Gesù e l’infinito: Riflessione all’interno del festival di Cuneo “Scrittori in città”

di Mauro Pesce

Quando sono uscito dall’albergo stamattina ho visto subito le montagne innevate intorno a Cuneo e mi sono ricordato del gran tempo che ho passato in questi luoghi. Seguivo il lavoro di un’antropologa sulle zone montane del Cuneese, le frazioni di Demonte e il santuario di Castelmagno. L’antropologa era mia moglie, Adriana Destro, e con lei abbiamo scritto il libro l’Uomo Gesù (Mondadori, 2008). A questo libro, m’ispirerò per parlare di Gesù e dell’infinito.

Leopardi ci ha spiegato che possiamo pensare all’infinito, solo a partire da un limite, dalla siepe aldiqua della quale noi stiamo. Concepire l’infinito in se stesso ci è precluso, ma i nostri limiti ci permettono di immaginarne l’esistenza. Abbiamo una percezione dell’infinito semplicemente perché abbiamo il concetto di limite e l’infinito è sempre quel qualcosa che sta oltre il limite che vorremmo valicare, ma che non possiamo concepire. La filosofia di E. Kant ci ha insegnato che il nostro cervello ragiona con categorie di spazio e di tempo. Tutto quello che noi percepiamo è dentro uno spazio particolare, un tempo particolare. L’infinito è qualcosa che ci trascende, che va oltre il limite spazio temporale della nostra immaginazione: non possiamo abbracciarlo. Gli amanti del mare e gli amanti della montagna conoscono bene questa percezione del limite, che ci trascende, ma hanno due diverse visioni dell’infinito. Nel mare, l’infinito è immaginato in basso: è ciò che sta oltre l’orizzonte curvo dell’immensa massa blu del mare. Per chi sale sulla vetta, l’infinito è in alto, oltre lo sguardo che si annega nel nulla. Questa necessità di concepire qualcosa che sta oltre i nostri limiti, senza però poterlo comprendere, è forse una delle radici della concezione di Dio. E tuttavia questa necessità contraddittoria di concepire l’infinito non è eguale per tutti gli uomini. Le diverse culture cambiano, fondamentalmente, la nostra percezione.
Ora Gesù è un ebreo e ragiona “all’ebraica”. Un filosofo dell’Ottocento diceva che di fronte alla trascendenza di Dio noi proviamo il sentimento della dipendenza; di fronte all’immensità della natura, percepiamo il senso della nostra nullità, della nostra pochezza, oppure il senso dell’annullamento panteistico, il desiderio di immergersi in questo tutto, che ci trascende. Queste sensazioni sono però normali nella nostra cultura, ma non in altre.

Radicalmente diversa è la percezione ebraica di Dio e perciò anche dell’ebreo Gesù. Per i profeti della Bibbia ebraica, Dio è colui che fonda la tua libertà e il tuo compito. Tu non ti annulli in Dio: Dio ti dà un compito e fonda la tua libertà. Se hai una percezione di Dio, è perché Dio ti manda a fare qualche cosa. L’Ebraismo non ha inventato la filosofia, come i Greci; l’Ebraismo ha inventato la profezia. Non definisce Dio, ne percepisce il comando che fonda la libertà di agire. Certo, poi gli Ebrei, hanno assunto anch’essi la filosofia greca. Pensiamo a Filone di Alessandria e tutti gli altri filosofi ebrei che sono venuti dopo. L’ebraismo non è condannato a stare senza filosofia. Come tutte le religioni, anch’esso può cambiare.
Rimane però il fatto che nell’ebraismo biblico ci troviamo di fronte ad una percezione di Dio particolare. Dio non viene concepito mediante concetti, né percepito mediante il senso della dipendenza o del bisogno di annegarsi nel Tutto. Viene visto nella sua azione.

