La mente bianca

di Lorenzo Franceschini

foglio-in-bianco

 
 

(Io non sono più

un luogo buono in cui stare

eppure ogni pezzo

sembra al suo posto,

eppure ogni membro

risponde al suo centro).

*

 

 

[La mente bianca è una sequenza illuminata da un equilibrio sofisticato nella sua veste meditativa apparentemente semplice. Con grande intelligenza delle emozioni si contempla (con cura, senza furore, con spossatezza) la possibilità che esista una relazione fuori dalle piaghe dell’io incondizionato. Ecco perché si fa spazio, si fa bianco. Eppure lo spazio crea distanza, ci allontana dal tocco, dall’illusione della fusione. E il bianco diventa verbo, azione del vuoto.

La mente bianca è una sceneggiatura, breve, parziale, indecifrabile, con sequenze che si  succedono nel tempo a fotografare la relazione come evento fondativo,  come mito che si dà ‘intero’ e ‘vero’ solo nei suoi frammenti  contraddittori e astratti, come agognata ricerca di ‘essere’ e di superamento dell’essere.

Leggi tutta La mente bianca qui

rm]

 

 

*

32 pensieri su “La mente bianca

  1. bello, pare un poemetto.
    Infinitamente facile… difficile come l’introspezione quando
    archetipi e profondità non mancano.
    Lc

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  2. “(Ah, quanto avrei voluto continuarti!
    – stelo bellissimo che non ha radici per chiedere).”

    Davvero bello, anche nei vuoti, nei silenzi, nelle assenze. Grazie e un caro saluto,
    Roberto

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  3. Grazie mille dei vostri commenti, aggiungono bellezza al testo e mi dànno spunti su cui lavorare.

    Un abbraccio
    Lorenzo

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  4. Marco Salucci 23 septembre, à 23:37
    (Io non sono più
    un luogo buono in cui stare
    eppure ogni pezzo
    sembra al suo posto,
    eppure ogni membro
    risponde al suo centro).

    Lollo, è bellissima.
    ed anche le altre

    una forza del verso incredibile
    un’ equilibrio dell’impossibilità quasi seducente.
    insomma figo!

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  5. Mi pare davvero interessante la volontà ferrea di Lorenzo di perseguire con dedizione religiosa questo svuotamento dello spazio poetico, l’intenzione di onorare il bianco che è resistenza pudica al colore, al tocco della materia che a sua volta sfugge come un animale alla caccia. Tutto è accecato, la luce separa, quasi palpabile, e ci conserva nella reciproca solitudine.
    Confesso di non essere molto orientato verso questo tipo di rarefazione, preferendo l’avvolgenza della realtà che è completamente assente in queste poesie, tranne che come maschera che avvizzisce la nostra immaginazione, nei versi a mio parere migliori:
    “sapevo che ogni giorno / era il tuo compleanno / che ogni giorno invecchiavi, ogni giorno / chiedevi una festa.”

    mdp

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  6. (Ah, quanto avrei voluto continuarti!
    – stelo bellissimo che non ha radici per chiedere).

    Davvero belli questi versi (come già qualcuno ha notato) e anche gli altri.

