Vivalascuola. Scuola precaria


Una strategia diversa: fuori dal chiuso dei Collegi Docenti

Quando vado al presidio degli insegnanti precari, iniziato il 1° settembre davanti all’Ufficio Scolastico di Milano di via Ripamonti, trovo: il gazebo, i tavoli su cui alcuni insegnanti lavorano preparando dei cartelli, le tende per la notte piantate attorno, in un angolo i sacchi di plastica per la raccolta differenziata dei rifiuti. Su un albero è appeso un foglio con i turni di presenza e una sommaria programmazione delle attività: di pomeriggio ci sono gruppi di lavoro, alle 17 c’è un momento assembleare. Volantini informano degli obiettivi: il blocco dei tagli e la riconferma degli organici dello scorso anno scolastico, la stabilizzazione dei lavoratori precari della scuola mediante l’assunzione in ruolo su tutti i posti disponibili, il ritiro della legge 133 e del p.d.l. Aprea, l’adeguamento della spesa per istruzione e ricerca ai parametri del piano di Lisbona (3% del PIL, contro l’1,1% attuale). Alcuni poliziotti stazionano sul marciapiede di fronte.

Ci sono due panche, in una andiamo a sedere io e Matteo.
“Le lotte dell’anno scorso hanno visto in ombra la situazione delle scuole medie e superiori, tanto che nei
mass media la precarietà è stata collegata soprattutto all’introduzione del maestro unico alle elementari, mentre invece non è così. Il fatto è che le scuole elementari hanno trovato modalità efficaci di comunicazione attraverso i comitati di docenti e genitori, con cui lì c’è un rapporto diretto; anche universitari e ricercatori hanno trovato modo di proiettarsi all’esterno e coinvolgere le città. Tutto questo è mancato nelle scuole medie e superiori, perciò quest’anno abbiamo adottato una strategia diversa, che fosse più visibile e facesse uscire i problemi della scuola dal chiuso dei Collegi Docenti”.

Quanti perdono il posto nella scuola: 8 volte quelli dell’Alitalia

Arriva un insegnante in pensione a portare la sua solidarietà, che espone le sue idee per l’eliminazione della precarietà, collegando l’abilitazione a un periodo di insegnamento.
“Ma noi siamo tutti abilitati” dicono gli insegnanti presenti. “Abbiamo fatto tutto il necessario, laurea, SSIS, corsi di formazione e aggiornamento, ed il guaio è proprio questo, che con tutto ciò abbiamo raggiunto un’età in cui è difficile riciclarsi in altri ambiti”.

“Pensa” riprende Matteo “che quelli che in 3 anni perderanno il posto di lavoro nella scuola saranno più di 130.000, più di 8 volte quelli dell’Alitalia che rischiavano il lavoro, più di 2.000 volte gli operai dell’Inse. Eppure il problema dell’Alitalia ha tenuto occupata l’Europa, mentre della scuola viene fatta una campagna di svilimento e diffamazione”.

Di tante cose ha bisogno l’apprendimento, ma non della precarietà
Intanto arriva un insegnante che ci legge un fax che si accinge a spedire al Dirigente Scolastico della scuola dove ha lavorato fino a giugno.
“E’ schifoso l’atteggiamento che in questa fase stanno tenendo molti presidi. Io come precario sono stato in servizio fino al 30 giugno, da quel momento in poi non sono tenuto a nessun obbligo di servizio, a meno di essere riassunto e pagato. Il Preside però non riesce a fare funzionare la scuola senza i precari che hanno lavorato lo scorso anno, chi fa adesso gli esami per il recupero dei debiti formativi, chi fa gli scrutini? Cosa dice alle famiglie a una settimana dall’inizio della scuola, quando non sa ancora se uno studente sarà promosso o bocciato? Allora il mio Preside mi convoca e mi impone di essere presente per obbligo di servizio, e mi minaccia di scrivermi una lettera ufficiale di richiamo: ma in base a quale diritto, dico io? Questo è antisindacale”.

