Luigia Sorrentino: “La nascita, solo la nascita”

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di Rita Pacifici

Ho conosciuto Luigia Sorrentino, ancora prima di leggere i suoi versi, lungo le strade della poesia. Quegli spazi reali, piazze vie di città italiane, che diventano in alcuni periodi dell’anno festosi cenacoli letterali. Non si può restituire l’emozione di quegli incontri dove le voci dei poeti, da invisibili compagni di vita si incarnano in presenze concrete e vicine. Oppure dove, all’inverso, un incontro fortuito si trasforma in una nuova esperienza conoscitiva, e ci si muove dal poeta ai suoi testi trovando, come in questo caso con la Sorrentino, consonanze profonde, forse perché tutti “siamo di questa terra, la terra dei gerani e dei cento canarini gialli”, come recita un verso della scrittrice napoletana.

Difficile non sentirsi inscritti in questo orizzonte poetico, così ricco di materia e di colori, così drammaticamente abitato da una stirpe macchiata dal peccato originale della “nascita” e gettata a metà strada tra la luce e l’ombra.

Abbiamo parlato con l’autrice della sua ultima opera “La nascita, solo la nascita” (ed. Manni), libro che punta diritto agli enigmi della vita e affonda nella “sperfezione ” che ci contraddistingue. Un libro pietroso, duro, di una bellezza non consolatoria, di grande forza espressiva.

Cominciamo dalle caratteristiche che si rivelano ad una prima lettura di questi versi, privi di titoli e di ogni cesura grafica. Il tuo è un “pensiero poetante” che procede non attraverso singole, fulminee illuminazioni ma in un fluire continuo, ininterrotto, come se l’ispirazione fosse sorretta da una struttura di ampio respiro, quasi narrativa …

E’ questa particolarità a rendere questi versi così adatti anche alla recitazione, al canto, che è poi un valore proprio della tradizione poetica italiana?

Le poesie de “La nascita, solo la nascita” sono nate da un urlo di dolore e di ribellione e soprattutto, dall’urgenza e dalla necessità di restituire all’umano il sé sacro, che è, per me, il più antico e misterioso legame tra gli uomini.

I testi sono stati ordinati e messi insieme seguendo una struttura poematica continuativa e diretta. Gli eventi storici a cui si ispirano indicati nelle note del libro – terremoti, maremoti, attentati, guerre e stragi – fatti lontani e vicini, abbracciano l’umanità intera in un sentire comune, la pietas. Il sentimento collettivo va oltre l’episodio di cronaca, oltre la drammaticità dei singoli avvenimenti, che sono, alla fine, solo evocati. E’ probabile che questi elementi abbiano contribuito a conferire organicità all’intera raccolta, sorretta da un impianto unitario, di tipo narrativo. La recitabilità viene dal fatto che sono versi “dalla terribilità tragica” e quindi perciò stesso, cantabili. E, in un’opera che rivela continuamente l’irriducibilità e la caducità dell’essere, le parole non possono essere che dure, scagliate come pietre.

“In quella vertebra”, il poemetto che apre la raccolta, riferisce di un evento tragico che ha avuto luogo in un determinato tempo, il tempo degli inizi, mentre “La cattedrale”, il poemetto collocato alla fine del libro – che non chiude completamente il discorso – reintroduce, attraverso un’altra nascita, l’Istituzione – il luogo della cattedra – il frammento di una nuova creazione, di qualcosa che comincia ad essere.

Come salvare questa stirpe/ chi penserà’ a lei / non ci sfiora il ricordo delle conifere… Il tono di fondo della raccolta rivela quasi un sentire antico, arcaico: la nascita è categoria universale che allude ad una condizione di vita al cui fondo c’è il dolore rabbioso per uno strappo irreversibile, definitivo. Questa “terribilita` tragica” dei versi e` un’eredita` diretta, consapevolmente gestita, della tradizione classica?

