Della scrittura e della (mia) vita

quattrogajedi Gaja Cenciarelli

Non ricordo più qual è stato il primo libro della mia vita. A volte ho l’impressione di aver cominciato a leggere nella placenta. Poi mi dico che no, è impossibile, perché lì dentro non c’era spazio per un libro e nemmeno per un foglietto. Ma, ugualmente, non c’è verso di risalire al momento preciso dal quale tutto si è dilatato.
Però so che ho iniziato a scrivere e a leggere a tre anni: mi ha insegnato mio padre. La sua dedizione alla causa era spontanea e assoluta, anche se non ha mai avuto bisogno di insistere granché per raggiungere il suo obiettivo.
Sono stata sempre una bambina tranquilla.
Il tavolo della sala (all’epoca non avevo una camera mia) era coperto da album da disegno, matite colorate, pennarelli, quaderni, penne. Ho attraversato un periodo di intenso innamoramento nei confronti del liceo artistico: amavo disegnare ed ero anche piuttosto brava. Suppongo di esserlo tuttora: mi stupisco ogni volta che riprendo in mano una matita, o i miei amatissimi carboncini.
Scrivo perché la scrittura non mi ha mai tradito.
E questo non significa che mi abbia sempre resa felice, o che non mi abbia mai fatto soffrire. Al contrario: la scrittura è sempre stata il mio più grande amore proprio per l’intensità delle emozioni che mi ha saputo trasmettere. L’ho odiata, talvolta ho pensato di abbandonarla, l’ho guardata negli occhi e le ho urlato contro tutta la mia disperazione, le ho gridato cosa volesse da me, perché non mi lasciava in pace se il prezzo da pagare doveva essere così alto.
Mi sorprendo di come mai non sia stata lei ad abbandonare me, donna insofferente e sdrucciolevole.
Non l’ha fatto, però. È lì, è sempre stata lì, mi è rimasta accanto.
Ho anche pensato di dover trovare il modo per liberarmene, e ogni volta che mi allontanavo e credevo di aver fatto perdere le mie tracce, me la ritrovavo nei polmoni, come l’ossigeno che salva la vita dopo un’immersione forzata.
Scrivo perché sono una scrittrice.
Traduco perché faccio la traduttrice. Lavoro con i libri degli altri perché faccio l’editor.
E non parlo quasi mai della mia scrittura, la proteggo e la difendo – forse da me stessa, per prima – perché ho pudore dei miei sentimenti più nudi.
Ma scrivo perché sono una scrittrice.
Tutto il resto lo faccio. Con passione, con entusiasmo. Ma lo faccio, non lo sono.
Scrivo perché l’amore che provo per lei non è cieco. So bene a cosa vado incontro. Le frustrazioni, le delusioni, la rabbia di non sentirsi compresi. Scrivo perché – a ben vedere – l’amore non è cieco. È incondizionato, ma non cieco.
Per un lungo periodo della mia vita ho realmente creduto di amare la scrittura più di tutto e di tutti.
Non è più così.
Amo la vita, più della scrittura. Potrà suonare melenso e scontato, forse, ma per me non lo è.
Per un lungo periodo, la mia vita ha coinciso con l’inventare storie. Credibili, coinvolgenti, vere e reali persino per me.
Ora posso dire che la scrittura non è la mia vita, ma che è forse lo strumento che meglio la rappresenta e tramite il quale riesco a codificarla.
Tutte queste riflessioni sono scaturite da un’immagine: una foto che mi ritrae in quadruplice copia, ciascuna delle quali con colori diversi. Me ne ha fatto dono Eva Carriego, inconsapevole che sarebbe stata fonte di tali considerazioni.
Ogni colore mi appartiene, pur nella sua diversità. Sono molte cose – come tutti noi, del resto.
Sono molto amata e molto apprezzata. Sono un ibrido anche per me stessa: migliore di quanto pensi chi dice di conoscermi, e infinitamente sconosciuta. Ci sono persone che mi detestano e che, se potessero, mi cancellerebbero dalla faccia della terra con un solo schiocco delle dita. Ci sono persone che io detesto, che mi sono indifferenti, che adoro. L’unico leitmotiv sono io, è la mia vita.
E, nella mia vita, scrivo perché gli amori che non finiscono mai sono quelli che continuano ad arricchirti, anche quando danno l’impressione che tutto sia perduto, che tu sia rimasta a mani vuote, più povera, sola e muta che mai.

