“Minimal Hotel” e “Subliminal Autogrill”, di Isabella Borghese (Microlit, Edizioni 18:30)

minimaldi Gaja Cenciarelli

A Isabella Borghese mi ha sempre unito l’immenso amore nei confronti della scrittura. È una di quelle caratteristiche che, per quanto mi riguarda, costituisce il terreno su cui edificare l’amicizia, la comprensione, lo scambio di opinioni, un sano confronto sulla letteratura.

Isabella ha di recente pubblicato – per i tipi delle Edizioni 18:30Minimal Hotel e Subliminal Autogrill. Si tratta di due gioiellini di sedici pagine ciascuno nei quali l’autrice ha dimostrato di avere idee, uno stile assolutamente personale (quando si trova la propra voce letteraria si è già a metà dell’opera: certo, il percorso è lungo, a tratti doloroso, sicuramente complicato), una rara abilità nel connotare gli spazi e i personaggi con espressioni brevi e precise.

Le stanze che vanno dalla 65 alla 68, con l’aggiunta finale della “Suite Diamante” del Minimal Hotel resituiscono l’atmosfera asfittica di un luogo che non dà speranze. Sedici pagine di un albergo in cui nessuno è davvero estraneo agli altri.
«Non esistono bugie, è tutto relativo, basta entrare nel Minimal Hotel».
«Puoi essere chi vuoi, nel Minimal Hotel».
Isabella Borghese riprende le scene che si svolgono in ogni camera con una scrittura ad alta definizione. Descrive giochi sessuali, fantasie e possibilità, gelosia, lo squallore di un no, la mancanza di coraggio, la speranza, la disperazione. Circostanze ed emozioni che vivono in Clelia, Fred, Gigi, Michele, Lucrezia e Luca, per citarne solo alcuni. E non uso a caso il verbo “vivere”: sono tutti personaggi che esistono davvero, che hanno uno spessore e raggiungono un livello di credibilità pari a quelli del – poniamo – nostro vicino di casa.

subliminalIn Subliminal Autogrill” Isabella Borghese sorprende per l’asciuttezza dello stile perfettamente in linea con la natura un po’ cinica e un po’ disincantata del protagonista. L’uomo si aggira prendendo appunti, ascoltando storie – in particolare da un interlocutore che, per i tic e il modo di esprimersi, è una figura che resterà senza alcun dubbio impressa nella mente dei lettori -, pensando alle donne che lo hanno accompagnato durante le sue soste in quelle terre di nessuno.
«Come se fa a morì in un Autogrill? Come se fa a morì così? Ripeteva guidato dalla rabbia e da qualche aperitivo di troppo. Davanti a lui il crodino infatti aveva lasciato il posto a un negroni con solo due cubetti di ghiaccio. Lui blaterava senza smettere, si intratteneva senza riuscire a trovare nessuna consolazione.
Io non appuntavo
Autogrill che uccide, no. Mettevo su Guccini, Autogrill… e pensavo ad altro, poi.
Autogrill e abbandono».

L’uso e la connotazione degli spazi, dicevo. È, credo, rassicurante inscrivere una vicenda in una cornice solida, contestualizzare la storia in uno spazio ben definito. I personaggi hanno la possibilità di muoversi, di interagire senza “rischiare” troppo, ma la limitazione degli ambienti rischia di limitare anche la completezza dei caratteri. E invece, sia in Minimal Hotel che in Subliminal Autogrill il rapporto interno/esterno è continuo e costante, sia dal punto di vista logistico, che sotto il profilo dell’interiorità umana. Michele, il figlio di Gigi (stanza 67), chiede al padre perché devono vivere in un albergo, perché non hanno una casa come tutti gli altri. Clelia affitta una camera (la 65) perché vuole tenere d’occhio il suo Fred, che lavora nel cantiere di fronte.

Ciò che risulta evidente, in questi due Microlit, e che li rende più che interessanti, è che Isabella Borghese sa raccontare. Per la precisione, Isabella racconta storie – che è quanto di più prezioso si possa chiedere a chiunque scriva – e lo fa senza cadere nell’autobiografismo smaccato e/o ostentato. Personalmente sono stufa delle autobiografie: a meno che non abbiano un valore paradigmatico, siano sorrette da una struttura robusta e da una scrittura vera, gli ombelichi altrui non m’incuriosiscono più e tantomeno mi appagano.
Ecco, Minimal Hotel e Subliminal Autogrill mi hanno dato ciò che cercavo: storie, personaggi, intrecci, il gusto per la parola scritta e la ricerca di un’idea originale.
Il fatto che li abbia scritti un’amica è, per me, fonte di autentica gioia.

