Compianto in terracotta, L’età moderna

luce

di Maria Pia Quintavalla

Ed è sorella rinata dalle ceneri,

bisogna che io parli di Adriana.

rinata là mi aspetta

nella casa dove ha vissuto il padre,

ha taciuto di lui mi ha accolta

accucciata a terra poi, Sono qui

Vengo a prenderti ristorati –

la tua casa e la mia sono nate

qui, stesso spazio, sogno lo stesso

sosteneva i suoi occhi prima di morire.

Le sue stanze combaciano là sopra

le altre native ma hanno sagome aperte

più spaziate all’ esterno, trapezi cerchi

verso i gradi della vita poi quadri,

rombi di luce che veleggiano

n e l l ’ a l t o.

***

La notte stanno a schiera (all’erta)

lampioni la punteggiano sul parco

sostengono la sera.

C’è tepore dove la donna ha procreato

amato e perso i suoi bambini,

una soltanto è viva, i ritratti piccoli

la salutano fulgidi ogni giorno.

Lei si alza pigra ci prepara il caffè

parliamo –

poi stiamo ore a rimirare la beltà

e la luce, in dolce sfondo

esplodono piccole nicchie ombrose

dai cespugli del San Paolo.

***

A notte garrule, chiacchieravamo

del San Paolo come sue guardiane,

né gli occhi si stancavano

vagando nella musica i bicchieri.

Sapevo che là sotto nel secondo piano

un bel varco attendeva propiziando notte,

il sonno dei felici,

negli occhi la sopita infanzia si mostrava.

***

Il mondo era moderno al quarto piano,

come un’era adulta ma più sotto,

era l’antro dei sogni era l’infanzia.

Non era addio ma arrivederci, a più tardi;

l’amica era la vita la libertà di affetti

adolescenti che ti porta piano

va lontano in fiaba eterna

d’una piccola me contenta, come l’entrare

e uscire da una porta una soltanto

q u e l l a perché un padre aspetta

al piano che non s’apre più, aspettava stava.

***

Ora il salto dei piani si è smarrito

l’ascensore scende direttamente

al pian terreno in un’uscita sola,

nessuno abita né solitario attende

alcuna voce dice,

E’ tardi va’ a dormire oppure,

Cosa vuoi per pranzo l’indomani.

Alcuno a notte lascia letterine scritte

in uno stampatello di grafia leggera,

messaggi d’amore delicati dove sentirsi

al centro della vita non già più

salita, ma una mano che entra nella tua

soave e certa, piano.

***

La popolazione che abita lassù

l’età moderna oggi è in ospedale.

Lei non popola tutta la mia notte

ma una parte,

quella dell’oggi di chi scrive e conta

qui, dalla mano tenta in soffio

rinverdisce la cupola ode sentieri giù

dalle sue scale e stelle,

una cartografia leggera

suggerisce non più parole umane

ma da sole, le minute

di un diario che si annuncia ponte

o epistola, abbandono a cerchi

di luce dove vivere vicini

all’ impronta di noi due – in amore.

11 pensieri su “Compianto in terracotta, L’età moderna

  1. queste stanze, questa casa. apertissima alla notte e alla luce nello stesso tempo dell’ieri e dell’oggi, quasi una *tempiternità* della memoria ma soprattutto dell’affetto, la trovo molto aderente alla tua poetica e alla musicalità del tuo ritmo,e, quindi, riuscita, V.

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  2. Grazie, cara Viola,
    del tuo orecchio del cuore. Con cui sei entrata(tu sola e Nadia, accidenti),in stanze aperte degli affetti,e della memoria, ben detto! acuta la definizione, da te inventata, di “tempiternità” ,fu prorio così.
    Nel presente vivevo, proseguendolo,il vissuto interrootto, ecco la funzione dell’altra stanza, più alta, come osservatorio e crescita, come età moderna, appunto.
    Ma gli affetti hanno corso sinuoso come i fiumi a ritroso, direbbe Cvetaeva, o come i versi, con i loro ritorni.
    Ti abbraccio, Maria Pia Q.

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  3. eppure non mi sembra che ci sia una porta chiusa, né una stanza in cui sottrarre all’abbraccio una memoria che non è più solo sua, ma mia e di altri.No, forse di altre. Questa è la questione, perchè la parola che sta qui è detta come di solito fanno le donne mentre gli uomini, o in genere gli altri, quelli che si sentono estranei o e(s)terni, sono intenti a guardare altrove e loro,silenziose, in realtà stanno in tutti i luoghi che le abitano. Un pro-cedere che è un ri-costruire, ascoltare i numi tutelari e sfoltire le erbacce di tanta parola che non dice nulla. Grazie per questi passi,fernanda

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  4. Cara Fernanda, è vero: non ci sono affatto stanze chiuse,il fatto dei piani risale al fatto che fra il secondo piano, dove viveva mio padre e il quarto, dove vive l’amica(e dove posso ancora andare a dormire ogni tanto..)corrispondeva lo iato fra l’infanzia interrotta, ripresasi per un momento, (sovrapponendosi alla nascita della figlia), e l’età adolescente, o adultità,riavuta nell’amicizia.Quel salto ancora possibile fu bruciato dalla sua morte come un secondo furto: reintrodusse i salti di cui la mia vita fu attraversata.. (e funestata). Ma mi risana ascoltare che è di tutti, questa memoria, poi, -chè le donne ci stanno dentro alle stanze della loro e di altre vite, quasi ad agio.. Gli uomini stanno sovente,da un’altra parte.
    Con affetto, Maria Pia

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  5. Qui si aprono finestre su un vissuto personale particolarmente intimo, la cui delicata ma viva rappresentazione sfuma dalla vita propria a rimandi sapienziali; siamo sicuramente a Parma: San Paolo si riferisce all’ex convento di San Paolo, quello che ospita la famosa e favolosa “Camera del Correggio” e all’adiacente giardino, caro anche a Stendhal.
    Ma siamo anche nei territori del sogno, nei quali diurno e notturno si sovrappongono per creare inedite emozioni.
    Grazie, Maria Pia.

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  6. maria pia quintavalla è davvero una poetessa importante, in grado di scrivere e fare vivere la poesia. non ho molto di più da aggiungere se non che questi testi confermato quanto penso da tempo…

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  7. Matteo, ti ringrazio: spero sia un augurio il tuo come una PROMESSA DA MANTENERE.
    Roberto, i riferimenti a Parma son più che certi, regnano e spandono i loro effluvi, come le madeleinettes, eh sì.
    Maria Pia Q

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  8. Pingback: Maria Pia Quintavalla – Il libro che verrà | Imperfetta ellisse

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