Vivalascuola. A piccoli e grandi passi: che fare?

Qualche informazione per conoscere meglio il ministro della Pubblica Istruzione. La mappa delle proteste. Una buona notizia da Napoli. Una lettera al ministro. Tre scioperi della scuola: il 3, il 9 e il 23 ottobre. Un appello di docenti in difesa della scuola pubblica.

A piccoli e grandi passi: che fare?
di Tullio Carapella

“Che ne sarà di noi? Della nostra scuola?”
Eccoci di nuovo qua.
L’estate è stata strana per il popolo della scuola, anche sotto gli ombrelloni molti non hanno smesso di chiedersi “Che ne sarà di noi? Della nostra scuola?”, anche i più stabili tra i lavoratori a tempo indeterminato, perché in fondo a tanti tra noi piace farlo bene, il nostro mestiere, e anche se salviamo “il posto” vorremmo salvaguardare anche la qualità dell’insegnamento. E si sono posti domande anche quelli, tra noi, che con più passione lo scorso anno si sono improvvisati “analisti”, hanno fatto proiezioni e previsioni, hanno suonato a martello campanelli d’allarme, perché anche a noi piaceva credere, nelle fresche sere d’estate, magari sorseggiando una caipirinha, che la vita è bella, che in fondo avevamo esagerato, che non poteva essere così, che qualcosa di miracoloso sarebbe successo… Intanto quasi da ogni giornale il nostro ministro appariva sorridente e felice nelle strade di Positano e nelle spiagge della costiera amalfitana, il fidanzatino al suo fianco, una mezza dozzina di bisonti “auricolati” al seguito (nessun taglio previsto, per loro) a vegliare sulla serenità della sua spensierata giovinezza. Che bella la vita! Proprio nulla che lasciasse presagire disastri… eppure, chissà perché, quella strana sensazione, sotto i nostri ombrelloni.

Un movimento di opinione e di piazza
Certo da lontano ci arrivava notizia che il TAR del Lazio aveva depositato il 24 luglio la sentenza su quel punto che tante speranze aveva fatto nascere in noi la scorsa primavera, su quei difettucci di forma (e di sostanza) contenuti nella determinazione degli organici (mancava il necessario decreto interministeriale) e quindi nell’intero impianto della “riforma” (mancava il Piano Programmatico). Una sentenza strana, arrivata in punta di piedi in piena estate, come le leggi peggiori della nostra repubblica, che con strane acrobazie dialettiche più che giuridiche, conferiva valore di leggi ad uno scambio di lettere tra due ministri (!) e confermava che non è possibile aspettarsi che i giudici si assumano la responsabilità di vanificare l’intero programma economico di un governo, se non in presenza, aggiungerei scandalosamente io, di un significativo movimento di opinione e di piazza a dare man forte a queste decisioni.

Il ministro aggiunge caos al caos
Ancor più da lontano arrivava l’eco di quei ricorsi promossi da molti precari della scuola per vedere riconosciuto il proprio punteggio, allo stesso modo (va di moda dire “a pettine”) in tutte e quattro le province d’Italia che la buona Gelmini ci ha lasciato indicare nelle nostre domandine. Una guerra della carta bollata che è una guerra sporca, e anche molto triste, perché vede contrapposti gli interessi dei precari del sud contro quelli del nord e, in misura ancora maggiore, quelli dei precari meridionali al sud e quelli di altri meridionali che già da anni lavorano al nord. Da questo punto di vista la scelta ministeriale, apparentemente priva di senso, di creare ulteriore caos offrendo la possibilità di iscriversi contemporaneamente in 4 province distanti anche 1000 km, si è rivelata un successo per questa maggioranza e non è un caso se abbiamo difficoltà a parlarne. Convinto come sono che nascondere i problemi non aiuta a risolverli, ricorderò qui soltanto che molte associazioni, sindacali e non (grossi studi di avvocati), hanno promosso in questa calda estate una questua tra decine di migliaia di precari, raccogliendo circa 40 € a testa, difendendo a volte contemporaneamente ragioni opposte, al nord e al sud. L’effetto sulle convocazioni è stato già in questi giorni devastante e rischia di avere effetti ancora peggiori nel prossimo futuro, per l’unità di un movimento a difesa della scuola di qualità, tanto al nord quanto al sud.