    Una scrittura in equilibrio tra passione e riflessione. In equilibrio.
    Ross

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  7. Come è stato notato in un precedente commento La mente bianca si offre quasi come un’antologia, un poema degli affetti che sperimenta la fallibilità della mente, del dominio razionale, qual’ora si tenti di capire con il solo strumento delle logiche corrisposte l’evento dell’addio, dell’abbandono, della delusione, del distacco affettivo, della presa di coscienza di realtà ormai lontane, una volta toccate, vissute, ed ora impossibili da afferrare..perchè non parlano più.
    Ed ecco che tale epica delle emozioni che è moto anche fisico dei soggetti, cerca di offrirci la figura di un Io e di molteplici Tu, che si sottraggono alla richiesta di risposte, che si nascondono silenziosi ed immobili, rifutando ogni forma di contatto. La dinamica dunque che prende forma è una dialettica tra luoghi, palese è infatti il ricorrere di avverbi di luogo e sostantivi indicanti una dimensione stabile, quasi ubicata dell’esistenza (casa). Luoghi tuttavia in cui terribilmente sovrasta il silezio, in cui si avverte solo la voce dell’Io che implora il dono della comunicazione, o metonicamente, si intravedono pezzi di ‘mebra’ che tentano di afferrare con la mano una realtà sfuggente, quel Tu che si rende evanescente.
    Risulta allora emblematico anche il ricorrere di sostantivi e di immagini che ci immettono in una dimensione fisica , corporale dell’esistenza. L’unica certezza dell’Io è che ha menbra, che il letto dove giace è caldo, che dunque egli esiste, è caldo, emana meccanicamente ancora vita..eppure nonstante questa oggettività, ossia l’aver constatato che le mebra corrispondono al loro centro fisico, nonostante ciò quello che si offre è una realtà surreale, dove il corpo è totalmente staccato dalla mente..bianca. Questo aggettivo dunque assume paradossalmente un doppio significato: la mente, l’Io che ha cercato di compredere le realtà che sfuggono all’amore, che non offrono doni e comprensione, si è tramutato in un bianco, ossia ha assunto tutti i colori di questa realtà al fine di comprenderli razionalmente, ma questo tentativo è sottoposto allo scacco, tanto che questo assemblamento di esperienze-colori ha reso la mente talmente bianca da risultare abbagliata e dunque paralizzata.
    Ecco dunque che i primi versi ci offrono un’impossibilità di parola. L’io se vuole trovare un’apertura, una soluzione altra che permetta la comunicazine con quei Tu ( ed andare ad abitare in un là) che escludono il suo amore, deve porsi in una dimensione a-linguistica, deve far esperienza di un processo altro di conoscenza e di comprensione del dramma che vive.
    Sin dall’inizio è chiaro che, sebbene la sofferenza descriva l’orbita dell’io, tuttavia non c’è mai la volontà di arrendersi o addirittura di colpevolizzare il Tu che non offre risposte e si dirada e fissa in argini di distanze, in terre dove neppure l’eco della preghiera lo raggiunge.
    L’Io infatti non scappa, è presente: di fronte al dubbio che non esista un centro, si rende consapevole delle sue membra, tenta di aggrapparsi, di essere presente al TU.
    Tenta una forma linguistica plastica: offrendo la mano per tentare di ricevere in dono la parola che spieghi, che porti ad una dimensione esplicativa la caverna di emozioni, l’io offre tutto se stesso, si rende quasi protesico nell’allungare la sua mano, perchè come dirà nei versi successivi ‘sarebbe voluto entrargli in pelle’ avrebbe voluto capire fondendosi.
    Ogni tentativo però di comprensione segna un’apparente sconfitta: la mente cerca di andare alla fonte, ossia di porsi direttamente con la mente di fronte a questo “ chi-tu” che è sorgente, ossia al tempo stesso origine del problema e ricchezza essa stessa. L’uso del significante ‘fonte’ a mio avviso connota la volontà dell’Io di non attribuire colpe a quel Tu che non offre risposte, anzi, lo definisce ricco, in quanto l’interazione, seppur sofferta e problematica con questa realtà è stata linfa di vita, occasione di vivere emozioni, di configurare poliedricamente l’Io.
    É emblematico però il fatto che la mente di fronte quasi a questo tribunale (fonte) si “ spegne”. Tale ricchezza, l’avvicinarsi pretenzioso a tale centro, innesca come effetto l’annullamento dell’io.
    Ancora una volta però la sua risposta non è il pessimismo, non rinuncia a credere che esista un modo altro per “afferrare” e comprendere tale realtà, tanto che afferma che ogni cosa supina, che apparentemente è dunque ferma, pietrificata nel suo isolamento e nella sua dimensione adiologica, è capace di offrire un fiore.
    Il silenzio che pervade questa fonte è ancora una volta elemento positivo, al di là di tutto ciò che sembra morto, spento, ‘supino’ appunto, esiste la possibilità della redenzione, ecco perchè l’impossibilità iniziale di parola si trasforma nel corso del ‘poema’ in una forma altra di espressione, quasi mistica, invisivibile ma percepibile.
    La mente non rinuncia a capire: di fronte alla fonte, attende, indugia…., ossia accoglie letteralmente il silezio del Tu, si fa carico del peso di questo non dire, di questo ‘ di là’ così lontano rispetto alla presenza, al ‘qui’ della mente. Questa che inizialmente sembrava essere il fattore debole, l’elemento succube del Tu , si rivela attivo e donatore di senso: la mente prega affinchè quella fonte torni a vivere ‘ la nostra estate’ e si sottragga alla dimensione annullatrice . La preghiera dunque dell’Io sottolinea non solo la volontà di non arrendersi alla non -parola, ma è la dimostrazione dell’assenza del ‘giudizio’, dell’imputare colpe.
    L’io nonostante soffra, nonostante sappia che la fonte abbia reciso parte della sua vita, ciò nonostante ama quel Tu che vorebbe vivere nella pelle, lo ama perchè è consapevole della privazione d’amore che si è imposto egli stesso. La preghieta esprime la consapevolezza che lo stesso Tu necessita la mano, necessita di aggrapparsi, ‘non ha radici per chiedere’, non detiene la forza che gli permetta di riconoscere di aver bisogno di salvezza.