I versi che hai citato fanno parte del poemetto “Le onde della terra”. Anch’esso, un canto di morte e di rinascita dove l’umano accerchiato dalla natura distruttrice che si fa nemica, è contagiato dalla rivolta. In questa sfida, tra la natura e l’uomo, dove non ci sono vincitori né vinti, c’è, alla fine, una madre che con un gesto imperioso tiene in grembo i suoi figli. L’essere luce dopo la tenebra, l’essere presenza dopo l’assenza. Tutto il libro riflette “lo strappo” e “la richiesta di riparazione” dopo il delitto, il sovvertimento di ogni legge, naturale e umana. In questo senso, i testi contenuti nella raccolta ponendo continuamente la relazione tra la vita – così prossima alla nascita – e la morte – anch’essa, così prossima a un’altra nascita, riflettono un’essenza di per sé tragica. Sono testi però profondamente radicati al tempo in cui sono stati scritti. Un tempo in cui l’essere è andato via via perdendo il suo significato più profondo. Un tempo in cui si è scritta – come in altre epoche – prevalentemente, una storia di morte e di distruzione. Un tempo in cui il peso della morte ha prevalso su quello della vita. Sotto questo aspetto posso affermare che l’eredità classica, della tradizione greca e latina, è entrata per suo conto in queste pagine, ma non vi è stata nessuna premessa. Intendo dire che non sono stata del tutto consapevole della tradizione che trasferivo in questi versi mentre li scrivevo. Soltanto alla fine ho scoperto di essermi avvicinata al passato, a qualcosa di ancestrale e quindi di arcaico. Forse perché la mia storia – la nostra storia – viene da quell’amore lontano.

I componimenti sono raccolti in sezioni (In quella vertebra, Le onde della terra, Lo slancio della rosa, Forte è la mano, Questa infuriata materia, Il peso della terra, La cattedrale) che se non contraddicono l’impianto unitario di fondo rendono esplicite le caratteristiche del tuo linguaggio, concreto, fisico, che non smaterializza ma “accende” gli oggetti di questa poesia che si muove tra quotidiano ed assoluto. Da quali territori letterari, da quali maestri, proviene questa esuberanza linguistica?

Quotidiano ed assoluto sono sicuramente categorie a cui la mia poesia fa continuo riferimento. Verbale è ad esempio il lessico in corsivo che utilizzo qua e là in tutta la raccolta, ma ci sono numerosi altri passaggi presi dal linguaggio comune. Le voci del quotidiano che recupero – necessarie all’evoluzione della lingua della poesia – divengono però nella versificazione e nella complessità del discorso poetico, categorie dell’assoluto. Ma questo è ciò che normalmente avviene in ogni processo di creazione artistica.

Non so dirti, invece, se la mia sia davvero una poesia che attinga a degli specifici territori letterari per poi raggiungere quella che tu definisci “un’ esuberanza linguistica”. La poesia spesso, e al di là di grandi o piccoli maestri, conduce a sentieri – della materia e dell’anima – che mai avresti pensato di percorrere, ed è proprio da questo labirintico percorso che nasce la propria lingua, poco importa se accidentalmente qualcun altro, prima di te, aveva dato un nome analogo alle cose che vai “nominando”. Spesso si tratta di “Coincidenze” o di “Somiglianze”, ed ho citato, senza volerlo, con due titoli, due grandi maestri tra i contemporanei, Cucchi e De Angelis. Diversissimi, ma complementari l’uno all’altro. Naturalmente ve ne sono altri, tra i contemporanei, e, guardando all’Europa, penso a Yves Bonnefoy, uno dei più grandi poeti viventi, a Clara Janes con la quale ho trovato, addirittura, una “somiglianza postuma”, avendo letto le sue poesie solo dopo averla conosciuta come persona.

Curva sul crinale interi popoli/vecchi popoli vacillano/nei nostri occhi/…nelle lamiere campeggiano scheletri di un sogno annerito: sono versi che aderiscono al nostro presente senza mai esserne un vero resoconto. L’attenzione alla dimensione sociale percorre tutta la raccolta e ne è un nucleo fondamentale. Secondo Marina Cvetaeva “il matrimonio del poeta con il tempo è un matrimonio forzato e destinato al fallimento”, per te la storia, quel che accade oltre la propria interiorità, riguarda da vicino la poesia?

Credo che per “storia” tu intenda il contingente. E allora ti dico che tutto ciò che attraversa la mia esperienza entra nella mia interiorità e quindi nella mia poesia, senza mai divenire il resoconto della realtà. “Il peso della terra”, ad esempio, che rievoca una strage, non ha la pretesa di riconoscere o di descrivere il fatto o la dimensione sociale determinata dall’avvenimento specifico. Non è questo il compito della poesia. Il poeta racconta del colpo inferto al popolo – qualsiasi popolo – della ferita generata dall’assassinio – qualsiasi assassinio – . Quel che conta per me, è raggiungere l’essenza dell’umano attraversando anche il disumano. In questo senso è evidente che quanto accade nel mondo – il contingente – per me, riguarda da vicino la poesia.

Credo, poi, che il successo o l’insuccesso del rapporto del poeta con il proprio tempo non sia legato tanto al riconoscimento generale del poeta nella propria epoca. Penso a Leopardi, ma anche a Campana che furono riconosciuti solo dopo la loro morte. Credo che nel pensiero della Cvetaeva la grandezza di un poeta non dipenda dalla tempestività del riconoscimento, quanto dalla qualità del riconoscimento. Se ne deduce che il poeta può essere riconosciuto anche dopo la morte purché la qualità del suo tempo – cioè della sua arte – sia sempre in vita.