38 pensieri su “Della scrittura e della (mia) vita

  1. ti ho detto altre cose su questo post, ma qui mi sento di aggiungere che amare la vita più della scrittura è un favore che fai alla scrittura. ho la sensazione rabbrividente, quando leggo, che troppe cose scritte siano lontane dalla vita, come se questa, in modo più o meno chiaro, o esplicito, o diretto non fosse la guida che conduce a esplorare la scrittura e, di rimando, questa la chiave per esplorare e aprire la vita. leggo “belle” cose, ma poi non mi rimane granché. sono entrata nella fase di saturazione, di smemoratezza propria dell’età, dunque non faccio testo? sono troppo “parigina”, cioè sofisticata, secondo l’accezione del berchet? non lo credo. la scrittura che si avvolge su se stessa, che basta a se stessa, mi arriva, più che ripiegata, appallottolata su se stessa. per il momento so montalianamente almeno quello che non sono e non vorrei essere.
    tu non lo sei. avanti, alla via così, capitàno!

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  2. L’unico leitmotiv sono io, è la mia vita.
    E, nella mia vita, scrivo perché gli amori che non finiscono mai sono quelli che continuano ad arricchirti, anche quando danno l’impressione che tutto sia perduto, che tu sia rimasta a mani vuote, più povera, sola e muta che mai.

    Grazie Gaja
    continua a scrivere così continuerò a leggerti, con amore, con curiosità, con amicizia.
    scrivi così qualche volta mi leggerò fra le tue righe e mi ci ritroverò. non sono una scrittrice ma divoro libri dalla nascita, forse prima, mia mamma dice che quando aspettava me aveva sempre una gran voglia di leggere, anche nel pancione qualcosa si fa:-)

    scrivi, scrivi, scrivi è la tua vita, la sua spina dorsale, scrivi … a me piace leggere.
    ti abbraccio forte
    stella

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  3. Gli uomini scrivono per ingraziarsi le donne. Le donne non dovrebbero scrivere: non scrivono per ingraziarsi gli uomini. Riduttivo?

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  4. Pia, Lulù, Stellina: grazie mille. È bello sapere di essere letta da voi.

    Felice: non ho ben capito il senso del tuo intervento. Puoi spiegarti meglio?

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  5. Come fa bene, cara Gaia, fare e udire, una dichiarazione etica, come qui
    E perché fa bene non ho bisogno di spiegartelo.Lo condivido.
    Non per falso moralismo, ma perché ha da essere, così.
    Che poi non si possa e sappia fare di meglio è già confessare “J’ai deux amours!”ok, ma almeno due, e un ego non travolto da suoi feticismi.Ciao Gaia!
    maria Pia Q

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  6. Far della propria vita la scrittura.
    Far della propria vita la lettura.
    Due estremi. Che non mi piacciono.

    Meglio non dichiararsi mai scrittore, poeta, etc. etc. Molto meglio non avere pretese di essere qualcosa o un personaggio in cerca d’autore.

    Scrivere è perdere tempo, sottrarre tempo prezioso alla vita. Sarebbe bene scrivere poco e bene. O non scrivere affatto: se ne trarrebbe più grande godimento.

    Ma sempre troppi libri, troppi autori che si credono dei giganti. Al diavolo!

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  7. Brava Gaja, un intervento molto autentico. Un bacio.

    @Felice: raramente ho letto una frase più InFelice di questa tua: “Gli uomini scrivono per ingraziarsi le donne. Le donne non dovrebbero scrivere: non scrivono per ingraziarsi gli uomini. Riduttivo?”. Un aforisma davvero sciocco, anche se fosse solo una provocazione. Personalmente, io scrivo per i motivi di Gaja. E perché è cosa buona e giusta, e perché scrivo bene e voglio esprimermi e voglio buttare fiori dal sangue.

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  8. Gaja, con la scrittura da sempre noi uomini non facciamo altro che proporci all’attenzione del genere femminile. Non mi sembra una novità.

    Fabrizio, tu sei un caso a parte: la vocazione religiosa per te sta al posto delle donne.