    Esiste uno spazio comune ‘le lande della notte’ in cui è possibile sentirsi a ‘casa’. Esiste ossia un luogo,che in realtà è momento, in cui nel fare silezio, nell’astrarsi dalla realtà di dolore, entrambi possono sentirsi a casa, protetti. Tuttavia questo attimo-luogo è così irreale proprio perchè esiste a condizione di vivere al buio, nell’ombra, senza porre in luce il problema, accontendosi di quell’essere supino che implica però la morte, l’allontanamento dalla vita.
    Ecco che bruscamente il verso ci riconduce alla realtà ed ammette che tale vicinanza è intransitiva, proprio perchè non offre confronto ma esiste solo nella misura in cui non si ponga il dono, la pace ..la parola. L’io si rende conto allora che il rapporto con il tu è estraneo proprio sull’adito di casa. Ossia non si dà sicurezza, protezione, amore proprio nel momento in cui si varca la soglia del proprio essere, del luogo che dovrebbe custodire la nostra orgine ed alimentare il nostro sviluppo. La casa si connota dunque in modo ambivalente: è la prigione, è la dimensione affettiva che si vorrebbe possedere ma che si rivela trappola e rende ancora più ‘pesante’ il silezio.
    L’io dunque, prendendo coscienza che anche questa dimensione embrionale è contaminata dalla negazione affettiva, cede alla rabbia, si ribella e grida sofferenza: l’io è sempre altro rispetto a quel ‘te’, a cui ora esplicitamente dice: vengo a prenderti! Ancora una volta l’io non si arrende, sebbene a tale proposta non riceva risposta. Tenta senza paura, rischia la sua stessa anima, mette a repentaglio la sua esistenza per raggiungere un tu che nega addirittura di avere in comune ‘la pelle’.
    Sconcertato dall’estreneità del tu si accorge che solo nel senso vive quell’attimo di quiete in cui gli sembra di non percepire l’angoscia di ‘non esserti figlio’. Una volta però che i sensi si riappropriano della sua corporalità constata con disperazione, rabbia di vivere un rapporto d’amore negato, di essere intransitivo rispetto al Tu e ai Tu che negano il suo status di figlio, di essere generato da una fonte che comunque ha contribuito a renderlo quello che oggi è.
    Assume coscienza definitivamente che di tale dolore nulla gli concerne, che nonostante si sia prestato ad essere finestra per il Tu, specchio, rinunciando alla sua stessa dimensione ( lo specchio lo dimostra, riflette solo l’immagine del tu), non è riuscito a penetrare la pelle di questi altri mondi, che seppur ricchi gli hanno negato la possibilità di capire.
    L’Io si pone in essere colpevolizzandosi, ponendo in dubbio l’efficcaia stessa dei sui tentativi, della sua forza, realizza che nella logica del sentimento, del mondo dell’uomo scompare ogni legge e le domande non son più domande, il codificato è indecifrabile, il tu è irragiungibile.
    L’io nonostante sperimenti la solitudine, la sofferenza, non accenna mai a rancore, prova solo rabbia verso se stesso perchè incapace di sottrarre alla morte il Tu che, negando amore all’altro, lo nega a se stesso.
    La delusione si trasforma positivamente e diventa azione: ‘ vorrei posare nelle dolci terre d’occidente…dove l’uomo è memoria e la vita si canta’. L’io ha bisogno di stabilità, ma sa che non può volgersi indietro, che la strada verso casa, verso quello che era non potrà offrirgli redenzione. Deve dunque e può ottenere questo riscatto nelle terre dove tramonta il sole, nelle terre che, come nel dipinto di Van Gogh ‘ Il seminatore’, sono feconde anche al calar della sera, dove è possibile volgersi al passato e trarre linfa vitale per il futuro. La terra (uomo) che sperimenta il nascondimento del sole dietro l’orizzonte, che placa la luce abbagliante proveniente dalla mente bianca che, nel tentativo di comprendere e dunque di assumere tutti i colori del Tu si negava, rende finalmente giustizia a questo peregrinare di luoghi.
    Non vive più nelle lande della notte, ma al tramonto osserva la sua anima placarsi, prendere nuovamente vigore, sente che la vita si canta non si subisce, comprende..che al mondo esistono fattori, esistono persone, che l’interazione di questi è molteplice e può anche dar vita alla morte, al dolore, ma tutto ciò in quanto è, in quanto occupa spazio, ha diritto all’esisenza e deve lottare per rendersi giustizia, ossia deve essere presente a se stesso per non negarsi la redenzione.
    La colpa è colpa, ma si cederebbe alla morte qual’ora si negasse la possibilità della comprensione, dell’accettazione del dramma della bellezza.