La tua non è poesia che si ispira al rapporto con un luogo privilegiato, eppure nei versi affiora, sia pure smembrata, la dimensione del paesaggio, quasi l’ alfabeto minimo di una natura solare. Quali luoghi ti hanno formato e percepisci come più evocativi di altri?

I luoghi che mi hanno formato e che percepisco come più evocativi di altri, sono quelli con i quali stabilisco un rapporto, una relazione profonda. Sono moltissimi questi luoghi, e non sono necessariamente a me prossimi. Questi luoghi deputati – che sono anche spazi interiori – entrano improvvisamente nell’emozione che poi si trasferisce sulla pagina a volte anche in una piccolissima immagine. Altri luoghi, invece, sono da me cercati. Allora torno fisicamente “in quel posto” per poterlo sentire nuovamente e nulla sfugge alla mia percezione in uno spazio in cui sono tornata. Ogni millimetrico verso di questo libro ha una sua collocazione, per così dire, “geografica”, fisica, anche materica. Conosco perfettamente tutto l’alfabeto minimo di cui si compone la mia poesia. Naturalmente sarebbe riduttivo parlarti di luoghi specifici… Posso dirti, invece, che questi luoghi raccolgono volumi enormi che richiedono un enorme udito.

“La nascita” testimonia un’esistenza che cresce sopra un vuoto irrimediabile, un’assenza più che una nostra presenza: […] “per me sei un albero che spaura/ senza germogli / per chi suoni ora?/ quale ora e` perduta?/ non oltrepasserai la soglia/ il limite invalicabile del tempo/ la vita che non”

In questo “inferno della polvere” come può la poesia “sentire” la vita, essere uno strumento di salvezza ?

Non bisogna dimenticare che al centro della poesia vi è l’essere umano. E’ a lui che si rivolge la parola poetica. La testimonianza del poeta raccoglie in sé il pathos della vita, ma anche l’ironia, la fragilità della condizione umana, ma anche la potenza, la protesta, ma anche l’esultanza. Quando l’esito della poesia non è solo espressione di un impulso distruttivo, ma forza rigeneratrice, rifondazione civile, libera la saggezza che fa gioire della vita così come essa si manifesta. Ed è allora che la parola poetica diviene confortante e salvifica, quando l’espressione artistica che altri riconoscono come consolatoria, rivela la propria condizione. Tutti dovremmo imparare a riconoscere la nostra particolare capacità o propensione artistica che si traduce, alla fine, in una forma di comprensione e di amore per ciò che viene da noi, dalla nostra creazione che entra in contatto con l’umanità. Il “sentire” in poesia, ma credo in tutte le altre arti, si realizza proprio nell’incontro tra il poeta e il lettore, quando l’uno si appropria della voce dell’altro e insieme si trasferiscono su un piano “altro” di conoscenza. La vetta raggiunta è per me una forma di salvezza: non per uno, uno soltanto! Ma per tutti!

“La vita che non” che è il verso finale della poesia “so che non vi è vita né percezione”, è la negazione della vita nel proprio tempo. Questo non è certamente di per sé consolatorio, ma induce a una riflessione profonda sul significato della propria esistenza. Quel “non” testimonia l’impotenza di intervenire in ciò che accade nel proprio tempo e nella propria epoca ed è il riconoscimento della propria impotenza. E allora, compito del poeta è traghettare, anche con parole dure, scagliate come pietre, l’uomo verso la propria coscienza. Dal tempo dell’esaltazione e dell’espiazione al tempo della consapevolezza affinché ciascuno possa riappropriarsi dell’integrità perduta. In questo senso posso affermare di credere nella funzione sciamanica, rivelatrice della poesia. La forza della parola poetica da un lato deve rivelare all’essere umano la sua condizione esistenziale misera, contaminata dall’ingiustizia, dalla violenza, dall’ineguaglianza, dall’altro, spalancando la porta del sé sacro, deve mettere in luce la condizione divina che appartiene all’essere – a ciascun essere – fin dalla sua nascita.

