I racconti dell’età del jazz 8 / gli Zooties

cabcalloway

di Mauro Baldrati

1943, nel film Stormy Weather il cantante jazz e direttore d’orchestra Cabell “Cab” Calloway appare in tutto il suo splendore: in un completo bianco immacolato, camicia bianca, cravatta bianca, giacca bianca che arriva al ginocchio, grossa catena d’oro che pende fino quasi al pavimento.
E’ la consacrazione del Zoot style, abiti sgargianti super extra large, che caratterizzerà in parte oltre un decennio di musica jazz, e dello stile di molti dei suoi interpeti.
Era una moda autoprodotta, inventata e individualista, totalmente ignorata dalla moda ufficiale, da sempre attestata su modelli snob di lusso europeo.
Gli zooties con loro uso esagerato di stoffa sferravano un pugno nell’occhio al razionamento dei tessuti che il governo americano mise in atto durante la Seconda guerra mondiale. Si presentavano orgogliosi, sfacciati, e sembravano gridare al mondo: “siamo qua! E ce l’abbiamo fatta!”
Una preziosa testimonianza zootie è nell’ autobiografia di Malcom X, dove Malcom racconta il suo periodo giovanile sbandato, agli inizi degli anni ’40, quando acquistò, eccitatissimo, il suo primo abito zoot: giacca enorme svasata fino sotto le ginocchia, cappello con piuma, e catena d’oro lunghissima, come Cab Calloway.
Fu proprio lo stile zoot a provocare le prime scintille di rivolte razziali. Gli ispanoamericani, i Pachucos vestiti zoot, erano spesso coinvolti in risse con bande di marines o poliziotti, come in una scena del film LA Confidenzial. Al ritmo della musica jazz dell’epoca, gli scontri si allargarono rapidamente verso est, a Detroit, New York, Philadelphia, e furono i primi moti a carattere strettamente razziale.

Il jazz, insomma, creava moda, e puntava decisamente all’eleganza. Thelonius Monk, Dizzy Gillespie, erano dei veri elegantoni, con quelle barbette, i cappelli strani, le cravatte esotiche, i foulard a strati, i giganteschi occhiali da sole, e sembravano gridare: “ma lo vedete quanto siamo bravi, e interessanti, e ricchi?”
Erano gli hipster, i boppers che prendevano il testimone dagli zooties, il mito dei giovani forse più ineleganti della storia, i beat di Jack Keroauc che li seguivano in jeans sgualciti, camice a quadri da operai e magliette bianche: gli “hipsters dal capo d’angelo” cantati da Allen Ginsberg.

Ma questo sarà forse argomento per la prossima puntata, intanto godiamoci il filmato di un elegantissimo Nat King Kole (con Oscar Peterson e Coleman Hawkins), che era il cantante preferito di Neal Cassidy.

(rif La rivolta dello stile, di Ted Polhemus e Pierfrancesco Pacoda – Alet 2009)

3 pensieri su “I racconti dell’età del jazz 8 / gli Zooties

  1. Approfitto per consigliare l’ascolto anche del Nat King Cole pianista, che spesso è trascurato, ma che fu uno degli strumentisti più originali della sua epoca, per molti versi un precursore del pianismo bebop (incise al pianoforte insieme a Charlie Parker, uno che secondo me un po’ se ne intendeva…).
    Qui è con il suo famoso trio degli anni ’40 con Oscar Moore e Wesley Prince.

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  2. A proposito di Jazz e questione razziale, consiglio leggersi il testo di “Strange fruit”, canzone interpretata da Billie Holiday, che ai tempi fece molto scalpore, descrivendo con crudezza certe esecuzioni sommarie di negri che ancora si perpetravano negli Stati del Sud.

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