Qual è allora la percezione che l’ebreo Gesù ha di Dio? Per lui, Dio è colui «che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti» (Vangelo di Matteo 5,45). Dio è definito dalla sua azione, da questa particolare azione. Il concetto è, certo, implicito, ma non viene mai definito. Dalla concezione di Dio, per l’ebraismo e perciò anche per Gesù, non deve scaturire solo un pensiero, ma un’azione che cambi la vita in modo radicale. Gesù percepisce Dio come colui «che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni». La conseguenza fondamentale è «amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste» (Matteo 5, 44-45). Se Dio è colui che fa piovere sui buoni e sui cattivi, la conseguenza è subito di carattere etico: “amare i nemici”.
Parlo di Gesù e non del Cristianesimo, perché c’è una differenza radicale tra Gesù e il Cristianesimo. Il Cristianesimo è una religione che ha preso molto dalla cultura romana, ha preso molto dalla cultura greca, poi dalle culture germaniche successive. Gesù invece era un ebreo. E tuttavia, nelle chiese, settimanalmente, se non giornalmente, viene proclamata la parola di Gesù e così è come se la bomba delle sue parole, esplodesse settimanalmente in esse. Settimanalmente, la parola di questo individuo ebreo, continua ad incendiare l’animo di milioni di persone. E’ per questo che l’esigenza di una riforma è assolutamente ineliminabile dal Cristianesimo. Il Cristianesimo è sempre nel bisogno di riformarsi, ha sempre un’ansia profonda di cambiare, per ritornare a Gesù. Ed è per questo che dobbiamo riproporre la figura storica di Gesù anche oggi.
Gesù è un ebreo, che predica solo ad ebrei. «Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele» (Matteo 15,24). È un uomo, che evita le città e va solo nei villaggi, che non va per le strade principali. Dice ai suoi discepoli: “Non andate per la strada dei non–ebrei, non entrate nella città dei samaritani!” (Matteo 10, 5). È un uomo che ha abbandonato radicalmente il lavoro, non si è sposato, non possiede nulla, va in giro solo con il proprio corpo, ha bisogno di ospitalità alla sera.

La rilevanza di tutto questo per una riflessione sull’infinito mi sembra di prima grandezza. Gesù era contro i Romani, era contro la “romanizzazione” della sua terra. Qui l’antropologia culturale viene in nostro aiuto. Ispirandosi ai modelli della globalizzazione, gli antropologi ci hanno spiegato, recentemente, che la globalizzazione non produce solo un’espansione massiva di modelli che le realtà locali recepiscono passivamente. Certo, ci si può trovare in un villaggio sulle montagne dell’Armenia, alla ricerca di acqua minerale, e avere a disposizione solo un banchetto con Fanta e Coca-cola. Ho trovato cartelli pubblicitari di Benetton lungo strade desolate al confine tra la Siria e la Turchia. E immense lussuosissime reclames di sigarette americane in località semidistrutte della Bulgaria. Questi segni volgari della globalizzazione sono però ingannevoli. Gli antropologi ci hanno infatti insegnato che ogni realtà locale reagisce alla globalizzazione e lo fa in modo creativo. Resiste e si contrappone facendo appello alla propria cultura.
Gesù è un tipico esempio di questa reazione locale alla globalizzazione. Nel libro L’Uomo Gesù parliamo a lungo della reazione di Gesù alla “romanizzazione”, che veniva diffusa ai suoi tempi nelle città della Galilea. Era un periodo in cui venivano fondate grandi città, tutte con nomi romani, Tiberiade (in onore di Tiberio), Sefforis città ricostruita in modo ellenistico-romano a pochi chilometri da Nazaret, Betsaida anch’essa ricostruita come città ellenistica con il nome di Julia, la madre di Tiberio.

