La coscienza e il male. La responsabilità della confessione

di Vito Mancuso

Credente o non credente, non c’ è uomo che non abbia a che fare con la lotta contro il male che è in lui, che lui stesso ha commesso, ma da cui un giorno egli sente che deve liberarsi, magari senza sapere come né perché. Riconoscersi colpevole del male commesso e giungere a riconciliarsi con chi ne è stato vittima è infatti un’ arte difficile, che, come tutte le arti, non sorge spontanea ma scaturisce da un lungo esercizio. La Chiesa cattolica, grande maestra al riguardo con secoli di esperienza alle spalle, ha sempre riconosciuto un’ importanza essenziale all’ arte del perdono tanto da elevarla a “sacramento”, cioè a segno concreto in cui incontrare l’ azione divina. Lungo la storia tale sacramento ha conosciuto almeno tre diverse modalità di amministrazione: la penitenza pubblica nell’ età patristica, la penitenza tariffaria nell’ alto medioevo, la penitenza privata a partire dal secondo millennio. Questa terza forma, canonizzata dal concilio di Trento nel 1551, continua a vivere ai nostri giorni, anche se non sempre gode di buona salute, come ha mostrato anche l’ articolo di Sandro Veronesi (uscito su Repubblica il 3 settembre). Ora però non intendo entrare nelle complesse e spesso infuocate discussioni teologiche e liturgiche, quanto piuttosto soffermarmi sull’ universale dimensione umana in gioco nella riconciliazione. La riconciliazione (con gli altri, con se stessi e, per chi ci crede, con Dio) è un processo a più stadi. Quanti? Secondo la struttura del sacramento cattolico sono quattro e sono i seguenti, qui elencati prima con lo specifico termine teologico poi con quello più universale: 1) contrizione o pentimento; 2) confessione dei peccati o riconoscimento della propria colpa; 3) assoluzione o perdono; 4) soddisfazione o riparazione del torto commesso. La struttura del sacramento mostra che viè un progressivo processo di liberazione, prima solo interiore, poi anche esteriore, che parte dall’ intimo della coscienza e giunge ad azioni concrete in riparazione del male commesso. Non penso ci sia bisogno di credere nel dogma tridentino per rendersi conto della delicatezza e della preziosità dell’ esperienza umana che qui si tocca e che interessa ogni uomo che prenda sul serio la propria coscienza. Proprio a questo riguardo occorre chiedersi da dove nasca il senso di colpa che è all’ origine al pentimento. La tradizione insegna che esso è opera della coscienza che prova rimorso per la colpa commessa. Ma la coscienza in base a che cosa rimorde? Lo fa fondandosi su se stessa, oppure su una dimensione più grande che essa attinge ma che essa non crea? Per le religioni la coscienza è la voce interiore di una dimensione più ampia, ma anche per una certa tradizione laica le cose stanno così. Ne La religione nei limiti della sola ragione Kant afferma che “c’ è nella nostra anima una cosa che, se esaminata sotto la giusta luce, non possiamo evitare di considerare con la più grande meraviglia, e nei cui confronti la nostra ammirazione è legittima e,a un tempo, di grande conforto per l’ anima: si tratta della disposizione morale originaria che, in genere, è in noi”, aggiungendo qualche pagina dopo che “non siamo noi gli autori di questa idea – è invece essa stessa a insediarsi nell’ uomo”. Per Kant gli uomini non sono naturalmente buoni, anzi sono affetti da un “male radicale” chea mo’ di gorgo attira tutto a sé, ma ciononostante vi è in loro l’ istanza morale, la quale quindi non può che provenire dall’ esterno e al cui riguardo il filosofo non esita a parlare di “origine divina”. È per questa origine non umana che l’ istanza morale si presenta all’ uomo come “imperativo categorico”, come comando che non ammette repliche. A mio avviso il travaglio della coscienza contemporanea consiste nel fatto che, mentre la presenza dei sensi di colpa in essa non diminuisce, diminuiscono i codici oggettivi assiologici in base ai quali sottoporre a discernimento tali sensi di colpa (magari per scoprire che molti sono solo scrupoli da cui liberarsi al più presto). Ma tra i quattro momenti della riconciliazione, più ancora del pentimento è la confessione ad avere un ruolo centrale. La confessione esprime sempre un momento oggettivo. Confessando, dichiaro il male che ho fatto e lo dichiaro in quanto male e in quanto opera mia, senza cercare scuse o attenuanti né sul versante oggettivo (“non era poi così grave”) né su quello soggettivo (“non l’ ho fatto apposta”). Confessando dichiaro che la mia azione era proprio cattiva e che l’ ho compiuta intenzionalmente. Con ciò mi assumo la mia responsabilità, pago di persona, inchiodo liberamente la mia libertà alle conseguenze della sua azione. Solo un uomo libero può confessarsi veramente, perché la confessione è un giudizio che la libertà esprime su se stessa. Nella confessione la libertà si apre alla verità e si lascia giudicare. Non finge più, butta via le sue molteplici maschere, desidera solo la luce del vero. La confessione della propria colpa equivale a bruciare il male commesso facendolo passare per il fuoco purificatore della verità. La verità infatti ha un intenso potere purificatore. Per questo nonè raro che dalle vere confessioni si esca con le lacrime, le lacrime dell’ avvenuta liberazione, quando piangere è così consolante come forse nessun’ altra esperienza umana, e si piange di dolore e insieme di gioia, avvertendo un senso di pulizia interiore che ci riporta all’ innocenza dell’ infanzia, alle radici incontaminate della vita. È una grande grazia poter vivere momenti così, chi li vive non li dimentica più. Per questo la confessione, prima ancora che confessione dei peccati e quindi momento di tristezza e di sconfitta, è occasione di lode per aver potuto riconoscere il peccato in quanto peccato e quindi è gioia e vittoria, una vittoria della libertà su se stessa. Nel suo profondoe severo magistero spirituale il cardinal Martini ha insegnato che la confessione, prima della confessio vitae che riconosce le colpe, deve prevedere una confessio laudis che ringrazia Dio, per concludersi con una confessio fidei che dichiara di credere nel perdono che giunge (il terzo momento della struttura sacramentale). Ci sarebbe molto altro da dire ma devo concludere, non senza però ricordare quanto affermava Baudelaire, che “ogni uomo porta in sé una dose di oppio naturale, che instancabilmente secerne e rinnova” . Il vero “oppio dei popoli” è dentro di noi, e per questo la confessione, se vissuta come esercizio della libertà, può essere di grande aiuto per una vita più autentica.