5 settembre 2009

22 pensieri su “Luigia Sorrentino: “La nascita, solo la nascita”

  1. Mie care e belle signore,
    vi chiedo scusa per la familiarità con cui mi rivolgo a voi, leggere questo post mi ha scaldato il cuore e fatto riflettere e devo confessare che ho dovuto rileggerlo più volte per ordinare i pensieri e poter scrivere qualcosa di originale e spero di riuscirci.
    Luigia, ho avuto modo di apprezzare la tua poesia nella tua prima raccolta, C’è un padre, ma ti ho seguita qualche volta su rai news e a Roma, quest’anno, all’isola Tiberina.
    Mi piace questa nuova raccolta già dal titolo e non aggiungo altro perchè lo avete ben espresso voi due.
    Nascere: qualcuno dice che sia l’evento più traumatico della nostra vita. Nel momento in cui si sta per venire al mondo è anche quello più probabile per morire. Dal concepimento in poi vita e morte proseguono insieme inseparabili, come due facce della stessa medaglia. Ma non c’è solo la morte fisica, c’è anche quella spirituale, dell’anima, ecc. La vita stessa nasce dalla morte, per rubare le parole ad un amico,la vita nasce da un seme che muore e solo morendo si rigenera vita, morendo anche a se stessi.
    Leggendo il post e la recensione a due mani della raccolta ma anche della poetica di Luigia come già il titolo mi aveva fatto pensare, tutto si genera dalla nascita, solo dalla nascita.
    Ogni evento di vita o di morte, anche in natura, può essere generato solo da essa.
    Altro non aggiungo e mi affretto in libreria.
    Vi abbraccio.
    Stella

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  2. “…tutti dovremmo imparare a riconoscere la nostra particolare capacità o propensione artistica che si traduce, alla fine, in una forma di comprensione e di amore per ciò che viene da noi, dalla nostra creazione che entra in contatto con l’umanità.” Credo che il dramma interiore di un’artista, che sia poeta o pittore o musicista, stia proprio in questa difficoltà. Personalmente io ho riflettuto, e in realtà non ho mai smesso, sul “perchè” mi costringa a chiudermi alle volte così a lungo nella mia più profonda solitudine sia interiore che pratica per scrivere e dipingere e l’unica risposta che sono stata capace di darmi è questa: metto nei pennelli o nel mouse, trasferisco ad essi la mia percezione della vita, usandoli come antenne-sensori, transfer dell’immensità emotiva che ho raccolto. La dannazione viene dopo, usando un linguaggio estremo che va per immagini (ho il vezzo di dipingere) o anche “durante”.
    Un grandissimo complimento quindi a Luigia anche per l’armonia che invece lei ha saputo comunicare e soprattutto forse trovare in se stessa, quell’armonia che le consente di tornare al “sacro”.

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  3. Quando si parla di temi universali, di sacro incuneato nel materiale, di ricerca della natura profonda, del Sè Superiore, mi si invita a nozze. Quando poi chi scrive di questo, e in poesia, è Luigia Sorrentino, c’è una garanzia di stile e sensibilità fondata sulle emozioni.
    Giovanni A.

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  4. Carissima Stella Maria,
    So che non è facile esporsi con un pensiero, non lo è neanche per me.
    Quello che mi interessa davvero capire, attraverso questo blog, e quindi, insieme a chi legge e pratica poesia, è come oggi il poeta – l’artista – deve intervenire con il proprio pensiero su quanto avviene nel mondo. Vorrei capire cosa si chiede al poeta, per esempio, oppure cosa ci si aspetta da lui. Questa è una delle grandi domande, per me. Avremo modo di parlarne, spero. Con te e con gli altri, le altre, che vorranno intervenire al dibattito su questo blog.

    Sono contenta che comprerai il libro, o quanto meno, ci proverai…
    Purtroppo, quando un libro esce con un piccolo editore, possono esserci, anzi ci sono, problemi di distribuzione. Allora bisogna avere un po’ di pazienza, richiedere il libro in qualsiasi libreria e non spaventarsi se ti dicono che ci vorranno uno due tre quattro giorni per averlo…

    Grazie per la tua pazienza…
    Ti abbraccio
    Luigia

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  5. Ciao Cinzia!
    Il “sacro” è quello spazio inviolabile dentro il quale si muove ogni esistenza…
    Sacro è ad esempio, lo spazio tra due persone. Il rispetto di quello spazio, di quella distanza, sicuramente mette in moto il sacro.
    Il dibattito si intensifica…
    Grazie…

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  6. oltre ai complimenti che Luigia merita per la sua profonda passione per la poesia e per la bellezza dei suoi versi mi preme sottolineare un ulteriore aspetto che scaturisce dalla lettura di questa intervista
    la sensibilità verso quelle domande che sono il fondamento dell’esistenza le più semplici ma fortemente radicate
    a tutto ciò luigia risponde chiedendo cosa passa attraverso la poesia la nascita la sacralità dello spazio mettendo in moto i battiti del cuore le emozioni quello che è custodito nell’anima
    quello che possediamo nella nostra breve esistenza
    quello che la speranza trasformerà in salvezza
    c.