Fortunatamente la “bella stagione” si è conclusa con le proteste decise dei precari, partite proprio dal sud e che in pochi giorni si sono imposte con forza su tutto il territorio nazionale. Su queste si è già scritto tantissimo e sono convinto non sia necessario descriverle in questa sede, mi limito ad apprezzare il fatto che hanno spazzato via le “amarezze” dell’estate, anche se, almeno tra noi che crediamo in questo movimento, gli episodi sopra richiamati non possono che far riflettere e vanno ricordati “a futura memoria”.

L’anno terribile della scuola pubblica
Poi, finalmente, la scuola è ricominciata ed è apparso evidente già in questa prima settimana che si tratta di un anno decisamente particolare. In primo luogo ci sono quasi 45.000 docenti e oltre 15.000 non docenti in meno (con un numero di alunni in aumento) e, come ampiamente preannunciato, se ne avvertono i terribili effetti. Solo per dirne alcuni: le aule super-affollate, l’aumento del carico di lavoro per tutti coloro che operano nella scuola e le grandi difficoltà che genitori e alunni incontrano nel trovare interlocutori in grado di risolvere i loro primi, importanti problemi.

Se davvero gli organismi preposti dal ministero alla osservazione e alla valutazione dei nostri istituti volessero cominciare ad osservare e valutare, scevri da pregiudizi politici, allora non potrebbero che interrogarsi sul come sarà possibile, il prossimo anno, amputare nuovi organi ad un corpo già tanto profondamente ferito e come, infine, nel terzo anno di “interventi di razionalizzazione”, il bisturi di Tremonti non potrebbe che infliggere un pietoso colpo di grazia al sistema di istruzione pubblica.

Tanti ancora “fermi al palo”
È un anno particolare perché riparte, sì, dalla centralità e dal nuovo protagonismo del personale precario, ma vede ancora la grande maggioranza dei colleghi, in particolare dei non docenti ed in particolare quelli di ruolo, ancora “fermi al palo”, a guardare. Come pugili suonati si aggirano nei corridoi, quasi increduli che tutto quello che era stato previsto si stia realmente realizzando.

È una realtà percepibile in misura minore nelle scuole elementari, soprattutto al nord, dove, con le proteste veementi dello scorso anno, “la lotta ha pagato”, almeno parzialmente.

È una realtà maggiormente percepibile alle superiori, dove pure i tagli maggiori ci saranno dal prossimo anno. Qui tanti docenti “esperti”, abituati negli anni ad attraversare un mare di problemi in punta di piedi con la bocca a pelo d’acqua, oggi che nuovi problemi si sommano e il livello di quel mare si alza con decisione, annaspano e boccheggiano.

È una realtà che si fa subito drammatica alle medie, dove non solo tanti precari non hanno più spazio, ma tanti per docenti di ruolo si prospetta, o è già realtà, la ricollocazione, in altri luoghi o in diverse mansioni.

È una realtà preoccupante per i non docenti di tutti gli ordini di scuola, che pure hanno visto “spalmato” in modo “morbido” il loro sacrificio con piccoli, ma inesorabili numeri (la perdita di uno o due bidelli, ad esempio, è una costante in tutti o quasi gli istituti), che rendono più gravosi i loro compiti attuali, che hanno già tagliato le gambe ad alcuni tra loro e che promettono di essere ben più duri nei prossimi anni.

La centralità del problema della “scuola precaria”
È l’anno quindi nel quale è possibile far cogliere che la centralità della “questione precari” deve diventare la centralità del problema della “scuola precaria”. La stessa definizione di precari dovrebbe cominciare a starci stretta, perché priva di dignità il nostro ruolo di lavoratori con pari titoli e pari capacità dei colleghi di ruolo, ma che semplicemente vengono, spesso per molti anni, licenziati a fine giugno o agosto e ri-assunti il primo settembre. Per quanto sottile possa sembrare la differenza, è utile chiarire che precari non siamo noi, ma la nostra condizione lavorativa, ed è utile perché è facile verificare che fuori dalle nostre mura in tanti sono convinti di ciò che il governo ripete da sempre: che la scuola ha funzionato come un grande ammortizzatore sociale e che noi precari in fondo altro non siamo che una grossa escrescenza parassitaria della quale si può tranquillamente fare a meno.

La differenza non è, quindi, sottile, ma è sostanziale, perché ha a che vedere con quel difficile ma indispensabile rapporto con l’universo esterno con il quale il mondo della scuola non può che fare i conti. Proprio oggi che per certi versi il livello delle nostre iniziative sembra più alto, corriamo il pericolo, da rifuggire come la peste, di richiuderci nello stretto delle rivendicazioni corporative e para-leghiste.