“Forse paghiamo lo scotto di un benessere troppo rapidamente raggiunto” dice Matteo, “di decenni di imbarbarimento culturale, un deterioramento del linguaggio e delle relazioni. Ma ci fa piacere ricevere in questi giorni tante attestazioni di solidarietà, dagli operai dell’Inse, ma anche di tanti cittadini, da colleghi e studenti. Un pizzaiolo di viale Bligny ci ha portato pizze gratis, dei genitori ci portano bibite e crostate. Lo fanno perché visibilmente credono nel valore della scuola e nel ruolo dell’insegnante. D’altra parte la precarietà della scuola è un danno per tutti, di tante cose ha bisogno l’apprendimento, ma certamente non della precarietà”.

* * *

La situazione
Sono 286 mila i supplenti abilitati iscritti nelle graduatorie ad esaurimento e 473 mila gli iscritti nelle graduatorie d’istituto, senza abilitazione e con pochissime speranze di lavorare nella scuola. Per effetto della legge 133 il governo ha tagliato 57.368 posti, mentre i posti lasciati liberi da coloro che sono andati in pensione sono poco meno di 40 mila. In totale mancano all’appello 17.530 posti per altrettanti precari che lavorano da anni nella speranza di essere immessi in ruolo. E in ogni caso i 40 mila docenti pensionati non saranno rimpiazzati.
A questi si dovranno aggiungere altri 8 mila dipendenti Ata, impiegati amministrativi e tecnici della scuola. Il piano del governo è quello di tagliare in tre anni (2009/2010 – 2011/2012) 130 mila posti di lavoro nella scuola.

Più studenti meno insegnanti
Aumenta invece il numero degli studenti (+2,8% in dieci anni): con un’impennata delle
(+9,3%, anche per l’aumento dell’obbligo), mentre le medie pagano alla demografia una flessione del 3,4% e le elementari rimangono invariate. Un’impennata degli iscritti anche nella scuola dell’infanzia (+6,4%), che si ripercuoterà presto negli altri ordini di scuola.
Dal 1998 al 2007 gli insegnanti a tempo determinato sono aumentati del 121% mentre i docenti di ruolo sono diminuiti del 3,5 per cento.

aumento studenti

Più precari anche i non docenti
L’occupazione precaria è cresciuta anche tra il personale tecnico-amministrativo, fra cui nel 2007/2008 si contavano 79.700 contratti brevi (+19,8% rispetto al 2000, anno del passaggio di questo personale dagli enti locali al ministero dell’Istruzione): tra gli Ata, è occupato a tempo determinato un dipendente su tre (qui).

* * *

Un insegnante incazzato:

Insegnanto o caporali?
di Giuseppe Palatrasio

Da settembre i tagli Gelmini-Tremonti cominceranno a diventare operativi, il piano di smantellamento della scuola pubblica italiana, nonostante le finte marce indietro e i balletti mediatici esibiti intorno al progetto di contro-riforma Aprea, va avanti a passi da gigante, la campagna di diffamazione dell’intero corpo docenti per far meglio digerire agli italiani i tagli è già in corso. Intanto i sindacati confederali nazionali (a parte qualche sussulto a livello locale) restano inermi e l’opposizione di palazzo manifesta un’indifferenza sostanziale sulla sorte della scuola pubblica italiana e di centinaia di migliaia di precari, indifferenza che le adesioni di facciata e in chiave elettoralistica alla manifestazione del Coordinamento Precari Scuola nazionale davanti Montecitorio del 15 luglio, non smentiscono affatto.

Intanto 17.000 precari spariranno già da settembre, 17.000 “desaparecidos” sociali il cui destino sembra non interessare nessuno, 17.000 famiglie che, passata la calura estiva, si ritroveranno senza più reddito e senza più un lavoro, in molti casi il lavoro che hanno fatto per anni e su cui hanno investito tutto. A questi si aggiungeranno gli 8.000 soprannumerari di ruolo. Molto più perfino di Alitalia o Termini Imerese! Contemporaneamente i piani di privatizzazione, aziendalizzazione e svuotamento della didattica e della libertà di insegnamento ci daranno il colpo di grazia. Così come le boutade razziste della Lega sugli insegnanti meridionali e sugli studenti immigrati che contribuiscono a creare un clima di intolleranza e a delineare una scuola non più “per tutti”. Tutto questo, ripeto, sembra nell’indifferenza dei più; cosa più grave nel silenzio della maggioranza degli stessi precari, insegnanti di ruolo e lavoratori della scuola, tutti colti da un apparente senso di rassegnazione e fatalismo collettivo.