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  8. Mi mancano le parole per esprimere la gratitudine per quello che hai scritto, Laura. Credo che a una persona che scrive versi capiti raramente di trovare un lettore tanto attento, tanto intelligente e tanto profondo. La tua dedizione a questo testo mi commuove, e te ne sarò per sempre grato.

    Un abbraccio
    Lorenzo

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  9. …scusate se insisto, ma sono profondamente colpito… un commento di questo tipo è degno di un lettore di prima categoria, e per me è un onore ricevere queste parole. Mi ha mostrato cose del mio libro che non avevo capito del tutto, e credo abbia dato al testo una dimensione chiara, ma ariosa, aprendolo alla discussione.

    Grazie di cuore
    Lorenzo

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  10. Caro Lorenzo,
    non devi essere tu a ringraziare, bensì le persone che hanno la possibilità di leggere i tuoi versi, di condividerli nonchè di viverli.
    La tua poesia va oltre l’espressione, essa diventa ‘morale’ proprio perchè garantisce con serenità la possibilità di vedere oltre le storpiature della vita, insegna che solo tendendo la mano, tornando ad una dimensione percettiva attiva che nega ascetismi, astrazioni e vittimismi, si può percorrere la terra, assaporarla nei suoi gusti, donare senso a tutto ciò che esiste.
    Mi auguro che tu possa condurci attraverso i tuoi versi, non solo chiarendo passaggi che sembrano determinati per la tua esperienza, ma che sono magari anche l’eco di una formazione, di una tradizione che vive in te.
    Al proposito mi piacerebbe capire meglio il rapporto che instauri con questa forma ” profana” di redenzione e quali modelli letterari e non solo hanno magari infleuenzato la tua ‘poetica’ della bellezza.

    Grazie a te, ancora!
    Laura

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  11. Cara Laura, grazie della domanda.

    Io credo che in quel periodo la suggestione più grande mi sia venuta da un paio di libri e da un film. I libri sono le “Elegie duinesi” di Rainer Maria Rilke e “La vita inferiore” di Vito M. Bonito. Il film è “Il settimo sigillo” di Ingmar Bergman.
    Poi sicuramente c’è dell’altro, la poesia “Vorrei posare ora…” l’ho scritta parecchi anni prima, e “(Io non sono più/ un luogo buono in cui stare…” molti anni dopo – a Londra.