Rischiamo, come movimento nel suo insieme o come presunte avanguardie, di commettere lo stesso errore che migliaia di precari hanno commesso questa estate, affidando le proprie residue speranze a questuanti imbonitori, pagando per finanziare la guerra del sud contro il nord e viceversa o, che è ancora più triste, dei meridionali al sud contro i meridionali al nord. La miseria e il dramma della disoccupazione sono brutte bestie e dovremmo sforzarci di non farci annebbiare la vista dalla disperazione, perché procedendo alla cieca rischiamo di andare a sbattere. Sta già succedendo, rischia di succedere sempre più spesso in futuro, con gruppi anche duri che traducono le loro eclatanti azioni di protesta nella richiesta di corsie preferenziali, contrarie non solo alle norme vigenti, ma anche al buonsenso, per i precari della propria provincia contro quelli delle altre. Io, che per quest’anno un contratto ancora l’ho ottenuto, non me la sento di esprimere giudizi morali su chi vede farsi ogni giorno più grave la propria situazione, non posso fare a meno di rilevare, però, che quei colleghi ai quali si intendono negare i propri diritti, vivono realtà altrettanto drammatiche. È quasi superfluo aggiungere, del resto, che alimentare noi per primi una nuova guerra da poveri equivale a rendere il miglior servizio possibile ai nostri simpatici governanti.

Indirizziamo la nostra rabbia nella giusta direzione
Facciamo quindi in modo da valorizzare nel modo giusto le generose fiammate di questo ultimo scorcio d’estate evitando che si traducano in spericolate e controproducenti iniziative corporative e localiste. Evitiamo che i malumori portino a nuove rivalità anche all’interno dei nostri stessi istituti, con i moltiplicarsi dei battibecchi indecenti tra i professori per via degli orari più o meno disagevoli, o dei contrasti tra i bidelli per scaricare sui propri colleghi almeno parte del lavoro in più che saranno costretti a svolgere a causa dei tagli. Indirizziamo la nostra rabbia nella giusta direzione, contro quelle misure che il governo ha stabilito per impoverire la scuola, rendendo molto più difficile il nostro compito.

Alimentiamo la fiamma della protesta che si è riaccesa coinvolgendo i lavoratori della scuola che stanno ancora alla finestra e torniamo a spiegare che in pericolo non è solo il nostro posto di lavoro, ma la sicurezza dei nostri alunni nelle classi super-affollate, la qualità dell’insegnamento, la possibilità di trasmettere e comunicare con i bambini e con i ragazzi, di dare ad ognuno di loro pari opportunità per esprimere le proprie capacità, i propri dubbi, il proprio disagio.

Le nostre scuole da tutti questi punti di vista sono sempre state carenti, e questo costituisce un dato di fatto che non possiamo e non dobbiamo nascondere, ma dal quale dobbiamo ripartire in modo determinato per proporre, anche insieme ad alunni e genitori, il nostro modello di scuola.

Chiunque abbia a cuore il proprio lavoro, chiunque abbia compreso che “missione” della scuola non è la semplice trasmissione di sterili nozioni o la spietata selezione degli ultimi, né deve essere la costruzione di obbedienti soldatini e malleabili ed efficienti operai, dovrebbe costituire gruppi di lavoro, meglio se con il contributo di chiunque, fuori della scuola, voglia starci, per costruire nero su bianco il nostro progetto.

Con altrettanta fermezza dobbiamo continuare a sottolineare, oggi che i primi effetti della riforma Gelmini cominciano a farsi davvero sentire, che i problemi di questa scuola già misera rischiano di moltiplicarsi a dismisura. Dobbiamo scendere in piazza, anche con azioni spettacolari se crediamo, anche contro le manovre che colpiscono le fabbriche e gli altri lavoratori, anche contro il razzismo e l’intolleranza che contagia i nostri ragazzi. Dobbiamo farlo spesso, con tutti quelli “che ci stanno”, mettendo da parte le “botteghe”, che tutti portino la loro bandiera o il proprio striscione o che non lo porti nessuno, chi se ne frega, l’importante è siano comuni i nostri obiettivi.