Repubblica 8 settembre 2009

7 pensieri su “La coscienza e il male. La responsabilità della confessione

  1. Scusate, io quando vedo gli scritti di Mancuso non riesco a trattenermi. Logorrea e pesantezza a parte, la cosa viscida di costui è fingere sempre di stare facendo un discorso neutrale e obiettivo, quando invece vengono date per scontate cose che scontate non sono: per esempio la concezione della vita come combattimento interiore fra male e bene; il fatto che il senso di colpa sia un qualcosa di semplice, tecnico e oggettivo, cioè risponda a un reale rapporto di causa-effetto con un male realmente commesso; l’omissione del punto di vista psicoanalitico, come se nemmeno esistesse (che in un discorso così pomposo e assertivo equivale a negarne l’esistenza); la retorica sulle lacrime di gioia dopo una vera confessione, addirittura vicina ai toni di merda della new age… ecc.
    Ma leggetevi Freud e Foucault! E vergognatevi un po’!
    E per finire, il richiamo a una gustosa canzonetta popolare, che non ricordo più molto bene, ma che narra la storia di una confessione e che comincia così: “Con ‘sta pioggia e con ‘sto vento chi è che bussa al mio convento”, e poi, dopo che la ragazza si è confessata, dice: “E per santa punizione bacerai questo cordone…”.
    Mancuso, non te lo ricordi per caso come faceva il testo per intero? Non la cantavano quand’eri piccolo lassù in Brianza?

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  2. L’idea di Kant sulla malvagità intrinseca dell’uomo è quanto di meno cristiano si possa immaginare, infatti mette in discussione la stessa creazione dell’uomo da parte di Dio, o a seconda che lo si guardi da un’altra angolazione, considera l’opera di Dio imperfetta, Dio, in cui non esiste il male, ha fatto l’uomo interamente buono e il male è entrato dentro di lui per un libero atto di assenso.
    In secondo luogo l’articolo, con la usuale logorrea (e come non ripeterlo), maschera un concetto meccanico e banale del problema del male nell’uomo, finendo come è logico a vedere la confessione come un modo per star meglio con se stessi nonostante questa deformità ontologica.
    Ma non è Mancuso, poverino, ad aver colpa di questo, che evidentemente gli proviene da un intero impianto teologico viziato, come può sapere che il peccato ha delle manifestazioni, ma anche delle cause, e che la purificazione dal peccato di per se non cancella le passioni che l’hanno prodotto, dovrebbe fare lo sforzo di leggere i Padri antichi, quelli che prima di parlare sperimentavano su di se quanto asserivano in discorsi decisamente più asciutti e chiari.
    Quanto alla psicanalisi, fa finta che non esista perchè la usa sotto mentite spoglie, e il tormentoso duello che l’uomo ha con se stesso lo tiene rigorosamente ancorato alla dimensione psicologica, l’unica che sembra interessargli.
    Nel suo delizioso libro; “il Sale della Terra, vita dello Starec Isidoro” Pavel Florenskij racconta di un dotto e nobile abitante di Mosca, che venuto a sapere della santità dello ieromonaco decide di compiere il lungo viaggio per una confessione che si immagina memorabile e di grande soddisfazione morale e spirituale.
    Quando, però, è al dunque, davanti all’icona di Cristo, inginocchiato, lo starec gli consegna un cartoncino con un elenco e gli chiede; quale di questi peccati hai commesso.
    Dopo di che recita la preghiera di invocazione per il perdono di tutti i peccati conosciuti e sconosciuti, gli da la benedizione e lo congeda.

