “razionalità” non mi convince). Riporto qui, nella mia traduzione, il brano conclusivo del discorso, che ne riassume il contenuto e indica in Dostoevskij un punto di riferimento. Dostoevskij, proprio lo scrittore le cui opere, nell’austera biblioteca materna, mi affascinavano e spaventavano allo stesso tempo, lo scrittore che sto imparando a conoscere grazie alle splendide traduzioni di Mariella Fasanelli, lo scrittore che, nel film I demoni di San Pietroburgo, rievoca, in una delle scene più efficaci, il modo in cui ha superato il senso di estraneità, la distanza che lo separava dai semplici, dagli ultimi, deportati come lui in Siberia. Leggo, traduco e penso all’imperscrutabile provvidenzialità dei moti di insofferenza.

“Prima di giungere alla conclusione, devo ora fare una necessaria delimitazione. La debolezza delle mie allusioni e delle mie argomentazioni sta inevitabilmente nel fatto che metto in discussione la tradizione della ragione nella quale sono stato educato – spero non con esito pienamente positivo – proprio con gli strumenti di questa stessa ragione, e che sarebbe forse più che ingiusto denunciare questa ragione in tutte le sue dimensioni. Chiaro è che essa – questa ragione – è sempre riuscita a diffondere anche il dubbio sulla sua stessa pretesa totalizzante insieme all’esperienza e al ricordo di ciò che ho chiamato la ragione della poesia, che non ritengo sia un’istanza privilegiata, un’istanza borghese. Essa può essere comunicata e proprio perché, nel suo aspetto letterale e nel suo incarnarsi, può avere talvolta un effetto sconcertante, può impedire o annullare il senso di estraneità o l’alienazione. Essere sconcertati ha certo anche il significato di essere stupiti o anche soltanto colpiti. E ciò che ho detto sull’umiltà – naturalmente solo per accenni – lo devo non a un’educazione religiosa o al ricordo di essa, che intendeva sempre “umiliazione”, quando parlava di “umiltà”, ma alla lettura, fatta negli anni giovanili e in quelli della maturità, di Dostoevskij. E proprio perché ritengo che il movimento internazionale verso una letteratura senza classi sociali, o meglio verso una letteratura non più condizionata dalle classi sociali, la scoperta di intere province di umiliati, di dichiarati scorie umane, sia la svolta letteraria più importante, metto in guardia dalla distruzione della poesia, dalla siccità del manicheismo, dall’iconoclastia di ciò che mi sembra lo zelo di chi non fa neanche scorrere l’acqua prima di gettare il bambino, appunto, con l’acqua sporca. Mi sembra insensato denunciare o glorificare i giovani o i vecchi. Mi sembra insensato sognare vecchi ordini sociali rievocabili soltanto nei musei; mi sembra insensato costruire alternative del tipo conservativo- progressista. La nuova ondata della nostalgia, che si aggrappa a mobili, vestiti, forme di espressione e scale di sentimenti, prova soltanto che il nuovo mondo diventa sempre più estraneo, che la ragione, sulla quale abbiamo costruito, nella quale abbiamo confidato, non ha reso il mondo più familiare, che anche l’alternativa razionale-irrazionale era una falsa alternativa. Qui ho dovuto tacere o sorvolare su molte cose , perché un pensiero porta sempre all’altro e perché ci porterebbe troppo oltre misurare ciascuno di questi continenti. Ho dovuto sorvolare sull’umorismo, che non è un privilegio di classe e che tuttavia è ignorato nella sua poesia e come nascondiglio della resistenza.” (Heinrich Böll, da: Versuch über die Vernunft der Poesie)

5 pensieri su “La ragione della poesia

  1. “. E proprio perché ritengo che il movimento internazionale verso una letteratura senza classi sociali, o meglio verso una letteratura non più condizionata dalle classi sociali, la scoperta di intere province di umiliati, di dichiarati scorie umane, sia la svolta letteraria più importante, metto in guardia dalla distruzione della poesia, dalla siccità del manicheismo, dall’iconoclastia di ciò che mi sembra lo zelo di chi non fa neanche scorrere l’acqua prima di gettare il bambino, appunto, con l’acqua sporca.”

    Ultimamente sto pensando molto alle cose “da salvare”, cose a cui tengo, come valori, e questo articolo è un filo che collega una voce (Boll), alla parola di Anna Maria Curci e alle riflessioni personali che prendono strade cui non pensavo, che un pò mi sconcertano, un pò mi confondono, un pò diventano continuità con la ricerca di sempre.

    “Mi sembra insensato sognare vecchi ordini sociali rievocabili soltanto nei musei; mi sembra insensato costruire alternative del tipo conservativo- progressista.”

    In sintonia, si, e mi verrebbe da dire che nella complessità del mondo dovremmo riuscire ( e ogni tanto, sempre più spesso ci riesco) a diventare più semplici, più motivati anche, proprio perchè è più devastato questo paese, più sperduta la gente.

    “Ho dovuto sorvolare sull’umorismo, che non è un privilegio di classe e che tuttavia è ignorato nella sua poesia e come nascondiglio della resistenza.”

    O lo era (un nascondiglio della resistenza), se guardiamo alle battute e ai numeri di certi politici il dubbio ormai è legittimo.

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  2. Più semplici e più motivati: perfetto, pare anche a me il centro del bersaglio. Senza però che vada dimenticata la dimensione dei rapporti di forza economici. In altre parole: motivati a cosa?

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