Siamo quelli che hanno a cuore il destino della scuola pubblica

Mai dovremmo vivere questa attività di piazza come alternativa allo sforzo paziente nei nostri luoghi di lavoro. Non siamo schizofrenici: eroici rivoluzionari sulle barricate e silenziosi ed obbedienti esecutori di ordini dietro le cattedre, magari tanto più fedeli proprio quando gli ordini ci chiedono di essere implacabili nel bocciare chi è rimasto indietro. La nostra credibilità si gioca anche in quello che facciamo, sempre, oltre che in ciò che a parole promuoviamo. Noi, perché spero possa cominciare ad esistere davvero un “noi”, fuori dalle sigle e dalle modalità che ognuno decide liberamente di darsi, siamo semplicemente quelli che hanno a cuore il destino della scuola pubblica, e che si battono per il suo miglioramento e contro gli attuali tentativi di dismissione.

Per tradurre questi concetti in qualcosa di più di semplici slogan dobbiamo, a mio parere, continuare a costruire comitati in ogni scuola. La precarietà significa anche dover cambiare luogo di lavoro praticamente ogni anno. Bene, trasformiamo questo disagio in un punto di forza, proviamo, senza fasciarci la testa se non riusciamo, ad estendere il contagio anche fuori dalla nostra vecchia scuola.

Proviamo grazie a questi comitati in primo luogo raccogliere in modo capillare le testimonianze di un disagio che si fa crescente, e a trascrivere in un libro bianco tutte le cose che secondo noi non vanno, certo nel rispetto della privacy dei nostri alunni, ma mettendo definitivamente da parte quell’atteggiamento omertoso che, in difesa del “buon nome” dei nostri istituti, ci ha fatto nascondere qualsiasi magagna.

Disabilità: denunciamo il rapporto docente di sostegno/alunni

È giusto che sia noto, ad esempio, e che venga denunciato in ogni sede, che il rapporto docente di sostegno per alunni disabili, che la ministra, che non sa di scuola, afferma essere al massimo di uno a due, supera sistematicamente questa cifra. Io, ad esempio, so che nella mia scuola i docenti di sostegno sono 11 e gli alunni disabili 37, questo porta ad un rapporto che si avvicina paurosamente all’uno a quattro. Non nasconderò questa realtà, non ho paura di fare una cattiva pubblicità “alla mia scuola”, ma ho molta più paura di rendere un pessimo servizio ai ragazzi disabili, cioè a chi maggiormente avrebbe bisogno di accompagnamento, protezione, di una attenzione individualizzata ai propri personali e speciali bisogni. Dobbiamo chiedere che collegio docenti e consiglio di Istituto si pronuncino su questo punto.

Sicurezza: denunciamo l’illegalità diffusa
È giusto denunciare il mancato rispetto delle parametri minimi per garantire la sicurezza e degli spazi minimi per garantire l’igiene e la salubrità delle nostre classi, dei laboratori, delle palestre, dei servizi igienici, delle scale e dei corridoi. Non trascureremo niente, non nasconderemo più niente, se necessario gireremo tra le aule con il metro in mano, trascriveremo tutto, riporteremo tutto nel nostro libro bianco e ne diffonderemo i risultati. Non dimenticheremo di sottolineare, in ogni contesto, come in classi sovraffollate non può esistere un corretto dialogo educativo ed è difficoltosa anche la semplice trasmissione di nozioni. Dobbiamo chiedere che collegio docenti e consiglio di Istituto si pronuncino su questo punto.

Lo scorso anno abbiamo analizzato gli spazi di una ventina di istituti di Milano e provincia e i dati ci hanno descritto una realtà di illegalità diffusa, che al centro-sud sarà verosimilmente ancora più grave e che con il sovraffollamento imposto per quest’anno dalla Gelmini non può che peggiorare. Continueremo anche su questa strada. Ci scusino coloro i quali ritengono la salute dei ragazzi un problema piccolo, ma in tanti non accetteremo più di nasconderemo la testa sotto la sabbia.

Non riteniamo affatto sia una cosa da poco denunciare che i numeri minimi per la composizione delle classi previsti dalla riforma sono superiori ai massimi consentiti dalle leggi vigenti in materia di sicurezza e igiene. Sappiamo bene, e vogliamo lo sappiano tutti, che i gravi disagi che l’aumento del rapporto alunni per classe sta provocando diventeranno ancor meno tollerabili il prossimo anno, se non costringiamo il governo ad una ripensamento. Meno ancora consentiremo che si provi a cambiare anche la normativa sulla sicurezza per coprire l’illegalità promossa dal ministro e dalle sue norme.