Contro la “romanizzazione” Gesù fa appello al centro della sua cultura locale, il concetto di regno di Dio, il Dio ebraico che verrà presto a regnare su tutto il mondo. Attenzione! Il regno di Dio che Gesù predica è il regno di Israele, il regno finale di Dio, quello che porrà termine ai regni dei pagani che avevano dominato fino ad allora (come si leggeva nel libro biblico del profeta Daniele).
Lo vorrei esprimere così. L’infinità di Dio, secondo Gesù, va agita, non pensata; e va agita nella contraddizione e nel particolare. Non si può uscire dalla particolarità della propria esistenza. Gesù lo sa. Certo, agli ebrei del I secolo, l’ebreo Gesù annuncia che il loro Dio dominerà il mondo, ma il compito del popolo di Israele è solo quello di convertirsi. Ad ogni singolo ebreo Gesù dice: Convertiti! E credi al mio annuncio: «il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo» (Vangelo di Marco 1, 15). Il modo di credere a Dio non è elaborare un concetto astratto della divinità, ma convertirsi. Dio è universale, ma per l’ebreo Gesù ciò non si traduce in un concetto astratto (l’universalità pensata). Dio è universale perché regnerà universalmente (un’universalità agìta). E il singolo ebreo non deve pensare l’universalità di Dio che regna, ma agirla, realizzarla. E può realizzarla in pieno rimanendo all’interno della sua cultura: cioè convertendosi. Sarà Dio a realizzare la propria universalità.

Questo è uno dei messaggi centrali sull’infinità e sull’universalità di Dio, che viene da Gesù. Solo Dio possiede l’universalità. Non c’è, per Gesù, un sistema politico per realizzare l’universalità. Ognuno è racchiuso nella propria particolarità. Per uscire da essa e adeguarsi all’universalità di Dio bisogna far agire l’universalità di Dio nella particolarità. Quando questo si fa, nasce il conflitto con tutto ciò che racchiude il singolo entro i confini dei propri interessi. Non si può ubbidire a Dio, se si mantiene l’interesse per la propria famiglia. Gesù perciò esige il distacco dalla famiglia, la rinuncia al lavoro, la vendita di tutto quello che si possiede. Gesù colloca la bomba dell’infinità e dell’universalità di Dio all’interno delle strutture fondamentali della società. E’ lì che egli mette in atto l’infinità di Dio (pensarla è per lui del tutto inutile). L’infinità di Dio è per Gesù che Dio regni. Gesù vuol mettere l’infinito dentro la finitezza per farla esplodere. Crea necessariamente, e intenzionalmente, un conflitto. Perciò il primo messaggio di Gesù non sono le sue teorie, ma è la sua pratica. Il primo messaggio è la pratica, la pratica dell’itinerante.

Facciamo qualche passo indietro. Il concetto del regno di Dio, è un concetto centrale dell’Ebraismo. Nel libro di Daniele (un libro scritto duecento anni, forse, centottanta circa, prima della nascita di Gesù), parla di un sogno di Nabucodonosor e dell’interpretazione che ne dà Daniele. Nell’interpretazione del sogno, Daniele propone una grande visione della storia universale, che si snoda per cinque regni. Quattro grandi imperi mondiali si susseguono nella storia, l’ultimo dei quali è, probabilmente, o perlomeno è stato inteso come quello dei Romani. Dopo il quarto regno arriverà un quinto regno che non avrà mai fine. Il Figlio dell’uomo sarà colui che prenderà il potere, un dominio eterno su tutte le nazioni della terra. Il regno di Dio di cui parla Gesù è questo quinto regno universale. Il regno di Dio, per Gesù, è quindi una concezione radicalmente religiosa, ma anche, fondamentalmente, politica. Sia Ebraismo, sia Islam, sia Cristianesimo, hanno un concetto di Dio, nel quale è insita anche la politicità. Il Dio di queste religioni è un Dio che vuole dominare. Naturalmente, poi, bisogna vedere le varie forme di mediazione della dominazione di Dio. In Gesù siamo, secondo me, ad un estremo: non c’è mediazione possibile del potere politico di Dio, è solo lui che lo realizza. Non ci sono fondazioni di gruppi di potere, non c’è il tentativo di fare partiti politici, né di trasformare le leggi dello Stato, mediante idee “Gesuane”. Questo è totalmente estraneo all’idea di Gesù. I cristianesimi successivi che si sono serviti del potere politico per tentare di imporre Dio hanno tradito l’azione e il pensiero di Gesù.
E tuttavia in Gesù è fondamentale l’idea che il regno di Dio venga e venga subito. Ma quando? Come? Il Gesù dei vangeli non pensa di avere una funzione particolare nella realizzazione del regno di Dio. Questo è fondamentale per capire l’idea che Gesù ha dell’infinità di Dio. Come si realizza questa infinità? Non attraverso un pensiero astratto che tenta inutilmente di varcare il limite dell’intelletto per pensare illusoriamente l’infinità. Bensì attraverso un’azione che sia in grado di introdurre l’infinità di Dio entro i limiti dell’interesse particolare del singolo: la conversione.