    Credo poi che scrivere risponda a un sentimento di riconoscenza che si nutre nei confronti degli autori e di quelle cose belle, in generale, che hai amato e che hanno reso migliore la tua vita. Quindi, in questi versi c’è, in un certo senso, un po’ di tutto, da, per esempio, Clemente Rebora, fino alle chiacchierate a Regent’s Park…

    Spero di aver risposto alla tua domanda, grazie ancora, Laura.

    Un abbraccio
    Lorenzo

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  12. Come promesso … dopo aver apprezzato 🙂 … esprimo la mia opinione su un passo della tua opera che mi riguarda da vicino … i frammenti …

    “Ci sono delle cose.”

    La presenza della realtà si mostra come ciò che stando nella luce appare … come un’originaria evidenza che immediatamente siamo in grado di cogliere …
    L’eterna opposizione tra la nostra coscienza e il suo contenuto è qualcosa di assolutamnte irrisolto …
    Per questo vi è la necessità di affermare … Ci sono delle cose.
    E l’affermazione diventa dinanzi a noi stessi una sorta di conferma …
    Ma anche un confine che resta per noi inoltrepassabile …
    E difatti .. le cose che ci sono .. sono … “Esterne”.
    Il dualismo ontologico magnificamente disilluso dall’idealismo permane …
    Permane perchè nell’inconscio dell’occidente e quindi dello stesso idealismo …
    non viene superato lo scoglio di un’evidenza che appare innegabile …
    Ci sono delle cose. Esterne.
    E tutte sono molteplici.
    Questa considerazione è un rafforzamento della tesi suddetta.
    La molteplicità .. che appare nell’immediatezza della comprensione del reale …
    dimostra che non ci stiamo illudendo …
    L’uno incontra la difficoltà dei molti …
    Ma ogni cosa esistendo “nella stessa misura” …
    e proprio per il suo apparire come esistente è …
    Ed è veramente …
    E qui si compie il passo innanzi …
    Si svela la verità anche di ciò che non pare comprensibile …
    Anche di ciò che mostrandosi come errore si vuole negare …
    Ma questa è la follia …
    Negare ciò che esistendo appare.
    E proprio per questo apparire che accomuna ogni cosa …
    Si scopre la bellezza …
    Una bellezza che raccoglie l’esistente in quanto tale …
    In ogni sua manifestazione …
    Al di là del bene e del male.
    Ma anche al di là del pensiero occidentale …
    Verso un sentiero che appare illuminato dal sole …
    E che custodisce nella luce la verità della bellezza ..
    E la bellezza della verità.

    Complimenti Lory !!
    Un abbraccio

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  13. Mammamia, Francesco, grandissimo!! ne hai data una lettura addirittura ontologica!

    In effetti, ricollegandomi anche alla domanda di Laura sui debiti de “La mente bianca”, devo dire che per la seconda parte del testo è stata importante la lettura di un grande filosofo ontologico quale Emanuele Severino.

    Sto per offrirti un caffè!

    Un abbraccio
    Lorenzo

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  14. Grazie per la risposta e per aver indicato le suggestioni che hanno contribuito a formare la tua raccolta. Risulta forse emblamtico il fatto che Bergman entri nel tuo bacino poetico…le tue parole infatti si fronteggiano con un tu alquanto angoscioso, un Tu che come la ‘morte’ non ha volto. Questa partita a schacchi si conclude però sotto il segno della luce dantesca…”il rivedere le stelle” è il risultato di un confronto sofferto, ma mai abnegato e per questo ricco, comprensivo e non da ultimo..sereno.
    La dimensione corale della tua poesia è palese, essa è con-dividente: nella misura in cui l’essere si divide e moltiplica – muta, gioisce, soffre, lacera e compone di nuovo tratti delle sue emozioni- guadagna a sè un “con”, un noi..

    Vista l’iterazione allegorica del concetto di luogo nella tua poesia, mi piacerebbe sapere cosa intendi appunto per ‘luogo’ e quale rapporto ha la tua elaborazione con la sensibilità.