    Lambertibocconi, confermi che le donne con la scrittura non perseguono il medesimo obiettivo degli uomini. Quello degli uomini è concreto.

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  9. Felice: NON MI SEMBRA UNA NOVITA’? a me sì, invece. a me sembra una novità, e anche un po’ sciocca, se permetti. ho decine di amici scrittori che scrivono fregandosene di catturare l’attenzione delle donne. Mi sembra un luogo comune, il tuo, assurdo e senza alcun fondamento di verità. Totalmente campato in aria.

    mariapia: quanto sono contenta di leggere il tuo intervento. sono felice che tu condivida. non è stato semplice parlare di me, ma sentivo che era necessario. a questo punto della mia vita, lo era davvero.

    nadia: grazie mille!

    fabrizio: a te il ringraziamento più riconoscente per avermi concesso questo spazio. e ti garantisco e ribadisco – ma lo sai meglio di me! – che, a prescindere dal santo abito che indossi, la stragrande maggioranza degli uomini che scrive (comunque di sicuro chi lo fa seriamente) non si pone la conquista delle donne come fine ultimo!

    anna: non sai quanto io ti abbia pensata in quest’ultimo periodo, chissà se immagini perché? “voglio buttare fuori sangue” è anche la mia verità. ti abbraccio, anna.

    iannozzi: prendo atto. ma io sono così e mi tengo me stessa. tu, com’è giusto che sia, tieniti – perché ne hai diritto – le tue opinioni.

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  10. mi dispiace che il dibattito che sarebbe potuto scaturire da questo parlare col cuore in mano di gaja abbia subito precocemente una battuta d’arresto per una battuta, una boutade veramente infondata. e per un’equazione estremistica scrittura=perdita di tempo. sulla prima, credo non ci sia niente da dire, sulla seconda dico una cosa ovvia, ma non tanto, non del tutto: che la scrittura salva il tempo, lo modifica, lo ferma e lo rimette in moto. oggi, in questo tempo di smemoratezza vera e artefatta, è più importante che mai che si scriva, sottraendo il tempo all’oblìo.

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  11. felice, appunto: questa è la TUA verità. parla a titolo personale, per favore. io, se fossi uno scrittore, uno di quelli che scrive *sul serio*, mi sentirei offeso. è come dire che le donne non sanno guidare. un luogo comune come ce ne sono tanti, e anche fuori luogo. se si continua a pensarla così – sugli uomini e sulle donne che scrivono – allora certo che la scrittura diventa una perdita di tempo. e comunque, scusami, ma il mio articolo parlava di tutt’altro. piaccia o no, gradirei che certe sciocchezze ne restassero fuori. grazie.

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  12. Cara Gaja,
    brava, paulo maiora canamus.
    Tu scrivi:
    “Scrivo perché sono una scrittrice.
    Traduco perché faccio la traduttrice”.
    Una volta avrei sottoscritto in pieno, ora non più: e non solo perché, bene che vada, si può sapere ciò che si fa e non ciò che si è, ma anche perché, in ogni caso, lo scrittore è traduttore, in quanto traduce l’alieno parlottio che gli giunge dalle cose e dagli altri, e fra questi dal più remoto e inconoscibile di tutti: lui stesso.
    A parte questa piccola riflessione, complimenti e auguri sinceri,
    Roberto

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  13. Riciclo quanto già scritto a Gaja in Facebook:

    “L’epigrafe scelta per il mio blog, come sai, è un pensiero di Karl Kraus:’Chi scrive libri lo fa soltanto perché non trova la forza di non farlo’. Io, però, ci sto riuscendo (a trovare la forza di non farlo), grazie anche agli editori italiani che, per parte loro, si ostinano a trovare la forza di non cagarmi:- )”

    Comunque siamo agli antipodi dei Wu Ming, per i quali la scrittura non è “ebbrezza ispirativa”, ma mera pratica artigianale apprendibile al corso di scrittura creativa organizzato sottocasa dal consiglio di quartiere di turno.

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  14. signori uomini! troppi ombelichi e troppi mal di pancia personali, altro che tentativi di sedurre le donne con la scrittura.
    tanto per cambiare le donne sono più avanti, più sincere e dai coltelli più affilati: anche quelli che rivolgono contro se stesse.