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  7. Cara Luigia,
    grazie.
    Non sono una scrittrice, ne una poetessa ma devo dire che di poesia ne leggo tanta, è il mio genere preferito, è il genere che più di tutti mi rappresenta per come sono dentro la mia “corazza” e quello che esprime al meglio i miei sentimenti, le mie idee, la vita che vivo. Non aggiungo altro ma continuerò nel dibattito, non ora perchè sono in ufficio e scriverei frettolosamente ma mi fa piacere dare un mio modesto contributo da lettrice.

    io credo che quando si vuole veramente qualcosa si può “lavorare” anche molto ma alla fine si ottiene e stiamo parlando di cose possibili, come acquistare un libro. Diciamo che vivendo nella capitale ed essendo superimpegnata, come tutti, le mie librerie sono online e si trova tutto. il tempo è un mio alleato e amico e io ho tanta pazienza, questo mi farà apprezzare ancor di più la lettura.
    per ora ti abbraccio e di nuovo grazie

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  8. Luigia cara, avrei tanta voglia di leggerti e parlarti. Questo articolo mi ha aiutato a conoscerti un po’ meglio.
    La vita, a volte, intralcia i nostri programmi e siamo costretti a posticipare le cose che vorremmo fare di più…
    Ho letto d’un fiato la Luigia contenuta nel post, che è la Luigia che in fondo conosco e intuisco.
    Ti penso, so che riusciremo a vederci, prima o poi.
    Grazie per i tuoi versi, risuonano dentro di me.

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  9. Caro Carmine,
    Sono così delicate e pregnanti le tue parole.
    E’ tua questa sensibilità, tue le domande, tuo il possesso dell’esistenza, tua la speranza, tua la salvezza.
    Grazie. Riesco a sentire quel piccolo cuore che batte in te e vicino a te. Quel piccolo e sacro cuore.
    Beati coloro che parlano al cuore.
    Ciao e grazie infinite

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  10. Cara Stella Maria,
    tu che raccogli le rose lanciate da Dio e ti ferisci anche le mani, e sanguini un poco.
    Tu che leggi la poesia sei tu stessa poesia.
    Sei dentro piccole o grandi mani – le tue – quando scivoli nell’impegno quotidiano, nella fretta, o quando ti abbandoni a una lacrima, a un sorriso, a una certezza.

    Grazie infinite per la tua perseveranza.

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  11. A Giovanni.
    La tua recensione sui Connettivisti è molto interessante!
    Aspetto la data, quella giusta, mi raccomando!
    Baci
    L.