Ma è proprio così? L’ignavia e l’indifferenza della maggioranza del corpo docente, oltre a facilitare oggettivamente il lavoro distruttore e anti-storico di questo Governo, rischia di contribuire a rendere questo paese, meno democratico, meno solidale, meno tollerante, meno unito, meno reattivo, più autoritario, più egoista, più razzista, più diviso e più ignorante. In una frase, contribuisce ALLA FASCISTIZZAZIONE DI QUESTO PAESE. Sembra che una certa intima adesione e condivisione, una sorta di complicità ideologica e culturale con i propri carnefici – non interpretabile con le sole categorie della “paura” o della “moderatezza” – spingano l’insegnante medio (come l’italiano medio) a comprendere un solo linguaggio, non quello fondato sui fatti, sulla verità, sulla persuasione ragionata, ma quello della FORZA. Ci sono popoli e individui che proprio per reazione alla paura si sono resi protagonisti di gesta e imprese eroiche (la Resistenza partigiana non è stata forse una grande reazione collettiva a una grande paura?) e persone di pensiero moderato che però nel loro agire erano molto radicali (basti pensare a Gandhi, a Martin Luther King, a Don Milani o ai tanti preti “di trincea” contro la mafia). Quella dell’insegnante medio è tutt’altro che paura o moderatezza, è piuttosto un’istintiva propensione, quella di OBBEDIRE, obbedire al più forte.

Ci vorrebbero decenni per cambiare la testa dell’insegnante medio (come dell’italiano medio), ma noi non abbiamo tutto questo tempo e non possiamo permetterci di abbandonarci anche noi al fatalismo e alla rassegnazione, se non accettando di farci spingere passivamente tutti verso la rovina sicura. Chi fa del ragionamento, della critica, della lotta i suoi strumenti di analisi della realtà deve capire che l’unica maniera per contrapporsi efficacemente alla disgregazione della scuola pubblica, al prosciugamento dei diritti fondamentali acquisiti, all’imbarbarimento sociale e culturale – che corre veloce e ci scappa via proprio perchè scivola da una testa all’altra dell’insegnante medio senza ostacoli e inerzia e si propaga fino a dare sempre più forza a chi solo dall’inerzia e dall’obbedienza attinge forza – non è mantenere un profilo basso, dei toni e delle parole tranquillizzanti ma contrapporre al linguaggio della forza arrogante del potere, la forza della nostra unità, determinazione e radicalità di pensiero e azione.

Un’altra forza, che nasce dal basso, che propone una nuova idea di scuola, nuove parole, una nuova cultura e lo fa opponendosi fermamente a ogni tentativo del governo di lasciare migliaia di persone senza un lavoro e di modellare una scuola al servizio degli interessi di Confindustria e fondata sull’esclusione, gridando ai nostri potenti di carta NON LO POTETE FARE!!!, rischiando in prima persona come e più di prima, come fanno gli operai quando si prendono le manganellate dalla polizia, o gli studenti quando finiscono arrestati. Non si tratta di produrre dei “martiri”, ma se si arrivasse a questo livello di scontro (ma mi auguro non sia necessario) significherebbe però che il governo ha iniziato ad avere paura di noi e il giorno dopo probabilmente sarebbe costretto a cedere. Questa è una di quelle battaglie che si vincono dopo un lungo braccio di ferro e se riusciamo a dimostrare di essere più determinati dei nostri avversari, se duriamo un giorno in più di loro. La gente, quella più cosciente, quella più arrabbiata ha bisogno di punti di riferimenti e di esempi e comincia a solidarizzare quando vede che la lotta è seria e ottiene dei risultati concreti anche piccoli. Il nostro insegnante medio invece se ci percepirà come una forza sociale viva in campo, allora egli, così portato ad obbedire, finalmente ci seguirà.