    Un abbraccio
    Laura

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  15. Amore mio, io non posseggo il dono di esprimere con parole quello che, leggendo la tua poesia, il mio spirito ha provato. Posso solo dire che quando si ama così una persona, come tu l’ami, l’ora di morire sarà come vivere eternamente nella Grazia di Dio.
    Tiziana

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  16. Per Laura: grazie ancora per il tuo intervento. Devo dire che non sono stato ancora capace di capire bene cosa sia per me un luogo – anche se me lo domando spesso (sopattutto in questi mesi, in cui mi chiedo di continuo “should I stay or should I go?”). Però di frequente mi viene da pensare che l’idea di luogo abbia a che fare con l’idea di donna, e non solo con l’idea, ma anche molto più concretamente. Forse è per il fatto che la donna di cui parlo si negava, negava la sua presenza, che i luoghi della raccolta sono così rarefatti.

    Per Tiziana: è un piacere sapere che hai risposto così intensamente al mio lavoro. Grazie della franchezza con cui hai palesato le tue emozioni.

    Buona vita!!
    Lorenzo

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  17. Gentile Lorenzo, voglio chiederti scusa se mi sono presa il diritto di iniziare il commento alla tua “poesia” con quel “saluto”. Ma succede che quello che tu esprimi, rispecchia esattamente quello che il mio stato d’animo sta vivendo per una persona, uguale protagonista e motivo della mia sofferenza. Sapere che TU, (io non ti conosco neanche, provi per LEI tutto questo, mi conforta. Ma allo stesso tempo mi fa provare tanta paura, il terrore di smettere di avere una speranza…… nei SUOI riguardi…..
    E’ bello comunque sapere che nel mondo c’è un’anima gentile e sensibile come la Tua.
    Con ringraziamento, Tiziana.

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  18. Non ti devi scusare, ci mancherebbe!
    Mi fa anzi pacere vedere che queste cose che ho scritto arrivano a chi legge.

    Mi auguro che saprai fare del dolore una fonte di arricchimento.

    Un caro saluto
    Lorenzo

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  19. Caro Lorenzo,
    la tua così “evoluta” poesia, l’hai scitta durante il periodo vivo del tuo dolore, oppure tempo dopo?
    E ancora, chi o che cosa a distanza di tempo, ti potrebbe dare un po’ di “conforto”?
    Infine,in un prossimo futuro, ti piacerebbe ancora esprimere, attraverso il tuo inconfondibile stile poetico, quello che ora provi nei confronti del “TU”?
    Quante domande vero?
    Sappi che le sperate risposte mi aiuterebbero davvero.
    La tua ormai ammiratrice Tiziana.

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  20. Gentile Lorenzo,
    questa volta ti chiedo davvero di accettare le mie scuse rivolte a te e ai lettori, per
    aver manifestato con troppa invasione i miei stati d’animo.
    Ti prego di voler tenere per buono solo il mio primo commento.
    Grazie di tutto, Tiziana.

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  21. Ciao Tiziana, scusa del ritardo con cui ti rispondo, ma non ho avuto a disposizione internet per un po’.

    Il nocciolo duro dei testi che vedi qui pubblicati l’ho scritto di getto in un momento di sospensione dopo la fine della relazione con la persona alla quale le poesie sono dedicate, credo tre o quattro anni fa. Quel giorno non soffrii, e anzi iniziò per me un percorso graduale di ricostruzione della mia persona.
    Credo molto alla famosa lezione di Coleridge, secondo la quale la poesia “takes its origin from emotion recollected in tranquility”.

    Quanto al conforto, in questo periodo sto molto bene, e non mi pare di aver bisogno di conforto altro da quello delle mie amicizie e delle arti liberali… ecco, se smettesse di piovere e potessi fare una bella scampagnata in cerca di castagne, starei molto meglio… Poi anche qualche cambiamento di carattee politico potrebbe allietarmi, ma “quam minimum credula postero”…

    Ti ringrazio tanto dei complimenti sul mio stile poetico; cosa scrivere ora è un problema che mi sto ponendo da tanto. Si vedrà… ma certamente non è per adesso.