[Isabella Borghese è romana, pubblicista, ufficio stampa, organizzatrice di eventi; suoi racconti e recensioni potete trovarli sul web, in vari blog letterari e antologie, tra cui Nazione Indiana, Opifice, Terranullius. “Parole e persone” sono le questioni che ama di più nella vita].

Isabella Borghese, Minimal Hotel e Subliminal Autogrill, Edizioni 18:30, 16 pagine, 2 Euro.

6 pensieri su ““Minimal Hotel” e “Subliminal Autogrill”, di Isabella Borghese (Microlit, Edizioni 18:30)

  1. Cara Gaja,
    l’ombelico è un affollato canale che può mettere in comunicazione esseri e mondi diversi, è ciò che i nativi americani chiamavano nierika e i fisici contemporanei chiamano worm hole; ed è una soglia, esattamente come le stelle in astronomia spirituale. Soltanto il nostro atteggiamento (“nostro” cioè di tutti noi, ovvero di chi legge non meno di chi scrive)lo fa diventare un buco della serratura o una porta regale.
    Nel senso da te indicato, perciò, pienamente d’accordo.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  2. Grazie Gaja, per l’attenzione, per l’amicizia anche, ché mi sembra gran bella ‘trovata’ tra di noi; avvenuta con calma, come si costruiscono i rapporti più veri.

    Appena ho letto le tue parole due sono stati i pensieri che mi hanno veramente affollato la testa: la sofferenza di chi scrive. il percorso arduo che a volte si percorre, quando inevitabilmente capita e sembra di essere lì lì, a un passo, e invece avvicinarsi non significa esserci ancora.
    ‘l’avvicinarsi’ che dà motivo di gioia, e il ‘non esserci’ che fa spesso porre una domanda: ci sarò?
    a questo io ho scoperto di non saper rispondere con oggettività e realtà ma potrei solo lasciarmi guidare dall’amore per la scrittura, che ahimè, non basta. non basta mai. e continuando ancora per un po’ con un’chissà’ tra le mani, nel cuore e nella testa.

    Per il resto credo che sia quanto mai impossibile riuscire, almeno per me, a distaccarmi totalmente dai miei luoghi, le vicende che mi sono attraversate e in cui sono inciampata nei miei primi trent’anni di vita. riuscire a collocarle senza che questo faccia della mia scrittura un ‘terreno’ malato, stanco, noioso è forse il compito più difficile che ogni giorno cerco di superare cercando di migliorarmi.
    Ma so con altrettanta sicurezza che tentare la strada in questo modo, con il mio modo e le mie storie resta la via più generosa da percorrere accompagnata da ‘un generoso lettore’ che decide di prendere i miei doni, le mie parole e farle proprie SEMPRE insieme a me.
    Il lettore è un dono prezioso nel mio immaginario e lo scrittore deve sempre accompagnarlo e prendersi cura di lui. Questa è la mia visione personale a cui mi piacerebbe avvicinarmi.

    Per il resto, ch edire? grazie ancora! ti abbraccio forte

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  3. Una volta, forse, i “librettini” di Isabella avrebbero potuto inserirsi nella cosiddetta letteratura metropolitana. Non so, ma io ho sempre pensato che le etichette di un libro servono più che altro al libraio per disporre al meglio gli scaffali.
    Per cui, ciò che ritengo su questi Microlit è che in 15 pagine, se ci sono idee e un efficace modo di esporle, si possono dire cose ben più interessanti di quelle contenute in tomi di 500 pagine dove, per esempio, per allungare il brodo vengono minuziosamente descritti personaggi che, nella storia, hanno ruoli marginali. In questi Microlit, invece, non c’è tempo e non c’è spazio per la fuffa. Possono essere uno schiaffo o una carezza, ma devono fare male o bene. Subito. E Isabella, per me, riesce in tutto questo… “Greeeeeeeeeeeeeeg!!!!!”

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  4. Mi piace molto di trovarmi, come lettrice, tra il Minimal e il Subliminal. Cercherò i libri di Isabella Borghese. Grazie Gaja!
    L.

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