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  12. Cara Luigia,
    eccomi qui, come farmi sfuggire un’occasione così ghiotta? Il parere di una lettrice e viene chiesto a me? Ne approfitto subito.
    Grazie infinite per le belle parole che mi scrivi e anche per i complimenti che mi fai, un po’ mi imbarazzano ma nel senso buono, perché io non credo di essere così degna (scusa ma il termine esatto non mi sovviene). Anzi ne approfitto per chiarire una cosa: qui, su altri blog di poesia, su FB e anche via mail e posta tradizionale ho avuto modo di scambiare idee con poeti e scrittori e la cosa mi lusinga, perciò continuiamo. Vorrei solo precisare che io sono “Nessuno”, una semplice lettrice e nulla di più, ne voglio esserlo. Mi lusinga il fatto che il mio parere sia così “autorevole” da esser richiesto e qualcuno si è rivolto a me chiamandomi “professoressa” o lodandomi come fossi una “personalità” nel campo. Io vi ringrazio infinitamente e ripeto, nulla mi riempie di più il cuore (e soddisfa il mio ego) ma io sono solo, appunto, una comune lettrice. Mi fa piacere sapere che per molti sia importante cosa ne penso ma vorrei non si generassero equivoci che potrebbero deludere l’artista o farmi trovare in difficoltà, coinvolta in discussioni che non hanno motivo di essere.
    Detto questo, e spero di non essermi fatta fraintendere, comincio dalla tua seconda domanda: cosa si chiede al poeta e cosa ci si aspetta.
    Io scrivo un diario, esclusivo per me, ebbene, in quel diario c’è Stella così com’è, nuda, senza corazza, mura di difesa, maschere, soldatini armati a difesa, c’è la mia “essenza” così come solo a Dio è concesso conoscere. Non so tradurre tutto questo in poesia perciò mi aspetto di trovarlo in una raccolta o anche in una sola poesia scritta da un altro essere umano. Mi aspetto dal poeta la “traduzione” in versi dei miei sentimenti, mi aspetto di leggere il loro cuore, che provi sentimenti di amore o di rabbia, di gioia o dolore, voglio trovare in un componimento quel pathos che vive in me, la condivisione, certezza di non essere “sola” in questo mondo.
    La poesia deve comunicare e creare condivisione.
    Preciso che la poesia che leggo di più è quella che esprime l’amore, sia esso felice o infelice ma leggo anche l’altra, andiamo per gradi.
    L’amore è un sentimento forte non un qualcosa di “tiepidino”, di amore non ci si sazia mai. Amore per l’altro sesso o per lo stesso, non discrimino a me interessa il cuore, amore per la vita, per le cose, per gli altri, chiunque essi siano. Di conseguenza anche l’opposto, il non amore, non lo definirei odio, ma solo rabbia, delusione generata dal rifiuto, dalla consapevolezza che qualcosa che era non è più, o semplicemente rabbia per le cose errate di questo mondo.
    Pertanto l’amore deve esprimersi in tutta la sua forza straripante, prorompente, in tutta la sua passionalità e anche eros, purchè non scada nella volgarità, almeno per i miei gusti.
    Non a caso fra i miei autori ci sono Catullo, Shakespeare, Leopardi, Neruda, Keats, Byron, Rimbaud, Baudelaire, Pessoa, Pavese, Campana, solo per citarne alcuni ma anche molti che scrivono qui e altrove, tu, Michele Caccamo, Giovanni Nuscis, Franco Arminio, Carmine Vitale, Pasquale Vitagliano, Roberto Rossi Testa, Francesco Marotta, Franz Krauspenhaar, Renata Morresi, lo stesso Fabrizio Centofanti di quando scriveva poesia e anche della sua poesia in prosa contenuta nelle sue pagine di diario, e chiedo scusa se non ho citato tutti, ma singolarmente a ognuno ho espresso il mio pensiero.
    Ma la poesia non è solo d’amore verso persone, cose, natura, la poesia è anche impegno civile. Premetto che, e non a caso, ho citato alcuni scrittori del passato, non tutti fra quelli citati, ma io credo che oggi la poesia anche se impegnata civilmente, ahimè, si limita ad uno sfogo non ottenendo conseguenze “politiche” o reazioni nelle istituzioni e soprattutto nella popolazione. Anche perché, purtroppo, è il genere letterario che viene letto da pochi e quindi non scatena ribellioni o manifestazioni in piazza. La poesia è di pochi, siano essi scrittori o lettori, è un genere che, secondo me, nasce con l’individuo, è una certa sensibilità che hai o non hai, come un dono, e tale io credo che sia: un dono di Dio per pochi.
    Mi spiego meglio, nelle società occidentali, cosiddette democratiche, la voce del poeta non si leva più a protesta come se scendesse in piazza. Non è facile per me spiegarmi senza rischiare di farmi fraintendere, proverò a farlo con un esempio, sebbene non si tratti di poesia ma di prosa.
    Ci sono molti libri/romanzi che denunciano illegalità, ingiustizie, scandali, insomma le cose sporche di questo mondo, la spazzatura dei discendenti di Adamo. Cito un caso su tutti: Roberto Saviano. Ebbene Roberto Saviano ha denunciato una realtà grave nel suo libro, Gomorra, ma di fatto che cosa è cambiato? Le istituzioni hanno cambiato il loro operato? Devo dire, per correttezza, che le forze dell’ordine fanno molto più di quel che si pensi, ma c’è stato forse un rafforzamento degli apparati e degli uomini, per combattere questa piaga eterna? Saviano ha messo a rischio la sua vita ma di fatto, noi tutti (scusa se generalizzo), la maggioranza di noi, a parte comprare e leggere il libro, ha tolto la testa da sotto la sabbia? Dopo il rumore iniziale, il parlottare in ogni luogo, cosa è cambiato? Solo che Roberto ha perso la sua libertà. Ma qui il discorso si fa ampio rientrando nell’indifferenza generale che si respira in questa società.
    Forse nei paesi con governi meno democratici, per non dire dittature, la poesia/prosa con impegno civile può ottenere l’effetto che si propone e mi viene in mente Salman Rushdie.
    Questo non vuol dire che il poeta non deve impegnarsi civilmente anzi, poiché le più grandi svolte storiche sono partite dagli intellettuali, forse bisognerebbe incentivare l’impegno civile, quell’impegno che fino al secolo scorso era ben radicato nei poeti/scrittori dell’epoca che, d’altra parte erano “introdotti” nell’alta società e in politica e di conseguenza avevano un peso ben diverso. Spero di non scatenare polemiche con queste mie affermazioni ma se non ricordo male dibattiti sul tema in questo blog ci sono già stati.
    Ma impegno civile non vuol dire solo politica bensì e soprattutto, sociale e ambientale. Allora sì, chiedo alla poesia anche questo e cito su tutti Giovanni Nuscis ma non solo lui, che con poesia ma soprattutto prosa, su questo blog prende posizione ed esprime il suo pensiero, ecco io voglio anche questo.
    Per concludere io chiedo al poeta “realità” ovvero realtà profonda del proprio essere con virtù e debolezze, e del proprio modo di vivere e guardare questo mondo affinchè io possa ritrovarmici dentro, o avere spunti di riflessioni o vivere quell’amore e quella passionalità, quei sentimenti forti senza mezze misure, quel pathos che ho dentro ma non ho trovato fuori o che fuori deve essere ammorbidito per il rispetto dell’altro, chiunque esso sia, e di me stessa.
    In confidenza: io sono Nessuno, un Ulisse dei mari dell’anima in cerca della sua Itaca e di una Penelope in attesa, che tesse la tela di giorno e la disfa di notte.
    grazie Luigia per l’oocasione concessami.
    Stella