    Mi rendo conto però che nel mondo occidentale post tridentino la confessione abbia preso una dimensione tutto sommato così perentoria da un lato (é il prete che con la formula assolve infatti, e non è più, come mille anni fa e ancora oggi nel mondo ortodosso, un’invocazione del perdono di Dio, che così resta libero di farlo o meno, vedendo Lui solo quello che veramente c’è nel cuore del penitente), quanto incerta dall’altro, per la scomparsa quasi totale della “Paternità Spirituale”, che non è un sacramento, ma è il mezzo privilegiato per la cura dell’anima, e che pur non sostituendo in alcun modo la confessione dei peccati, si occupa principalmente di rimuoverne le cause, al fine di, per quanto è possibile, giungere ad una trasformazione profonda dell’essere, alla sua deificazione.

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  3. Sono abbastanza d’accordo con i due commentatori precedenti e poi vedo bene e male molto compenetrati. L’altro appunto invece che vorrei fare è notare come Mancuso non venga mai a dialogare con i suoi interlocutori che si prendono la briga di leggerlo. Capisco che il “successo” renda molto impegnati, però se un intellettuale scrive articoli per un blog sa anche che si tratta di una pagina con commenti aperti. Ogni tanto dialogare con i suoi interlocutori non farebbe male.

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  4. non credo che mancuso scriva – da quando frequento io questo blog, almeno – per lpels. è lpels che riporta i suoi interventi: questo è su repubblica. non solo mancuso non interviene, ma di solito qui avviene un putiferio, a cui egli rimane estraneo, per le cose che dice. perfettamente d’accordo con anna lb, tuttavia ritengo utile ricordare che è pressoché inutile aspettarsi da un cattolico – peraltro criticato dalle gerarchie episcopali – che fa di mestiere, prima che il filosofo, il teologo, la presa in considerazione di contenuti “altri” rispetto a quelli strettamente normativi della religione e della fede cattolica. ad un laico fanno un effetto i suoi interventi che non fanno ad un cattolico: il rifiuto del laico sono convinta non avrà le stesse motivazioni di un cattolico. io qui me la rido e basta, nemmeno mi indigno, altre volte invece non l’ho ritenuto il superficiale che alcuni amano, con altre espressioni, definirlo anche da queste pagine.

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  5. Pingback: La coscienza e il male | PiazzaCavour

  6. Sono pienamente d’accordo con voi ma lasciatemi aggiungere due cose.
    La prima riguarda il metodo speculativo applicato da Mancuso.
    Lui afferma:
    1 che non si possono accettare per fede quei dogmi e quegli insegnamenti cristiani che la ragione rifiuta in quanto contrari ad ogni logica;
    2 che Dio, avendoci donato la ragione, vuole che la usiamo.
    3 ne consegue che, facendone uso come Dio pretende, determinati dogmi quali il peccato originale, la presenza reale del diavolo e cosi’ via siano assolutamente da rifiutare in quanto illogici.
    Fin qui nalla da dire. Sono affermazioni di un teologo che ha rinunciato alla Fides cioè che non tiene nella dovuta considerazione quello che si trova scritto nella Bibbia.
    Il bello viene quando Mancuso affronta il problema della risurrezione di Cristo.
    Qui, la ragione viene messa a tacere: solo e unicamente per fede dice di credervi.
    Ovvero usa la ragione solo quando gli fa comodo usarla al fine di dare corpo alle sue tesi e vi rinuncia quando messo alle strette non può fare altrimenti.
    Ma questa è una contraddizione nonchè un metodo speculativo veramente illogico.

    Il secondo punto è quello relativo alla confessione o sacramento della riconciliazione.
    Qui il sacerdote, non fa più un’invocazione chiedendo il perdono di Dio, per il fatto che è, egli stesso investito del ministero del perdono per cui Dio agisce attraverso lui.
    Naturalmente il perdono è subordinato al reale pentimento e il pentimento medesimo dovrebbe essere contrizione perfetta ovvero avvenire non per paura del castigo ma per il dolore di avere offeso Dio.
    federico lenchi

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