Se e quando promuoveremo azioni legali di denuncia non lasceremo che i giudici si pronuncino quasi in segreto, magari a Ferragosto, ma accompagneremo queste azioni con la nostra rumorosa e ingombrante presenza e ne faremo un nuovo momento di controinformazione.

Denunciamo i buchi di bilancio
Dobbiamo denunciare i buchi di bilancio causati ai nostri Istituti da un governo inadempiente, dobbiamo sottolineare i guasti che la mancanza di fondi provocano. Dobbiamo parlarne con gli alunni, con i loro genitori, perché è giusto sappiano con dati veri quale è la “spesa per l’istruzione fuori controllo” della quale i nostri governanti continuano a parlare. Dobbiamo chiedere che collegio docenti e consiglio di Istituto si pronuncino su questo punto.

No a ore gratuite “a disposizione”
Dobbiamo frenare la tendenza da parte dei dirigenti scolastici ad far votare ai collegi docenti modelli orari con moduli di 50 o 55 minuti, perché sono per loro uno strumento per garantirsi un numero di ore gratuite “a disposizione” tali da chiederci di tappare qualsiasi buco si determinerà a causa delle assenze per malattia dei colleghi. Questa procedura impedirà agli alunni di vedere riconosciuto il diritto ad un docente supplente qualificato e priverà un collega disoccupato della possibilità di insegnare. Dobbiamo chiedere che il collegio docenti si pronunci per modelli orari da 60 minuti, sapendo che poi potranno essere anche in parte “accorciate” da delibere del consiglio d’Istituto per motivi indipendenti dalle esigenze didattiche, ma che in questo caso non si può imporre alcun recupero dei minuti “persi”.

Imporre il rispetto del massimo orario
Dobbiamo imporre il rispetto del massimo orario previsto dal contratto nazionale, perché molti dirigenti scolastici, per poter tagliare sul personale, stanno chiedendo ai colleghi di accettare contratti “più ricchi”, una sorta di “straordinario permanente” che è consentito per legge solo in casi eccezionali. Dobbiamo spiegare ai nostri colleghi che accettare contratti lunghi non può che impoverire la qualità dell’insegnamento (una lezione ben fatta si prepara, i ragazzi si accorgono quando al posto di una lezione “pensata” gli si offre una minestra riscaldata) ed equivale a fare guerra ai colleghi precari.

Tornare a parlare della “riforma” Gelmini
Dobbiamo tornare a parlare di “riforma” Gelmini, anche con alunni e genitori, fare il punto su quanto già approvato, indicare con precisione cosa ancora intendono approvare, chiarire quali saranno i guasti che le prossime misure comporteranno concretamente. Parlare della cancellazione delle compresenze, della diminuzione delle ore di laboratorio, di quanto sta accadendo alle elementari, della progressiva cancellazione delle attività pomeridiane alle scuole medie, dell’assurdità di una riforma delle superiori che cancella moltissime sperimentazioni, taglia ovunque sul tempo scuola, crea canali di serie A, B e C e intende introdurre i suoi guasti sin da subito non solo nelle prime classi, ma anche nelle seconde. Dobbiamo chiedere che collegio docenti e consiglio di Istituto si pronuncino su questo punto.

Tutte queste iniziative sono fattibili laddove esiste un movimento reale a sorreggerle, cioè laddove sia possibile trovare il numero necessario di persone disponibile a spendersi per le idee che portiamo avanti.

Discutere, proporre e rilanciare
Non possiamo nasconderci le difficoltà, questo movimento è per il momento ancora in divenire e non è scontato si realizzi. Le iniziative degli ultimi giorni mostrano la volontà forte di tanti precari, spesso sorretta dalla rabbia se non dalla disperazione, ma i grossi numeri dello scorso ottobre sono ancora lontani dall’essere raggiunti, così come si stenta a vedere all’opera componenti diverse dai semplici insegnanti. Molte delle proposte che ho provato ad elencare (praticamente nessuna parto della mia mente, ma tutte raccolte “in giro” in 12 mesi di iniziative) costituiscono anche un mezzo, il mezzo necessario per aggregare e cominciare a discutere, proporre e rilanciare. Non dobbiamo mai avere paura dei dibattiti e delle assemblee, dovremmo avere più paura della possibilità di fossilizzarci nelle nostre convinzioni, nel rimestare vecchie idee trite e ritrite, ed possibile che alcune tra quelle qui richiamate lo siano, rinunciando a priori alla possibilità che si mettano in moto nuove energie e nuove proposte, molto più vive e “vincenti”, da parte di coloro i quali ad oggi non abbiamo ancora avuto la fortuna di incontrare.