L’infinità di Dio, quando entra nel particolare dell’esistenza crea una serie inevitabile di conflitti. Ricordiamo tutti il mito di Narciso. Narciso guarda sé stesso nella sua immagine e muore guardandosi, si annega perché cerca di identificarsi con se stesso. Anche Gesù muore, solo che Gesù comprende sé stesso non riflettendo se stesso nello specchio, non deificandosi nell’immagine di sé impressa nell’acqua. ma cercando di guardare Dio. Gesù cerca di modellare il suo io in Dio e quando questa immagine di Dio entra nella sua realtà particolare nasce il conflitto. Contro chi cerca di inserire l’infinità di Dio nella storia degli uomini, non può che scatenarsi il conflitto mortale di chi difende i propri interessi particolari. Il destino di morte di Gesù è inscritto nell’idea stessa di Dio che egli ha. L’infinito, inserito nella realtà attuale, non può che produrre il conflitto e la reazione mortale di un mondo che non vuole l’infinito di Dio in se stesso. Contro l’azione dell’amare i nemici che è un’azione che inserisce l’infinità di Dio nel particolare, si risponde con l’odio per i nemici o con il tentativo di imporre Dio agli altri mediante il potere politico e le leggi e cioè riaffermando la propria finitezza, la propria assenza di infinito.

2 pensieri su “Gesù e l’infinito: Riflessione all’interno del festival di Cuneo “Scrittori in città”

  1. ogni idea è un ring e come tale limite e in-contro. Il centro è punto, ma ogni punto del limite è punto anch’esso e come tale sede di ulteriori altri ring,una specie di pioggia che costruisce cerchi sul piano di caduta e ciò che si andava cercando seguendo delle linee non è più afferrabile se non per movimenti che si intersecano, si annodano e costruiscono una tramatura-armatura che impedisce di ritrovare il punto da cui ci si era mossi. Ecco, questo, penso sia il modo di intendere l’infinito an-dare ricevendo “il dio”. In altro modo è semplicemente un costruire vaticini e vaticani, cioè aggregare stati di non conoscenza a volontà di possesso, anche del dio che in ciascuno procrea e proclama in un io, spesso miserabile a volte miserevole, ciò che noi riusciamo a scoprirci e leggerci o legarci alla mente. Grazie per le molte riflessioni e la lucidità dei passaggi,fernanda

    chiedo scusa per gli errori di battitura.f

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  2. “ogni idea è un ring e come tale limite e in-contro”: è vero.
    Anche l’immagine della goccia d’acqua che crea cerchi concentrici poi intersecati mi affascina. Forse anche lei come me nell’infanzia avrà passato chissà quanto tempo a vedere e provocare questi cerchi nell’acqua.

    “Vaticini e vaticani”: i primi devo dire che molto spesso mi affascinano, quando sono tutti umani e poetici: quando la forza dell’animo riesce a vincere il pudore del freno dell’intelligenza. Ma i vaticani intesi come desiderio di potere e possesso mi fanno orrore.

    Credo che dobbiamo riappropriarci di Gesù, dell’uomo Gesù anche se è irriducibilmenbte diverso e inimitabile. Ha avuto il coraggio di pensare Dio (quello era il suo concetto culturale) nella storia e di accettare la morte e la sconfitta pur di non piegarsi, almeno mi sembra.

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