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  13. Bene Stella Maria.
    Mi sembra uno spunto interessante di riflessione. Grazie. Non ti liquido qui, nel senso che ci ritornerò su, ma per ora ti dico solo: io credo nel valore della poesia civile, ci credo profondamente. Io credo nel valore di una poesia che ristabilisca una “civitas”, “civiltà”, o che pretenda, in assenza di essa, la ricostituzione di una nuova società civile. Sia ben chiaro, però: la poesia, o il poeta, non può sostituirsi alle istituzioni. Il poeta può porre, ad esempio, il problema dell’Istituzione, della mancanza di leggi uguali per tutti, e via dicendo… e può farlo in tanti modi differenti… Ma ne riparleremo più tardi.
    Grazie
    L.

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  14. Cara Stella Maria,
    incontro la tua passione di lettrice. Ne sono felice.

    Il tuo parere, quello di ciascun lettore, è sempre autorevole per chi scrive.

    Alla domanda: “Cosa si chiede al poeta?”
    Tu rispondi: “Mi aspetto dal poeta la traduzione in versi dei miei sentimenti, mi aspetto di leggere il loro cuore, che provi sentimenti di amore o di rabbia, di gioia o dolore, voglio trovare in un componimento quel pathos che vive in me, la condivisione, certezza di non essere sola in questo mondo. La poesia deve comunicare e creare condivisione.”

    Credo di poter affermare con certezza che ogni poeta si augura di trovare questa condivisione.
    Ciascun poeta si augura di trasferire le proprie emozioni, ma anche disperazioni, nel cuore del lettore.

    Altro problema, è, invece – questo viene fuori nella intervista con la Pacifici – è il rapporto del poeta – ma più in generale dell’artista – con il proprio tempo. Può capitare – è capitato spesso – che un poeta non abbia incontrato il consenso nel proprio tempo e questo può trasformarsi in una condanna per la vita dell’artista, ma non è detto che sia una condanna per la sua opera! Ciò che è importante – dico – è la qualità dell’arte ed è quella qualità che deve sopravvivere al tempo. Catullo, Shakespeare, Rimbaud e gli altri che citi, sono grandissimi poeti perché sono sopravvissuti al Tempo.

    Alla domanda; “Cosa ci si aspetta dal poeta?”
    E qui tu giustamente poni la questione della Poesia Civile.

    Dal poeta ti aspetti La Poesia Civile.
    E dici con altrettanta chiarezza che non ti interessa “la bassa poesia civile” che si traduce nel mero “sfogo”, perché – mi sembra di capire – per te questo genere di poesia non produce conseguenze “politiche” o reazioni nelle istituzioni e soprattutto nella popolazione.
    Ed hai perfettamente ragione. La poesia oggi non muove le piazze. E forse questo è un limite della contemporaneità, o, forse, una conseguenza.

    Secondo me il vero problema è nella lingua.
    Il poeta contemporaneo che vuole denunciare l’orrore del proprio tempo che lingua deve parlare? La lingua del popolo? Ma qual è la lingua del popolo? Ed esiste ancora un popolo?

    Come vedi Stella Maria, è molto difficile la questione.
    Ma in parte, ti ho già risposto … Il poeta da solo non può rifondare l’Istituzione. Può farti capire che non c’è più un’Istituzione. Che manca una “creazione”, una “rifondazione civile”.
    Tutti – intellettuali e non, poeti e non, scrittori e non – siamo causa di questa mancanza.

    Concludo prendendo in prestito alcune tue parole: “Io sono Nessuno” e aggiungo: “qualcosa che io ho fatto è Niente”.