Ritiro dei tagli e assunzione su tutti i posti vacanti del personale precario

Altre mille potrebbero essere le proposte pratiche delle attività da svolgere, ma secondo me è altrettanto importante sapere, e mi rendo conto di buttarlo qui con poca grazia, che sullo sfondo c’è sempre la sacrosanta richiesta di ritiro dei tagli previsti dall’articolo 64 legge 133, nonché quella della assunzione su tutti i posti vacanti del personale precario. Questo obiettivo non va nascosto e va di pari passo con tutti gli altri sopra richiamati, ma oggi, forse, dobbiamo avere ben chiaro il peso che una richiesta del genere ha. Lo scorso anno il governo avrebbe potuto fare marcia indietro, almeno parziale, sulle sue misure. Con la cancellazione dei tagli previsti per le scuole private ha dimostrato che anche la 133 era modificabile, bastava volerlo, o meglio bastava che una forza sufficientemente importante facesse sentire la sua voce.

Noi lo scorso anno ci siamo fermati a metà del guado, il nostro movimento non ha saputo imporsi fino a quel punto e i provvedimenti temuti sono passati, se non come li aveva voluti Tremonti, quasi. Non credo abbiamo commesso molti errori, non significativi, almeno, ma semplicemente non abbiamo avuto la fortuna di contagiare l’intero territorio nazionale e il sud, in particolare, non è quasi mai sceso in piazza. C’è stato di più: non è mai partito un vero movimento dei lavoratori di altri settori, che ci aiutassero a mettere in crisi l’intero impianto economico di un governo che, anche a fronte di persone, spesso anziane, ridotte alla fame, si è interessato di difendere gli interessi propri e dei propri amici. Basti pensare alle iniziative a favore di banchieri, papponi rampanti e ricchi soci parassitari della propria casta, come gli azionisti della nuova Alitalia, di aziende che succhiano fondi grazie ai ponti e alle autostrade che non si costruiscono mai e di inceneritori che bruciano fondi pubblici; per non dire dei vertiginosi aumenti con voti bipartisan per missioni di guerra e costruzione di cacciabombardieri.

Che questo governo se ne vada a casa!
Se richiamo questo punto è perché ancora più centrale appare in questo primo anno di “scuola Gelmini”. Chiedere oggi, che i tagli sono già operativi, che questi vengano ritirati e che i fondi vengano re-integrati, è doveroso, ma questo governo non potrebbe farlo e quindi equivale a chiedere, ed è sacrosanto, che questo governo se ne vada a casa! Oggi non sembrano ancora esserci le condizioni, non sono così folle da non vederlo, anche se la storia ha conosciuto in passato meravigliosi contagi rapidissimi. Molti tra noi covano speranze più o meno segrete e sono lì a fare il tifo perché cada, magari con l’aiuto di Fini o di papa Ratzinger.

Io alla finestra non so stare e non credo sia nemmeno giusto, quindi vedo tutte le iniziative prima elencate, piccole o grandi, e tutte le altre alle quali si può pensare, non solo come giuste e sacrosante in sé, come raggiungibili obiettivi parziali, ma anche come un mezzo per creare un dibattito sull’abbrutimento della società alla quale stiamo assistendo e per riacquisire con le altre categorie di lavoratori la volontà di diventare protagonisti del nostro futuro. Anche perché questo governo cada, certo, ma perché non cada “comunque sia”, magari per effetto di un complotto di corte. Perché sia costretto a tornare a casa e perché quello nuovo, fosse pure dello stesso colore, non potrebbe che fare i conti con un grande movimento, che lo costringa, se vogliamo “sotto ricatto”, a ripensare la scuola, a ritirare i tagli, a tagliare invece sugli armamenti, le missioni di guerra, i loro stipendi e quelli dei manager, gli “affari munnezza” e le opere pubbliche inesistenti, a garantire i lavoratori, di ogni colore e di ogni religione.

Io non faccio politica a scuola nell’unico senso che conosce la Gelmini, mi interesso poco di quale partito possa andare al governo in un auspicato “dopo”, anche perché, sarò sincero, non mi riesce di vederne nessuno presentabile. Non credo spetti ad un movimento di lavoratori e lavoratrici il compito di dare indicazioni in tal senso, a noi spetta il compito di andare avanti, perché male che vada non c’è nulla di meglio che si possa fare e perché non è indifferente nemmeno il modo di accettare e valutare le sconfitte e valorizzare le conquiste parziali ma, soprattutto, perché mi piace pensare che questa sia la volta buona.