Ma perché questo si ottenga, perché si arrivi effettivamente a una vera forza sociale di base dei lavoratori della scuola tutti, precari, di ruolo, ATA, occorre prima di tutto partire dall’UNITA’, da quel nuovo inizio avviato con la manifestazione nazionale a Roma del 15 luglio e con la nascita del Coordinamento Precari Scuola nazionale. Per questo è necessario che in ogni città nascano dei coordinamenti-scuola locali che da subito rilancino un nuovo percorso di lotta contro i tagli, il PDL Aprea e per l’assunzione di tutti i precari della scuola per riprendere in mano l’iniziativa, in vista delle convocazioni e dell’apertura dell’anno scolastico. Personalmente vorrei che a questo partecipassero tutti coloro che non hanno paura, che amano il loro lavoro e la scuola pubblica, che sanno lanciare il cuore oltre le barricate ma mantengono la mente lucida, che si espongono in prima persona anche quando “non conviene” e che non hanno mai pensato di arricchirsi o “sistemarsi” aggrappandosi alle spalle dei movimenti. Spero saremo in tanti.

* * *

Notizie dei precari di Palermo
di Rosalinda Gianguzzi

Cari amici, pultroppo le notizie che porto oggi dall’USP di PALERMO, SONO A DIR POCO ALLARMANTI.
Ho trovato i ragazzi dello sciopero della fame, soprattutto Giacomo e Paolo, TROPPO provati da 10 GIORNI DI DIGIUNO.
Sono un tutt’uno con le sdraio, attorno hanno colleghe che li sventolano con i fogli, per dargli un po’ d’aria, non riescono a stare in piedi, pallidissimi, parlano poco e con tono bassissimo e a stento tengono gli occhi aperti.
Tutti li imploriamo di smettere.
Oggi a loro, che ricordo essere in 3, insieme a Giovanni (collega magrissimo) che si è unito in questi giorni, si è unita la collega di primaria Rossella Di Gregorio, e da domani, liberatesi dalle convocazioni si uniranno al digiuno altre 4 colleghe. (continua qui)

* * *

La soluzione del Ministro qui e il parere del sindacato qui.

Le circolari e i decreti ministeriali sugli organici qui.

Una sintesi dei provvedimenti del Governo sulla scuola qui.

* * *

Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui.

La mappa della protesta qui.

Un’intervista a Francesco Locantore del Movimento Insegnanti Precari, il gruppo romano del Coordinamento Precari Scuola qui.

La lettera di una precaria qui.

Un articolo di Giuseppe Caliceti.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas.

Spazi in rete sulla scuola qui.

11 pensieri su “Vivalascuola. Scuola precaria

  1. Bentornato, Giorgio, con questi documentatissimi post sulla scuola. Capissero tutti, finalmente, che la civiltà di un popolo e il suo sviluppo partono proprio da questo settore, così come il suo imbarbarimento!

    “Abbiamo fatto tutto il necessario, laurea, SSIS, corsi di formazione e aggiornamento, ed il guaio è proprio questo, che con tutto ciò abbiamo raggiunto un’età in cui è difficile riciclarsi in altri ambiti”. Tutte le carte in regola, dunque, cosa che, sappiamo, non troverà mai analoghe garanzie nelle scuole private.

    “perderanno il posto di lavoro nella scuola saranno più di 130.000, più di 8 volte quelli dell’Alitalia che rischiavano il lavoro, più di 2.000 volte gli operai dell’Inse. Eppure il problema dell’Alitalia ha tenuto occupata l’Europa, mentre della scuola viene fatta una campagna di svilimento e diffamazione”.
    Ogni posto di lavoro divenuto stabile crea serenità e fiducia nei lavoratori e nelle loro famiglie, maggior propensione ai consumi e al risparmio, garantendo, com’è risaputo, sostentamento per altre categorie di lavoratori. 130.000 lavoratori in mezzo alla strada sono dunque un danno per l’economia, una sconfitta umana e politica, un dramma individuale e collettivo. Questo senza considerare le molte scuole che resteranno prive di docenti, all’apertura dell’anno scolastico, un disservizio imperdonabile di cui bisognerà dare conto.

    Giovanni

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  2. “Capissero tutti, finalmente, che la civiltà di un popolo e il suo sviluppo partono proprio da questo settore, così come il suo imbarbarimento!”

    è perché l’hanno capito benissimo che le cose vanno come vanno.

    bentornato giorgio! io ci sono, con i miei tempi lunghi, ma ci sono! (e, purtroppo, con sempre meno entusiasmo per questo assurdo mestiere: che fare?)