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  15. io ho da tempo fatto mia una frase di borges che dice più o meno questo: nella mia vita la felicità ‘vera’ l’ho raggiunta soltanto mentre leggevo un libro.

    sulla scrittura non ho tutte queste certezze (a volte è una faticaccia, ammettiamolo), ma non penso che praticarla con amore sia ‘vivere’ di meno di quelli che ‘vivono’. (da quando sono diventata grande ho il vago sospetto che mentre scrivo e gli altri ‘vivono’ io non mi stia perdendo granché…)

    certo, con tutta la disillusione che circola, il fatto che la passione di gaja sia rimasta immutata ha qualcosa di fiabesco!

    un saluto caro,
    r

    ps: ricorderei a felice che esistono anche uomini attratti da altri uomini: come la mettiamo?

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  16. Io scrivo per ingraziarmi il cane.

    Come esce qualche mio parto dalla stampante, ci si butta sopra con immensa gioia, sbava sui fogli, li mastica, avercene di lettori così affezionati a quello che scrivo…

    oh, a questo punto mi coglie un dubbio: sarà mica che scrivo da cani?

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  17. Roberto, condivido la tua riflessione, ma quando si traducono gli stimoli esterni o interni in parole, queste ultime sono sempre le nostre e non le parole degli altri. Credo sia fondamentale.

    Lucio: evidentemente mi era sfuggito il tuo commento! Che dirti? Non ti rigirare la frittata citando Karl Kraus! ;-))) [quanto alla scrittura come arte che si apprende: sono d’accordo a metà. C’è il talento, sì, ma c’è anche lo studio, la disciplina, la pratica]

    Lucy: e quanti sono, quei coltelli! sempre troppi, mia cara lulù, sempre troppi.

    Renata: quando scrivo e quando leggo mi sento libera, in pace con me stessa, vera. Sono al mio posto e non temo nulla e nessuno. È stato sempre così. Quel che intendevo con il mio articolo era che, nel tempo, ho vissuto *troppo* di storie e poco la vita reale. ho messo il naso fuori dal guscio e mi sono accorta di quanto potesse essere doloroso, ma anche meraviglioso vivere… (che poi, il più delle volte, io pensi che la mia vita abbia un senso solo scrivendo… be’, credo ci troviamo d’accordo.

    Paolo: però… hai un cane dai gusti sopraffini, se gli piace come scrivi! ;)))

    Carmine: grazie di cuore. è un piacere immenso per me leggere queste tue parole: sai quanto io ti stimi.

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  18. Accidenti, Gaja, questo doveva rimanere un nostro segreto di bottega! ;-D
    Quanto alla fatica letteraria come medicina e magari vaccinazione “contro” l’esistenza, se così la si può e vuole intendere, completamente d’accordo.
    Ciao,
    Roberto

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  19. Il junghiano* Felice, forse inavvertitamente, ha detto una cosa vera, le donne scrivono in modo diverso dagli uomini, non solo perchè sono diverse, ma proprio con un’intenzione diversa.
    Io non sono uno scrittore, ma scrivo, e scrivo essenzialmente di amore, non so praticamente parlare d’altro, non so neanche se con questo voglio ingraziarmi le donne, ma certamente quando una donna commenta quello che ho scritto, lo considero in modo diverso da come faccio se lo commenta un uomo.
    Ma questo riguarda appunto una posizione personale.
    Stephen King quando gli chiedono perchè scrive risponde che, semplicemente, non può farne a meno, dunque è uno scrittore, che scrive molto e scrive bene, ma anche in questo caso parliamo di un altro.

    Il post di Gaja, benchè sembri una dichiarazione di poetica, è un pezzo di scrittura, e leggendolo attentamente racconta altro da quello che dice, descrive una casa che si è costruita, un guscio che lei si porta sulle spalle e la protegge, forse troppo.
    Io mi sono abituato a non credere a tutto quello che uno scrittore dice quando parla della sua scrittura, mi ricordo di un pezzo di Borges in cui elencava gli scrittori che detestava, c’erano grandi scrittori in quella rubrica e i commenti erano per lo più un’alzata di scudi pro questo o quello.
    Io non gli credetti, perchè si capiva che stava nascondendo qualcosa, forse un amore, (o un debito), per alcuni di loro che non avrebbe mai confessato.
    Il mio lavoro non è la scrittura, io faccio dei mobili strani, unici, e in questo ho, (credo di avere), un’arte, ma se mi fanno domande non svelo i miei trucchi, anzi li nascondo, lascio che gli oggetti che ho prodotto vivano di vita propria, che raccontino ad ognuno cose diverse, senza che la mia spiegazione condizioni il loro giudizio.