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Guide alla scuola della Gelmini qui.

Le circolari e i decreti ministeriali sugli organici qui.

Una sintesi dei provvedimenti del Governo sulla scuola qui.

Una guida normativa per l’anno scolastico 2009-20010 qui e qui.

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Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui.

La mappa della protesta qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas.

Spazi in rete sulla scuola qui.

12 pensieri su “Vivalascuola. A piccoli e grandi passi: che fare?

  1. Come non condividere. Eppure dopo un anno intero speso tra riunioni e carte, studi,proposte, denunce, la decisione presa non è stata mutata, né tanto meno revocata. I fondi mancano, la scuola è assolutamente in crisi, peggio, sarebbe dirla in stato comatoso.E forse era proprio questo ciò che volevano. Ci sarà la scuola via internet, non servirà altro che questo, e poi ci saranno le scuole dove, in due convocazioni settimanali, im-pari tutto quello che serve delle grandi scuole! Che sfacelo, altro che scuola:scuola della miseria!f .

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  2. da questa mattina nella mia scuola l’orario è andato a regime: non definitivo, ma completo. credo che da qui a giugno ogni giorno avremo qualcosa di storto da raccontare. un passo indietro. circa a fine febbraio, un giorno in cui mi era stata assegnata un’ora di supplenza per errore, andai a vedere nel giornale delle sostituzioni se per caso c’era comunque qualcosa che mi riguardava. epoca di culmine delle malattie febbrili, di viaggi d’istruzione, di uscite per teatro etc.: erano necessarie 22 ore di sostituzione quel giorno. allora feci un rapido calcolo pensando che l’anno successivo, cioè questo, avremmo avuto il completamento di cattedra anche noi di lettere, rendendoci indisponibili a ore di sostituzione, se non come eccedenti l’orario di lavoro. questa mattina, alla disperata, senza aver dato la mia disponibilità, me ne hanno affibbiata una. ne servivano altre sei: e siamo solo all’inizio. il rapido calcolo dice che fondi per pagare queste ore non ce ne saranno: oppure sì, tra qualche anno o a scapito di altre attività significative (progetti etc.). personalmente preferisco tenermi i buchi d’orario per organizzarmi il lavoro e poi, per principio, non intendo collaborare con chi sta affossando la qualità della scuola e mette a repentaglio la sicurezza stessa degli alunni. confido in una bella settimana fatta di classi scoperte, di alunni a spasso per l’istituto, persino nel mio, che pare di essere in svizzera, a confronto di certe situazioni. allora vedremo piovere a scuola i genitori infuriati! non vedo l’ora che l’ “utenza” si svegli, non vedo l’ora che si smetta di fare quel *niente* che abbiamo sempre fatto, maltrattati, umiliati, sfruttati, licenziati. non vedo l’ora che qualcuno cominci ad accorgersi, specie tra gli studenti e i genitori, che l’acqua che sentiva lambirgli le chiappe gli è arrivata al collo. potremo provare, allora, tutti insieme, a trarre in salvo la scuola, portarla all’asciutto, invece di andarla a visitare, un giorno, via internet, of course, come una qualche civiltà sommersa.
    una lavativa, nonché farabutta, destinata a morì ammazzata. intanto domani mi rimetto la mia maglietta
    “meglio bionda che brunetta”. alla faccia. i ministri vaneggianti mi consentono di risparmiare.

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  3. Il problema delle convocazioni è serio, c’è una sorta di “transumanza” di persone che si spostano da sud verso nord e che a volte prendono l’incarico per poi sparire, guaio su guaio.
    Ho la netta sensazione che tutto questo sia voluto per creare una sorta d’instabilità sociale. Il caos è voluto da chi non vuole che l’Italia sia una nazione compiuta, ma sempre preda di politici che tutto fanno, meno che pensare al bene del paese.
    L’idea del libro bianco mi piace.
    Se il grado di civiltà di una nazione si comprende da come viene tenuta in considerazione l’istruzione, possiamo dire senza essere smentiti che siamo al minimo storico.

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  4. Ferni, Lucy, Gena, Sparz, Giovanni e Mauro, grazie dell’attenzione e dei commenti, e grazie a Tullio Carapella per questo articolato intervento.