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  3. Giorgio, non voglio e non mi interessa affrontare un tema come quello della scuola, che ritengo uno dei pilastri portanti di qualunque società degna di tale nome, ricalcando il ruolo “dell’anti” che avevo ricalcato nei post precedenti; così perlomeno era stato interpretato. Non pensare che sia una retromarcia: rimango della mia idea circa l’attuale livello formativo che la scuola è in grado di offrire, pessimo, e non cambio idea. Vorrei però provare a mettere sul piatto qualcosa di diverso, partendo da alcune riflessioni che non necessariamente ruoteranno solo intorno alla scuola.

    La prima osservazione, che mi servirà come spunto per il seguito, è legata a ciò che Prodi e Fioroni (lo scandalizzato dell’ultima ora) stavano combinando non più tardi di tre anni fa: tagli alla scuola per 100.000 persone e senza che scoppiasse il can can attuale. Tagli che sono poi [parzialmente] stati cancellati solo per convenienza politica, ma che sarebbero, una volta usciti dalla porta, rientrati dalla finestra; come usanza tradizionale della sinistra italiana e della politica in genere.
    La seconda osservazione è una diretta conseguenza della prima ed è una domanda: come mai sia la destra, sia la sinistra, hanno un approccio praticamente simile, cioè “curare” la scuola tagliando i docenti?
    La terza osservazione è un’altra domanda: da dove arriva questa matrice comune?

    Questa ultima domanda è [potrebbe essere?] il punto focale da comprendere per cercare e trovare una risposta coerente, che consenta di spostare il confronto/scontro non solo sul rientro dei tagli [visto da quasi tutte le persone che non lavorano nella scuola come necessario] e diventi il fulcro per impostare una strategia di comunicazione prima, indispensabile per raccogliere un consenso largo ora inesistente [gli attuali argomenti sono, a mio parere, blandi, considerati di parte, incomprensibili ai più] e quindi, poi, arrivare a proporre un diverso approccio alla riorganizzazione del sistema formativo.
    Però è necessario, prima, trovare la “matrice comune” che sembra legare tutti i governi occidentali [con qualche rara eccezione], indipendentemente dalla parte politica, in questa caccia al ridimensionamento della scuola.
    Ciò che noi viviamo ora, in Italia, è ciò che altri paesi hanno già vissuto: la scuola è sempre più spaccata in scuola d’élite [dalla quale usciranno i prossimi quadri dirigenti] e scuola popolare, necessaria per procurare i tecnici, gli ingegneri, i medici e tutto l’insieme delle professioni necessario per reggere la società. E anche per queste professioni, apparentemente ‘superiori’, sta partendo il processo di costruzione della piramide [esiste da decenni, da noi è solo arrivato in ritardo].
    A me è abbastanza chiaro, se questo è il processo, perché sono necessari i tagli.

    A questo punto c’è un’altra domanda che mi pongo da sempre: perché la sinistra italiana, ricca e con tutte le risorse finanziarie e gli appoggi politici necessari [ma il discorso può essere spostato anche fuori dall’Italia], non ha mai pensato di costruire le “sue” scuole? Perché si è sempre limitata, da un lato a foraggiare la lista dei precari, con interventi sindacali e politici che hanno regalato inutili concorsi “mostro”, e dall’altro a criticare le scuole private [prevalentemente a matrice cattolica], senza mai impostare una linea precisa e in grado di contrastare, su un fronte il degrado della scuola “per tutti” e sull’altro l’avanzamento delle scuole “confessionali”?

    E per l’ennesima volta, a questo punto, e non trovando una risposta logica [la scuola è un business e la sinistra non ha mai sputato sugli affari], torno sui miei passi alla terza osservazione: da dove arriva questa matrice comune? Mi rendo conto però, che limitarsi a capire da dove arriva è, probabilmente, la domanda sbagliata; oppure una domanda insufficiente e da integrare: a chi giova che le nuove generazioni abbiano un livello formativo più basso? Che, tradotto in soldoni, vuol dire meno competitività e crescita minore del/i paesi che fino ad ora sono stati l’asse portante della crescita tecnologica ed economica.

    Blackjack.

    PS: un primo passo, per cercare di trovare questa “matrice comune”, potrebbe essere quello di andare a cercare i “paesi eccezione”.