    Io credo che in questo post, quello che è taciuto va immaginato, che il pudore dei sentimenti di cui parla non sia un muro di Berlino, ma una cortina di garze sovrapposte, che nascondendosi dietro un simulacro pop, ci lasci qualche traccia per vedere la Gaja vera.
    Forse la grande differenza, (che giustificherebbe in qualche modo la pietra dello scandalo di Felice), è che se gli uomini, (in genere), scrivono per mostrarsi, anche nella loro nudità e dolore, scrivono perche loro stessi o il loro punto di vista venga accettato se non amato, o, al limite, respinto.
    Le donne invece, mi immagino che chiedano, nella loro scrittura, di essere trovate.

    *(“cosa cerca l’artista in fondo? molti soldi e splendide amanti” G. Jung)

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  20. Amare la vita più della scrittura. Trovo che sia segno di maturità. Bisogna macinarne di anni per scoprirlo. E uscire dall’inganno del “quanto a vivere, lo facciano i miei domestici al mio posto” (credo Villiers de l’Isle-Adam, comunque un francese, che in questo son maestri). Ma è pur vero che un eccesso di maturità uccide la scrittura.

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  21. Fossi donna, trans ecc., mi sentirei lusingato a leggere la mia dichiarazione. Tutte le attività degli uomini perseguono il medesimo obiettivo citato. Lo dice anche Jang e forse l’ha dimostrato recentemente Berlusconi. Quasi sempre un luogo comune non è denigratorio ma verità riconosciuta. Perchè scrivono le donne ancora non è chiaro. Magari non è un fatto che mi riguarda perciò chiudo e chiedo scusa per il disturbo.

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  22. Dopo aver conosciuto un numero considerevole di persone sono giunto alla conclusione che uomini e donne siano perfettamente identici. E’ tutta gente animata dalle stesse pulsioni e dai sentimenti sovrapponibili per similitudine.
    In quanto ai motivi dello scrivere ognuno ha i suoi. A me, piu’ che cercare la considerazione delle donne, piace essere odiato da tutti. Certo, ho un brutto carattere.

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  23. stando a certe affermazioni gli scrittori uomini di sicuro mostrano la caratteristica più penosa del loro genere: il narcisismo che si accompagna alla felicità infantile nel suscitare una qualche reazione negli altri (nel pubblico), possibilmente eclatante: odiato da tutti! lo scrittore maledetto: ma quanto puzza di muffa tutto questo!
    ingraziarsi le donne, essere odiato da tutti: ma che bello! bel destino – non dico la letteratura, il romanzo, ché sarebbe troppo – ma la scrittura.
    i facili aforismi: un eccesso di maturità uccide la scrittura. ma perché pensate tutti di cavarvela piazzando lì delle miccette – non delle bombe – di affermazioni ad effetto?
    non si legge in questo paese: ma per fortuna!

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  24. Nel grazie Gaja!

    Tu sei. L’Essere – espresso. Chi è scelto sceglie. In primis: le parole.
    *SONO una scrittrice*. E SEI: la gioia più gioia e il riscatto tanto atteso, il *Fine* di una battaglia che peroro [e, puntualmente, perdo] da anni! Chapeau Gaja! Non ne posso più: né di quelli che ti chiedono “cosa FAI?”[alle elementari, santi docenti!, ci sfinirono di esercizi per sostituire l’abusato verbo *fare* nel fraseggiare comune] – né di quelli che *fanno gli artigiani*. Ormai: ESSERE Artista è una bestemmia. E non riguarda solo gli scrittori. Pletore di musicanti bubolavano/bubolano: “non sono un musicista, faccio l’umile [?] artigiano di note, sperando piacciano. Non sono nessuno”. In primis: due negazioni affermano. E segue: non so se sia una maledizione montaliana, ma sarebbe “cosa buona e giusta” – ogni tanto – incarnare il “ciò che SIAMO ciò che VOGLIAMO”?
    M’inchino Gaja! Amo ogni tuo inciso/scritto/donato ma prima, prima di ogni dopo di ogni personale sentire, il RISPETTO! Rispetto per te che SEI una Scrittrice. L’affermare che latita nella mischia di modestia scherno/schermo. Ci vuole coraggio per Essere. Non e da tutti, non è per tutti. E SEI in ogni fonema che traduci – tensioni – fissi e firmi.
    E, appurato che SONO sboccata: si fottano tutti i distinguo Machio/Femmina [ché, infelice Felice, si documenti: “noi uomini” – include entrambi i sessi!].