    In questo inizio d’anno in tutte le scuole sono evidenti le classi affollate, i tagli, l’impossibilità di garantire la continuità didattica, l’impossibilità di pagare le supplenze, le classi scoperte, la sicurezza a rischio, un’offerta didattica impoverita… e il peggio deve ancora venire, dall’anno prossimo, con il proseguimento e il consolidamento dei tagli e con l’entrata in vigore della “riforma” alle superiori.

    Sarebbe ora che questa constatazione alimentasse dibattito e iniziativa dentro e fuori le scuole, per diventare un movimento ampio che coinvolga l’insieme della società.

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  5. la cosa peggiore non è avere una controparte agguerrita con cui praticare persino uno scontro, è l’indifferenza con cui quella parte ti sta contro e oltre tutti i segni, oltre tutti i reclami,le manifestazioni, le spiegazioni, le chiare richeste . Ora o gli si insegna ad ascoltare, ma servirebbe che parlassero la stessa lingua…Questo è il problema:la loro lingua non è il benessere culturale, ma una finanza che matenga nei ghetti ciò che vi è stato sprofondato.ferni

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  6. evvai con le eccedenze di orario! ho colleghi che hanno incarichi per 22 ore settimanali e TUTTE le supplenze sono solo ore aggiuntive. mi chiedo la furbizia dei tagli in termini meramente economici…
    a venezia con un proverbio da osteria questo si dice “stropàr pa’ la spina e spander pa’ el cocòn”, vale a dire chiudere la canna da cui esce il vino, per salvarlo, e non riuscire ad evitare lo spargimento dalla sommità. complimenti vivissimi per l’intelligenza dell’operazione gelmintremontibrunettiana.

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  7. Nessun politico ha mai amato la scuola. Nel lontano 1962 mi laureai,nel 1965 mi abilitai con un concorso “lacrime e sangue”per insegnare Lettere in ogni tipo e grado di scuola.Insegnai per quasi 40 anni nella scuola media.All’inizio mi accorsi che gli alunni mi guardavano con sospetto:forse l’insegnante di Lettere era venuta da Marte?Capii che non mi capivano,perchè tra i tanti testi studiati, nessuno mi aveva insegnato ad insegnare . Lo imparai col mio impegno : aggiornamento mai retribuito!Stipendi magri,fatica tanta,riforme calate sulla testa dei docenti senza interpellarli mai. Ora sono in pensione,e seguo la scuola attraverso i miei nipoti. Sento che le vostre difficoltà sono ancora maggiori, i tagli agli organici ed al finanziamento sono sempre più pesanti,la precarietà è ora un grave problema per molti.Il ministro Brunetta chiama gli statali in genere “fannulloni”,e non si può escludere che tra tanta gente qualche “furbo”ci sia, ma l’illustre ministro si rende conto che la scuola “di ogni ordine e grado” va avanti per la volontà di insegare “nonostante tutto”di quei poveri statali docenti, vituperati, mal pagati,che lavorano a volte anche di notte per correggere i compiti,ma ai quali non viene neppure corrisposto il misero compenso per la supplenza? L’attuale riforma,se così la vogliamo chiamare, ha riportato la scuola indietro di 50 anni.La maggiore severità, invocata anche da molti docenti,nella scuola dell’obbligo non rischierà di far aumentare l’abbandono scolastico,con la conseguenza di incrementare il numero di giovani disadattati? Non sarebbe stato meglio finanziare ,con l’impiego di più docenti,il loro recupero? Scusate ,mi sto dimenticando che questa è la riforma Tremonti-Brunetta.
    Se è possibile,vi auguro buon lavoro! Annamaria

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  8. Cari colleghi ,
    voi parlate che lavorare con un contratto di 22 .24 h significa diciamo dare meno qualità lo posso capire perchè voi siete curriculari e quindi il tempo che voi dovete dedicare alla correzione compiti o latro ( ovviamente non conteggiato nel contratto di lavoro altra cosa peggiore per noi e buona per i vari governo che ci hannp fatto il contratto ) ma per me che sono di sostegno avere 24 ore significa vivere con maggiore tranquillità avere un riconoscimento econominco ( dato che sono di ruolo da circa 17 anni ) e vedermi qualcosa in busta paga rispetto ad una collega precaria che attiva con incarichi ricchi di ore in più ma ha meno trannute in busta paga e alla fine prende quanto me

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