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  4. Mi pare che tra le possibili soluzioni del problema non sia stata proposta l’incentivazione del part-time, come, ad esempio, è stato fatto nelle Poste. Molti docenti prossimi al pensionamento, ad esempio, non lo scelgono, come vorrebbero, perché, essendo essi (beati loro) in regime pensionistico retributivo, si vedrebbero ridotta di parecchio la pensione; basterebbero, quindi, dei “contributi figurativi” (non so se la definizione è corretta, ma ci capiamo), con una spesa statale che non credo sia eccessiva.

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  5. Ringrazio gli intervenuti e comunico 2 appuntamenti milanesi:

    Mercoledì 9 alle ore 15.00 è previsto un incontro al presidio dei docenti precari in via Ripamonti 85 davanti all’Ufficio Scolastico con i rappresentanti sindacali per presentare loro la piattaforma rivendicativa e le posizioni sui contratti di disponibilità.

    Sempre mercoledì 9 settembre, alle ore 17.30, a Chiamamilano, l.go Corsia dei Servi 11, c’è un’assemblea dei precari della scuola, a cui saranno presenti: Caterina Spina (CGIL flc) e Elisabetta Daina (CUB scuola) su: tagli e conseguenze sui precari, gestione non trasparente di disponibilità e calendari, come opporsi.

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  6. Per quanto riguarda alcune questioni poste, mi pare legittimo che le critiche vadano a destra e sinistra, quando è mancata dall’una e dall’altra una politica a favore della scuola. Mi pare anche che oggi l’importante sia la difesa di una scuola pubblica di qualità per tutti, al di là delle etichette.

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  7. Giorgio, perdonami, ma nel mio commento, penso che tu ti riferissi a me con il tuo precedente, non volevo criticare né la destra né la sinistra. Semplicemente, o forse non così semplicemente, prendevo atto di un dato di fatto, destra e sinistra sono sempre più simili (vedi politiche sul demanio ad esempio), e mi ponevo due domande:
    1) perché sono uguali nei comportamenti finali?
    2) a chi giova?

    Senza rispondere a queste due domande è impossibile, a mio parere, difendere la scuola pubblica e fissare degli obiettivi. Come fai a fissare degli obiettivi se non sai chi è il tuo interlocutore e, in questo momento, a fronte della stesse politiche pratiche [indipendentemente dalle ideologie che le sostengono], non esiste interlocutore. Dovesse anche cambiare il governo domani mattina, le linee guida rimarrebbero le stesse; eliminati i soliti proclami di facciata.

    A questo punto si deve trovare l’interlocutore; se concordiamo che l’attuale classe politica non è PIU’ l’interlocutore esclusivo su questi temi. Come fare a trovarlo? Suggerivo una linea: andare a scovare i paesi in cui questa linea di demolizione della formazione pubblica non è presente e, probabilmente, non è mai stata presente.
    Da lì, forse, potrebbe uscire l’interlocutore “nascosto” da affiancare quello ufficiale, che sono i governi.

    Complicato?

    Blackjack.

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  8. svezia: denaro pubblico a palate, ergo eccellenza. l’interlocutore è il governo che crede nella formazione, cioè nella necessità di assicurarsi un’ossatura sana nel grande corpo del paese. noi non siamo un corpo, oppure sì: lievemente decomposto.

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  9. Lucy, hai indovinato (anche se non è l’unica nazione, probabilmente la più nota). Ora, però, scoperto uno dei tasselli, si tratta di capire PERCHE’ questa eccezione!

    Devo aggiungere una nota, al commento precedente, a correzione di un’inesattezza: non è vero che gli insegnanti non hanno un interlocutore. Non hanno più, a mio parere, un interlocutore politico, ma è rimasto quello che dovrebbe essere l’interlocutore principale: i cittadini. Purtroppo, fino a quando non sarà chiaro l’altro interlocutore (i suoi obiettivi e le strategie da adottare per contrastarlo), sarà molto complesso comunicare con i cittadini: destra e sinistra, entrambe, sono d’accordo sui tagli alla scuola! (e non solo…).

    Blackjack.

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  10. Grazie Giorgio, per aver riportato l’annoso problema dei tagli nella scuola, che della riforma non ha nulla.
    Si ha la netta impressione che si voglia tenere una generazione in ginocchio, pronta a verdersi per un tozzo di pane.
    Il vero compito della scuola è quello di formare le menti,ma sembra che questo sia considerato un lusso per pochi.

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