    Nell’abbraccio
    Chiara

    P.s. @ Paolo: standing ovation! Grazie a nome di tutte le Anime/animali per cui scrivi!

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  25. Cazzarola Lucy. Eppure avevo citato Carlos Fuentes (lectio magistralis a Palazzo Medici in Firenze). Certo che sti maschietti fanno tuti pena…

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  26. Proverò a rispondere a ciascuno, suddividendo i miei commenti.

    RRT: dici che non avrei dovuto svelare l’arcano? ;)) Scherzi a parte, sono felice di condividere con te una passione – un mestiere, nel senso più bello del termine, nel senso “artigianale” – come la traduzione letteraria.

    Sofia: per me la scrittura è *nella* mia vita. E ne è la “cosa” più importante, certo.

    Mario: come si fa a capire quali siano le reali intenzioni di un essere umano? come si può? e, soprattutto, è giusto capire le intenzioni di un individuo che scrive? io posso avere una certa curiosità, ma scindo sempre l’autore dall’opera. per esempio, avrei scritto quanto già detto da carlo cannella al n. 29. uomini e donne sono esseri umani. ho un’idiosincrasia per qualsiasi distinzione tra essere scrivente maschile e femminile. mi fa ricordare il canone ottocentesco, mi sembra un’ulteriore ghettizzazione non solo della letteratura scritta dalle donne, ma anche di quella scritta dagli uomini. Secondo me non c’è da cercare una “giustificazione” a quanto scritto da Felice perché, a mio avviso, è ozioso ragionare su una differenza di motivazioni. è assurdo, e le generalizzazioni sono sempre pericolose.

    Passando alla parte del tuo intervento che mi riguarda, il brano che inizia con “il post di Gaja” e finisce con “La Gaja vera”, mi ha lasciato splendidamente senza fiato. E te ne ringrazio dal profondo del cuore. I motivi sono molteplici, ma soprattutto ti ringrazio per aver letto oltre. Mi sono sentita compresa in modo *assoluto*. Non aggiungo altro perché, come giustamente fai tu, certi segreti non si svelano mai. Grazie, Mario.

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  27. Roberto Bugliani: credimi, la maturità sta a me come la luce del sole a un vampiro. Del fatto che un eccesso di maturità uccida la scrittura, però, non sono sicura. Certe affermazioni dovrebbero essere suffragate da qualche evidenza. Grazie molte per il tuo intervento e per gli spunti di riflessione che offre.

    Greg: ecco, ora che hai fatto coming out cosa diranno tutte le devote ammiratrici, pazze di te, che pensavano che scrivessi per loro? ah, che dolore! povere donne! 😛

    Carlo Cannella: esatto, sono tutti esseri umani. Siamo tutti esseri umani. E non ti atteggiare tanto a persona insopportabile, ché altrimenti mi costringi a dire a gran voce che zuccherino sei nella realtà! 😉

    Domenicol: ai posteri l’ardua sentenza! 😉

    Chiara: ogni volta che mi scrivi ho la sensazione che tu e io ci siamo già conosciute. sarà una contiguità anima-le, sarà un’affinità, una vicinanza di spirito. la voglia di abbracciarti di persona non è così urgente solo perché, ogni santo giorno – credimi -, ti abbraccio con il cuore e i pensieri. come se fossi qui. Anche per te: grazie. Di avermi capito e sostenuto, del tuo impagabile, preziosissimo sostegno che sono, per me, luce e magia purissime.

    Lulù e Carlo: sono convinta che stiate parlando la stessa lingua. 🙂 Siete due persone adorabili, e io che vi conosco parlo a ragion veduta.

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