    Grazie Stella Maria per l’occasione di questa riflessione.
    Luigia

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  15. Cara Luigia,
    grazie a te.
    Si, ci siamo incontrate, ti auguro con il cuore di sopravvivere al tempo e questa è dura “consuetudine” per gli artisti, mi spiego meglio: a parte chi ha la fortuna di avere dei “mecenate” purtroppo molti artisti sono famosi ex-post, e mi dispiace molto, io sono per vivere il presente intensamente dando “gloria” nel momento.

    “Ed hai perfettamente ragione. La poesia oggi non muove le piazze. E forse questo è un limite della contemporaneità, o, forse, una conseguenza.

    Secondo me il vero problema è nella lingua.
    Il poeta contemporaneo che vuole denunciare l’orrore del proprio tempo che lingua deve parlare? La lingua del popolo? Ma qual è la lingua del popolo? Ed esiste ancora un popolo?”

    Ho preso solo queste poche frasi per dirti che concordo pienamente ma aggiungo, come già accennato sopra, che una parte del problema sta nel fatto che la poesia è un genere attualmente poco letto e inoltre la società ha un grave problema di “indifferenza”. Qualunque cosa accada sembra non accadere, a meno che non si parli di cose “senza contenuto”, e qui mi fermo perchè è veramente triste constatare il vuoto esistente, l’importanza dell’apparire più che essere.

    grazie ancora e scrivi tanto perchè, e scusa l’egoismo, a me piace leggere. Anzi scrivete tutti, tanto.
    un abbraccio
    Stella

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  16. “Guido, ì vorrei che tu e Lapo ed io / fossimo presi per incantamento, / e messi in un vasel ch’ad ogni vento / per mare andasse al voler vostro e mio.”
    Cara Stella Maria,
    Erano 3 i poeti del Dolce Stil Novo… Soltanto tre! E hanno cambiato il mondo.
    Questo per ritornare a dire, che la poesia non ha mai mosso le piazze, Ma a volte non è necessario muovere le piazze per cambiare il mondo… E’ un discorso molto complesso, ma mi fa piacere averlo avuto con te. L’indifferenza è un mare aperto nella nostra epoca. Difficile andar per mare, credimi… Ecco perchè la poesia può essere – deve essere anche una consolazione – pensa a Rilke più che a Rimbaud… E magari, comincia a scrivere anche tu. A Roma, quando qualche anno fa venne Salman Rushdie disse a proposito della difficoltà della nostra epoca disse: “Difendetevi! Scrivete elegie.” Io già stavo scrivendo “La nascita, solo la nascita”. Già avevo cominciato a piangere e a scagliare parole dure come pietre.
    Ciao
    Luigia

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  17. Cara Luigia,
    allora continua a scagliarle perchè, se non con la poesia, io sono impegnata civilmente e scaglio pietre anche se a vuoto, non pretendo di cambiar qualcosa ma lameno ci provo. Spesso però mi scopro sola e chi diceva di sostenermi non è lì neanche a coprir le spalle.
    io ci sono e sono pronta a supportarti, non sono un mecenate ma il vecchio, caro, passaparola funziona sempre, in modo lento ma … efficace.
    Scrivere, già lo faccio, poco ultimamente a onor del vero, ma per ora rimane solo un mio vezzo.
    Rilke, si è fra quelli che “rileggo” e tanti altri ma la lista potrebbe esser troppo lunga, io sono una drogata di poesia, la leggo tutta per non andare in astinenza:-)

    ciao, in attesa della lettura del tuo libro che sta arrivando, poi in pubblico o privato ti dirò.
    a presto
    Stella

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  18. Grazie per tutte le riflessioni da parte di tutti gli intervenuti, soprattutto, grazie a Luigia per la lucida e chiarificatrice “lettura” della sua raccolta, dalla quale si evince quanto lavoro di riflessione e di introspezione, quanta “cultura” stratificata ci sia alla base di una “scrittura”, dove la “ispirazione-improvvisazione” romantica è cosa d’altri tempi…L’unica realtà preesistente all’opera credo sia il valore etico che il poeta ha, e intorno al quale si muove il suo interesse, si struttura, più o meno faticosamente, ma lucidamente, il “discorso” poetico (includendo anche la questione del linguaggio – che ogni poeta ha o si costruisce). Credo di essere pronto per una nuova lettura della “La nascita, solo la nascita”, certo di avere più strumenti per conquistare più a fondo il suo senso-messaggio…In realtà poesia come quella di Luigia costa “fatica” leggerla; occorre perciò rileggerla mano a mano che si acquisiscono elementi utili per avanzare nella comprensione… Scoprirne, alla fine di una siffatta “lettura”, un disegno unitario e coerente è una sicura “gratificazione” per il lettore e, ovviamente, per l’autore.

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