    Buona vita!
    Lorenzo

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  22. Caro Lorenzo,
    ho l’impressione che davvero finchè non cesserà la pioggia di cadere, tu non avrai nulla da scrivere, perchè l’anima della “tua poesia” per potersi esprimere ha un bisogno disperato di essere sfiorata da quella “LUCE” che solo Dio ci può donare, per farti nuovamente rivivere le “emozioni di Coleridge” di cui mi accennavi, e quindi tornare nuovamente a VIVERE … e SCRIVERE … quei bei versi che il cuore detta solo a chi ha un’anima lucente.
    Pensi che abbia mal contemplato la tua persona? Se l’ho fatto perdonami.
    Con ringraziamento.
    Tiziana

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  23. “Vorrei posare, ora, / in quelle terre dolci d’Occidente / dove l’uomo è memoria, e la vita / si canta.”
    Con la ripresa dell’ultima parte de “La mente bianca” inizia questa mia breve riflessione sull’opera di Lorenzo Franceschini. Inizia con una citazione significativa, che esprime in sintesi e tranquillità non solo la poetica dell’autore, ma – a mio parere – anche i suoi più profondi desideri interiori.
    Cosa cerca Lorenzo? Lo spazio in cui ripensare con calma al suo passato? O semplicemente nuove esperienze, nuove emozioni?
    Non è facile dirlo con precisione, e la poetica espressa ne “La mente bianca” è proprio lo strumento che egli usa per depistare le opinioni ovvie su di sé.
    La prima evidente caratteristica delle poesie contenute nell’opera è la forte connotazione relazionale. In realtà, nulla più di quello che ogni creazione artistica dovrebbe avere; ma qui l’impressione è netta. Le poesie di Lorenzo stanno comunicando continuamente e insistentemente ad un “tu” che al momento non sembra presente, anzi che compie assieme a lui un percorso di progressivo allontanamento.
    La presenza di alcune parti in corsivo, che sembrano rimarcare sensazioni più forti, più immediate, più concrete, è significativa per segnare il contrasto con le riflessioni profonde dell’autore, per lo più contraddistinte da un tempo imperfetto che non lascia spazio ai dubbi: la caducità di un rapporto si misura dalla reciproca non appartenenza, già presente nell’esperienza forte, ma fragile, del contatto fisico (“Soffro questo limite folle / che la pelle m’impone – essere / irrimediabilmente altro / da te.”). È una sensazione quasi paradossale di estraneità, di continua ricerca di un luogo esterno, surreale, immaginario, di un “aldilà”, di un “paradiso” simbolico in cui rimettere insieme i pezzi e in cui fare sintesi della propria condizione umana. Forse è proprio il luogo della memoria, dove la vita si canta, dove il passato perde i suoi contorni aspri, l’unico spazio possibile in cui trovare una dimensione di ricomposizione con se stessi, e dove cercare tranquillità.
    Ne “La mente bianca” ci troviamo spesso di fronte all’incubo di una continua negazione, di una non-presenza, di una non-relazione. Sono i continui riferimenti alla non compiutezza del rapporto che ci conducono inevitabilmente a cercare rifugio nelle “terre dolci d’Occidente”, unico luogo dove è possibile e realizzabile l’aspirazione dell’uomo, di “andare ad abitare un po’ più in là”.

    Giovanni

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  24. Buongiorno Lorenzo,
    condivido pienamente l’analisi fatta da Giovanni sui tuoi stati d’animo riflessi nella tua purissima poesia.
    Mi sembra quasi di scorgere, e vorrei tanto fosse così,
    la ricchezza di gioia e tormento vissuti nell’intimo più profondo dal mio “TU” e ahimè anche dal mio.
    Fa’ davvero male il dubbio della “non appartenenza” al proprio amore.
    Un forte abbraccio.
    Tiziana

    "Mi piace"

  25. Carissimi, rileggo non senza una certa emozione i vostri commenti.
    Vi volevo informare che oggi, a circa dieci anni di distanza dalla sua pubblicazione in questo blog, “La mente bianca” è diventato un libro, cartaceo, arricchito da disegni a china ed incisioni di Raimondo Rossi e dalla Premessa di Fabio Ciceroni. La casa editrice che lo ha pubblicato è Il Vicolo, di Cesena. Spero lo vogliate sfogliare.
    Un caro abbraccio a tutti!
    Lorenzo

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